Le percezioni di insicurezza alla base della politica estera turca

Le percezioni di insicurezza alla base della politica estera turca

La posizione geografica della Turchia rappresenta un’arma a doppio taglio, poiché fa del paese un crocevia obbligatorio tra due continenti e tre mari. Allo stesso tempo, essere un hub strategico significa che le opportunità da cogliere potrebbero essere oscurate dai rischi inerenti alla conflittualità delle zone circostanti.


 

Le relazioni della Turchia con l’Unione Europea sono state sempre caratterizzate da alti e bassi. La mancanza di volontà politica per rilanciare il processo di negoziazione sta creando attualmente una fase di stallo nelle trattative, ostacolando l’apertura degli altri capitoli previsti dalla politica di allargamento dell’UE. Solo 16 su 35 sono stati aperti fino ad ora (e solo uno è stato chiuso, quello su Scienza e Ricerca), mentre 8 sono stati congelati, visto il rifiuto turco di estendere il Protocollo Addizionale firmato nel 1970 anche a Cipro dopo il loro ingresso nell’UE nel 2004. Seppur non incluso in questa “lista nera” di capitoli bloccati, il Capitolo 31 (Politica estera, sicurezza e difesa) risulta paralizzato per via del veto cipriota.  

Eppure, la sua apertura avrebbe implicazioni strategiche positive e vantaggi reciproci nell’ottica della cooperazione tra Turchia ed UE, in quanto entrambi i partner condividono obiettivi di politica estera convergenti nel loro vicinato comune – lotta contro il terrorismo e la radicalizzazione, promozione della stabilità regionale, partecipazione in missioni di peace-keeping e peace-building, assistenza umanitaria ai rifugiati, facilitazione di movimenti migratori regolari e contrasto all’immigrazione irregolare. Di conseguenza, ci sarebbe spazio di manovra per incoraggiare una cooperazione di tipo funzionale con l’UE, ad esempio attraverso lo schema di “integrazione differenziata esterna”, cioè un modo flessibile per massimizzare le sinergie esistenti in politica estera, di difesa e di sicurezza. Il coinvolgimento vantaggioso della Turchia nelle missioni CSDP del passato[1] potrebbe essere replicato nel contesto della Permanent and Structured Cooperation concepito di recente in ambito europeo, al fine di ribadire una maggior presenza internazionale dell’UE e di permettere agli Stati più volenterosi di procedere ad un’integrazione più profonda per rispondere alle sfide di politica estera e di sicurezza. Questo ambizioso percorso di comune avvicinamento può essere invocato nonostante la Turchia degli ultimi anni sembri avviata sulla strada di una “de-Europeanizzazione”[2] e di una virata verso lo spazio eurasiatico, come discusso di recente in letteratura[3].

Le discussioni sulle eventuali sinergie non possono prescindere dall’analisi del gap molto ampio e ancora da colmare riguardante il modo in cui i due partner teorizzano lo scenario internazionale e le principali preoccupazioni securitarie che sono alla base della loro politica estera. L’asimmetria tra la Turchia – uno Stato sovrano ancora “moderno” – e l’UE – un’unione internazionale di Stati, “post-moderna” e sui generis – non dovrebbe essere interpretata come un ostacolo insormontabile, bensì come una frattura persistente che dà forma alle loro concezioni di sicurezza in modo molto diverso[4].

Nel corso di quest’articolo, verranno discussi i principali driver e le percezioni di insicurezza che sollevano le preoccupazioni della Turchia nel suo estero vicino, cioè la parte a Sud-Est del Mediterraneo, il Vicino e Medio oriente, il Caucaso e la regione del Mar Nero. Inoltre, vale la pena aggiungere a questa lista anche il ruolo – sia simbolico, sia economico – giocato dai paesi turcofoni dell’Asia Centrale nell’immaginario geopolitico pan-turco, la cui influenza nei processi di decision-making in politica estera è cresciuta molto a partire dalla fine dell’Unione Sovietica[5].

La posizione geografica della Turchia rappresenta un’arma a doppio taglio, poiché fa del paese un crocevia obbligatorio tra due continenti e tre mari. Allo stesso tempo, essere un hub strategico significa che le opportunità da cogliere potrebbero essere oscurate dai rischi inerenti alla conflittualità delle zone circostanti. Perciò, la sorveglianza estensiva dei confini, specialmente nel Sud-Est, diventa una priorità assoluta nell’agenda di sicurezza di Ankara. 

Nonostante un’estesa ricostruzione storica delle insicurezze intrinseche alla visione del mondo turca ecceda gli scopi di quest’articolo, è utile accennare brevemente alle ragioni per cui alcune regioni sono state percepite come fonti di perenne minaccia. In primo luogo, è appropriato uno zoom sul Mediterraneo Orientale, che rappresenta l’area di frizione principale con alcuni Stati Membri dell’UE.

Il valore chiave del Mar Egeo e dell’isola di Cipro per la sicurezza e la difesa nazione della Turchia non possono essere ignorati. Le due questioni hanno minato le relazioni, storicamente poco amichevoli, con la Grecia, tra gli sponsor principali dell’entrata di Cipro nell’UE. Le dispute marittime nelle acque contese dell’Egeo risalgono almeno al 1964, quando la Turchia estese le sue acque territoriali da 3 a 6 miglia nautiche (circa 11 km), reagendo alla medesima decisione effettuata dalla Grecia nel 1936. La situazione di precario equilibrio è durata fino ad ora, con Atene che controlla il 43,5% dell’Egeo, mentre Ankara solo il 7%, mentre il restante 49% alle acque internazionali[6].

L’eventuale estensione delle acque territoriali greche fino alle 12 miglia è considerata come una minaccia esistenziale e come un vero e proprio casus belli da parte di Ankara, a prescindere da quale partito politico detenga la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ciò equivarrebbe infatti all’occupazione da parte della Grecia del 71% dell’Egeo, di fronte ad un limitato aumento della percentuale appartenente alla Turchia (+1,8%). La paura di essere privati del diritto all’esplorazione e allo sfruttamento delle acque internazionali è ancora palpabile nel modo in cui il Ministero degli Esteri turco dipinge la controversia marittima[7]. Altri motivi della disputa, che potrebbe scatenare un’escalation tra i due Stati, sono inerenti all’assenza di un accordo di delimitazione sulla Piattaforma Continentale, all’estensione dello spazio aereo sull’Egeo e alla securitizzazione degli atolli rocciosi e delle isole, che nonostante la dimensione rappresentano asset particolarmente strategici, progressivamente militarizzati nell’ambito della competizione navale.

Il colpo di Stato appoggiato dalla Grecia e il successivo supporto per l’indipendenza della parte meridionale di Cipro hanno creato da allora una sorta di sindrome di accerchiamento tra i militari e i politici turchi. La creazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord tra luglio e agosto del 1974 fu descritta come un’ “operazione di pace” per contrastare la minaccia ellenica, che da quel momento in poi avrebbe incrinato le percezioni di insicurezza della Turchia[8].

La frattura esistenziale con Cipro ha ostacolato il processo di negoziazione con l’UE, nonostante il tentativo (fallito) da parte dell’AKP di riconcettualizzare il problema spogliandolo del lessico securitario, durante il primo governo di Recep Tayyip Erdoğan. rendere quella che era una “minaccia vitale per la sicurezza” un normale “problema politico” rappresentava un modo per rinforzare le posizioni turche nel negoziato con Bruxelles e per mostrare un atteggiamento positivo nei confronti della risoluzione del conflitto – in contemporanea all’endorsement del Piano Annan da parte di Cipro del Nord. Ciononostante, gli sforzi per evitare un gioco a somma zero fallirono a causa della strenua opposizione turca al riconoscimento formale di Cipro e all’apertura dei traffici commerciali a Nicosia, in ottemperanza al Protocollo Addizionale agli Accordi di Ankara firmati nel 1963[9].

La Turchia sarà maldisposta a promettere concessioni e a ritrattare da questi due pilastri della sua strategia di sicurezza su Cipro, in aggiunta ad un terzo elemento considerato al di fuori delle trattative – cioè la riduzione del numero di truppe schierate nel Nord dell’isola[10]. Ciò che l’UE considera come un’ “occupazione del suolo cipriota” incarna in realtà una “questione di onore per la Turchia, paragonabile a quella delle Falklands per il Regno Unito”[11]. La stessa ragione serve a spiegare la riluttanza turca ad accettare che in futuro, dopo un’eventuale riunificazione dell’isola, i turchi che vivono nel nord saranno considerati come una “minoranza” e quindi discriminati a vantaggio della maggioranza greca. Ciò si aggiunge al fatto che la gara al controllo del Mar Egeo rischia di attizzare le tensioni tra la Turchia, da un lato, e Grecia e Cipro, dall’altro, in termini di libertà di navigazione e di sfruttamento delle risorse naturali di gas che recentemente hanno suscitato l’interesse di alcuni attori regionali.

Oltre al Mar Egeo, vale la pena di identificare anche la strategicità delle aree localizzate sul lato Orientale del Mediterraneo, che sono causa di confronti periodici molto aspri tra la Turchia e i suoi alleati occidentali. Un breve focus su tre questioni dirimenti permette di capire alcune percezioni di insicurezza della Turchia, che i politici dell’UE dovrebbero tenere a mente nel momento in cui si siedono al tavolo delle trattative con Ankara.

La minaccia del terrorismo curdo nelle zone di confine securitizzate con la Siria, l’Iraq e l’Iran è al primo posto tra queste. A tal proposito, Ankara dichiara che l’UE dovrebbe compiere sforzi più decisi per sradicare le ramificazioni del PKK in alcuni Stati Membri e quindi neutralizzare la suddetta minaccia terroristica. Il disaccordo della Turchia circa il supporto statunitense alle unità YPG – considerate come un gruppo terroristico legato al PKK – nel Nord della Siria potrebbe danneggiare le relazioni con gli Stati Europei che, si ritiene, contribuiranno alle operazioni militari in loco per sostituire la presenza americana nelle aree a maggioranza curda[12].

Lo spauracchio del secessionismo curdo può essere visto come un prodotto della cosiddetta “sindrome di Sèvres” o “Sèvres-fobia”, inscritta nella mentalità delle forze armate: la persuasione, molto diffusa in certi circoli militari e politici, che il mondo esterno (l’Occidente) e i suoi agenti interni (i curdi, ma anche gli islamisti o i gulenisti, per certi aspetti) complottino per indebolire e frammentare lo Stato Turco[13].

Il Vicino e Medio oriente[14] è stato sempre inserito tra le priorità dell’agenda di politica estera turca e rappresenta ancora un’area che difficilmente placherà le percezioni di insicurezza della Turchia per una varietà di ragioni – la gestione delle risorse idriche, la sicurezza energetica, i flussi migratori illegali, il conflitto Israelo-palestinese. Eppure, le posizioni della Turchia e dell’UE sono combaciate su alcuni dossier recenti (ad esempio sulla gestione dei rifugiati e dei richiedenti asilo), funzionali a rinforzare la partnership e a ridurre alcuni gap emersi nelle dinamiche bilaterali. 

Infine, la problematica e annosa relazione con l’Armenia è ancora lontana dal raggiungimento di una soluzione pacifica e potrebbe costituire un peso nei negoziati con l’UE. Più che la postura di Erevan, il dialogo con Ankara è stato esacerbato dal contestato uso politico degli eventi storici da parte di alcuni Stati Membri: nello specifico, il riconoscimento del massacro degli armeni di inizio novecento come genocidio armeno. Una decisione considerata come mossa o da pura islamofobia o come sollecitata dalla diaspora armena. Questo rappresenta un’altra questione d’onore per la Turchia, che contesta il doppiopesismo degli Stati occidentali, spesso sordi difronte ai crimini di guerra compiuti dagli armeni nello stesso periodo o agli attacchi terroristi dell’organizzazione ASALA in Europa. La sospensione delle relazioni diplomatiche e il support all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno-Karabakh indeboliscono la riconciliazione con Erevan.

Impostare delle trattative sugli scomodi dossier citati in precedenza (Cipro e il Mar Egeo in primis) sarà un compito complicato per i politici di Bruxelles. L’UE dovrebbe capire che la logica della Turchia è imbrigliata nei calcoli di un attore geopolitico che vuole massimizzare la sua sicurezza nazionale, ma anche andare incontro ai bisogni simbolici ed emozionali di una popolazione patriottica che, nel caso della questione cipriota, interpreterebbe la firma del Protocollo Addizionale come “una svendita dell’isola alla Grecia”[15].

Questo divario esistente tra l’UE e la Turchia è stato scavato dalle loro proprie concezioni della cultura della sicurezza: più radicata nelle tradizionali preoccupazioni securitarie di uno Stato sovrano, ad Ankara, e invece più ispirata ad un modo post-moderno e post-militare di leggere la sicurezza, a Bruxelles ed in alcune capitali europee. Nonostante il recentissimo risveglio del sovranismo di estrema destra e dai metodi populisti in alcuni Stati Membri influenti, lo “scontro tra le culture di sicurezza”[16], modellato sulla base di differenti rappresentazioni dei danni e delle minacce alla coesione del tessuto nazionale e sociale, non è stato ancora risolto. L’enfasi dell’UE su temi quali società civile, migrazioni, diritti umani e coscienza ambientale non può guadagnare terreno alla stessa velocità in Turchia, ancora colpita da guerra a bassa intensità nel Sud-Est, attacchi terroristici, dispute sui confini territoriali e marittimi e dall’egemonia domestica del National Security Council nei discorsi sulla sicurezza nazionale[17]. Anche per queste ragioni l’Occidente è sempre stato costruito in modo ambiguo come una fonte sia di ispirazione e di sviluppo economico, sia di insicurezza, isolazionismo e subalternità.


Note

 

 

[1]  {Nonostante le rimostranze dovute all’esclusione dai processi di decision-making, la Turchia ha contribuito alle missioni militari (EUFOR-ALTHEA) e civili (EUPM) in Bosnia Erzegovina; alla missione EULEX in Kosovo; alla missione CONCORDIA (militare) e EUPOL (civile) Proxima in Macedonia del Nord; alla missione EUFOR RD Congo (militare) ed EUPOL (civile) Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo. L’aiuto fornito fino ad ora è stato generoso ed apprezzato, soprattutto durante le operazioni in EUFOR – BiH, in cui sono stati schierati 274 soldati, facendo della Turchia il secondo contributor della missione. Cfr. Tardy, T., CSDP: getting third States on board, European Union Institute for Security Studies, Brief Issue n. 6, March, Paris, 2014, p.1}.

[2]{Aydın-Düzgit, S., Kaliber, A., Encounters with Europe in an Era of Domestic and International Turmoil: Is Turkey a De-Europeanising Candidate Country?, South European Society and Politics, 21:1, 2016}.

[3] {Talbot, V. (eds.), Turkey: towards a Eurasian shift ?. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Ledizioni Ledi Publishing. Milano, 2018. L’argomento era già stato affrontato da Bilgin, P., Bilgiç, A., Turkey’s “New” Foreign Policy toward Eurasia. Eurasian Geography and Economics. 52:2, 2011}.

[4] {Cfr. Bilgin, P, Security dimension. A clash of security cultures? Differences between Turkey and the European Union revisited. In: Çakır A. (eds.), Fifty Years of EU-Turkey Relations. A Sisyphean Story, Routledge, London: New York, 2010}.

[5] {Imai, K., The possibility and limit of liberal middle power policies. Turkish foreign policy toward the Middle East during the AKP period (2005-2011). Lexington. Lanham, Maryland, 2018, p. 67}.

[6] {International Crisis Group, Turkey and Greece. Time to settle the Aegean dispute. Europe Briefing n. 64, Istanbul-Athens-Brussels, 2011, p. 4}.

[7] {Republic of Turkey. Ministry of Foreign Affairs. Background Note on Aegean Disputes. http://www.mfa.gov.tr/background-note-on-aegean-disputes.en.mfa (last accession 4-6-2019)}.

[8] {For the main securitized discourses about Cyprus, see Kaliber, A.,Securing the Ground Through Securitized ‘Foreign’ Policy: The Cyprus Case. Security Dialogue. Vol. 36, no. 3. September, 2005, p. 325-327}.

[9] {Martin, N., Security and the Turkey–EU Accession Process. Norms, Reforms and the Cyprus Issue. Palgrave MacMillan. New York, 2015, p. 117.}

[10] {Üstün, Ç.,Turkey and European Security Defence Policy. Compatibility and Security Cultures in a globalized world. IB Tauris. London, 2010, p. 96}.

[11] {Bağcı, H., Zeitgeist. Global Politics and Turkey, Orion, Ankara, 2008, p. 157}.

[12] {Bostan, Y, A European Army in northern Syria?, Daily Sabah,  17 February 2019. https://www.dailysabah.com/columns/yahya_bostan/2019/02/18/a-european-army-in-northern-syria (last access 05-06-2019)}.

[13] {Terzi, Ö., The influence of the Euopean Union on Turkish foreign policy, Ashgate. Surrey, 2010, p. 61}.

[14] {Altunişik, M. B., Lenore G.M., Making Sense of Turkish Foreign Policy in the Middle East under AKP. Turkish Studies, 12:4, 2011}.

[15] {Bağcı, H., Zeitgeist. Global Politics and Turkey, op.cit., p. 216}.

[16] {Bilgin, P, Security dimension. A clash of security cultures? Differences between Turkey and the European Union revisited, op.cit.}.

[17] {Kaliber, A., Securing the Ground Through Securitized ‘Foreign’ Policy: The Cyprus Case, op.cit., p. 328-330}.


Foto Copertina: La Yeni Cami o Moschea della Valide Sultan è una moschea imperiale ottomana situata a Istanbul, in Turchia


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Ugo Gaudino

Ugo Gaudino

Laureato alla Sapienza in Relazioni Internazionali, ex studente della Scuola Superiore di Studi Avanzati (SSAS), al momento frequento un Master di II livello in "Economia e istituzioni dei paesi islamici" alla Luiss. NEl 2017 ho effettuato un breve soggiorno di studio presso l École normale supérieure di Parigi.
Appassionato di teoria delle relazioni internazionali, di geopolitica e degli studi sulla sicurezza, attualmente concentro le mie ricerche su alcuni paesi dell'area MENA, sulle politiche mediterranee dell'Unione Europea e sulle comunità musulmane in Europa e sul legame tra cambiamenti climatici, migrazioni e sicurezza, .

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