Uguaglianza di genere e condizione giuridica della donna in India

Uguaglianza di genere e condizione giuridica della donna in India

Nonostante un alto tasso di crescita economica registrato negli ultimi dieci anni e l’impegno del governo di promuovere la parità di genere, in India permane una forte disuguaglianza tra uomini e donne.


Nel terzo trimestre del 2018 l’economia indiana ha registrato un tasso di crescita del 7,1%[1], confermandosi l’economia mondiale con la crescita più rapida[2].

Gli ottimi risultati raggiunti in ambito economico non corrispondono ad una situazione sociale altrettanto positiva: l’India è uno dei paesi con il più ampio gender gap e questo rappresenta un ostacolo per il suo sviluppo. Infatti, secondo uno studio del McKinsey Global Institute[3], confermato da un rapporto del Fondo Monetario Internazionale[4], una maggiore partecipazione delle donne alla forza lavoro può aumentare la produttività e stimolare la crescita economica.

La bassa performance dell’India in tema di uguaglianza di genere comporta diverse conseguenze e si riflette particolarmente sul rapporto numerico tra i sessi che nel 2018 ha raggiunto il valore di 901 (901 donne ogni 1000 uomini)[5].

Nel 1990 Amartya Sen, economista e filosofo bengalese, pubblicò un saggio[6] sul New York Review of Books in cui denunciava l’allarmante squilibrio demografico presente in Africa del Nord ed in Asia, in particolare in India, Cina, Pakistan e Bangladesh, stimando circa 100 milioni di “donne mancanti”. Nel suo articolo, Sen associava questo deficit non solo alla dilagante pratica degli aborti selettivi, ma anche alle diseguaglianze sociali che privano le donne di un accesso equo alle risorse del proprio paese.

Dopo circa trenta anni dalla pubblicazione del saggio di Sen, la situazione non è affatto cambiata e l’India resta uno dei paesi al mondo con una sex ratio tra le più sproporzionate.

Secondo un rapporto del governo indiano[7], pubblicato all’inizio del 2018, attualmente mancano 63 milioni[8] di donne dalla popolazione e quasi 2 milioni vengono perse ogni anno a causa di aborti selettivi, malattie e malnutrizione. I dati sono stati raccolti dal Ministero delle Finanze indiano nel suo report annuale sull’economia.

Il rapporto stima inoltre che altre 21 milioni di ragazze siano “indesiderate” dai loro genitori che, pur portando a termine la gravidanza, preferirebbero un figlio maschio. In questi casi i genitori procreano fino alla nascita di un maschio, dando origine a famiglie numerose e, spesso, povere.

La preferenza per i figli maschi è motivata da fattori economici, religiosi e sociali. Innanzitutto, il figlio maschio è l’unico a poter ereditare il nome e la proprietà di famiglia. I figli maschi, poi, provvedono al mantenimento della famiglia restando nella casa natale. Al contrario, avere una figlia femmina comporta un costo, poiché è ancora in uso l’arcaica tradizione della dote quando una figlia si sposa, sebbene l’istituto sia stato abolito nel 1961. Il rapporto ha mostrato che la sex ratio nei diversi stati indiani peggiora anche in presenza di un reddito maggiore; i sociologi ritengono che la preferenza per i figli maschi non sia una pratica esclusiva delle famiglie che vivono in povertà, ma sia diffusa anche tra le classi medio-alte.

L’ineguaglianza di genere in India ha diverse cause che sono, però, tutte connesse e dipendenti l’una dall’altra. In primo luogo, l’ineguaglianza è frutto di un retaggio culturale e, in particolare, affonda le sue radici nel sistema patriarcale che pone la donna in uno stato di subordinazione prima al padre, poi al marito ed infine ai figli maschi. Le tradizioni patriarcali hanno relegato la donna a un ruolo secondario, assoggettandola all’uomo. È anche per questo motivo che in India la violenza sulle donne è all’ordine del giorno e spesso, secondo le norme sociali, non si tratta neanche di un crimine. Basti pensare che la legge sulle molestie sul luogo di lavoro sia stata introdotta solo nel 2013, dopo diciassette anni di lotte.

La presenza di leggi consuetudinari delle diverse religioni presenti in India, che sono discriminanti per la donna, costituisce un enorme ostacolo alla realizzazione della parità fra i sessi e fa’ si che i diritti garantiti dalla Costituzione vengano, di fatto, negati.

La Costituzione indiana[9], approvata il 26 gennaio 1950, prevede infatti diverse disposizioni a tutela della donna e dell’uguaglianza in generale. L’art. 14 sancisce il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; l’art. 15 contiene una disposizione volta a tutelare la donna da ogni forma di discriminazione, vietando allo stato di discriminare il cittadino sulla base di motivi religiosi, di classe, di sesso etc. Il terzo comma dello stesso articolo incoraggia lo stato ad adottare misure e provvedimenti idonei per donne e bambini. Ancora, l’articolo 16 sancisce il principio delle pari opportunità in ambito lavorativo. Inoltre, l’articolo 51 annovera tra i doveri fondamentali del cittadino quello di rinunciare a qualsiasi atteggiamento o pratica che possa risultare umiliante nei confronti della donna.

In teoria, dunque, la donna in India ha stessi diritti dell’uomo ed è tutelata da qualsiasi forma di discriminazione; in pratica la situazione è totalmente diversa. L’assetto liberale della Costituzione indiana entra in competizione con usi e consuetudini che vanno in contrasto con il principio dell’uguaglianza di genere, dando vita ad inesauribili contraddizioni.                                                          

Un altro fattore responsabile per l’ampio divario tra uomini e donne in India è la povertà. Molto spesso le famiglie numerose non hanno le risorse necessarie per prendersi cura di tutti i membri del nucleo familiare e, costrette a fare una scelta, prediligono il sostentamento dei figli maschi. Le figlie femmine quindi hanno meno cibo o di qualità inferiore, non ricevono adeguate cure mediche, né l’istruzione perché mandare una bambina a scuola non è visto come un buon investimento, in quanto una volta sposata lascerà la sua famiglia di origine.

Di conseguenza, il tasso di mortalità delle donne rispetto a quello degli uomini è molto più alto di quanto ci si aspetterebbe in un paese con un elevato livello di sviluppo economico quale l’India.

La mancanza di istruzione provoca una serie di problemi per le donne che peggiora ulteriormente la loro condizione e allarga il gender gap. Innanzitutto, le donne non istruite non sono consapevoli dei loro diritti ed opportunità; questo frena il loro sviluppo ed impedisce loro di accedere alle risorse economiche, nonché di partecipare attivamente ai processi di decisione pubblica che le vedono coinvolte. In secondo luogo, le donne non istruite hanno meno competenze e capacità che si traducono in meno opportunità di lavoro e salari più bassi. Infine, non essendo istruite, le donne non riescono a fare delle scelte indipendenti e per questo sono persuase, o addirittura costrette, a sposarsi giovanissime.

È proprio grazie all’aumento del livello dell’istruzione femminile e agli investimenti per le ragazze che, secondo un report pubblicato a marzo 2018 dall’UNICEF[10], il numero dei matrimoni infantili in India si è ridotto di oltre un terzo rispetto a dieci anni fa. Si registrano dei progressi, ma la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga.

Lo scorso dicembre, il World Economic Forum ha rilasciato il Global Gender Gap Index Report[11] relativo all’anno 2018, esaminando 149 paesi sulla base del loro progresso verso la parità di genere.

L’indice misura il divario tra uomini e donne sulla base di quattro pilastri: opportunità economiche, istruzione, salute e rappresentanza politica. Per il secondo anno di fila, l’India si è classificata al 108° posto, dimostrando di non essere migliorata nella classifica generale della parità tra uomini e donne. In termini di opportunità economiche e partecipazione, l’India ha raggiunto un risultato finanche peggiore, classificandosi al 142° posto su 149. Inoltre, l’India continua a classificarsi al terzo posto più basso nella classifica mondiale per salute e sopravvivenza, rimanendo il paese al mondo che ha conseguito meno miglioramenti in questo parametro negli ultimi dieci anni.

Tuttavia, bisogna riconoscere il miglioramento registrato per quanto riguarda la parità dei salari, nonché il fatto che l’India sia riuscita a chiedere per la prima volta il divario in ambito di istruzione terziaria. Tra gli altri paesi dell’Asia meridionale, l’India ha conquistato il quarto posto con i primi 3 assegnati a: Bangladesh (48°), Sri Lanka (100°) e Nepal (105°).

Da tempo consapevole del bisogno di un cambiamento, il governo indiano ha intrapreso diverse azioni per migliorare la condizione delle donne nel paese. Nel 2015, ad esempio, è stata lanciata una campagna dal nome “Salva tua figlia, educa tua figlia”[12], volta a sensibilizzare la popolazione e spingerla ad abbandonare alcune tradizioni, con lo scopo di contrastare la pratica degli aborti selettivi e, più in generale, risolvere il problema della violenza contro le donne.

Depenalizzazione dell’adulterio

A settembre 2018, i giudici della Corte Suprema hanno depenalizzato l’adulterio, disciplinato dall’art. 497 del codice penale, che era in vigore da 158 anni e risalente all’epoca coloniale britannica. Una disposizione chiaramente sessista che trattava le donne come proprietà dei mariti e le privava della loro dignità. L’articolo, infatti, prevedeva la possibilità solo per l’uomo di presentare denuncia e permetteva di infliggere fino a cinque anni di carcere a qualunque uomo fosse stato colpevole di essere andato a letto con una donna sposata senza il permesso del marito di quest’ultima. La donna non solo non poteva denunciare il tradimento del marito, ma non era neanche considerata responsabile in caso fosse stata lei a tradire; in altre parole, la donna era solo l’oggetto del tradimento, il quale diventava una questione esclusivamente degli uomini.

Questa sentenza è stata seguita da un’altra con la quale la Corte Suprema ha stabilito che tutte le donne hanno piena libertà di culto, al pari degli uomini, inclusa la possibilità di accedere ai templi. La decisione ha abolito un divieto secolare che impediva alle donne in età mestruale (dai 10 ai 50 anni) di recarsi nei templi perché considerate impure ed arriva dopo 20 anni di battaglia legale.

La pronuncia della Corte, che ha avuto come conseguenza la cancellazione del divieto di accesso al tempio di Lord Ayyappa, a Sabarimala, in Kerala, non è stata accolta positivamente dai tradizionalisti e dai religiosi integralisti, i quali hanno inscenato violente proteste nel tentativo di preservare il divieto. A causa di queste proteste, è stato solo a gennaio 2019 che due donne in età fertile sono riuscite ad entrare nel tempio di Sabarimala, grazie alla protezione della polizia e ad una vera e propria catena umana lunga 620 chilometri[13], formata da donne indù, musulmane, cristiane, credenti e attiviste laiche, tutte unite da una sola causa: l’applicazione del principio di uguaglianza.

Questo episodio non fa altro che confermare l’intrinseca conflittualità dell’India che vede da un lato provvedimenti legislativi e giurisprudenziali, nonché campagne di sensibilizzazione a favore delle donne e volti alla modernizzazione del Paese e dall’altro usi e consuetudini all’insegna della misoginia e strettamente ancorati al passato.

Lo Stato da solo non può provocare un cambiamento radicale, se la popolazione non è pronta a dire addio a tradizioni anacronistiche. Per questo motivo è importante sensibilizzare i cittadini sull’importanza della parità di genere, un obiettivo necessario non solo per migliorare la condizione delle donne, ma anche per favorire lo sviluppo sostenibile del paese. Nonostante i lievi miglioramenti che si sono verificati negli ultimi anni, l’India ha ancora tanta strada da fare per diventare un paese in cui l’uguaglianza di genere non sia solo un diritto scritto, ma una realtà.


Note

[1] https://tradingeconomics.com/india/gdp-growth-annual

[2]https://economictimes.indiatimes.com/news/economy/indicators/indias-september-quarter-gdp-growth-moderates-to-7-1-lower-than-estimates/articleshow/66882111.cms

[3] https://www.mckinsey.com/featured-insights/gender-equality/the-power-of-parity-advancing-womens-equality-in-india-2018

[4]https://www.imf.org/~/media/Files/Publications/PP/2018/pp053118pursuing-womens-economic-empowerment.ashx

[5]https://timesofindia.indiatimes.com/city/gurgaon/no-progress-in-sex-ratio-raid-team-shuffle-blamed/articleshow/67564487.cms

[6] Sen, A (1990), “More than 100 million women are missing”, New York Review of Books: 61–66. 

[7] http://mofapp.nic.in:8080/economicsurvey/

[8] https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2018/01/29/india-has-63-million-missing-women-and-21-million-unwanted-girls-government-says/?noredirect=on&utm_term=.0f529fae0108  

[9] https://www.india.gov.in/sites/upload_files/npi/files/coi_part_full.pdf 

[10] https://www.unicef.org/press-releases/25-million-child-marriages-prevented-last-decade-due-accelerated-progress-according

[11] http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2018/

[12] https://www.thedailystar.net/save-the-daughter-teach-the-daughter-61248

[13] https://www.bbc.com/news/world-asia-india-46728521


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Teresa De Vivo

Teresa De Vivo si è laureata in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli ed ha successivamente conseguito un master di II livello in Affari Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma con una tesi sul collegamento tra la corruzione e il traffico di esseri umani.
Appassionata di diritti umani, da sempre si spende in favore della loro promozione e difesa.
Attualmente riveste il ruolo di Coordinatrice di progetto presso Womenpreneur, un’organizzazione no profit che si occupa di women empowerment.

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