L’ UNESCO al bivio: sfide, obiettivi e contrasti alla luce della 39esima Conferenza Generale.

L’ UNESCO al bivio: sfide, obiettivi e contrasti alla luce della 39esima Conferenza Generale.

La 39esima Conferenza Generale dell’ UNESCO ha avuto luogo dal 30 Ottobre al 14 Novembre 2017, nel suo quartier generale parigino all’ombra della Torre Eiffel. L’incontro, che si tiene ogni due anni, si è svolto in un momento di tensione e preoccupazione per le sorti dell’organizzazione stessa, e, più che in altre edizioni, le tendenze emerse in seno all’assemblea influenzeranno in maniera decisiva il suo operato negli anni a venire.

L’UNESCO in pillole

Può essere utile ripetere quale sia il mandato dell’organizzazione, di cui spesso il pubblico estraneo ai lavori ignora lo spettro: istituita nel 1945, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ( UNESCO)  viene considerata l’organo specializzato del “soft power” del sistema ONU,cioè competente in quella serie di elementi non strettamente connessi al campo politico che possono però influenzare la cooperazione, la pace e lo sviluppo sostenibile tra i popoli[1].

Questo mandato si è tradotto negli anni in una moltitudine di diverse attività, che spaziano dalla tutela del patrimonio culturale mondiale , alla tutela di usi, costumi e tradizioni (il cosiddetto “patrimonio immateriale dell’umanità”), dalla promozione della cooperazione in campo scientifico e accademico, all’assistenza ai paesi in via di sviluppo per garantire un’educazione accessibile e universale, dalla creazione di sistemi di prevenzione per i cataclismi alla promozione di spazi democratici di discussione che coinvolgano i giovani nei paesi che hanno deficit di democrazia. Per dirla con un motto utilizzato spesso dall’UNESCO stessa, l’organizzazione si propone in sintesi di “costruire la pace nella mente delle persone”[2].

  1. Una storia controversa

Perché dunque un organo con un così nobile – e apparentemente innocuo – compito è stato duramente attaccato da alcuni stati, Israele e Stati Uniti d’America primi fra tutti? La ragione si può rinvenire nel modus operandi dell’UNESCO, che, proprio in virtù della sua lontananza dai temi di scontro tra potenze, si è sempre contraddistinta per uno spiccato multilateralismo, che valorizza in modo quasi  paritetico le posizioni dei diversi stati membri, e che raramente è rispecchiava gli equilibri di forze presenti in altri organi delle Nazioni Unite.

Il sistema “una testa, un voto”, che ha già portato svariate volte i paesi in via di sviluppo a superare i paesi industrializzati in seno all’Assemblea Generale dell’ONU è stato ancora più accentuato nell’UNESCO, dove non sono presenti vincoli né di carattere istituzionale (come il potere di veto in seno al consiglio di sicurezza), né di carattere economico (come succede invece negli organi che disciplinano l’economia intergovernativa). A tutto ciò si è unito un atteggiamento sempre più tollerante dei paesi europei, che spesso, soprattutto negli ultimi anni, hanno approfittato del campo d’azione “defilato” dell’UNESCO per smarcarsi dalle politiche americane.

Questa serie di fattori ha contribuito, nel tempo, a rendere l’UNESCO agli occhi degli Stati Uniti come un’Organizzazione Internazionale non solo politicizzata – in rottura con l’obiettivo fondativo dell’ente – ma un vero e proprio attore antagonista delle politiche americane, comportando l’annuncio del ritiro dall’organizzazione il 11 Ottobre 2017[3] – seguito a ruota dal simile comunicato di Israele[4]. Non è la prima volta che si arriva ad un volontario esilio degli statunitensi dall’organizzazione: questi infatti già avevano abbandonato l’UNESCO nel 1984, sotto la presidenza di Ronald Reagan[5], seguiti nel 1985 dal Regno Unito tatcheriano[6].

La ragione della fuoriuscita, all’epoca, riguardava un progetto denominato “Nuovo Ordine Mondiale dell’Informazione”[7], che, a dire dei due stati, rappresentava un tentativo di promuovere la propaganda antioccidentale e antiamericana nel mondo. Il Regno Unito rientrerà nel palazzo di Place de Fontanoy nel 1998, sotto Tony Blair, gli Stati Uniti solo nel 2003, sotto la presidenza di George W. Bush.

Questa volta, le ragioni del ritiro degli Stati Uniti – e di Israele – sono diverse, anche se possono essere ricondotte alle tendenze multilaterali di cui dicevamo: dopo 20 anni di rinvii, nel 2011, la Palestina è stata riconosciuta a tutti gli effetti come stato membro dell’organizzazione – grazie anche ai voti favorevoli e alle astensioni di numerosi stati europei.

Ciò ha obbligato di fatto gli Stati Uniti, benché guidati dal conciliante Obama, ad interrompere il pagamento della propria quota ai fondi dell’UNESCO in virtù di alcune leggi degli anni ’90 che impediscono allo stato americano di finanziare organizzazioni internazionali nelle quali sia presente anche lo stato palestinese (scelta immediatamente seguita anche dal governo Israeliano). Per questo motivo, dal 2011, l’UNESCO si è ritrovata a fare i conti con un’improvvisa mancanza di fondi che ha messo a dura prova le sue capacità organizzative[8].

  1. La fuoriuscita di Trump e Netanhyau

L’ultimo atto della trafila tra USA e UNESCO si è consumato lo scorso 11 Ottobre, pochi giorni prima dell’inizio dei lavori della Conferenza Generale, con l’annuncio del ritiro dall’organizzazione, accusata di essere politicizzata e sfruttata dal mondo arabo per portare avanti una politica anti-israeliana. Questa decisione non è arrivata all’improvviso: alcuni segnali di rottura tra gli Stati Uniti, Israele e l’organizzazione con riguardo al caso palestinese si erano già palesati negli scorsi mesi. In particolare, il dissenso si era fatto più aspro quando è stata ammessa la città di Hebron – situata nei territori occupati – nel novero dei patrimoni mondiali dell’umanità, sotto l’egida della Palestina[9], ma anche con la risoluzione del Consiglio Esecutivo dell’Aprile scorso sui territori palestinesi occupati. In quella sede si dichiarava l’importanza della città di Gerusalemme per le tre religioni monoteiste, in modo paritetico, ritenuta inappropriata dagli Israeliani e che ha sollevato numerose polemiche e i voti contrari di numerosi paesi, tra cui l’Italia[10].

In realtà, i motivi che hanno portato a questa scelta, come riferito anche dall’Ambasciatore di Washington durante il suo discorso di politica generale, sono diversi, e frutto di ragionamenti sia politici che logistici: dal punto di vista politico, è evidente come la risoluzione dell’anno scorso sulla protezione del patrimonio nei territori occupati abbia inflitto un duro colpo alla retorica Israeliana; , dal punto di vista logistico, gli Stati Uniti hanno ormai un debito di più di 500 milioni di dollari nei confronti dell’Organizzazione, debito che sarebbe soltanto cresciuto negli anni se non si fosse provveduto a modificare il rapporto tra gli Stati Uniti e l’UNESCO stessa.

Non a caso si è parlato di modificare: ci sono diversi elementi, infatti, che fanno presupporre comunque una partecipazione americana nelle attività e nei progetti dell’organizzazione: una proposta a carattere logistico presentata alla Conferenza Plenaria, che doveva regolare la fuoriuscita degli Stati Uniti, è stata rigettata in seguito alle richieste della direttrice generale, che ha chiesto del tempo, dato che le trattative sono ancora in corso; lo stesso rappresentante permanente presso l’UNESCO – visibilmente dispiaciuto per il corso degli eventi – ha inoltre ribadito la fedeltà degli Stati Uniti agli ideali fondativi dell’ente, che gli americani resteranno nell’organizzazione come stato osservatore e che continueranno a supportare i progetti a livello di comunità locali o in specifici settori[11]. Nella sostanza, le differenze tra il prima e il dopo l’annuncio dell’11 Ottobre saranno ben poche (gli USA avevano già da anni perso il proprio diritto di voto dopo il mancato pagamento delle proprie quote).

Di tutt’altro contegno invece l’atteggiamento di Israele durante i lavori della Conferenza: aggrappandosi ad ogni strumento procedurale possibile, ha rallentato per giorni i lavori della Commissione Educazione, chiamata ad esprimersi su una risoluzione presentata da diversi stati arabi sulla promozione dell’educazione nei territori palestinesi occupati[12], allungando la discussione in modo inverosimile nonostante non avesse neanche il diritto di voto sul tema.

Le cose sono poi degenerate durante il discorso del rappresentante israeliano in Assemblea plenaria: dopo aver ringraziato gli Stati Uniti per essere usciti dall’organizzazione, l’ambasciatore ha accusato l’UNESCO di essere “il Titanic delle organizzazioni internazionali”, politicizzata e venduta ai petrodollari delle monarchie del golfo; poi ha preso una bibbia in mano e agitandola in aria ha rivendicato l’unicità del legame di Gerusalemme con la religione ebraica. L’ambasciatore ha parlato per circa il doppio del tempo consentitogli, costringendo la presidente dell’assemblea a chiedergli più volte di terminare il proprio discorso e ha continuato a evocare i genocidi compiuti dal popolo islamico anche dopo che il suo microfono era stato spento, fermandosi solo al momento in cui delle guardie di sicurezza stavano per avvicinarsi al palco: una scena che difficilmente sarà dimenticata dai presenti[13].

  1. La crisi finanziaria

Senza soffermarci ulteriormente sulle modalità colorite con le quali Israele ha portato avanti il proprio dissenso, è però necessario precisare quali siano gli elementi su cui si fonda: è vero che, a partire dal 2011, e dal momento in cui gli Stati Uniti e Israele hanno smesso di pagare le proprie quote, una parte delle perdite nel bilancio dell’organizzazione sono state coperte grazie a donazioni spontanee da parte degli stati, buona parte delle quali provenienti dalle monarchie del golfo.

Già nel momento di massima crisi, quando il budget dell’organizzazione è stato repentinamente tagliato di circa il 30%, costringendo la chiusura di diversi programmi e una serrata spending review dell’apparato organizzativo dell’ente, dei 60 milioni di dollari raccolti da donazioni volontarie, due terzi provenivano da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che hanno contribuito ciascuno con 20 milioni[14].

La situazione ad oggi non è diversa,e ulteriori donazioni spontanee, premi e programmi sono stati annunciati dal Kuwait, dai Sauditi e dagli Emirati Arabi Uniti. A ciò va aggiunto un elemento di grande impatto: la sala della Conferenza Generale è stata rimodernata grazie ai soldi degli Emirati, con lo sceicco di Dubai invitato a dare il discorso inaugurale durante la cerimonia d’apertura – “potrete avere delle belle luci in questa sala, ma i vostri petrodollari non potranno comprare la nostra coerenza” ha detto il rappresentante di Israele.

E’ un cane che si morde la coda: senza il ritiro dei finanziamenti Americani e Israeliani probabilmente non ci sarebbe stato spazio per così ingenti donazioni pagate in petrodollari. A tutto ciò va aggiunto che anche il Giappone ha smesso di pagare la sua quota a partire dal 2016[15], quando gli eccidi commessi dai Giapponesi in Cina a partire dal 1937 sono stati inseriti nel registro della “Memoria Globale”[16]. Va segnalato che il Giappone contribuisce a circa l’11% del budget UNESCO e il mancato introito di questa somma rende ancora più difficile portare avanti i programmi dell’ente.

  1. Passaggio di consegne al vertice

Un altro elemento fondamentale di questa Conferenza Generale è rappresentato dal cambio di leadership in capo all’organizzazione: dopo il doppio mandato di Irina Bokova, ex rappresentante permanente della Bulgaria e prima donna a ricoprire l’incarico, è stata approvata il 10 Novembre la nomina di Audrey Azoulay, proposta dal Consiglio Esecutivo.

Azoulay, ex ministro per la cultura francese sotto la presidenza Hollande, è stata eletta dopo una dura trafila, e dopo che oramai si dava per vincente la nomina di Hamad bin Abdulaziz al-Kawari, ex ministro della cultura del Qatar, che si era assicurato i voti di numerosi paesi in via di sviluppo: la vittoria della franco-marocchina si è basata su un risultato piuttosto risicato, e ha goduto dell’indispensabile supporto di Arabia Saudita e Egitto[17].

Appare dunque evidente come la faglia apertasi negli scorsi mesi tra le monarchie del golfo, quando l’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno dichiarato il Qatar “finanziatore dei terroristi” a causa dei suoi tentativi di avvicinamento all’Iran, abbia giocato un ruolo fondamentale nell’elezione del direttore generale, che probabilmente ha anche rappresentato occasione per la Francia di Emmanuel Macron di imporsi come nuovo intermediatore internazionale: non solo infatti le attività della Francia in seno all’UNESCO sono state caratterizzate da un insolito attivismo anche sulle questioni più delicate – come quelle riguardanti la Palestina, dove l’ambasciatore francese ha attaccato l’ostruzionismo Israeliano in commissione educazione – ma la scelta di una donna franco-magrebina, di origini ebraiche, ha sicuramente rappresentato una risposta efficace alle accuse di politicizzazione mosse dagli Americani.

L’attenzione verso l’elezione di Azoulay non deve però offuscare quella che a tutti gli effetti è stata la vera protagonista degli ultimi otto anni di vita dell’UNESCO, il direttore generale uscente Irina Bokova, che ha visto nella sua ultima conferenza generale il coronamento del suo percorso a place de Fontanoy.

La Bokova, che precedentemente era stata rappresentante permanente della Bulgaria, è stato la prima donna a guidare l’UNESCO, e ha saputo imprimere al suo operato l’impronta forte della sua visione, che spesso suole sintetizzare con il termine “nuovo umanesimo”[18]. E’ stato praticamente unanime l’apprezzamento degli stati al suo operato, nonostante i grossi problemi che hanno colpito l’organizzazione durante il suo doppio mandato: ella ha saputo traghettare l’organizzazione attraverso una gravissima crisi economica e numerosi conflitti politici riuscendo comunque a portare avanti progetti e campagne che saranno ricordate in futuro. Il suo impegno è stato riconosciuto in una cerimonia, predisposta da una risoluzione, nella quale all’intrattenimento musicale si sono alternati video che hanno mostrato la sua visione e il suo operato negli anni.

  1. Un ente impegnato su diversi fronti

Per comprendere la ragione di una simile gratitudine, è necessario ricapitolare i traguardi e le sfide che si sono presentate sul cammino dell’UNESCO in questi anni: dal punto di vista finanziario, infatti, nonostante la perdita di importanti fonti di finanziamento è senz’altro suo il merito di essere riuscita a mantenere in piedi la struttura organizzativa dell’organizzazione, riuscendo a razionalizzare gli scarsi fondi disponibili e a ridurre gli sprechi senza tagliare troppi progetti.

Al tempo stesso, il suo mandato è stato caratterizzato per uno spiccato attivismo in situazioni a rischio e di stretta attualità in cui raramente l’UNESCO si era impegnata, come la lotta alla distruzione del patrimonio culturale in zone di conflitto armato, promossa attraverso la campagna #united4heritage e culminata con la risoluzione 2347 del 2017 del Consiglio di Sicurezza, che ha confermato e rafforzato all’unanimità l’idea che la distruzione dei beni culturali debba essere considerata a tutti gli effetti un crimine di guerra. Allo stesso modo, l’UNESCO si è impegnata in prima linea per ricostruire il sito della moschea di Sidi Yahia a Timbuctu, patrimonio dell’Umanità distrutto durante la guerra in Mali, e ulteriori collaborazioni di questo tipo sono previste per la ricostruzione dei siti di Siria e Iraq.

Inoltre, sono aumentate le iniziative a tutela del patrimonio immateriale dell’umanità, con lo sviluppo dell’elenco dei patrimoni immateriali – creato nel 2008 – e la creazione del network delle “città creative”. Una trovata, quest’ultima, di un certo successo, e che ha consentito a numerose località di poter vedere riconosciute la propria cultura e le proprie eccellenze, senza forzare troppo la mano sull’estensione dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità, il cui numero è cresciuto tantissimo e per i quali sono stati previsti strumenti per ridurne le richieste di iscrizione.

Dal punto di vista della creazione di una cultura condivisa, inoltre, non si devono dimenticare gli impegni profusi in questi anni per scrivere dei testi di “Storia dell’Umanità”[19] o di Storia dei singoli continenti[20] da un punto di vista policentrico e multiculturale.

Questo non è tutto: nonostante nella conoscenza comune si tenda a confinare il ruolo dell’UNESCO alla tutela del patrimonio culturale (soprattutto in Italia), l’Organizzazione è impegnata su numerosi altri fronti, che sono stati oggetto di analisi durante le due settimane e mezzo della conferenza, e che hanno messo in luce come, nonostante tutto, rimanga un attore internazionale di primaria importanza.

Nell’ambito dell’educazione, per esempio, l’UNESCO è impegnata nella più ampia strategia delle Nazioni Unite per combattere l’estremismo violento e il terrorismo, e lo fa attraverso dei programmi mirati nei paesi più a rischio, volti a prevenire il problema già a partire dai banchi di scuola[21]. Un altro interessante programma presentato durante la conferenza riguarda la creazione di standard internazionali per i titoli di studio[22].

Inoltre, il settore educazione svolge importanti attività per promuovere l’educazione per tutti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, e per garantirne l’accesso in modo paritario tra i sessi, inserendosi anche in questo caso nel più ampio programma degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, 30 obiettivi che i membri delle Nazioni Unite si sono prefissati di raggiungere entro il 2030[23], il cui punto numero quattro riguarda proprio l’accesso all’educazione per tutti.

Di primaria importanza è anche il settore della scienza, che ha presentato in questa occasione un report sulle attività di ricerca nei paesi membri, analizzandone le politiche e i traguardi raggiunti. L’area scientifica si pone però anche delle domande morali, come dimostrato dalla presentazione a margine dei lavori di un interessante report sul rapporto tra etica e robotica[24].

Allo stesso tempo, però, il settore scientifico ha anche una sua rilevanza a livello pratico: è stato proprio l’UNESCO a farsi promotore di un sistema di prevenzione degli tsunami a livello internazionale[25], ed è sempre l’UNESCO che si occupa di studiare soluzioni scientifiche alle carestie che affliggono i paesi africani in questi anni, oltre che di promuovere la ricerca per combattere il cambiamento climatico a livello globale.

L’UNESCO si è però fatta negli ultimi anni anche promotrice di democrazia, libertà di informazione e pluralismo: interessanti sono progetti come quello “NetMED Youth”, finanziato dall’Unione Europea, che punta a coinvolgere i giovani maghrebini e mediorientali nella vita politica dei loro paesi, creando assemblee e utilizzando l’ente internazionale come intermediario nei confronti dei propri governi[26]; oppure l’importante campagna di sensibilizzazione per la libertà dei giornalisti, che ha mostrato le drammatiche cifre degli omicidi perpetrati per metterne a tacere le voci[27].

  1. Il futuro dell’organizzazione: tra sfide e opportunità

Alla luce di quanto detto sopra, dunque, si può notare come non si possa rimproverare all’UNESCO di non svolgere il suo mandato, che anzi, continua a essere svolto nonostante le insidie che la geopolitica mondiale cerca di inserire anche all’interno di un organo che dovrebbe esserne estraneo.

E’ vero, a volte l’eco delle tensioni che attraversano il globo è entrato anche nella sala dell’assemblea generale progettata da Pier Luigi Nervi, non solo con riguardo alla questione palestinese: Armenia e Azerbaijan hanno discusso animatamente sull’annosa questione del Nagorno Karabakh, dando luogo all’unica occasione durante i lavori di utilizzare il diritto di risposta consentito agli stati; la Grecia ha rinnovato la richiesta di restituzione dei marmi del Partenone; durante l’intervento del Gabon una donna – non autorizzata ad assistere ai lavori – si è alzata dai banchi delle ONG urlando e accusando il paese di commettere dei genocidi. Pochi momenti di tensione che, se è vero che ci sono stati, non hanno pregiudicato l’esito dei lavori e il proficuo raggiungimento di accordi e obiettivi.

A questi, si deve contrapporre la forte immagine dei sei bambini, provenienti da tutto il mondo, che hanno letto insieme alla presidente della commissione cultura, l’italiana Vincenza Lomonaco, un appello contro la distruzione del patrimonio culturale, nelle sei lingue ufficiali dell’organizzazione[28].

Con la fine dei lavori della 39esima sessione, sicuramente, si chiude un ciclo importante della settantennale storia dell’UNESCO: un ciclo che ha visto numerosi problemi colpirne il funzionamento e l’operato, ma che è stato comunque coronato anche da successi e da importanti progetti, resterà da vedere cosa riserva il futuro, per un’organizzazione che ha saputo – e dovuto – più volte trasformarsi nel corso degli anni.

La nuova direttrice generale ha indirizzato il suo discorso alla conferenza degli stati membri il 13 Novembre: forte di un ritrovato protagonismo della Francia sullo scacchiere internazionale, la Azoulay ha avuto il coraggio di prendere di petto le questioni più spinose che dovrà affrontare, e non ha lesinato una certa critica nei confronti dei paesi uscenti, che abbandonano l’organizzazione proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno; per lo stesso motivo non ha esitato a redarguire gli stati per la leggerezza con la quale attendono all’onere del pagamento delle proprie quote.

Se riuscirà a mantenere un profilo forte e dinamico, l’organizzazione, appesantitasi sotto il peso delle ingerenze politiche, non potrà che giovarne.Resterà da vedere quale campo d’azione le sarà riservato dagli stati, pronti come sempre a cercare di mettere le proprie bandiere su un’idea bellissima: unire i popoli attraverso la scienza, la cultura e l’educazione, dimenticandosi delle proprie divergenze in una sala parigina e mettendo assieme i propri saperi per costruire la pace.


[1] Un’interessante nozione di “soft power” è quella fornita da Joseph s. Nye su Foreign Policy nel 1990 ( Cfr.Nye, Joseph S. “Soft Power.” Foreign Policy, no. 80, 1990, pp. 153–171. JSTOR, JSTOR, www.jstor.org/stable/1148580 )

[2] La citazione “Building peace in the mind of men and women”, oramaidiventato un vero e proprio slogan dell’UNESCO, è ripresodirettamente dal primo verso del preamboloallaCostituzionedell’UNESCO, cherecita: “Since wars begin in the minds of men, it is in the minds of men that the defences of peace must be constructed

[3] Cfr. Con il comunicato stampa di Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato americano del 12 Ottobre 2017, www.state.gov/r/pa/prs/ps/2017/10/274748.htm.

[4] Per i dettagli della dichiarazione israeliana e le reazioni della comunità internazionale: Peter Beaumont, Unesco: Israeljoins US in quitting UN heritage agency over ‘anti-Israelbias’, The Guardian, 12 Ottobre 2017, www.theguardian.com/world/2017/oct/12/us-withdraw-unesco-december-united-nations .

[5]Cfr. Bernard Gwertzman,U.S. is quitting UNESCO, affirms backing for U.N., The New York Times, 30 Dicembre 1983, www.nytimes.com/1983/12/30/world/us-is-quitting-unesco-affirms-backing-for-un.html .

[6]Cfr. Jo Thomas,Britain Confirms Its Plan To Quit A ‘Harmfully Politicalized Unesco’, The New York Times, 6 Dicembre 1985.

[7] Il “New World Information and Communication Order” è stato un progetto rilanciato dall’UNESCO negli anni ’70, su spinta soprattutto dei paesi cd. “non allineati”. La tematica è stata oggetto dell’analisi di una apposita commissione, guidata dal premio Nobel Sean McBride, che ha prodotto una serie di documenti in cui si evidenziava la parzialità dei mass media a favore di un punto di vista incentrato sull’occidente, dovuto anche alla concentrazione delle agenzie di News a Londra, Parigi e New York. I risultati di queste riflessioni sfociarono in un documento conclusivo, intitolato “Many Voices, One World”, pubblicato dall’UNESCO nel 1981. Cfr. “A New World Information and Communication Order: Towards a Wider and Better Balanced Flow of Information”, UNESDOC COM/82/WS/12, unesdoc.unesco.org/images/0004/000494/049414eb.pdf ; “Many Voices, One World, Communication and Society Today and Tomorrow”, Report by the International Commission for the Study of Communication Problems, UNESCO, Parigi, 1980, unesdoc.unesco.org/images/0004/000400/040066eb.pdf .

[8]Cfr. Klaus Hüfner,The Financial Crisis of UNESCO after 2011: Political Reactions and Organizational Consequences, in Global Policy, Volume 8, Supplemento 5, Agosto 2017.

[9]Il sito di Hebron, che è stato proclamato patrimonio dell’umanità con il numero 1565 il 7 Luglio 2017 (Decisione 41 COM 8B.1), è stato poi anche dichiarato quasi contestualmente sito a rischio, proprio a causa dell’occupazione israeliana, durante la 41 sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale (Decisione 41 COM 8B.1).

[10]Decisione del consiglio esecutivo del 27 Aprile 2017, num. 201 EX/PX/DR.30.1.

[11] Il discorso può essere trovato online sul sito dell’UNESCO: en.unesco.org/sites/default/files/23_usa_speech_gpd_e_39_vr_11v2.pdf

[12] La stessa risoluzione sarebbe poi dovuta essere oggetto di dibattito anche in Commissione Cultura, eventualità evitata in virtù di un accordo che ha previsto la posticipazione della discussione. La bozza di risoluzione è la 39 C/COM ED-CLT/DR.1 del 30 Ottobre 2017, unesdoc.unesco.org/images/0025/002598/259808e.pdf .

[13] Si rinvia qui non solo al discorso pronunciato dal delegato, ma anche al video dell’intervento, per mostrare meglio l’inconsueta situazione. Testo: en.unesco.org/sites/default/files/17_israel_speech_e_39_vr_10.pdf?v=2 Video: www.youtube.com/watch?v=zYeJw0o_XR0&t=6445s

[14]Cfr.Klaus Hüfner,The Financial Crisis of UNESCO after 2011: Political Reactions and Organizational Consequences, in Global Policy, Volume 8, Supplemento 5, Agosto 2017.

[15]Agenzia France Press Tokyo, Japan halts Unesco funding following Nanjing massacre row, The Guardian, 14 Ottobre 2016, www.theguardian.com/world/2016/oct/14/japan-halts-unesco-funding-nanjing-massacre-row

[16]Cfr. Nomination Form – International Memory of the World Register, Documents of Nanjing Massacre www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CI/CI/pdf/mow/nomination_forms/china_nanjing_en.pdf

[17]Aurelien Breeden, At a Tumultuous Moment, Unesco Picks a New Leader, New York Times, 13 Ottobre 2017, www.nytimes.com/2017/10/13/world/europe/unesco-france.html

[18]Il tema del “Nuovo Umanesimo” è stato sin da subito messo al centro dell’operato della Bokova, sin dal suo discorso di insediamento. Successivamente, la stessa idea è stata riproposta in diverse occasioni, tra cui un discorso tenuto a Milano il 7 Ottobre 2010, e la pubblicazione del 2014 “Envisioning a New Humanism for the 21st Century – New Avenues for Reflection and Action”, nonché nel libretto regalato a tutti durante la cerimonia in suo onore.

[19] In Italia pubblicata come: Storia dell’Umanità, DeAgostini, 14 volumi

[20]Particolarmente importante da questo punto di vista è la General History of Africa, lanciata nel 1964, a cui hanno fatto seguito una History of Civilizations of Central Asia, una General History of Latin America, un volume su Different Aspects of Islamic Culture e una General History of the Caribbean. Non stupisca la mancanza di volumi dedicati all’Europa: l’obiettivo del progetto è proprio quello di raccontare la storia da un punto di vista plurale e non egemone, riuscendo a preservare la conoscenza degli accadimenti in modo diverso da quello eurocentrico diffusissimo nell’ambito storiografico.

[21]Cfr.Preventing violent extremism through education. A guide for policy-makers, UNESCO, 2017, unesdoc.unesco.org/images/0024/002477/247764e.pd ;UNESCO in Action: Preventing violent extremism worldwide, UNESCO, 2017, unesdoc.unesco.org/images/0025/002594/259485e.pdf .

[22]È il cosiddetto ISCED (International Standard Classification of Education); per maggiori informazioni uis.unesco.org/en/isced-mappings

[23]Gli obiettivi sono contenuti nella risoluzione A/RES/70/1 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 25 Settembre 2015. Pensati come un’evoluzione dei precedenti “Millennium Development Goals” (stabiliti alla vigilia del nuovo millennio), i SDG sono ad oggi il fulcro dell’operato del sistema delle Nazioni Unite nel loro insieme, e hanno l’ambizioso obiettivo di ricoprire tutti i campi dello sviluppo sostenibile, dall’ambiente ai diritti civili, dalla parità di genere all’educazione, dal lavoro al diritto all’acqua al cibo.

[24]Report of COMEST on Robots and Ethics, documentoSHS/YES/COMEST-10/17/2 REV, unesdoc.unesco.org/images/0025/002539/253952E.pdf

[25]A tal proposito è anche stato istituito l’ ITIC, International Tsunami Information Center, maggiori informazioni su itic.ioc-unesco.org

[26]Maggiori informazioni su www.netmedyouth.org

[27]Cfr. Report on The Safety of Journalists and the Issue of Impunity, UNESCO, 2016 (DocumentoCI-16/COUNCIL-30/4 Rev)

[28] L’appello, promosso dall’Italia e chiamato Protecting Culture and Promoting Cultural Pluralism: the key to lasting peaceè stato adottato all’unanimità dalla conferenza generale (Documento 39 C/57Annex II). Il video della lettura con i bambini è disponibile online: youtu.be/ChJREC4Jvbw?t=40m37s

Foto copertina : FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images

Enrico Massa

Enrico Massa

Enrico Massa nasce a Roma nel 1994. Cresciuto a Napoli, dopo la maturità classica presso il Liceo Umberto I, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università "Federico II" di Napoli, dove è attualmente iscritto al quinto anno. Tesista in Diritto Internazionale, ha alternato al percorso universitario periodi di formazione all'estero, attività nell'associazionismo (è nel consiglio direttivo di ELSA Napoli) e esperienze pratiche come moot court competitions e partecipazione a delegazioni internazionali. Attualmente è in scambio Erasmus presso l'Università "Paris 1 - Panthéon-Sorbonne".

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