La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Polonia e Ungheria

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Polonia e Ungheria

Visegrád: da culla del più forte e sincero europeismo nel cuore dell’Europa ex comunista a focolaio di derive autoritarie. I casi di Polonia e Ungheria.


Il muro di Berlino era caduto e la guerra fredda stava per volgere definitivamente al termine. In questo contesto di rinnovata speranza, ed indipendenza, il 15 febbraio 1991 i leader di Polonia, Ungheria e Repubblica federale Ceca e Slovacca diedero vita al gruppo di Visegrád, dal nome della città ungherese in cui si riunirono.

Dal 1991 ad oggi, il gruppo di Visegrád è andato incontro a diverse trasformazioni, divenendo nel tempo molto più di una semplice piattaforma di discussione multilaterale, ma un vero e proprio organismo decisionale nel quale politici, intellettuali, attivisti provenienti dai quattro paesi concordano risposte comuni a problemi comuni.

In sede di Visegrád i quattro paesi hanno deciso come e quando avviare e concludere il procedimento d’adesione all’Unione Europea e, negli anni recenti, come rimetterlo in discussione. Dall’immigrazione, alle libertà civili, alla divisione dei poteri, fino ai rapporti bilaterali con paesi “rivali” dell’Ue, è dai V4 che è partita l’ondata di euroscetticismo e di populismo di destra che ha investito l’intero Vecchio Continente[1] [2] [3] [4].

Contrariamente a paesi ex comunisti come Romania e Bulgaria, dove la transizione democratica è avvenuta solo parzialmente, scontrandosi immediatamente con cleptocrazia, collusione tra politica e criminalità, e corruzione pervasiva e capillare, nei V4 è avvenuto invece un processo di completa democratizzazione, indebolito dall’avvento di forze populiste, come in Slovacchia e Repubblica Ceca, o addirittura arrestato ed infine invertito, come in Polonia e Ungheria.

In particolar modo, sono stati i manifesti ideologici dei partiti Diritto e Giustizia (PiS) in Polonia e Fidesz in Ungheria, intrisi di nazionalismo etnico, euroscetticismo, conservatorismo cristiano e identarismo, a fungere da propulsori per il dilagare di progetti riformisti illiberali e semi-autoritari.

Ed è proprio analizzando l’involuzione democratica avvenuta in questi due paesi che è possibile capire quanto avvenuto nell’intera Europa ex comunista e perché il populismo di destra ed il fascino dell’autoritarismo abbiano attecchito più che altrove.

Il caso della Polonia

La Polonia è stata considerata uno dei più grandi successi dell’Unione Europea, alla luce dei progressi economici e sociali conseguiti dopo l’adesione. Gli anni della democratizzazione e del miracolo economico sono generalmente associati all’egemonia di forze liberali ed europeiste, come Piattaforma Civica, con un ruolo di secondo piano giocato da PiS, un partito conservatore ed euroscettico fondato nel 2001 dai fratelli Kaczyński.

Nel 2015, la svolta: PiS vince le elezioni parlamentari con il 37,6% dei voti, la percentuale più alta mai ottenuta da un singolo partito nell’era post-comunista[5]. La regressione dello stato democratico inizia con l’insediamento del nuovo esecutivo, avente come obiettivi il rafforzamento dell’interventismo statale sul libero mercato, la rinazionalizzazione delle masse e il ridisegnamento delle istituzioni, accusate di essere emanazioni di poteri liberali, di sinistra e antipolacchi.

I successi nell’ambito economico hanno contribuito a rafforzare l’attaccamento popolare verso PiS, soprattutto proveniente da lavoratori poveri, famiglie numerose, persone a basso reddito. Nel 2017 il paese ha ottenuto lo status di economia sviluppata nell’indice Russell, l’unico paese europeo dell’Est ex comunista a raggiungere un simile traguardo[6].

L’agenda conservatrice di PiS si è scontrata con l’opposizione, rappresentata da Piattaforma Civica, e l’Unione Europea, su una serie di tematiche: diritti lgbt, ideologia di genere, aborto, libertà di informazione, divisione dei poteri, accoglienza dei rifugiati. Le battaglie culturali, come su rifugiati e ideologia di genere, sono state intraprese anche per andare incontro al crescente elettorato di destra e ultradestra, con il risultato di estremizzare l’ideologia del partito[7].

Il sistema giudiziario, l’universo mediatico, i partiti di opposizione, sono finiti al centro delle battaglie culturali del PiS, accusati di essere delle minacce per la Polonia, e la maggioranza stabile ha consentito di completare le riforme desiderate.

Il 3 aprile 2018 è stata approvata una riforma che abbassa l’età di pensionamento dei giudici della corte suprema, incluso il presidente, costringendo 27 dei 72 dei giudici a ritirarsi anticipatamente.

La legge ha causato il pronto intervento dell’Ue con l’attivazione di una procedura d’infrazione prevista dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea per minacce allo stato di diritto e alla democrazia. La stessa legge conferisce al presidente della repubblica il potere di rinnovare il mandato dei giudici anche al raggiungimento dell’età pensionabile, difatti garantendo alla politica il controllo sulla giustizia[8] [9] .

Anche la libertà di stampa è divenuta bersaglio di PiS, come denunciato da un lungo rapporto di Freedom House. Poco dopo la vittoria elettorale, PiS ha iniziato un “giro di vite” sui media pubblici, ridisegnando intere amministrazioni di giornali, emittenti televisive e radio, attraverso l’inserimento di uomini di fiducia e il licenziamento di critici ed oppositori, con l’obiettivo di voler spezzare l’egemonia liberale sull’universo mediatico, che sarebbe fonte di disinformazione e propaganda[10]

Le purghe sono state rese possibili con una legge che ha tolto al Comitato per la Supervisione dei Media diverse competenze, tra le quali il potere decisionale sulla scelta dei direttori delle emittenti, affidate al governo[11].

Un’arma utilizzata contro gli editori antigovernativi è anche la querela. Soltanto nel 2018 PiS ha intentato cause legali su più di 50 articoli, chiedendo rettifiche, scuse, ma anche risarcimenti per più di 10mila euro[12].

L’istruzione è divenuta un altro campo di battaglia, perché PiS promuove un revisionismo storiografico fortemente nazionalistico basato sull’esaltazione della storia polacca e sulla demonizzazione di paesi come Germania e Russia, con un ruolo controverso attribuito agli anni della seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, dipingendo inoltre come un male l’immigrazione di massa, soprattutto se provenienti da non europei.

A partire dal 2017 è iniziata la riscrittura dei testi scolastici, seguendo le su scritte linee guida, suscitando le proteste delle associazioni dei professori e dell’European Association of History Educators[13] [14].

Connessa alla rivisitazione della storia nazionale è anche la legge sull’Olocausto entrata in vigore nel marzo 2018, e modificata soltanto nel paragrafo delle sanzioni previste, che introduce punizioni pecuniarie per chiunque sostenga la complicità dei polacchi nel genocidio ebraico negli anni dell’occupazione nazista[15].

Nonostante la mobilitazione dell’opposizione, e le proteste di una parte della popolazione contro le riforme controverse in materia giudiziaria, di istruzione e di informazione, e i sondaggi che darebbero il partito in perdita, i risultati elettorali mostrano un’altra realtà.

Alle elezioni locali del 2018, un’importante prova in vista delle europee e delle presidenziali, PiS ha migliorato il controllo sulle assemblee regionali, ottenendo 254 seggi su 552, seguito da un lievissimo aumento di Piattaforma Civica (+15 seggi) e dalla quasi sparizione delle altre forze di centro-sinistra, come il Partito Popolare e l’Alleanza di Sinistra Democratica.

Un risultato ancora più sorprendente, alla luce della campagna mediatica demonizzatrice montata dall’opposizione e delle pressioni provenienti da Bruxelles, soprattutto se comparato alle precedenti elezioni locali, in cui PiS aveva ottenuto 171 seggi[16] [17].

Il caso dell’Ungheria

Anche l’Ungheria è stata considerata uno dei più grandi successi dell’integrazione europea prima di convertirsi in un vero e proprio regime illiberale, talvolta dipinto come un’autoritarismo elettorale. Per la prima volta dalla caduta del comunismo, l’Ungheria è stata categorizzata quest’anno come “paese parzialmente libero” dal think tank Freedom House, nel suo rapporto annuale sullo stato della democrazia nel mondo[18].

L’inversione dello stato di democrazia è iniziata prima che in Polonia, ed è anche più pervasiva e profonda come mostrato dai dati elettorali.

La principale opposizione a Fidesz, il partito di Viktor Orbán, è infatti rappresentata da Jobbik, un partito di destra su posizioni ancora più estremiste, ed insieme rappresentano la volontà dell’espressione popolare del 68,4% degli ungheresi, in accordo con i risultati delle elezioni parlamentari del 2018.

In particolare, mentre Fidesz ha registrato un lieve calo fra il 2010 ed il 2018, dal 52,7% al 49,3% dei voti, Jobbik ha invece registrato un aumento, dal 16,7% al 19,1%; un fatto da non sottovalutare e che indica la tendenza della radicalizzazione dell’elettorato ungherese[19] [20]

Orbán aveva annunciato già nel 2014 di ambire alla costruzione di una democrazia illiberale, dove illiberale non ha connotati negativi ma assume un senso di contrapposizione all’Occidente, considerando la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan come modelli di riferimento, un proposito manifestato nuovamente nel 2018, ottenendo però maggiore impatto mediatico a livello europeo[21] [22]

Una delle prime azioni di Orbán è stata la scrittura di una nuova costituzione, entrata in vigore nel 2012, criticata sia in patria che a livello comunitario per l’estensione del controllo politico sulla giustizia, limitando i poteri della corte suprema, e sul settore bancario, l’aumento dei poteri presidenziali sul parlamento, l’annullamento dell’obbligo di revisione costituzionale per l’adozione o modifica di leggi inerenti una serie di tematiche importanti relative a diritti civili, sociali e politici, rimpiazzato dalla semplice maggioranza dei due terzi parlamentari[23] [24].

La costituzione è stata oggetto di ulteriori modifiche nel 2013 e nel 2018, limitanti ulteriormente l’autonomia del potere giudiziario a favore dell’esecutivo, istituendo un nuovo apparato giudiziario parallelo a quello ufficiale e formato da giudici nominati dal governo per giudicare su una serie di temi, restringendo il campo d’azione delle attività di accoglienza verso gli immigrati, di organizzazioni non governative e la prevalenza del diritto internazionale su quello nazionale, e limitando diritti connessi alla libertà di espressione, di informazione e di riunione[25] [26] [27]

Dal 2011 sono in vigore i Mass Media Act and Press Freedom Act che hanno istituito il Consiglio dei Media, controllato dall’Autorità Nazionale per i Media, i cui membri sono eletti dal governo e sono investiti di numerosi poteri nel campo dell’informazione, tra cui il controllo dei contenuti e la gestione delle licenze. Ad un anno dall’entrata in vigore delle due leggi, quasi 1000 giornalisti sono stati licenziati dalla televisione pubblica[28].

Come in Polonia, la storia e l’istruzione sono diventate delle armi propagandistiche con cui riscrivere il passato. Nel 2017 è iniziata la riscrittura dei testi scolastici con l’obiettivo di infondere maggiore patriottismo nelle presenti e future generazioni. Nei nuovi testi non c’è solo una maggiore enfasi sulla storia nazionale, ma un’intera rilettura in chiave negativa dell’Unione Europea, dell’ideologia liberale, del multiculturalismo, dell’islam, e richiami al ruolo di Orbán nel salvataggio del paese[29].

La questione dei rifugiati è stata magistralmente utilizzata per introdurre leggi come la celebre “Stop Soros”, che ha ridotto grandemente il raggio d’azione delle organizzazioni straniere, soprattutto non governative, nel paese, prevedendone la cessazione coatta delle attività per diversi motivi, come ad esempio la scoperta in flagranza di un impiegato ad aiutare immigrati clandestini[30].

Nel corso dell’ultimo mandato è aumentata l’attività di censura verso produzioni, opere, spettacoli, ritenuti contrari ai valori cristiani, nazionali e tradizionalisti inseriti nella nuova costituzione, portando all’annullamento di diversi eventi accusati di promuovere l’ideologia di genere e il comunismo[31]

Conclusioni

I due paesi sono accomunati dall’obiettivo delle forze al governo, forti di una maggioranza stabile e di un’opposizione resa inoffensiva attraverso astute riforme, di annullare i progressi in senso liberalein campo sociale, politico ed economico ottenuti nel post-comunismo, proponendo un diverso concetto di stato e di nazione, in antitesi con quello liberaldemocratico tipico dell’Occidente.

Entrambi i paesi sono minacciati dall’opzione nucleare, ossia l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea, da parte di Bruxelles, accusati di aver minato lo stato di diritto con le loro riforme. L’Ungheria, in particolare, è anche accusata di aver ostacolato l’azione comunitaria nel corso della crisi dei rifugiati, di attacchi alla libertà di stampa e ai diritti delle minoranze[32].

Nonostante le proteste provenienti dall’Ue, dalle opposizioni e dalla società civile, i dati elettorali mostrano dei risultati senza precedenti storici, ossia il grande, e crescente, supporto della maggioranza dell’elettorato verso le agende illiberali di PiS e Fidesz. Al tempo stesso, aumenta anche il supporto verso partiti dell’estrema destra, soprattutto fra i più giovani, segno della profondità del cambiamento in atto nei due paesi.

Il percorso di de-democratizzazione di Polonia e Ungheria è un’ulteriore prova della fallacia delle teorie di Seymour Martin Lipset riguardo il legame fra crescita economica e democrazia, perché entrambi i paesi hanno le economie più fiorenti dell’Ue, ma questo non ha impedito l’emergere di forti sentimenti antidemocratici in senso la politica e la società[33].

Alla luce di questi elementi, non si può considerare questo processo di de-democratizzazione come contingente e legato ai dissapori emersi tra questi paesi e l’Unione Europea, poiché va inquadrato nel più ampio contesto della democratizzazione interrotta, o mai avviata, che caratterizza la maggior parte dei paesi dell’ex impero sovietico.


Note

 

 

[1] Triumph of Illiberalism, Visegrad Insight,

[2] Krastev, I., Eastern Europe’s Illiberal Revolution, Foreign Affairs, 16-04-2018

[3] Vladimir Putin and Viktor Orban’s special relationship, DW,

[4] Orbán: Hungarians Are the Late Descendants of Attila, Hungary Today, 03-09-2018

[5] Goettig, M., Barteczko, A., Poland’s Eurosceptics win outright majority in parliament, in Reuters, 27-10-2015

[6] Radu, S. Poland Graduates to Developed Status, US News, 02-10-2018,

[7]Charnysh, V. The rise of Poland’s far right, Foreign Affairs, 18-12-2017

[8] Stone, J. European Court of Justice orders Poland to stop purging its supreme court judges, The Independent, 19-10-2018,

[9] Rule of Law: European Commission refers Poland to the European Court of Justice to protect the independence of the Polish Supreme Court, European Commission, 24-09-2018

[10]Chapman, A., Pluralism under attack: The Assault on Press Freedom in Poland, Freedom House,

[11] Polish media laws: Government takes control of state media, BBC, 07/01/2016

[12]Is media censorship a coming threat in Poland?, DW, 10/12/2018

[13]Poland education reform to slash thousands of teachers’ jobs, DW, 02/09/2017

[14]Turkey, Hungary and Poland: The politics of school textbooks, DW, 19/10/2017

[15] Tarquini, A.Polonia, marcia indietro sulla legge sull’Olocausto, La Repubblica, 27/06/2018

[16] Polish ruling populists take most seats in regional councils, Business Insider, 25-10-2018,

[17] Risultati elettorali 2014: http://www.currenteventspoland.com/analysis/polish-2014-elections-results-analysis.html

[18] Kelemen, D. Hungary’s democracy just got a failing grade, The Washington Post, 07/02/2019

[19] Risultati elettorali 2010: http://electionresources.org/hu/assembly.php?election=2010

[20] Risultati elettorali 2018: http://electionresources.org/hu/assembly.php?election=2018

[21]Prime Minister Viktor Orbán’s Speech at the 25th Bálványos Summer Free University and Student Camp, Kormany.hu, 30-06-2014

[22] Hungarian PM sees shift to illiberal Christian democracy in 2019 European vote, Reuters, 28-07-2018,

[23]Hungary: Media Freedom Under Threat, Human Rights Watch, 16/02/2012

[24] Costituzione visibile qui: http://www.kormany.hu/en/news/the-new-fundamental-law-of-hungary

[25] Vedi nota 23

[26] Ungheria, il Parlamento approva la riforma costituzionale antimigranti, Sky, 20/06/2018

[27] Vedi nota 24

[28] Vedi nota 23

[29] Vedi nota 14

[30] Koves, N., Hungary to imprison NGO workers helping asylum seekers and other migrants, The Green Political Foundation, 26-06-2018

[31] McLaughlin, D., Gender studies and Kahlo under fire as Orban eyes new ‘cultural era’, The Irish Times, 15-08-2018

[32] Cuddy, A. European Parliament votes to trigger Article 7 sanctions procedure against Hungary, EuroNews, 12-09-2018

[33] Pogonyi, S. After democratic transition, Eurozine, 12/12/2013


Foto Copertina: Fondazione del Gruppo alla presenza del Presidente della Cecoslovacchia Vaclav Havel, del Presidente ungherese József Antall e del Presidente polacco Lech Wałęsa


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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