Yemen: la bomba ad orologeria

Yemen: la bomba ad orologeria

Il conflitto in Yemen tra radici storiche, interessi geopolitici e disinteresse della Comunità Internazionale.

 

Descrivere ed analizzare la guerra nello Yemen è questione spinosa e complessa. Da un lato, a causa dei molteplici attori che si accalcano sulla scena, dall’altro, per le questioni profonde e irrisolte di un conflitto rianimato a più riprese senza soluzione di continuità. 

Fu nel 1934, con il Trattato di Sana’a,che venne ufficializzata la separazione coloniale tra Yemen del Sud, inglese, e Yemen del Nord, turco. Il Paese rimase diviso per circa un trentennio fino a che, tra il 1962 e il 1967, sanguinose guerre di indipendenza lo portarono alla liberazione dai dominatori stranieri. Con la fine del blocco sovietico, nel 1989, il leader dello Yemen del Nord, Al Abd Allah Saleh, e quello della Repubblica Popolare dello Yemen del Sud, Al-Bayd (segretario del Partito Socialista Yemenita), giunsero ad un accordo che sancì la nascita della Repubblica Unita dello Yemen, il 22 maggio 1990, di cui Saleh era presidente e Al-Bayd vicepresidente.

Quest’unificazione, tuttavia, non fu mai pienamente compiuta a causa della presenza di numerosi gruppi tribali rivali, di anni di divisione interna e di una grave crisi economica che colpì il Paese. Infatti, dopo la vittoria del Congresso Generale del Popolo (partito di Saleh) alle elezioni politiche del 1993, e nonostante i tentativi di creare un governo di coalizione con il PSY e l’al-Islah (partito di formazione islamica), si finì con l’escludere il PSY dalla coalizione governativa. Ciò provocò una grave crisi politica che sfociò, ben presto, in una vera e propria guerra civile che portò alla definitiva vittoria del Nord e alla devastazione di Aden, capitale del Sud, dove Al-Bayd si era rifugiato.

Oltre a questi fattori di carattere storico, la posizione geograficamente strategica[1] ha attirato l’interesse di gruppi di potere sia interni che esterni, come Arabia Saudita ed Iran, che da sempre lottano per accrescere la propria sfera di influenza sulla penisola arabica contribuendo a disgregare ulteriormente un tessuto sociale già fortemente frammentato. È possibile articolare la multipolarità yemenita in quattro differenti gruppi.

Quello prevalente a carattere sunnita-salafita che fa capo all’ex Presidente Saleh e che vede la sua espressione politica nel partito democratico moderato Islah, quello degli Houthi, un gruppo sciita-zaidita che, dal 2004, si è inizialmente opposto e poi alleato con il presidente Saleh per mantenere lo storico controllo sul versante settentrionale. Il terzo polo, identificabile con un movimento che prende il nome di Assemblea Generale del Popolo, prende le distanze sia dagli sciiti sia dai sunniti, raccogliendo così ampi consensi senza particolari distinzioni territoriali o culturali. Infine vi è il Movimento Meridionale, noto anche come al-Hirak, scaturito dal sentimento di profonda amarezza per le disparità sociali e le diseguaglianze venutesi a creare in seguito all’unificazione e guidato dall’ex presidente dello Yemen del Sud Al-Bayd.[2] 

A ciò si aggiungono l’espansione e il radicamento del gruppo terrorista islamista AQAP (Al Qaeda nella Penisola Arabica) che attualmente controlla alcuni territori dello Yemen centrale, e che trae giovamento dall’instabilità politica e dalla forte frammentazione sociale, riuscendo a fare leva sul malcontento derivante dalle condizioni di vita disastrose di una parte della popolazione. Nato nel 2009 è oggi estremamente attivo nella causa della guerra all’Occidente propugnando la radicalizzazione dei giovani musulmani di tutto il mondo attraverso strumenti multimediali, una rivista specializzata e reti internet; si rese inoltre responsabile dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo, a Parigi, del 7 gennaio 2015[3].

È in questo intricato garbuglio storico, geopolitico, religioso e culturale che va collocato il conflitto presente che non accenna a risolversi. L’inizio degli scontri è databile al 2004 quando, per impedire l’arresto di Hussein Badreddin Houthi(un leader politico e religioso locale) e ottenere maggiore autonomia nelle proprie province, il gruppo zaidita degli Houthi (che da lui prende il nome) diede vita ad una rivolta armata contro l’allora presidente Saleh.

Il conflitto si intensificò nel 2009 allorquando il presidente rispose con una pesante offensiva militare, coinvolgendo anche gli Stati Uniti convinti della necessità di bloccare l’avanzata dei ribelli. Questi, infatti, avrebbero potuto trovare una facile alleanza con il gruppo terroristico AQAP che già nel 2008 si era reso responsabile di un attacco terroristico ai danni dell’Ambasciata Americana a Sana’a.[4] Ulteriore spinta all’intervento statunitense fu data dall’alleato saudita, storico partner economico unito dalla comune lotta al terrorismo. Il cessate il fuoco del 2010 pose, per un breve periodo, fine alle ostilità tuttavia le primavere arabe del 2011 furono responsabili di un rinnovato spirito ribelle che portò gli Houthi a rianimare il conflitto e a guadagnare importanti porzioni di territorio.

Da allora la situazione è declinata fino a degenerare in una sanguinosa guerra civile. Con la fine del regime trentennale di Al Abd Allah Saleh nel 2012, si è giunti a libere elezioni che hanno portato al trionfo dell’unico candidato Abd Rabbih Mansur Hadi che, attraverso la creazione della Conferenza Nazionale per il dialogo, avrebbe dovuto avviare un processo di stesura di una Costituzione e formare un governo di unità nazionale che comprendesse anche le minoranze e i gruppi ribelli.

Con il fallimento del progetto, e l’alleanza tra gli Houthi e l’ex presidente Saleh (ancora a capo di gran parte delle forze militari) il 25 gennaio 2015, Hadi è stato costretto a lasciare la capitale Sana’a nelle mani dei ribelli e a rassegnare le dimissioni pur continuando a rivendicare la legittimità della propria presidenza. La situazione si è complicata ulteriormente quando l’Arabia Saudita, alleata del governo yemenita, messasi a capo di una coalizione formata da Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Marocco, Sudan e Senegal, e foraggiata da governi occidentali attraverso la conferenza “Amici dello Yemen” (di cui fa parte anche l’Italia)[5], ha iniziato una campagna di bombardamenti aerei contro i ribelli Houthi accusando inoltre l’Iran di fornire loro armamenti e finanziamenti.

Gran parte degli osservatori l’ha dunque identificata come una “guerra per procura” tra Iran e Arabia Saudita, e tutto lascerebbe pensare che sia così. Infatti l’Arabia Saudita sarebbe fortemente interessata a mantenere un controllo politico stabile sullo Yemen anche per scongiurare un effetto contagio che potrebbe avvenire qualora il gruppo Houthi entrasse in contatto con gli zaiditi sauditi installati nel sud del paese al confine con lo Yemen. E proprio qui nel 2013 l’Arabia Saudita è intervenuta per respingere clandestini yemeniti, contrabbandieri e militanti di AQAP. L’Iran d’altro canto interviene in maniera misurata per cercare di indebolire l’Arabia Saudita che, qualora acquisisse un controllo totale sulla penisola, rappresenterebbe una minaccia per Teheran.

Bisogna però specificare, tenendo conto del parere di alcuni esperti del settore, tra cui Massimo Campanini, docente di storia dei paesi islamici presso l’Università di Trento, che non vi sarebbe un rapporto diretto tra ribelli Houthi e Iran. Sebbene siano entrambi di matrice sciita, mentre i primi sono zaiditi, i secondi sono imamiti. Ciò equivale a dire che gli Houthi non riconoscono la superiorità del Grande Ayatollah dell’Iran e dunque non sarebbero disposti ad essere dominati né a prestare incondizionata fedeltà a quest’ultimo. Per questo motivo, secondo Campanini, non si potrebbe parlare di una vera e propria “guerra per procura”, ma solo di un contingentamento operato da entrambi gli stati per evitare l’espansione da parte dell’altro, o peggio ancora un ritorno delle primavere arabe con conseguenti rivolte sui propri territori.[6]

In questo difficile contesto, bisogna inserire un’ulteriore lotta intestina tra i due grandi gruppi terroristici AQAP e Isis che hanno approfittato dell’instabilità politica per cercare di conquistare territori strategici per il controllo delle azioni terroristiche contro il governo, la Coalizione Saudita, ma anche contro i ribelli Houthi. AQAP ha infatti trovato appoggio in molte tribù sunnite delle aree centrali e meridionali del paese, ponendosi come entità in grado di garantire sicurezza e di contrastare le milizie Houthi. Tuttavia, la propaganda del sedicente Stato Islamico sta attualmente portando un numero sempre più elevato di jihadisti di Aqap a passare dalla sua parte in virtù dei successi ottenuti in Siria e in Iraq e anche a seguito dell’attentato operato ai danni di una Moschea di Sana’a nel marzo 2015. 

A distanza di due anni dall’estensione del conflitto sul piano internazionale qualsiasi tentativo di risoluzione sembra, al momento, impossibile a causa della fortissima opposizione dei ribelli Houthi a qualsiasi forma di compromesso. Tanto che, dopo le dimissioni del consulente speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Jamal Benomar, nel 2015, ancora non è stato possibile nominare un nuovo commissario.

Intanto il numero delle vittime cresce di giorno in giorno, le risorse alimentari, già normalmente scarse, sono ulteriormente ridotte dal blocco navale imposto dall’Arabia Saudita che non consente l’arrivo degli interventi umanitari. Secondo le recenti stime ONU i decessi sarebbero almeno 10.000 negli ultimi due anni, considerando solo quelli dichiarati dai rapporti sanitari degli ospedali. In realtà il numero sarebbe drammaticamente più elevato;secondo le Nazioni Unite più di 20 milioni di persone sono in condizioni di carestia, questa, sommata alla guerra, potrebbe moltiplicare il numero delle vittime in maniera esponenziale.

Di fronte ad una catastrofe umanitaria di tali proporzioni sembra prevalere l’indifferenza della Comunità Internazionale, non solo dal punto di vista politico, ma anche e soprattutto da quello mediatico, il rischio tremendamente sottovalutato è che, in un contesto così disarticolato, possano coagularsi forze di natura fondamentalista. Pertanto perdere il controllo sullo Yemen potrebbe trasformarlo in una vera e propria bomba ad orologeria.


[1] Lo stretto Bab el-Mandeb è cruciale per lo Yemen per i rifornimenti di petrolio, essendo esso punto di passaggio di imbarcazioni da Asia, Europa e Stati Uniti verso il Golfo arabo. La riva occidentale dello stretto è invece controllato da Gibuti ed Eritrea.

[2] http://www.storiain.net/storia/la-guerra-civile-nello-yemen-il-ruolo-di-arabia-saudita-e-iran/

[3] http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_14/charlie-hebdo-qaeda-yemen-rivendica-attacco-7f79f688-9bd3-11e4-96e6-24b467c58d7f.shtml

[4] http://www.corriere.it/esteri/08_settembre_17/yemen_ambasciata_usa_3df7cacc-8484-11dd-be21-00144f02aabc.shtml

[5]F.SABAHI, Storia dello Yemen, Bruno Mondadori, 2010

[6]http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2121776&codiciTestate=1&titolo=Nello%20Yemen%20si%20scontrano%20Arabia%20Saudita%20e%20Iran

Foto Copertina : Sa’dah, Yemen , Imagyn.com

Aurelia D'Ambrosio

Aurelia D'Ambrosio

Studentessa di Scienze Politiche e delle relazioni internazionali presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Consigliere presso MSOI Napoli, associazione giovanile delle Nazioni Unite in Italia. Ha partecipato a diverse conferenze ed incontri internazionali tra cui la Romun 2015. È stata inoltre vincitrice di un’opportunità di internship in occasione della partecipazione all'evento ZeroHackathon tenuto presso la Fao a Roma lo scorso dicembre.

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