Ala kachuu, rapite e forzate al matrimonio: il dramma delle donne kirghise

Ala kachuu, rapite e forzate al matrimonio: il dramma delle donne kirghise

Nonostante il divieto sancito dall’articolo 155 del Codice penale e la condanna fino a sette anni di carcere[1], in Kirghizistan se un uomo rapisce una donna per sposarla, corre un rischio estremamente basso di essere perseguito dalla legge. Dovesse invece rubare una pecora o una mucca, avrebbe buone chances di finire in prigione, condannato ad un massimo di undici anni per furto di bestiame.


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“Le persone possono mangiare bestiame, ma non possono mangiare donne” furono le parole pronunciate in Parlamento nel 2012.[2]

 

Il rapimento della sposa o Ala kachuu (“prendi e fuggi”) è una pratica largamente diffusa in Kirghizistan, in cui un uomo, generalmente con l’aiuto di un gruppo di amici o parenti, rapisce una giovane donna al fine di farne la propria sposa. Secondo gli studi di Russell Kleinbach, professore emerito presso l’Università di Filadelfia, sebbene l’espressione includa anche il rapimento concordato e consensuale (consensual elopement) di una donna da parte di un uomo, intenzionato a sposarla e non accettato dalla sua famiglia, circa 2/3 delle unioni originate da Ala kachuu sono di natura non consensuale.[3]

Durante i primi sei mesi del 2019, in tutto il paese sono stati perseguiti 118 casi penali di rapimento di una sposa. L’UNICEF stima che la portata del fenomeno sia maggiore, ma che la mancata segnalazione alle autorità da parte delle vittime o dei loro parenti ne impedisca una quantificazione effettiva.[4] Reuters, che parla di una vittima di Ala kachuu ogni cinque donne kirghise, cita inoltre il Women Support Centre in Kirghizistan, secondo cui ammonterebbero quasi a 12.000 le kirghise che ogni anno vengono rapite (di cui 2.000 anche stuprate) e costrette a sposarsi contro la propria volontà.[5] 

L’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, in un’indagine pubblicata nel 2014 evidenzia inoltre che il fenomeno interessa anche i minori (la stima è di 4 spose sequestrate su 11).
Dal punto di vista giuridico, vi sono molteplici infrazioni. I matrimoni con minori sono vietati dall’articolo 154 del Codice penale e punibili con una pena massima di 10 anni di carcere. Il Kirghizistan ha inoltre ratificato la Convenzione dei Diritti del Fanciullo (CRC), la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) e la Convenzione sul consenso al matrimonio, l’età minima per il matrimonio e la registrazione dei matrimoni. [6]

Per Gazbubu Babayarova, fondatore del Kyz Korgon Institute, un’ong che si batte per arginare il fenomeno, tra il 68 e il 75 per cento dei matrimoni in Kirghizistan avvengono con il rapimento della sposa. Secondo Babayarova, la povertà è una delle molte ragioni alla base dei sequestri: in questo modo le famiglie eviterebbero di pagare la dote e le spese per le nozze. Ma c’è anche un’altra spiegazione: il timore per l’uomo di un possibile rifiuto, qualora formulasse una semplice proposta, che scalfirebbe la sua mascolinità.[7]

La situazione si complica, inoltre, a causa dello stigma sociale di cui è vittima la donna una volta rapita. Dopo il sequestro, la donna viene portata nella casa dell’uomo che sarà costretta a sposare. Una volta lì, i parenti dello sposo proveranno, con violenze fisiche e psicologiche, a convincere la donna ad accettare il matrimonio, ponendole un velo bianco sul capo (jooluk) simboleggiante l’accordo. In questa situazione accade spesso che la famiglia della donna faccia pressioni affinché ella accetti il matrimonio, in particolar modo se dall’unione potrebbero derivare prospettive vantaggiose in termini sociali o economici. Vi è inoltre un altro elemento: il sequestro, molto spesso, include lo stupro. Tuttavia, anche quando l’atto sessuale non viene in alcun modo consumato, una volta che la donna ha passato anche una sola notte presso la casa del suo sequestratore, la sua verginità viene messa in dubbio. Con il suo onore caduto in disgrazia, avrà poche altre occasioni per sposarsi. Pertanto, in queste circostanze la donna si sente costretta a sposare il suo sequestratore.[8] Anche in caso di divorzio, la donna viene ritenuta una persona di “seconda classe”, senza il diritto morale di sposare un uomo che non è mai stato sposato prima. Non è inusuale che tali pressioni portino le vittime di Ala kachuu al suicidio.[9]

Negli ultimi anni, la società civile ha intensificato gli sforzi per combattere l’Ala kachuu. A battersi con maggiore forza è la più giovane parlamentare del Kirghizistan, Aida Kasymalieva. Cosciente che la questione non rientri tra le priorità del Parlamento kirghiso, avendo lavorato sul tema durante la sua decennale carriera giornalistica, Kasymalieva punta su pene più severe, sull’istruzione, la sensibilizzazione delle generazioni più giovani e la maggior partecipazione delle donne in politica per contrastare il fenomeno.[10]

Lucio Valerio Sarandrea, Chief Child Protection UNICEF a Bishkek e Professore associato presso l’American University of Central Asia (AUCA). Autore del libro “Aisuluu. Bella come la luna”

Sul tema abbiamo intervistato Lucio Valerio Sarandrea, Chief Child Protection UNICEF a Bishkek e Professore associato presso l’American University of Central Asia (AUCA).

 

“L’origine della pratica: una tradizione culturale risalente alle comunità nomadi kirghise?”

Questa è la domanda di tutte le domande. C’è una risposta molto forte e ben precisa che propongo. Nella versione inglese del mio libro Aisuluu, bella come la Luna, c’è un’introduzione curata dell’ex Presidentessa del Kirghizistan, Roza Otunbayeva, la quale sostiene che l’Ala kachuu non è un fenomeno culturale, bensì una manipolazione di un fenomeno culturale. Ciò a cui l’UNICEF lavora è appunto la sua deculturalizzazione. Se guardiamo al lato storico, per esempio, possiamo notare che il fenomeno ha avuto un’incidenza molto bassa durante il regime sovietico, ma dopo il crollo vi è stato un forte incremento. Non credo che in questo caso si possa trovare una giustificazione culturale, in buona sostanza è un crimine spesso travestito da giustificazione culturale.

“Qual è la situazione corrente in Kirghizistan?”

Desidero sottolineare un miglioramento negli ultimi anni. Dai dati risulta che nell’arco di soli quattro anni il fenomeno, nella fascia d’età che potevamo influenzare, quella dai 15 ai 19 anni è sceso dal 13,8% al 9,1%. Il lavoro si ricollega inoltre al quinto SDG e terzo obiettivo[11] delle Nazioni Unite, il quale prende però in considerazione una fascia d’età più avanzata e su cui i primi dati saranno pienamente visibili nel 2030.

“Che progetti porta avanti l’UNICEF per contrastare il fenomeno?”

Lavoriamo su più fronti. Un importante progetto legislativo ha permesso l’adozione di una legge che proibisce il matrimonio religioso sotto i 18 anni (civilmente era già vietato). Adottiamo inoltre la strategia UNICEF “Communication for Development”, mirando alla deculturalizzazione del fenomeno. Nello specifico, lavoriamo con bambini e ragazzi, andiamo nelle scuole e ci adoperiamo per la riforma dei curricula scolastici, introducendo contenuti sulla parità di genere e la criminalizzazione dell’Ala kachuu. Dal punto di vista mediatico, invece, abbiamo promosso diversi video e cortometraggi, ritrasmessi in televisione e condivisi sui social media. Lavoriamo infine con la società civile e le comunità religiose, le quali inizialmente vedevano con diffidenza il nostro operato. Per sconfiggere questo odioso fenomeno è necessario un approccio globale che tocchi tutti I lati della società, partendo dalle scuole ed arrivando fino alla legislazione.  

“Qualche storia da raccontarci?”

Ce ne sono molte, quella forse più triste è quella di Burulai. Era una studentessa di medicina poco fuori Bishkek, aveva 19 anni. Venne rapita per scopi matrimoniali, ai quali si oppose. Si recò lei dalla polizia, la quale però tentò di mediare per una pacificazione tra la ragazza ed il promesso marito, che furono lasciati soli in una stanza. Il ragazzo la pugnalò a morte. Burulai ora è diventata il simbolo della lotta all’Ala Kachuu. C’è poi la storia di Aisuluu, che aveva solo 17 anni quando fu rapita e costretta a sposarsi. All’epoca era tornata a casa per visitare i suoi genitori durante le vacanze scolastiche. In una serata calda e tranquilla, un’amica di famiglia invitò Aisuluu a casa sua. Mentre camminava un gruppo di giovani che non conosceva, incluso uno che sarebbe stata costretta a sposare, balzarono fuori da un’auto parcheggiata lì vicino e la trascinarono dentro. Due mesi dopo riuscì a fuggire, ma la violenza emotiva e psicologica continuò per molti anni: l’uomo e la sua stessa famiglia continuarono a cercare di costringerla a tornare. Aisuluu ha però detto “no” alla sua famiglia e al timore dello stigma sociale del divorzio ed ha trovato la motivazione per iniziare una nuova vita di successo.

“A denunciare può essere solo la vittima? Qual è l’entità dei suicidi all’Ala kachuu? In caso di divorzio oltre alla vergogna quali sono le conseguenze per le donne?”

Qualunque persona informata del crimine ha l’obbligo penale di riportare dell’accaduto. Quanto ai suicidi, è difficile rispondere a questa domanda. L’UNICEF sta conducendo uno studio apposito, ma le risultanze sono complesse. Casi di suicidio vengono molto spesso nascosti o comunque non riportati. I divorzi, invece, a sono molto frequenti.


Note

[1] https://www.girlsnotbrides.org/wp-content/uploads/2013/11/UNFPA-Child-Marriage-in-Kyrgyzstan-2014.pdf

[2] https://www.eastjournal.net/archives/32517

[3] https://eurasianpublications.com/pdf/ejss/EJSS%204%20-%20Reducing%20Non-consensual%20Bride%20Kidnapping%20in%20Kyrgyzstan.pdf

[4] https://www.unicef.org/eca/stories/i-never-said-yes

[5] https://www.reuters.com/article/us-kyrgyzstan-women-bride-kidnapping/one-in-five-girls-and-women-kidnapped-for-marriage-in-kyrgyzstan-study-idUSKBN1AH5GI

[6] https://www.girlsnotbrides.org/wp-content/uploads/2013/11/UNFPA-Child-Marriage-in-Kyrgyzstan-2014.pdf

[7] https://www.fanpage.it/esteri/che-cos-e-l-ala-kachuu-l-assurdo-sequestro-di-giovani-ragazze-a-scopo-di-matrimonio/

[8] https://www.hrw.org/reports/2006/kyrgyzstan0906/kyrgyzstan0906webwcover.pdf

[9] https://eurasianet.org/bride-kidnapping-a-tradition-or-a-crime

 

[9] https://eurasianet.org/bride-kidnapping-a-tradition-or-a-crime

[10] https://www.reuters.com/article/us-women-rulers-kyrgyzstan/when-women-rule-kyrgyzstans-youngest-female-mp-puts-bride-kidnapping-attacks-on-women-in-spotlight-idUSKBN1CU01Q

[11]https://www.girlsnotbrides.org/themes/sustainable-development-goals-sdgs/


Foto Copertina: A photographer captures the heartbreak and violence of bride kidnapping in Kyrgyzstan. NORIKO HAYASHI/PANOS


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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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