Bipolarismo per un mondo multipolare: “Ritorno al futuro”

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Imperdibile per coloro che desiderano riflettere sul destino prossimo degli assetti geostrategici mondiali ed estremamente attuale per capire come funzionerà il futuro, analizzando il passato: il saggio del politologo americano John J. Mearsheimer “RITORNO AL FUTURO”, oggi finalmente disponibile in Italia, dopo quasi venti anni dalla sua prima pubblicazione, è edito La Vela, con il testo curato e tradotto da Roberto Vivaldelli, grande esperto di geopolitica e relazioni internazionali.



Le ultime dichiarazioni di Trump e di Xi Jinping, non lasciano spazio a facili interpretazioni su come le relazioni di forza tra superpotenze andranno a costituirsi in un prossimo futuro globale.
Con il monito lanciato e annunciato da Donald Trump, tra la volontà e la prospettiva di nuovi assetti, per il presidente in carica alla Casa Bianca, attualmente alle prese con la prossima campagna elettorale, il pianeta dovrà necessariamente ritrovare un equilibrio nel ripristino di un sano bipolarismo. Si inserisce, in totale contrapposizione, la risposta che arriva da Pechino di Xi Jinping, il quale invoca al multipolarismo come “unica via prossima possibile e irrevocabile”.
John J. Mearsheimer, nel suo “RITORNO AL FUTURO”, sostiene che sia stato proprio il bipolarismo innescato con la Guerra Fredda, ovvero un equo equilibrio militare fra due potenze e le loro rispettive armi nucleari, a favorire la pace in Europa per quasi cinquanta anni e a creare una conseguente linearità d’azione nei rapporti fra stati nel mondo, scongiurando così nuovi conflitti mondiali.
Con la caduta del muro di Berlino, questo equilibrio venne meno e l’autore, predicando un disastro annunciato, qualora gli Stati Uniti avessero definitivamente ritirato le proprie truppe dalla Germania e la Russia fosse venuta meno ai Patti di Varsavia, fu sommerso allora di critiche.
Sappiamo che non ci è dato ancora tirare le somme, poiché la presenza degli americani in Europa è reale e da parte della Russia non si è verificata alcuna ingerenza particolare a danno dei paesi dell’est, come fa notare lo stesso autore nella sua premessa all’edizione italiana.
Non senza problematiche però, si è risolta la questione della fine della Guerra Fredda, sancita ufficialmente quel 9 Novembre 1989.
Secondo Sergio Romano, che ha curato la prefazione del libro, a sollevare la questione più spinosa e a rendere complesso lo scenario, è la tanto discussa tenuta della Nato.
Fu John J. Mearsheimer, a scrivere all’epoca, che era proprio la minaccia sovietica a fornire il collante per tenere insieme saldo il Trattato Atlantico.
Gioco forza, la Russia, dopo la dissoluzione delle repubbliche sovietiche, con la sua debolezza strategica nei rapporti internazionali e le difficoltà nell’esercitare il suo potere domestico, non è più riuscita a mantenere la sua potenza nel mondo e certo non è mai stata disposta a concedere piena autonomia alle aree regionali limitrofe.
In realtà, i tentativi di inglobare all’interno del trattato militare la potenza russa, tentativo portato avanti dagli americani, benché suscitando un certo scetticismo da parte dei paesi europei, lasciò intendere per un momento, alla maggior parte degli osservatori, che sarebbe stato possibile ed auspicabile, costruire un grande blocco occidentale euroasiatico che andasse dall’Atlantico se non fino alla Kamchatka, almeno fino agli Urali.
L’ingresso però di alcuni dei paesi dell’est all’interno della Nato, per volere degli Stati Uniti, non sortì l’effetto desiderato e la Russia in questo gesto vide più una minaccia, che un tentativo di collaborazione tra le parti.
Ad ogni modo, se analizziamo i fatti che prendono corpo da quel lontano 1989 ai giorni nostri e che ci rendono una narrazione plastica delle azioni portate avanti dagli Stati Uniti nel campo delle relazioni internazionali, vediamo che ad ogni cambio di presidente, nei confronti della Russia, si è verificato un tentativo di fare tabula rasa accompagnato da un nuovo ordine di posizioni, che non hanno mai più riportato il  gioco a somma zero.
Partiamo nell’era Clinton (1993-2001), con il lancio di una nuova alleanza strategica, nel tentativo di avvicinare la Russia alla Nato; con aiuti economici e con l’invito alla partecipazione al G7 e infine il Nato-Russia Founding Act del 1997, gli Stati Uniti strappano Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, ottenendo la loro annessione al patto militare e sottraendole, de facto, all’ombrello russo. A questo si aggiungerà la posticipazione della ratificazione di START II (Strategic Arms Reduction Treaty), per la non proliferazione nucleare, suggellando il primo riassetto impari dei rapporti fra le due grandi superpotenze.
Con Bush (2001-2009) passiamo ad un nuovo azzeramento del precedente disegno: si ricalcola una nuova strategia delle relazioni, si cerca di cooperare nella lotta al terrorismo spostando ogni fronte sul Medio Oriente. Intanto la Nato si allarga di nuovo ad est, riconosce l’indipendenza del Kosovo e vengono ripristinate le sanzioni alla Russia per l’invasione in Georgia.
Con Obama le carte in tavola cambiano di nuovo. Con un colpo di spugna il nuovo presidente riazzera tutto nuovamente, lancia un nuovo accordo per lo START, chiamando in causa Medvedev; assistiamo alla crisi in Ucraina, le sanzioni vengono così rilanciate ai danni della Russia nel 2014, la quale verrà oltretutto sospesa dal G8 anche a causa del suo intervento in Siria. Nel 2016 la Nato schiera i suoi eserciti sui confini polacchi e delle repubbliche del Baltico, si accusa la Russia di aver fatto ingerenza nelle elezioni americane e molto del personale diplomatico russo verrà espulso dagli Stati Uniti.
Scrive Sergio Romano: “La Nato è un’organizzazione militare, con basi americane, un comandante supremo americano, forze integrate. È una macchina concepita per fare la guerra, che si prepara al conflitto con esercitazioni periodiche da cui si può facilmente desumere quale sia il suo nemico preferito. Contemporaneamente, un segretario di Stato americano, durante la presidenza di Bill Clinton, a un incontro con la stampa aveva dichiarato che gli Stati Uniti sono una potenza indispensabile -Se vi sono occasioni in cui dobbiamo ricorrere all’uso della forza, questo si deve al fatto che noi siamo l’America, la nazione indispensabile. Siamo più alti degli altri Paesi, vediamo più lontano nel futuro e vediamo il pericolo che minaccia tutti noi. L’ampliamento della Nato ha avuto l’effetto di mettere in moto una macchina diabolica.”
E forse sarà proprio questo il punto di osservazione dal quale partire per fare luce sulle criticità messe in atto dalle mosse americane dall’indomani della caduta del muro e la fine della Guerra Fredda ad oggi, che magistralmente Mearsheimer mette in fila nel suo saggio.
Decretata la fine del bipolarismo, che aveva fino a quel momento, come ci racconta l’autore, garantito quarantacinque anni di stabilità e pace in Europa, il mondo diviso in blocchi aveva favorito una certa gestione delle relazioni internazionali degli stati nel mondo, relazioni che, in quanto di natura anarchica,  comportano di solito due principali conseguenze: “prima di tutto, vi è poco spazio per la fiducia tra gli stati, perché uno stato può non essere in grado di risollevarsi se la sua fiducia viene tradita; secondo, ogni stato deve garantire la propria sopravvivenza dal momento che nessun altro attore garantirà la sua sicurezza. Gli stati cercano di sopravvivere nell’anarchia, massimizzando il loro potere rispetto ad altri stati, al fine di mantenere i mezzi per l’autodifesa.
Di conseguenza, con il bipolarismo, il conflitto risulta minore, la deterrenza più facile, gli errori meno numerosi e meno probabili e minori anche i problemi di coordinamento”. (RITORNO AL FUTURO John J. Mearsheimer).
Senza nessuna vera governance globale centrale, dalla quale prescindere in modo chiaro, sia questa governance globale una spartizione a due del pianeta, il mondo multipolare, potrebbe soltanto determinare confusione e conseguenti crisi.
Si potrebbe così tirare un parallelo per cui là dove l’Europa ha preferito sottrarsi al bipolarismo, in favore dell’anarchia internazionale, lo stesso meccanismo è andato innescandosi anche all’interno dello stesso microcosmo europeo, comunità non frutto di un’alleanza militare in questo caso, ma economica ancora prima che politica, senza una forte centralità e sciolta da ogni subordinazione globale, con l’ingresso alla spicciolata di sempre più paesi all’interno dell’unione, ingresso che ha generato esattamente quella stessa inclinazione al multipolarismo, che porta alla frammentazione degenerativa e al risorgere di sentimenti sempre più nazionalisti all’interno dei confini di ogni singolo stato, – se non ultranazionalisti- , e che è oggi sotto gli occhi di tutti.
Se non per tutti sarà automatico convenire con le teorie classiche del neorealismo politico alla Mearsheimer, ma si tenderà invece ad intuire la fenomenologia delle relazioni internazionali in modo più rivoluzionistico, soprattutto alla luce della ormai era globale e globalizzata che lascia sempre più spazio alle teorie geopolitiche più contemporanee, certamente possiamo accettare la visione per la quale la logica binaria di stabilità e instabilità (dalla postfazione a cura di Davide Ragnolini al libro RITORNO AL FUTURO – John J. Mearsheimer ) resta l’unica certezza, dove per la stabilità, si tende a preferire un mondo che vada poggiando i suoi equilibri su una gerarchia rappresentata da massimo due potenze, in un contesto bipolare e non da una moltitudine di forze, che oltretutto pesano in modo differente tra loro e che di conseguenza, necessariamente, appariranno in conflitto tra loro per la legge dell’anarchia internazionale, tendendo a mettere in sicurezza sé stesse prima ancora di pensare all’equilibrio globale, e rendendo così instabili tutti i rapporti, l’economia e la sicurezza.
Notiamo che l’autore non preconizza e non pare esattamente prendere in considerazione,  un possibile ingresso cinese su un nuovo scenario bipolare, insistendo soltanto sui rapporti di forza tra Stati Uniti e Russia e le conseguenze possibili di una fine della Guerra Fredda, tendendo in conclusione a peccare di un’autoreferenzialità tutta americano-centrica, come d’altronde tutto il mondo politico americano ha fino ad ora dimostrato fino a Trump e fatta per egli eccezione, trattando così la Cina come una minaccia da contenere e la Russia il nemico da distruggere o guardar dissolvere, distogliendo infine l’attenzione da un possibile ritorno a quell’equilibrio che sancirebbe un nuovo bipolarismo. Per il bipolarismo servono due poli. Anche lo scenario mediterraneo e quindi di un futuro nuovo assetto europeo viene messo da parte e con esso l’importanza di Israele e delle potenze del Medio Oriente.
Concludendo, secondo John J. Mearsheimer, quattro sono i criteri sui cui poggiano le teorie liberiste e pacifiste per cui nel mondo multipolare:

1) La guerra nucleare è ormai obsoleta 

2) Il futuro sviluppo economico è inclusivo

3) La democrazia sia un “innanzitutto” in occidente

4) Il valore e l’importanza dell’interdipendenza che ne consegue dai rapporti di forza basati sul commercio prima ancora che dalla politica.

Tali criteri non reggono e non possono reggere se a monte non si ristabilirà l’equilibrio politico bipolare, poiché “sono i sistemi bipolari che tendono più verso l’eguaglianza, perché, come precedentemente osservato, gli stati sono spinti a bilanciare con politiche interne, e il bilanciamento interno è più efficiente rispetto al bilanciamento esterno” (John J. Mearsheimer).
C’è dunque da allargare adesso lo spettro sul quale far valere le posizioni di John J. Mearsheimer, in cui la vecchia bipolarità da Guerra Fredda è sì venuta meno, ma si devono riconsiderare e ricalcolare i cambiamenti epocali in una visiona più rivoluzionistica della storia, in cui entra in causa la globalizzazione, la riconsiderazione del mondo democratico e della sua funzione, le nuove forme di capitalismo, siano esse di stato o finanziarie, la nuova era tecnologica e quindi il possibile scenario di nuove forme e frontiere di conflitto, come ad esempio la cyber war e se nuova bipolarità sarà, dovrà necessariamente coinvolgere non soltanto il continente europeo nella sua centrale attenzione tra est e ovest, ma l’intero globo, forse con centri di potere nelle grandi capitali finanziarie e zone di “periferia”.

“Non vi è dubbio che più è orribile la prospettiva di una guerra, meno è probabile che si verifichi.” (John J. Mearsheimer).