Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi, i comunisti cambogiani guidati da Pol Pot, conquistarono Phnom Penh, dando inizio a una delle dittature più violente del Ventesimo secolo.


 

Pochi sono i curiosi che, di fronte a quel complesso processo di costruzione della comprensione della politica internazionale, possono negare che della Cambogia, e della sua posizione nello scenario internazionale, sappiamo poco. Una delle narrazioni che più ci riportano in mente questo paese riguarda il suo ruolo nella guerra del Vietnam, e, rispettivamente, alle motivazioni che fecero assurgere, con poca coerenza rispetto alle vicende temporali, i Khmer Rossi a target dell’anticomunismo internazionale.

In questa sede approfondiremo il microcosmo dei Khmer Rossi concepiti come pietra miliare, ma minuscola, del comunismo, necessario al mantenimento dell’ideologia polarizzata e al contempo estrinsecazione delle ambiguità e delle necessità di un popolo. Come questi elementi si uniscano, costituisce la peculiarità del regime “sanguinario” e dittatoriale che ancora anima la memoria storica e l’identità politica del paese.

Le origini

La modernizzazione, vestita da imperialismo, investì la Cambogia nella seconda metà del 1800. Era occorso un lungo processo di smantellamento della coesione e dell’identità politiche e sociali cambogiane ad opera dei paesi predominanti nell’area: Vietnam e Tailandia.

Nel 1863 la Francia accettò di buon grado la richiesta del re cambogiano, al tempo rimesso al protettorato vietnamita, di amministrarne i territori. In controtendenza rispetto alla tradizionale visione del rapporto tra civile e civilizzato che caratterizzava l’impero francese, non fu adottata una prassi tipicamente assimilazionista . Nel contesto dello scontro con la potenza dell’asse più preoccupante per gli interessi ed i presupposti della presenza occidentale in Asia, il Giappone, la Francia riuscì a mettere sul trono Norodom Sihanouk, giovanissimo dunque manipolabile, che si trovò a destreggiarsi tra governi collaborazionisti con Tokyo e i nazionalisti indipendentisti guidati da Son Ngok Than. Al termine di un sempre più radicato conflitto civile, il breve governo nazionalista fu scalzato dall’entusiasmo degli alleati, ma gli indipendentisti (Khmer Issarak) si rifugiarono nel Nord-Ovest del Paese, controllato dalla Tailandia, in attesa della liberazione del loro leader da parte della Francia, che arrivò a seguito di lunghe trattative, nel 1948.

Dall’indipendenza alla Kampuchea Democratica.

L’indipendenza parziale (in cui dei partiti politici anche comunisti potettero crearsi), però, accresceva il tumulto sociale e politico cambogiano, andandosi a rafforzare a dispetto dell’indebolimento del dominio imperiale francese in tutta l’Indocina. Fattore, questo, che, nel quadro delle numerose pressioni belliche di gruppi indipendentisti impegnati nella Prima Guerra Indocinese (1946-1954) e dell’abilità diplomatica di Sihanouk, costrinse la Francia a concedere l’indipendenza.

L’accordo di Ginevra, nonostante le forze comuniste erano state il centroavanti degli scontri e del controllo territoriale cambogiano, riconobbero il governo di Sihanouk quale unica autorità legittima del nuovo stato. L’unico partito permesso da Sihanouk, ora al governo senza corona, di stampo socialista e antidemocratico, fu destinato a guidare il paese, inquadrandolo fra gli stati non-allineati rispetto al conflitto congelato, fino ad un colpo di stato, quello del generale Lon Nol.

A nulla, infatti, valsero i tentativi di Sihanouk di mantenere fermezza e imparzialità nel contesto della sempre più logorante guerra del Vietnam, la cui contrapposizione ideologica schiacciò Phnom Penh attraverso la progressiva presa del controllo di zone del paese ridotte a basi logistiche per la guerrilla.

Inoltre, la coesione sociopolitica era incredibilmente minata dalla crisi economica e militare, ragione che portò poi Nixon ad aiutare il regime militare bombardando il territorio cambogiano in cui i vietnamiti rossi conducevano la loro lotta. Fu in questo frangente che i comunisti, radicalizzati ideologicamente e più efficaci nella lotta armata grazie al coordinamento e alla disciplina dei Viet Minh, erano diventati l’unico braccio di supporto per Sihanouk nel tentativo di delegittimare il crescente potere che il suo ex ministro della difesa Lon Nol stava accumulando contro il regime avviato da Sihanouk. Intensificandosi, insieme, lo sforzo e l’ambizione statunitensi, l’ottimismo iniziale circa la guerra in Vietnam da parte di Lon Nol influenzò Washington D.C., riuscendo a mobilizzare al di là del Dipartimento della Difesa, anche quello di Stati in una vasta rete diplomatica per fornire supporto all’apparato logistico-militare contro Viet Cong, Pathet Lao e Vietnam del Nord[1] alla Cambogia, ergo, a se stessi.

Non ci sono narrazioni ufficiali dell’appoggio degli Stati Uniti al coup ma la corrispondenza diplomatica rivela almeno una preconoscenza americana[2] nonché ingenti finanziamenti si militari. Sihanouk, dalla Cina, aveva costituito un governo in esilio affiliato al Vietnam del Nord e guidato dal partito comunista cambogiano, appellati da lui Khmer Rouge. Grazie anche alla progressiva evanescenza del supporto statunitense al regime della Repubblica Khmer, i Khmer rossi riuscirono nel gennaio 1975 ad imporsi a Phnom Penh, tre settimane prima della vittoria finale di Hanoi, riunendo l’amministrazione cambogiana sotto il nome di Kampuchea Democratica.

I Khmer rossi tra identità e avversità

Movimento di guerriglieri comunisti, nato in Cambogia negli anni 1960, i Khmer rossi guidati da Pol Pot, pseudonimo del politico e militare Saloth Sar, militante comunista al servizio della causa socio-economica promossa dalle forze del Partito della Kampuchea Democratica e già supporter di un’indipendenza connivente al socialismo. Già durante le guerriglie in opposizione del regime di Nol Lon, e la presa delle aree rurali e urbane, Khmer rossi forzarono, in primis colti e specialisti, a spostarsi e ad impegnarsi nell’agricoltura delle campagne circostanti sotto il pretesto della sovrappopolazione urbana.
Fu uno dei riflessi più immediate del disprezzo per una borghesia concepita quale nemica e oppositrice del popolo agricolo per le peculiarità ad essa proprie: cultura, alfabetizzazione, ozio.
La missione degli Khmer era, infatti, quella di costruire una società indipendente e completamente rurale ma produttiva come conseguenza naturale dell’uguaglianza lavorativa ed economica.
L’agricoltura avrebbe costituito la base produttiva i cui proventi sarebbero stati destinati alla creazione di piccole reti industriali e di artigianato finalizzati allo sviluppo agricolo autosufficiente, il tutto sotto controllo statale e di stampo collettivistico.

Il loro supporto si fondava su un nuovo disegno post-bellico che permetteva loro di essere distinti dall’élite corrotta della politica tradizionale, a beneficio della gran parte del popolo cambogiano, prevalentemente agricolo, entro il quale le milizie erano riuscite ad includere proseliti.

Le truppe comuniste presero il potere acclamate dalla popolazione, eccitate dalla fine del conflitto il cui profumo era quello della scomparsa della fame e del tumulto che le città vivevano a causa dell’altissimo numero di rifugiati.
Gli Khmer Rossi riuniti fideisticamente sotto il vessillo astratto dell’Angkar, cominciarono la persecuzione di chiunque fosse stato legato al governo di Lon Nol e all’esercito, ma anche burocrati e facoltosi quali dottori o avvocati, ma anche infermi e disabili rientravano nell’opera genocida o di coercizione lavorativa nei campi. Emblematico è il centro S-21, dove, tra il 17 aprile 1975 e il 6 gennaio 1979, furono detenute, massacrate e giustiziate più di 12 mila persone, soprattutto oppositori politici.

Nessuna religione poteva essere praticata, così come altre attività confliggenti con la mistica opera di lavoro che avrebbe liberato la società cambogiana, al ché nessuna libertà di movimento e di associazione fu mai garantita.
La persecuzione si diresse anche, seppure in maniera scostante nel tempo, contro personale diplomatico ed attori esterni al paese, il cui fulcro delle attività era la capitale, simbolo perverso delle attività economiche coloniali occidentali e per questo tenuta ad essere “purificata”.
Giornalisti stranieri e personale diplomatico fu ammesso nel paese solamente nell’autunno 1978. Fu presto ridotta ad una città fantasma di 10 000 persone dedicate esclusivamente alla fornitura di servizi pubblici. Come affermò il primo ministro Ieng Sary, l’ambizione degli khmer era di creare qualcosa di completamente nuovo e sganciato da qualsiasi modello di sviluppo socioeconomico, puntando ad una totale centralizzazione senza eguali nella storia, conformemente alla Costituzione rivoluzionaria del 1976.

La collettivizzazione statale avrebbe permesso di liberare la società da qualsiasi forma di egoismo e disuguaglianza: a ciò servì la decisione di confiscare dalla circolazione la moneta e introdurre pagamenti esclusivamente sotto forma di razioni alimentari. Per raggiungere l’obiettivo nel minor tempo possibile, inoltre, le cooperative locali istituite durante la guerra civile furono sostituite da comuni agricole spesso senza una progressività cronologica sufficiente a dare adeguata preparazione alle strutture sociali e produttive.

Tutti avrebbero dovuto lavorare almeno 10 o 12 ore al giorno in base ai compiti assegnati a distinte porzioni di società (organizzate per sesso ed età), spesso in condizioni di salute fortemente avverse.

Mentre Pol Pot acclamava nel 1977 il raggiungimento dell’obiettivo di fornire a tutte e tutti i mezzi necessari a soddisfare ogni bisogno della popolazione, la produzione e la distribuzione di riso, seppure fosse cresciuta enormemente, era insufficiente a coprire il minimo giornaliero, neanche durante i migliori raccolti, lasciando i più vulnerabili in condizioni di fame e malnutrizione[3].

Carestia e malaria non tardarono a diffondersi e a causare lamentele inaccettabili per l’organizzazione, che, considerandole manifestazioni di sovversione rispetto alla società promessa, represse duramente con torture e uccisioni arbitrarie: era in atto un genocidio per cui Amnesty International stima la morte di 1,4 milioni di persone, mentre Pol Pot ne riconobbe almeno 800 000. Nonostante le stime variabili, si concorre a riconoscere la decimazione di circa 1/5 della popolazione.

Il terrore fece presto ad espandersi. L’aggressività del regime si estese sin da subito al di fuori dei confini della DK: schermaglie e scontri erano ordinari atti di reazione che opponevano Tailandia, Vietnam e Laos agli Khmer, in ragione dei continui saccheggiamenti e delle provocazioni militari. Probabilmente alla base della politica estera del regime vi fu l’unione ideologica fra il risentimento circa la forza del Vietnam da sempre capace di influenzare le dinamiche politiche del paese e l’ambizione rivoluzionaria propria degli Khmer, vestita della convinzione di poter nuocere più efficacemente i nemici attraverso la saldezza morale rivoluzionaria anche in un confronto asimmetrico. Queste convinzioni portarono il regime a imputare le disfatte a dei traditori interni.

Tuttavia, il regime era ormai instabile e l’esercito vietnamita invase la Cambogia nel dicembre 1978 contando su più di 100 mila truppe e accompagnate dai cambogiani del Fronte Nazionale Unito per la Salvezza Nazionale (KNUFNS). Il 7 gennaio la debole Phnom Penh cedette all’avanzata vietnamita ma Pol Pot e altri gerarchi Khmer Rossi cercarono subito di ricompattare una nuova milizia pronta a continuare e vincere il conflitto nel nord-ovest. Il nuovo governo, la Repubblica Popolare di Kampuchea, contava di vietnamiti e di politici rifugiatisi in Vietnam prima del 1975, promuovendo la rinascita della pratica buddista e dell’educazione nazionale. Tuttavia, la nuova visione comunista dava più adito all’ipotesi che il Vietnam, unito, cercasse di assurgere nuovamente a potenza imperante sulla Cambogia, limitandone la libertà politica, di espressione, movimento e di attività economica.

Ma per i sostenitori del nuovo governo in esilio di Pol Pot, che continuava ad appellarsi Kampuchea Democratica, le ragioni di minaccia del nuovo regime vietnamita erano strettamente legate alla narrativa bipolare e al rinnovato legame di antitesi diplomatica e militare tra le super potenze. Gli Stati Uniti e la Cina, ormai unite in un fronte comune contro Mosca, e la Tailandia, in cui il governo in esilio si era formato, aiutarono la DK a mantenere il loro riconoscimento internazionale (ad eccezione di pochi nemici di Washington e Pechino tra cui URSS e India) ed il seggio cambogiano nell’Assemblea Generale dell’ONU. Il costante conflitto con le forze della DK nel nord e la conseguente vulnerabilità economica furono alla base di un grande flusso di migranti che si diresse in Tailandia, Stati Uniti e Francia.

Il conflitto bipolare segnava comunque le sorti della Cambogia e la sua fine coincise con la caduta del regime comunista vietnamita, iniziata già con una progressiva crisi militare e politica, abbandonando il carattere socialista del nuovo Stato di Cambogia oramai aperto agli investimenti esteri, che ne dirigono ancora oggi lo sviluppo economico. Una forte élite oligarchica capeggiò una rapida privatizzazione dei fattori di produzione e dei servizi, con conseguenti disuguaglianze interne, esacerbate dallo sfruttamento delle compagnie estere di risorse come gemme e legname e dall’estenuante conflitto con i Khmer rossi, sempre più forti nel Nord del Paese. Così, nel 1991 un cessate il fuoco seguito da un accordo di pace fra le fazioni diedero il via alla mediazione governativa delle Nazioni Unite (UNTAC) che aprirono il paese alla competizione politica tramite libere elezioni: tenutesi nel 1993, esse diedero un assetto costituzionale multipartitico all’ordinamento, ma anche monarchico, in virtù della primazia del partito monarchico FUNCINPEC, guidato dal figlio del già re Sihanouk, Ranariddh. La coalizione era poco coesa: Hun Sen (ex membro degli Khmer rossi poi fuggito in timore della radicalizzazione del gruppo e rientrato in paese a guida del governo vietnamita nel 1979) ora a capo del secondo partito, quello Popolare Cambogiano, in forza del controllo delle forze militare, instaurò un colpo di stato sostituendo il Primo Ministro.

Una svolta, questa, che allontanò la Cambogia dall’entrata nell’ASEAN e consolidò il suo potere tramite la minaccia indiretta di reazione militare e quella diretta ad ogni oppositore, nelle elezioni successive, assicurandosi il controllo di governi di maggioranza. Nello stesso anno, il 1998, con la morte di Pol Pot si estinse totalmente l’opposizione dei ribelli rossi, grazie in parte alla concessione dell’amnistia, ma solo dopo che un nuovo partito fu creato da Ieng Sary, anche lui beneficiario della grazia. 

Una parziale giustizia

La parziale giustizia ruota attorno all’istituzione di Commissioni Straordinarie nei Tribunali cambogiani per la repressione dei crimini contro l’umanità commessi durante il regime degli Khmer rossi (Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia – ECCC) nel 2003. Le Camere straordinarie sono imperniate sulla cooperazione tra le giurisdizioni nazionali e le Nazioni Unite[4] e seguono il fallimento della proposta del già Segretario Generale di affidare la repressione delle violazioni a Tribunali ad hoc. Di qui, le Camere straordinarie sono state vivamente criticate per la mancanza di indipendenza dei magistrati cambogiani che ne fanno parte e per la loro corruzione[5]. Si segnala come, al tempo della DK, furono commessi sostanzialmente due forme distinte di genocidio: una contro la popolazione vietnamita, l’altra contro la peculiare etnia cham, musulmana. In una prima sentenza Kaing Guek Eav, direttore del centro S-21 (ora un museo del genocidio), è stato condannato a 30 anni di reclusione nel riconoscimento che il genocida non avrebbe agito in ubbidienza ad ordini centralizzati, circostanza che avrebbe ancor più ammorbidito la pena. La seconda ha più recentemente condannato all’ergastolo i due ultimi dirigenti del regime in vita, Nuon Chea, vice e braccio destro di Pol Pot, e di Khieu Samphan, ex capo di stato della Kampuchea Democratica, teorico ed esecutore del regime rivoluzionario.

Il tribunale ha dettagliato le misure utilizzate nelle diffusissime torture, alla base del controllo repressivo del regime: soffocamento tramite sacchetti di plastica, asportazione delle unghie delle mani e dei piedi, scosse elettriche, colpi di bastone, annegamento e varie altre, che la difesa nega. Ma queste tracce lasciano il solco nella storia tramite la memoria collettiva: sia in ottica positiva che in ottica negativa, questa è l’unica speranza che ci rimane.


Note

[1] Fondamentale appare il supporto del regime nazionalista di Suharto in Indonesia, le cui dinamiche di ascesa al potere assomigliano a quelle di Lon Nol. Da Kenton J. Clymer, 2004, The United States and Cambodia, 1969-2000: a troubled relationship, Routledge, ISBN 0-415-32602-8.consultabile su:  https://books.google.it/books?id=-83fB4bbzuwC&lpg=PP1&hl=it&pg=PA33#v=onepage&q&f=false
[2] Ibidem.
[3] R. R. Ross, 1992, Democratic Kampuchea, 1975-78, in Cambodia: a country studyWashington, US Government Printing Office. ISBN 0-16-020838-6, consultato su: http://countrystudies.us/cambodia/
[4] E. Cimiotta, 2009, I tribunali penali misti, Padova, pp. 246-280, tramite: https://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_internazionale_e_comparato/2_Forastiero_Extraordinary_Chambers.html
[5] https://www.internazionale.it/notizie/pierre-motin/2018/11/21/khmer-rossi-condanna-genocidio


Foto copertina:Pol Pot (nato Saloth Sar; 19 maggio 1925-15 aprile 1998) è stato un dittatore cambogiano. Come capo dei Khmer rossi, ha supervisionato un tentativo senza precedenti ed estremamente brutale di rimuovere la Cambogia dal mondo moderno e stabilire un’utopia agraria. Pol Pot ha avviato il genocidio cambogiano, che è durato dal 1975 al 1979 e ha causato la morte di almeno 1,5 milioni di cambogiani