Camerun: bomba ad orologeria nel Sahel?

Camerun: bomba ad orologeria nel Sahel?

In una regione già dilaniata da guerre, minaccia terroristica, povertà e cambiamento climatico, una nuova crisi si apre in un paese chiave: il Camerun. Tra lotte intestine ed un governo incapace di rispondere alle esigenze della popolazione, la repressione militare emerge come unico strumento di controllo statale.


 

La storia politica del Camerun, paese che poco è emerso agli onori della cronaca negli ultimi decenni, è segnata come per molte altre fake democracies africane da un governo autocratico pluridecennale, nello specifico quello del Presidente Paul Biya, eletto 38 anni fa e ancor oggi prima carica dello stato.

Biya venne eletto nel 1982 sbalzando l’uomo che l’ex potenza coloniale, la Francia, aveva nominato come capo di stato all’epoca dell’indipendenza camerunense nel 1960, Ahmadou Ahidjo.
Biya ha governato su un paese che con le proprie risorse petrolifere, agricole e minerarie avrebbe potuto prosperare garantendo uno stile di vita dignitoso ai suoi 23 milioni di abitanti, ma ha invece preferito servirsi di meccanismi nepotistici per arricchire sé stesso ed il proprio clan, permettendosi lunghi periodi d’assenza dal paese per godere della villeggiatura in Svizzera. Oggi il Camerun deve fare i conti con diversi focolai di crisi: la minaccia terroristica di Boko Haram[1] nel nord del paese, a prevalenza musulmana; la storica lotta etnica tra i due gruppi più potenti del paese; ma è soprattutto la regione sud-occidentale a preoccupare, una minoranza anglofona che da tempo denuncia l’isolamento coatto e che da quasi un anno è in piena insurrezione.
Biya era già molto potente in seno all’apparato statale, avendo ricoperto le cariche di Segretario Generale e di Primo Ministro, e fu proprio grazie alla sua scaltrezza politica che riuscì, solo due anni dopo il suo insediamento, a sfuggire ad un colpo di stato orchestrato dai musulmani del nord del paese e fomentato da Ahidjo, il quale venne processato e condannato in contumacia alla pena capitale, poi commutata nel carcere a vita. Ciò cambiò radicalmente il carattere della sua Presidenza, iniziata con la speranza di maggiore democrazia e libertà, ma orientatasi ben presto verso una leadership autoritaria. 

 

L’inizio della crisi

I disordini nella regione anglofona sono iniziati nel 2016, quando insegnanti e avvocati hanno proclamato scioperi per protestare contro l’invio di giudici ed insegnanti francofoni senza alcuna competenza di diritto ed istruzione in quelle specifiche aree del paese. Inizialmente il governo si era mostrato disponibile a negoziare, ma il numero dei manifestanti ha continuato a crescere rivendicando maggiore autonomia per le regioni anglofone, rivendicazione già da tempo avanzata dai nazionalisti anglofoni che da sempre si battono per la fine della marginalizzazione alla quale sono costretti in un paese a maggioranza francofono.

Il governo allora ha iniziato a far ricorso alla violenza, alla repressione, agli arresti di massa. La situazione è degenerata nel corso del 2018 sino a far emergere gruppi armati che hanno chiesto la totale secessione delle regioni anglofone che dovrebbero formare lo stato indipendente di Ambazonia nel sud del paese.
Organizzazioni internazionali indipendenti come Human Rights Watch e International Crisis Group hanno riportato vaste violazioni dei diritti umani e atrocità commesse dalle forze governative, le quali “hanno commesso esecuzioni extragiudiziali, bruciato beni, effettuato arresti arbitrari e torturato detenuti. Un rapporto di Human Rights Watch ha documentato una serie di abusi da entrambe le parti nelle regioni anglofone, tra cui attacchi incendiari a case e scuole. Secondo l’International Crisis Group, le forze governative e i separatisti armati hanno ucciso oltre 420 civili nelle regioni da quando la crisi si è aggravata nel 2017.”[2]

Ad oggi, il governo di Yauondé persiste nella negazione di uno stato decentralizzato del Camerun, ma è una posizione che si fa sempre più insostenibile anche per via delle ripercussioni dai governi occidentali che hanno iniziato a prendere una posizione rispetto al conflitto in atto: nel febbraio 2019 gli Stati Uniti hanno diminuito gli aiuti militari proprio a causa delle gravi violazioni dei diritti umani[3], nel maggio seguente hanno sostenuto un vertice del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul conflitto anglofono, le quali hanno in seguito affermato che “Il Camerun è diventato una delle crisi in più rapida crescita in Africa, […] le situazioni di sicurezza e umanitarie si stanno deteriorando e rischiano di andare fuori controllo.”[4]

È importante ricordare che a causa del conflitto anglofono ci sono più di 300.000 sfollati interni e più di 40.000 rifugiati in Nigeria. Almeno 90 villaggi sono stati rasi al suolo, mentre oltre 400 civili sono stati uccisi e migliaia di altri feriti. Il 40% delle entrate del Camerun proviene dalle regioni anglofone, ma l’economia locale è stata profondamente minata dall’insicurezza.[5]

Rivalità etniche

Insieme alla crisi anglofona, le divisioni etniche sono diventate più evidenti anche in Camerun, soprattutto dopo le elezioni presidenziali del 2018. Al centro di queste tensioni ci sono le rivendicazioni al potere di due gruppi in competizione tra loro.

Il primo, i Bamileke, esercita una notevole autorità economica in Camerun, controllando gran parte dell’economia e dominando l’industria manifatturiera. I Bamileke occupano per lo più l’ovest del Camerun e hanno forti legami culturali con una delle regioni anglofone, nonostante il loro patrimonio coloniale francofono.

Il secondo, l’asse Bulu-Beti, esercita un significativo potere politico. Da quando Biya è arrivato al potere, le élite di questo gruppo si sono viste come i dominatori naturali del Paese. I Beti e i Bulu risiedono per lo più nelle regioni del centro e del sud.

La rivalità tra Bamileke e Bulu-Beti ha raggiunto il culmine in vista delle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018, in cui il presidente Biya si è candidato per un settimo mandato contro il suo principale sfidante Maurice Kamto, un Bamileke, leader del Movimento di Rinascita del Camerun (Mrc), principale gruppo d’opposizione. Nella campagna elettorale, i sostenitori di entrambe le parti si sono impegnati dando vita ad una retorica xenofoba e nazionalista per fomentare le divisioni etniche.

Alla fine, Paul Biya è stato dichiarato vincitore con il 71,28% delle preferenze, ma Kamto ha contestato i risultati, sostenendo che ci fossero stati brogli e corruzione. Le tensioni sono aumentate, portando ad alcuni violenti attacchi alle ambasciate camerunensi a Berlino, Parigi e altrove. Kamto, da molti ritenuto il vero vincitore, è stato arrestato ed è rimasto in carcere per nove mesi; nell’ottobre 2019 un tribunale militare di Yaoundé ne ha ordinato il rilascio insieme agli altri 102 oppositori politici del Presidente Biya.[6]

Il massacro di febbraio

Le forze governative e un gruppo armato di etnia Fulani hanno ucciso almeno 21 civili nel villaggio di Ngarbuh in Camerun, tra cui 13 bambini e una donna incinta, il 14 febbraio 2020. Hanno anche bruciato cinque case, saccheggiato decine di altre proprietà e picchiato i residenti. Alcuni dei corpi delle vittime sono stati trovati bruciati all’interno delle loro case. Il governo nega che le sue truppe abbiano commesso deliberatamente dei crimini.

Human Rights Watch ha intervistato 25 persone, tra cui 3 testimoni delle uccisioni e 7 parenti delle vittime, su questi eventi che hanno avuto luogo a Ngarbuh. Quest’area è stata gravemente colpita dalla violenza tra le forze governative e i gruppi armati che cercano uno stato separato per le regioni anglofone del nord-ovest e del sud-ovest.

Il segretario generale dell’ONU in una dichiarazione del 17 febbraio ha espresso preoccupazione per l’uccisione di civili a Ngarbuh e ha esortato il governo del Camerun ad aprire un’indagine per individuare i responsabili. Il giorno seguente, il portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che le autorità camerunesi dovrebbero garantire che le forze di sicurezza del Camerun “si attengano agli standard delle norme di diritto internazionale applicabili durante lo svolgimento delle loro operazioni[7]. Il 21 febbraio, quattro funzionari delle Nazioni Unite, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui esprimono la loro profonda preoccupazione per le notizie di un aumento della violenza nelle regioni anglofone, compreso l’attacco a Ngarbuh, e chiedono al governo del Camerun di garantire il pieno rispetto dei diritti umani.

Non è la prima volta che le autorità camerunesi negano che le sue truppe abbiano ucciso civili. Nel 2018, un’indagine condotta da Amnesty International[8], dalla BBC e da giornalisti investigativi ha dimostrato che i soldati camerunesi ritratti in un video hanno eseguito esecuzioni extragiudiziali di due donne e due bambini nella regione dell’estremo nord. Il ministro delle comunicazioni ha inizialmente liquidato il video come un montaggio fasullo, in seguito, però, sette soldati sono stati arrestati in relazione agli omicidi. Il processo è in corso.[9]

L’ingerenza francese

Il 22 febbraio il presidente francese Emmanuel Macron è stato interpellato sulla questione del Camerun anglofono da un’attivista camerunese alla quale ha risposto di voler contattare personalmente il presidente Biya esercitando la massima pressione per risolvere la questione anglofona. Macron, rispondendo alle domande in un video che è poi divenuto virale, affermava addirittura di aver intimato a Biya di liberare mesi prima il rivale politico detenuto, Maurice Kamto, altrimenti non lo avrebbe accolto durante la visita ufficiale a Lione.

Soltanto due giorni dopo, una risposta piccata è giunta dal governo camerunese e centinaia di fedelissimi al regime hanno protestato di fronte all’ambasciata francese a Yaoundé. In molti si sono chiesti se quest’interferenza del Presidente Macron in questioni interne di uno stato ormai autonomo non sia retaggio dell’esperienza coloniale, di quella Françafrique che ancora oggi fa sentire i suoi richiami; resta comunque la gravità dell’emergenza nel Camerun anglofono, una crisi che a quattro anni dalla sua nascita produce ancora violenze ed interrogativi di difficile risoluzione da parte dell’ex potenza coloniale europea.


Note

[1] https://www.opiniojuris.it/terrorismo-in-africa-libro/

[2] Human Rights Watch, 2019 World Report, Cameroon, Events of 2018

[3] Lesley Wroughton, Reuters, World News, U.S. halts some Cameroon military assistance over human rights: official, February 6th, 2019

[4] Margaret Besheer, VOA, UN Warns Crisis in Anglophone Cameroon Worsening, May 13th, 2019

[5] OCHA, “Cameroon: North-West and South-West situation report”, 31 March 2019.

[6] George Dougueli, JeuneAfrique “Cameroun – Maurice Kamto : « Pour le salut du pays, je suis prêt à discuter avec Paul Biya”, dicembre 2019

[7] Spokesperson for the UN High Commissioner for Human Rights, Press briefing note on Cameroon, 18 February 2020

[8] Cameroon: Credible evidence that Army personnel responsible for shocking extrajudicial executions caught on video, Amnesty International, July 2018

[9] Joan Tilouine et Josiane Kouagheu, Le Monde, “Au Cameroun, la mort au bout de la piste”, Fevrier 2020


Foto copertina:Un membro del Camerun Rapid Intervention Battalion (BIR) dell’élite camerunense pattuglia il villaggio abbandonato di Ekona vicino a Buea nella regione sud-ovest anglofona, Camerun, 4 ottobre 2018. REUTERS / ZOHRA BENSEMRA


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Tania Corazza

Sono laureata in Cooperazione Internazionale allo Sviluppo e lavoro in una ONG come Responsabile dei progetti di sostegno a distanza. La passione per il diritto internazionale e la tutela dei diritti umani mi hanno spinta a continuare gli studi con un Master in Diritto delle Migrazioni. Ho un debole per la musica soul anni '50.

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