Negli ultimi anni la Cecenia è spesso finita sotto i riflettori internazionali a causa delle arbitrarie violazioni dei diritti umani. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata più volte in merito, condannando la Federazione Russa al risarcimento delle vittime.
Intanto Ramzan Kadyrov resta saldamente al potere, grazie all’instaurazione di un regime semi-autoritario. Dopo tredici anni dall’inizio della sua presidenza è possibile fare un primo bilancio.
Quali sono gli esiti del processo di pacificazione? E quali sono i possibili scenari per il futuro della Cecenia?


                                                   

L’Emirato del Caucaso e la rottura ideologica

Dal 2002 si avvia una nuova fase, quella della “cecenizzazione del conflitto”[1]: ora la gestione della guerra è affidata alle autorità cecene e in particolar modo al nuovo alleato di Mosca Akhmat Kadyrov. Quest’ultimo viene eletto presidente della Cecenia il 5 ottobre del 2003, nonostante le denunce di brogli elettorali da parte di diverse organizzazioni non governative.
Tuttavia la sua esperienza da presidente durerà ben poco, a causa di un attentato in cui resterà coinvolto il 9 maggio del 2004.
Suo figlio, Ramzan Kadyrov, sarà nominato da Putin vice-primo ministro della Cecenia il giorno successivo e in seguito insignito dell’alta onorificenza di “eroe della Russia” per compensare il danno morale subito dalla perdita del padre[2].
Un ostacolo formale impediva al giovane Kadyrov di assumere la più alta carica politica della Repubblica, poiché la costituzione cecena prescrive che il presidente debba aver compiuto almeno 30 anni di età[3]. Anche se da un punto di vista sostanziale Ramzan Kadyrov era già al comando del gruppo paramilitare chiamato “il servizio di sicurezza del presidente”, creato come scorta personale di Akhmat Kadyrov e riconosciuto dal governo russo.
Con la dipartita del primo Kadyrov, al più giovane fu affidato il compito di sopprimere una volta e per tutte il terrorismo islamico, supportato dalla polizia federale russa.

Nel 2006 Dokka Umarov, che succede a Abdul-Khalim Sadullayev nel ruolo di presidente della Repubblica cecena di Ichkeria[4], decide di costituire un’unica rete terroristica nel Nord Caucaso.

Accetta quindi la proposta di Anzor Astemirov, leader dei ribelli della Cabardino-Balcaria, di unire tutti i gruppi radicali della regione e proclama l’Emirato del Caucaso (Imrat Kavkaz) nel 2007[5]. La nuova ideologia era chiaramente il radicalismo islamico, che andava completamente a rimpiazzare il nazionalismo ceceno[6].
Umarov fu nominato capo dell’esecutivo, mentre Astemirov capo ideologico e giudiziario (Qadi). l’Emirato fu poi ripartito in vari vilayats (province), che potevano avere una propria organizzazione e una politica indipendente. I
l 29 marzo del 2010 c’è uno dei primi attentati rivendicati dai leader del nuovo network terrorista: due donne kamikaze si fanno esplodere nelle stazioni di Lubjanka e Park Kul’tury della metrò di Mosca, causando la morte di quaranta persone. A questo seguirono altri episodi, tra cui uno all’aeroporto di Mosca-Domodedovo nel 2011 (con trentasette vittime), varie esplosioni a Volgograd nel 2013 e lo scoppio di un’autobomba a Pyatigorsk nel 2014.
La Federazione Russa e il governo ceceno, con a capo Ramzan Kadyrov dal 2007, reagirono in modo altrettanto duro in vista dei giochi olimpici invernali di Sochi del 2014, eliminando Umarov e tutti gli altri leader successivi dell’Emirato del Caucaso: Aliaskhab Kebekov, Magomed Suleimanov e Zalim Shebzukhov.

L’Emirato cominciò così a cadere in declino, provato dall’efficace controffensiva russa.                     Emerse poi anche un problema di natura ideologica in seguito allo scoppio della crisi siriana del 2011. Anche se i leader dell’Emirato avevano sempre giurato fedeltà ad Al Qaeda, nacque una spaccatura con coloro che intendevano seguire la jihad di Isis. Seguirono poi le minacce di Isis di iniziare una guerra in Russia per gli aiuti offerti da Putin alla Siria di Bashar al-Assad.
Nel 2015 i consensi verso l’Isis crebbero a tal punto che si formò un suo gruppo nella regione del Nord Caucaso, capeggiato da Rustam Asildarov. Molti militanti decisero di abbandonare la regione per spostarsi in Medio Oriente e combattere la jihad per creare un nuovo stato islamico.
Secondo le autorità russe nel 2013 partono circa 2800 militanti per combattere al fianco di Isis in Siria[7] e questi movimenti migratori si attenuano solo dal 2017.
Negli ultimi anni il terrorismo islamico del Nord Caucaso sembra capace di intraprendere unicamente operazioni su bassa scala, come l’uccisione di singoli individui; sono oramai lontani i tempi dei grandi attentati.
Inoltre la maggior parte degli scontri armati che si registrano, sono scatenati da operazioni speciali della polizia federale russa (con cui sono stati eliminati molti dei militanti dell’Emirato del Caucaso)[8].
Come afferma M. Falkowski, il Nord Caucaso è solo un fronte periferico della jihad, che non trova il supporto finanziario dagli altri circoli del mondo musulmano radicale[9]. Per questo motivo, soprattutto agli occhi dei giovani militanti, appaiono molto più stimolanti le sfide mediorientali (in Siria ed in Iraq). La crisi dell’Emirato, oltre ad essere ideologica, è quindi anche economica e militare.

 

2014

 

REGIONI

 

 

ATTACCHI TERRORISTICI

 

 

SCONTRI ARMATI

 

 

 

FERITI

 

 

 

UCCISI

CECENIA 3 10 65 52
DAGHESTAN 12         91 78 188
INGUSCEZIA 2 9 16 18
CABARDINO-BALCARIA 2 24 17 48
TOTALE 19 134 176 306

 

 

2018

 

REGIONI

ATTACCHI TERRORISTICI SCONTRI ARMATI FERITI UCCISI
CECENIA 3 11 9 25
DAGHESTAN 2 17 13 35
INGUSCEZIA 2 3 2 7
CABARDINO-BALCARIA 3 6
TOTALE 7 34 24 76

I dati delle tabelle sono stati raccolti da Caucasian Knot[10] e si riferiscono rispettivamente agli anni 2014 e 2018. Dalla comparazione si giunge a concludere che c’è una tendenza in discesa degli attacchi terroristici e del numero di persone assassinate.                                                                              Nonostante continui a mietere vittime, il terrorismo di matrice islamica sembra un fenomeno destinato a scomparire. Ciò anche grazie al ruolo assunto dalla Cecenia di Ramzan Kadyrov, primo avamposto russo nella regione del Nord Caucaso.

 

Ramzan Kadyrov, il leader indigeno

 

Si può dire che la strategia di cecenizzazione del conflitto arrivi a compimento con l’emergere della figura di Ramzan Kadyrov. Sin dalla morte di Akhmat Kadyrov, l’immagine del giovane Kadyrov subisce numerose trasformazioni. In tal senso bisogna ricordare che anche egli, come suo padre, si schierò contro i russi durante la prima guerra cecena. Nel maggio del 2004, dopo l’assassinio di Kadyrov padre, ci fu un incontro in televisione tra Vladimir Putin e Ramzan Kadyrov.
I commentatori russi rimasero sconcertati dal modo di vestire del secondo, con tuta e scarpe da ginnastica, di fronte all’eleganza del presidente[11].
Le cose cambiarono rapidamente, poiché in tutte le cerimonie ufficiali cominciò ad indossare il copricapo tradizionale ceceno. Grazie poi al suo braccio armato, i kadyrovtsy, riuscì ad intimidire tutti i suoi oppositori politici e ad estorcere il consenso della popolazione cecena.
Quando fu nominato vice-primo ministro della Repubblica, era già in grado di competere con il presidente Alu Alkhanov, la cui figura politica era assai meno carismatica.

Rappresentava quindi quella chiave “indigena” in grado di sbloccare il complesso meccanismo ceceno. In primo luogo perché avrebbe allontanato (almeno per il momento) il sentimento nazionalista ceceno e con esso l’ipotesi di un distacco dalla Federazione Russa. Ciò avrebbe restituito al mondo un immagine più integra della Russia, in grado di controllare agevolmente il suo immenso territorio.
Nel 2007 Vladimir Putin nominò Ramzan Kadyrov presidente della Cecenia.
Il neo presidente introdusse subito lo studio obbligatorio del Corano e della shari’a in tutte le scuole della Repubblica e propose l’adozione della poligamia, come prescritto dal Corano. Poi fece costruire un’enorme moschea al centro di Groznyj, sullo stile della Mavi Camii (Moschea Azzurra) di Istanbul.

L’elemento religioso ha quindi svolto (e continua a svolgere) un importante ruolo nella costruzione dell’immagine del presidente ceceno. Secondo J.Russell, Ramzan Kadyrov ha instaurato un regime semi-autoritario in Cecenia, come ha fatto Vladimir Putin in Russia[12]. Ciò è stato reso possibile dalla perenne situazione di conflittualità in cui riversava la Repubblica e dalla necessità di una leadership che ristabilisse la pace.
Per questo nel corso del tempo il presidente ceceno si è guadagnato vari soprannomi, tra cui “King Ramzan” (anche se non è un monarca) o “Radiant sun” (solntseliky) come Iosif Stalin. Nonostante gli sia stato concesso un potere smisurato, Ramzan Kadyrov resta comunque sottoposto alle decisioni di Mosca.
Non a caso si è più volte definito pubblicamente un “fante” al servizio di Putin, pronto ad intervenire in qualsiasi momento.

Non mancano dimostrazioni pubbliche di fedeltà, talvolta anche stucchevoli, come la mobilitazione di centomila persone per le strade di Groznyj in occasione del compleanno del presidente russo[13]. Il regime ceceno si basa chiaramente sul culto della personalità di Ramzan Kadyrov.                              Sono molteplici le dimostrazioni di forza del presidente ceceno, che è solito farsi filmare mentre conduce operazioni antiterroristiche in prima linea[14].
Le critiche contro il regime vengono spesso punite severamente, con umiliazioni pubbliche e il rapimento dei parenti dell’autore[15].
In più il controllo della vita privata dei cittadini è invasivo: un esempio è dato dalle forti pressioni esercitate per riunire le coppie divorziate[16]. Sono imposti codici di vestiario, linee di comportamento “appropriate” alle donne e c’è una forte repressione dell’omosessualità[17].
Negli ultimi anni la questione della presunta illegalità delle lauree e dei titoli di Ramzan Kadyrov ha fatto abbastanza scalpore nel dibattito pubblico russo. Il 5 marzo 2008 fu nominato membro dell’Unione dei giornalisti russi dal ministro dell’informazione ceceno Shamsail Saraliev.  Secondo il ministro, Kadyrov avrebbe contribuito notevolmente allo sviluppo del giornalismo nella Repubblica, nonostante dal ’91 siano stati uccisi o siano scomparsi più di cento giornalisti[18]. Ciò destò il malcontento di diversi membri dell’ordine, che denunciavano la “mancanza di prove di attività professionale”[19]. La questione fu risolta in tempi brevissimi con l’espulsione di Kadyrov.
Nel 2016 ci fu poi un acceso dibattito con un politico siberiano, Konstantin Senchenko, che lo accusò di essere “la vergogna della Russia”, di avere titoli e lauree contraffatti e di gestire in malo modo i fondi pubblici. Un sondaggio di Levada sulla questione (condotto su un campione di milleseicento persone provenienti da tutta la Russia) ha rivelato che il 32% degli intervistati era d’accordo con le affermazioni di Senchenko[20] (il 38% era contrario e il 30% neutrale). Lo stesso sondaggio ha comunque rilevato una buona percentuale di gradimento del presidente ceceno (anche se non mancano le opinioni negative). L
a strategia di cecenizzazione del conflitto, almeno fino ad ora, sembra aver dato ragione a Vladimir Putin. La dura gestione di Ramzan Kadyrov ha portato pace e stabilità, nonostante non manchino episodi di violenza e soppressioni arbitrarie dei diritti umani.
Nel prossimo paragrafo si approfondirà il tema della ricostruzione successiva al conflitto, cercando di capire i problemi economici e sociali che tuttora attanagliano la Repubblica Cecena.

 

La ricostruzione

La Cecenia gode di uno status particolare all’interno della Federazione Russa, che le garantisce un alto grado di autonomia. Ciò si deve proprio al rapporto privilegiato che Ramzan Kadyrov ha con Vladimir Putin. Secondo M. Falkowski la Cecenia “è più come una colonia russa, dove la relativa situazione di pace deriva dai sussidi del budget federale, la forza militare e il governo dei clan locali supportato dal Cremlino e basato su corruzione e nepotismo”[21]. Dal 2004, dopo gli avvenimenti a Beslan, il governo russo ha cominciato a sovvenzionare massicciamente tutte le repubbliche del Nord-Caucaso. I primi passi per la ricostruzione si fecero a Groznyj, con il ripristino dei servizi essenziali (acqua, elettricità e gas) al centro della città.

Nel 2006 il governo russo finanziò la Cecenia per 20 bilioni di rubli (circa 740 milioni di dollari), mentre tra il 2008 e il 2011 varò un programma di assistenza di 120 bilioni di rubli (circa 4.4 bilioni di dollari)[22].
A questo patrimonio vanno aggiunti tutti i proventi provenienti dalle tasse e dal petrolio. Per prima cosa Ramzan Kadyrov ordinò la ricostruzione di tutte le infrastrutture distrutte durante la guerra. Poi cominciò ad utilizzare fondi federali e personali per ospitare grandi eventi (come un concerto di musica rock nel 2005) e celebrità del calibro di Mike Tyson[23]. Nel 2011 fu inaugurato un nuovo stadio da trentamila posti a Groznyj, l’Akhmat-Arena (in onore di Akhmat Kadyrov). In quell’occasione si giocò un’amichevole con grandi stelle del calcio internazionale, tra cui Diego Maradona, Franco Baresi e Jean-Pierre Papin.
Nonostante le grandi dimostrazioni di forza, i dati ufficiali sull’economia non sembrano così confortanti. Anche se il tasso di disoccupazione dell’80% nel 2005 è sceso notevolmente[24], si continuano a registrare dati negativi: il 14,3% nel 2017[25] e il 13,5% tra novembre 2019 e gennaio 2020[26].

In questi termini la Cecenia è una delle repubbliche peggiori della Federazione Russa insieme all’Inguscezia, Ossezia del Nord e Daghestan.

Intanto Ramzan Kadyrov continua a chiedere iniezioni di liquidità a Mosca, suscitando l’ira dei nazionalisti e di alcuni politici russi (come Alexei Navalny), che a tal proposito hanno coniato l’espressione “stop feeding the Caucasus”[27]. Il presidente ceceno continua però a giustificare le sue pressanti richieste, attribuendo la colpa della disastrosa situazione economica ai russi e ai danni da essi causati nei numerosissimi scontri.
Va comunque ricordato che gli ingenti capitali investiti in Cecenia, sono uno degli elementi che dà maggiore stabilità al rapporto tra il governo russo e quello ceceno. Cosa succederebbe dunque se i russi smettessero di finanziare in maniera così generosa la Cecenia di Ramzan Kadyrov?

 

Gli esiti del processo di pacificazione

Come visto nei paragrafi precedenti, la Cecenia sembra aver finalmente conquistato un certo grado di stabilità. Secondo M. Falkowski si tratta però di una “stabilità illusoria”[28], poiché ha garantito solo risultati di breve periodo. La strategia utilizzata da Putin ha contribuito a distanziare sempre più la Cecenia dalla Russia, dotandola di una particolare autonomia. Gli elementi alla base del rapporto russo-ceceno sembrano altrettanto instabili.

In primo luogo perché si fonda su un accordo non scritto tra i rispettivi presidenti, le cui “clausole” non trovano riscontro nella costituzione della Federazione Russa. Poi perché il regime instaurato dal presidente Kadyrov potrebbe crollare di fronte ad un revival del nazionalismo ceceno e del terrorismo islamico. Un sondaggio dello Yuri Levada Analytical Center (su un campione di 1600 intervistati) del 2019 rileva tra “i problemi più allarmanti” anche gli attacchi terroristici in Cecenia e il ritorno del nazionalismo (come fattore di deterioramento dei rapporti interetnici)[29].
La questione sembra quindi abbastanza chiara, anche agli occhi dei cittadini russi: il processo di pacificazione non ha portato ad una risoluzione completa dei problemi che affliggono la Cecenia.
In questo discorso va tenuto in considerazione anche il fenomeno della “Caucasofobia”[30],  che inizia con la seconda guerra cecena. I violenti attentati terroristici (soprattutto Beslan e Dubrovka), insieme ad una spietata propaganda anti-cecena, hanno costruito un’immagine distorta delle popolazioni del Nord Caucaso (tuttora difficile da decostruire). Questo ha fatto distanziare sempre più i russi dai ceceni, complicando  ulteriormente la situazione.

La gestione di Ramzan Kadyrov continua tuttavia a portare numerosi benefici alla Russia di Putin. Riesce infatti ad assicurare ottimi risultati alle elezioni presidenziali, con consensi sempre superiori al 90% per il presidente russo[31]. Nel 2014, durante la crisi del Donbass, furono impiegate truppe cecene. Il presidente Kadyrov si lavò le mani, affermando che quei combattenti erano semplici volontari e non rispondevano ai suoi ordini. Il favore reso ai russi fu di inestimabile valore, poiché gli permise di non agire allo scoperto e macchiare ulteriormente la sua immagine a livello internazionale[32].
La stessa cosa accadde nel dicembre 2016, con l’invio di militari ceceni in Siria.  Il ruolo di questi ultimi fu particolarmente importante nell’operazione di trasferimento della popolazione dal Guta occidentale a Idlib[33]. In più il presidente Kadyrov finanziò la ricostruzione di moschee ad Aleppo e Homs, cosa che un paese di fede cristiana come la Russia non avrebbe potuto fare.

In conclusione, si può affermare che la stabilità attuale sia in gran parte figlia del rapporto privato tra Ramzan Kadyrov e Vladimir Putin. Il venir meno di uno di questi due attori potrebbe determinare tragici ed improvvisi stravolgimenti.

 

La violazione dei diritti umani: i ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

 

I primi ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ci furono nel 2000, grazie all’attività dell’organizzazione non governativa Memorial. Come racconta Lidiya Yusupova, avvocato e attivista di Memorial (e tra i candidati al premio Nobel per la pace nel 2006), “era evidente che in Cecenia i cittadini non avevano alcuna difesa legale, mentre i criminali che mascheravano i propri crimini dietro a una parvenza legale avevano piena libertà d’azione”[34]. Quando finalmente la Federazione Russa entrò a far parte del Consiglio d’Europa (1996), in forza dell’art. 13 della Convenzione Europea, fu possibile rivolgersi alla Corte. Con la raccomandazione 1456 del 2000[35] si pensò  addirittura di sospendere la membership russa nel Consiglio d’Europa (anche se non si arrivò mai all’adozione di questo atto), viste le continue violazioni dei diritti umani in Cecenia. Ricorrere alla Corte di Strasburgo presentava comunque dei grossi rischi, per via delle ritorsioni esercitate dai federali russi. Un esempio è quello di Zura Bitiyeva, che protestò pubblicamente contro la guerra e per questo fu arrestata e tenuta in condizioni disumane. Fu poi uccisa (insieme al marito, al figlio e al fratello) per aver denunciato il fatto alla Corte. Sua figlia fu infine costretta ad abbandonare il paese, vessata dalle continue minacce a lei e alla sua famiglia[36].

L’alto numero di denunce presentate alla Corte mise in luce il fenomeno delle sparizioni forzate. Come afferma Yusupova “gli agenti conducevano le proprie operazioni nottetempo, entrando armati, mascherati in casa dei sospetti di solito accompagnando queste operazioni con violenza fisica su donne, bambini e anziani”[37].
Un’altra testimone degli innumerevoli episodi di sparizione fu Anna Politkovskaja, giornalista della Novaja Gazeta, i cui reportage hanno saputo raccontare senza filtri la vita dei ceceni durante la guerra[38]. Politkosvkaja pagò a caro prezzo il suo affronto al regime di Putin: fu assassinata a Mosca il 7 ottobre del 2006. Insieme alla Politkovskaja, molti attivisti e giornalisti perirono nel tentativo di raccontare la verità (ad esempio Natalia Estemirova, attivista e giornalista cecena).

La Corte Europea ha più volte condannato la Federazione Russa al risarcimento delle vittime, in forza dell’art. 41 della CEDU[39]. Nonostante ciò, la Cecenia di Kadyrov è ancora teatro di feroci discriminazioni. Un esempio su tutti è la cosiddetta “purga degli omosessuali” del 2017, raccontata da Amnesty International.
Risulta però sempre più difficile documentare questi atti di violenza, a causa delle continue pressioni a cui sono sottoposti gli attivisti delle varie organizzazioni non governative (molte di cui sono state costrette ad abbandonare la Cecenia).
L’ultimo caso è quello di Oyub Titiev, responsabile di Memorial in Cecenia, arrestato con l’accusa di detenzione di stupefacenti e condannato a 4 anni di colonia penitenziaria.
La buona notizia è che a Titiev è stata poi concessa la libertà condizionale[40].
Più in generale, la questione dei diritti umani resta ancora aperta in Cecenia, ma con poche speranze di miglioramento nel breve periodo.

 

Conclusione

La sfida per la stabilità in Cecenia è tutt’altro che conclusa. Il secolare sentimento indipendentista pare temporaneamente sopito, anche se le cose potrebbero cambiare da un momento all’altro. Lo stesso discorso va fatto per il terrorismo islamico, che continua ad operare nell’intera regione del Nord Caucaso. Le proteste dei nazionalisti russi, volte a far diminuire i finanziamenti diretti verso la Cecenia (e il Nord Caucaso), potrebbero rappresentare un problema: la lealtà che Ramzan Kadyrov dimostra nei confronti del presidente russo Vladimir Putin è in gran parte ripagata dalle ingenti somme di denaro concesse.

Come già detto in precedenza, è il rapporto privato tra Putin e Kadyrov a tenere in piedi questa struttura. In mancanza di uno, o dell’altro, l’accordo informale tra Russia e Cecenia potrebbe venire meno. In più l’autonomia di cui gode attualmente la Cecenia, potrebbe essere (paradossalmente) il motore per il distacco definitivo dalla Federazione Russa.

Bisogna comunque riconoscere un merito al presidente russo: quello di aver utilizzato una strategia che si è rivelata efficace, almeno nel breve periodo. I cittadini ceceni hanno fino ad ora accettato il regime di Kadyrov, un po’ perché provati da una storia di continui conflitti, un po’ perché illusi di aver finalmente ottenuto l’agognata indipendenza. Per ora è difficile immaginare che le cose cambino, visto l’enorme potere di cui dispone Putin (e quindi Kadyrov). La Cecenia resta comunque terra di violenza e repressione, in cui non sempre sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona.


Note

[1] M. Falkowski, On the periphery of global jihad. The North Caucasus: the illusion of stabilisation, Warsaw, Centre for Eastern Studies (OSW) Marek Karp, Novembre 2014, n. 45, p.24

[2] Buttino M., Rognoni A., Cecenia. Una guerra e una pacificazione violenta, Torino, Silvio Zamorani editore, 2008, p. 103

[3] Si rimanda all’art. 64, par. 1, comma 2 della Costituzione cecena del 2003: http://docs.cntd.ru/document/819051373

[4] È un’entità statuale di stampo nazionalista mai riconosciuta dalla Federazione Russa, la cui nascita si deve all’ex presidente ceceno Džochar Dudaev. Il presidente successivo fu Aslan Maskhadov, che però si arrese di fronte alle rivendicazioni dei terroristi nel ’99 e proclamò la shari’a. In tal modo il terrorismo islamico si appropriò di questa struttura di governo, che tuttavia con l’ascesa di A. Kadyrov perse del tutto efficacia e fu vista sempre più come “criminale”.

[5]  S.N. Zhemukhov, Radical Islam in the North Caucasus, Russian Analytical Digest, n. 238, 22 July 2019, p.2

[6] Ibidem

[7] Ivi, p. 4

[8] M. Falkowski, On the periphery of global jihad. The North Caucasus: the illusion of stabilisation, Warsaw, Centre for Eastern Studies (OSW) Marek Karp, November 2014, n. 45, p.10

[9] Ivi, p. 16

[10] I dati raccolti contemplano solo le quattro repubbliche del Nord Caucaso con i numeri più rilevanti: https://www.eng.kavkaz-uzel.eu/articles/reduction_number_victims_2018/

[11] J.Russell, Ramzan Kadyrov: The Indigenous Key to Success in Putin’s Chechenization Strategy?, Nationalities Papers, vol. 36, n. 4, September 2008, p. 667

[12] Ivi, p. 666

[13] Ivi, p. 5

[14] https://www.youtube.com/watch?v=ndUexK_e-8g

[15] Ivi, p. 8

[16] https://www.youtube.com/watch?v=yVsfZ-8_jb4

[17] https://www.amnesty.it/purga-omosessuali-cecenia-vittime/

[18] A. Zafesova, La guerra in Cecenia attraverso i media russi, p. 177

[19] Ibidem

[20] Sono stati prese in considerazione solo le risposte delle persone che prima di essere intervistate, erano a conoscenza del dibattito tra Kadyrov e Senchenko: https://www.levada.ru/en/2016/04/05/kadyrov-and-enemies-of-the-people/

[21] M. Falkowski, On the periphery of global jihad. The North Caucasus: the illusion of stabilisation, Warsaw, Centre for Eastern Studies (OSW) Marek Karp, Novembre 2014, n. 45, p.9

[22] L. Vinatier, War and Peace in Chechnya: The role of Ramzan Kadyrov, Russian Analytical Digest, n. 51, 4 December 2008, p. 11

[23] J.Russell, Ramzan Kadyrov: The Indigenous Key to Success in Putin’s Chechenization Strategy?, Nationalities Papers, vol. 36, n. 4, September 2008, p. 670

[24] https://www.eng.kavkaz-uzel.eu/articles/3975/

[25] https://www.eng.kavkaz-uzel.eu/articles/41447/

[26] https://www.eng.kavkaz-uzel.eu/articles/50304/

[27] https://www.rferl.org/a/russia-navalny-nationalist-fears/25059277.html

[28] M. Falkowski, On the periphery of global jihad. The North Caucasus: the illusion of stabilisation, Warsaw, Centre for Eastern Studies (OSW) Marek Karp, Novembre 2014, n. 45, p.27

[29] https://www.levada.ru/en/2019/03/14/the-most-alarming-problems-2/

[30] https://www.osservatoriorussia.com/index.php/csi/caucaso/entry/387-islamofobia-e-caucasofobia-in-russia-due-facce-della-stessa-medaglia

[31] E. Sokirianskaia, Chechnya under Ramzan Kadyrov, Russian Analytical Digest, n. 238, 22 July 2019, p. 6

[32] Ibidem

[33] Ibidem

[34] L. Yusupova, La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: una speranza di giustizia, p. 180

[35] L. Poli, Le violazioni in Cecenia al vaglio della Corte Europea, p. 186

[36] L. Yusupova, La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: una speranza di giustizia, p. 181

[37] Ivi, p. 182

[38] Si rimanda alla lettura di: A. Politkovskaja, Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Mondadori, 2007

[39] https://www.echr.coe.int/Documents/Convention_ITA.pdf

[40] https://www.amnesty.it/liberta-condizionale-oyub-titiev/


Foto copertina:Il 43enne Kadyrov si definisce il “soldato dei piedi” del Cremlino, ma si ritiene che apprezzi la carta bianca di Mosca.Yelena Afonina / TASS


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