La notizia della morte dell’Ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, ha segnato profondamente l’opinione pubblica italiana.
Un agguato contro l’avamposto della cultura italiana nel mondo e, al contempo, il primo luogo di dialogo con l’altro da noi e di reciproca conoscenza, il canale di ingresso delle altre culture: il personale diplomatico, simboleggiato nell’immaginario collettivo dalla figura dell’ambasciatore, quell’ambasciatore che nella volgata comune “non porta pena” e che dovrebbe essere sempre tutelato e rispettato. Quella di Attanasio non è la prima uccisione di un ambasciatore: per fare alcuni esempi nel 1993, sempre in Congo, trovò la morte l’ambasciatore francese durante alcuni disordini nella capitale Kinshasa; più recentemente possiamo ricordare l’ambasciatore americano a Bengasi nel 2012.
I racconti sulla vita e sull’operato di Luca, ci narrano di un persona che si contraddistingueva per l’altruismo, la dedizione e il sostegno alle persone in difficoltà. Impegno che gli era valso lo scorso ottobre, il premio “Nassiriya per la Pace” per il suo operato volto alla salvaguardia della pace tra i popoli e per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari.
Luca rappresenta a pieno i valori che ispirano tantissime donne e uomini, che lavorano nella rete consolare-diplomatica italiana, o che studiano per farne parte. Una rete che ci vede presenti praticamente in tutto il mondo tra consolati (259), ambasciate (124), istituti di cultura (81) e rappresentanti permanenti (7).
Essere “avamposto” italiano all’estero, è una vocazione che coinvolge anche tantissime persone occupate in progetti di cooperazione con Ong, volontari, ma anche giornalisti e operatori economici e soprattutto militari, come il carabiniere Iacovacci appena trentenne che era lì a svolgere il proprio lavoro di protezione.
In questo numero abbiamo voluto ricordare gli uomini dello Stato,  impegnati nelle missioni all’estero e che li hanno trovato la morte, ricordando l’eccidio di Kindu sempre in Congo nel 1961, fino ai militari impegnati nelle missioni in Iraq, Afghanistan e nei Balcani.
Quando accadono queste tragedie, la stampa e l’opinione pubblica aprono gli occhi su terre dimenticate da Dio.
Il Congo è un classico esempio, un paese con un immensa ricchezza del sottosuolo che paradossalmente lo condanna ad una instabilità ed una povertà perenne. Multinazionali, paesi confinanti, gruppi di potere, tutti hanno interesse per questo immenso paese.
Per capire qualcosa in più sulla realtà congolese abbiamo intervistato il giornalista Stanis Bujakera Tshiamala corrispondente da Kinshasa per la Jeune Afrique.
Sugli autori materiali dell’omicidio, sulle motivazioni, sulle responsabilità del governo di Kinshasa, su chi doveva assicurargli la protezione, sarà la magistratura a fare chiarezza.
Cosa ci lascia Luca? Ci insegna che ci sono modi diversi di interpretare il compito di chi si occupa di diplomazia, ma chi, come l’ambasciatore Attanasio sono in servizio presso Stati particolarmente conflittuali devono possedere la vera “Arte della Diplomazia”,  la capacità di mediare oltre il consentito e una predisposizione al dialogo senza giudizio che non rinunci però a tenere con fermezza la guida del negoziato e delle lealtà.
E allora grazie Luca, e grazie a chi come te rappresenta, con orgoglio e fierezza, il nostro paese all’estero.