La Cina rappresenta il nuovo baluardo finanziario per il continente africano, ma dietro i lauti prestiti si nasconde una sorpresa che gli Stati potrebbero pagare a caro prezzo.


Il continente Africano si è sempre trovato al centro dell’attenzione da parte di paesi ed economie in forte crescita, ciò in quanto bacino di manodopera a basso costo, risorse naturali e terreni da sfruttare. Gli europei se ne spartirono i territori a seguito della Conferenza di Berlino del 1884. Prima di loro altri grandi imperi ne occuparono i territori settentrionali e quelli costieri assecondando strategie espansionistiche e commerciali. Susseguentemente al collasso del sistema coloniale post  seconda guerra mondiale, ed alla fine della guerra fredda, il continente si è trovato in una situazione nuova, ricoprendo un ruolo a margine rispetto ai classici interessi occidentali a cui si era abituati.
A partire dal ’89, invece, trovò una situazione ancor differente, in cui una  rinnovata centralità diede slancio all’Africa nella politica estera e interessi del Dragone.
È dagli anni Ottanta infatti, da Deng Xiao Ping e la policy dell’economia socialista di mercato, che si assiste ad una Cina globalmente sempre più presente. Se in genesi questo progetto si manifestava dando vita ad uno sfaldamento del sistema produttivo interno centralizzato e pianificato, lasciando progressivamente sempre più spazio all’attività produttiva privata, nell’immediato susseguirsi si manifestò un impetuoso ingresso all’interno del mercato internazionale, facendo assumere al paese il soprannome di “fabbrica del mondo”. Gli statisti asiatici si accorsero tuttavia ben presto che il riconoscimento economico internazionale, dato dall’adesione al WTO nel 2001 e da una produzione interna a basso costo, seppur favorevole all’esportazione dei beni prodotti, non sarebbe stato una scintilla abbastanza forte, tale da riaccendere il fuoco dell’Impero in termini economici e di soft power.
La Cina di inizio nuovo millennio si trovò nella medesima situazione degli stati europei di fine ‘800, sottoposta però ad un’unica differenza fondamentale rispetto alle dinamiche del passato, ovvero che nel sistema internazionale attuale vige l’impossibilità morale di avanzare una qualsivoglia tipologia di guerra, se non per scopi difensivi, e, pertanto, ben che meno per motivi di natura coloniale, pena l’isolamento internazionale. Questa situazione ha reso gli eventi della Conferenza di Berlino irripetibili, ed ha spinto i quadri di partito alla ricerca di un differente sfogo per le crescenti problematiche e necessità interne. Si va dal crescente peso demografico alla necessità di nuovi mercati, dalla sicurezza energetica all’impellenza di garantirsi approvvigionamenti nel settore delle materie rare.
Il continente africano era li ad aspettare, inerme, non più al centro dell’attenzione occidentale a seguito dei processi di decolonizzazione iniziati nel ’47 e delle troppo stringenti politiche economiche internazionali di fine anni ’80, conosciute sotto il nome di “Washington Consensum”. La Cina di Hu prima, e di Xi poi, non si è lasciata perdere l’occasione ed ha fatto dell’Africa un’attore centrale della sua economia, sotto numerosi aspetti.

The Diplomati, The Quiet China-Africa Revolution: Chinese Investment

L’inserimento cinese nel contesto africano è stato favorito dal completo disinteresse verso il sistema politico e la completa noncuranza verso le questioni sociali all’interno dei paesi d’investimento. Entrambi risultano essere riflessi del ripudio, in politica estera, del colonialismo e l’imperialismo di origine culturale e di diritto internazionale, diretta conseguenza dell’ideologia comunista a guida del paese. Ciò ha condizionato inevitabilmente la politica estera della nazionale portandola alla necessità di utilizzare strumenti di soft power più complicati da un punto di vista attuativo; ma allo stesso tempo in linea con la visione capitalistica delle relazioni internazionali e del mercato globale.
Allo stesso tempo questa foreign policy è motivo di orgoglio per Pechino, tanto da essere riportata apertamente sui siti governativi delle ambasciate d’oltre oceano[1].
Tuttavia il Dragone, aspirando a diventare una potenza mondiale alla presenza di un mondo unipolare con forti tendenze centrifughe, trova ad essersi in perenne conflitto. Tuttavia come spiegarono i colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui, agli inizi degli anni 2000, il conflitto nell’odiernità può essere perseguito utilizzando tecniche non cinetiche che non ricorrano alla classica definizione di guerra. Si andò così a teorizzare che l’obbiettivo clausewitziano di ridurre la volontà del nemico alla propria poteva essere raggiunto mediante l’utilizzo di mezzi non violenti, ma altrettanto, se non più, efficaci.
L’odierna conquista cinese si struttura sulla creazione di una rete di soft power costituito dalla creazione di dipendenze economiche e talvolta di influenza culturale[2] non vincolante. L’acclamata non ingerenza negli affari interni degli stati, il peso commerciale-finanziario e la legislazione più lasciva hanno fatto sì che la Cina diventasse il maggior partner d’investimento estero per molti paesi Africani. Il Global Development Policy Centre ha stabilito come, a partire dagli anni 2000, oltre 159[3] miliardi di dollari di prestiti siano stati indirizzati all’interno mercato economico africano. Cinque sesti di questi prestiti sono provenienti dalle casse dalla Export-Import Bank of China e dalla China Development Bank[4]. Due delle principali banche di Sviluppo e Cooperazione estera cinesi, direttamente controllate dal politburo del Partito Comunista Cinese (PCC).
Nel frattempo 44 miliardi di Investimenti Esteri Diretti (IED) sono confluiti nel mercato africano nel solo 2019, con una crescita del 30% rispetto al 2015[5]. Facendo della Cina il quarto finanziatore del Continente.
Inoltre dal 2015 la Cina è il più grande esportatore di prodotti in Africa, fornendo il 17,5% delle importazioni del continente[6]. Tale percentuale è stata pari ad una bilancia commerciale di 200 miliardi di dollari nel 2019[7], portata che rende il paese asiatico il principale partner bilaterale delle economie africane.
L’inizio degli ingenti prestiti da parte delle policy bank cinesi, dietro l’indirizzo del politburo di Pechino, coincise con l’arrivo ai vertici del potere da parte di Hu Jintao, in qualità prima di Segretario generale del PCC, nel periodo compreso tra il 2002-2012, poi Presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC) tra il 2003-2013. I prestiti partirono da una base di poco più di 200 milioni annui nel 2002 per giungere fino a 11 miliardi nel 2012, dove, tra alti e bassi, si stabilizzarono al passaggio di vertice tra Hu Jintao e Xi Jinping. Nonostante tutto ciò, l’andamento dei finanziamenti non si è dimostrato, nell’immediato futuro, regolare. Il picco massimo venne raggiunto nel 2016, quando vennero stanziati ben 22,9 miliardi di dollari in prestiti, il doppio rispetto la media su base ventennale. Tutto ciò fu seguito immediatamente da una decrescita esponenziale iniziata l’anno seguente e culminata nel 2020, anno in cui si è raggiunto un minimo storico di 1,3 miliardi di dollari di investimenti, da imputare alla contrazione economica globale a seguito della crisi pandemica.
I primi contatti ufficiali tra il Dragone ed il continente africano vennero stabiliti nel 2000, grazie alla creazione del Forum on China Africa Cooperation (FOCAC).
Di tale organizzazione se ne ricordano gli obbiettivi: la parità di consultazione; il miglioramento della comprensione; l’espansione del consenso; il rafforzamento dell’amicizia e la promozione della cooperazione[8]. Dopo tuttavia 21 anni di vertici triennali, è diffusa la percezione che sia la Cina il paese a trarre più vantaggi da questa serie di relazioni rispetto che i suoi partner africani.
L’Africa mantiene un deficit commerciale annuale, strutturale, con la Cina, di oltre 20 miliardi di dollari. Con una produzione su larga scala ampiamente assente, i Paesi africani continuano a importare costosi prodotti finiti dalla Cina, esportando al contempo materie prime più economiche. Tali paesi inoltre dipendono da imprese e finanziatori cinesi per finanziare e costruire infrastrutture critiche per l’esportazione da cui in larga parte dipendono le entrate nazionali[9].
Questo meccanismo relazionale impari viene identificato dall’Occidente come la “trappola del debito cinese”. Ovvero l’odierno metodo di svolgimento della guerra non cinetica teorizzato dai colonnelli nel 2000, grazie al quale il paese asiatico riuscirebbe ad ottenere vantaggi asimmetrici rispetto gli investimenti attuati così da ottenere uno spostamento dell’ago della bilancia all’interno dell’Ordine Internazionale. Secondo questo meccanismo gli stati africani arriverebbero ad indebitarsi, firmando contratti bilaterali le cui clausole nella maggior parte dei casi rimarrebbero secretate al pubblico, che permetterebbero alla Cina di imporre forti rivendicazioni qualora questi vadano a trovarsi in una condizione di default economico, e non siano quindi in grado di ripagare i debiti. Gli ingenti prestiti concessi dalle policy bank cinesi sono  stati diretti principalmente verso il settore dei trasporti (46,8 miliardi $); dell’energia (40,5 miliardi $); dell’estrazione mineraria (18 miliardi $); delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (13,5 miliardi $)[10]. In tali settori la ricaduta economica non avviene principalmente a favore della popolazione locale, ma asseconda le necessità materiali e strategiche della Cina. Pertanto questi non portano ad un sostanziale arricchimento o ad una sostanziale fuoriuscita dalla povertà dei paesi e delle popolazioni coinvolte. Non generando quindi stabili possibilità, sul medio-lungo periodo, per i paesi riceventi i crediti di essere in grado di ripagare i debiti contratti. Questi vanno così a trovarsi di fronte all’obbligatorietà di concedere vantaggi asimmetrici al paese creditore, secondo le clausole contenute nel contratto iniziale.

 

Volendo fornire un caso studio, l’Angola risulta essere il paese africano ad aver contratto i debiti maggiori con la Cina, per un ammontare pari a 42,6 miliardi di Dollari a partire dal 2000. Dallo stesso periodo il Prodotto Interno Lordo (PIL) del paese è cresciuto a ritmi esponenziali pressoché lineari per un quindicennio, vedendo un passaggio da 9,13 miliardi $ nel 2000 a 145 miliardi $ nel 2014. Tuttavia dal 2014 il PIL angolano è pressoché in costate decrescita – fatta eccezione per il 2016 dove si è registrata una crescita del 20% ( da 101,12 a 122,12 miliardi di $) – che ha portato il PIL a ridursi di un terzo dal 2014 al 2020 (- 53,8 miliardi $[11]). Nonostante questa repentina decrescita del PIL il paese ha contratto un debito di 18,8 miliardi di dollari nel 2016 con le policy bank cinesi. Di cui 17,6 miliardi di debiti sono stati contratti per il settore minerario, quello della produzione elettrica e dei trasporti. Tali settori produttivi che difficilmente vedranno l’impiego della poco qualificata manodopera locale rispetto alle controparti estere, o che comunque non garantiscono l’accesso a stipendi tali per cui il miglioramento socio-economico possa avvenire serenamente e seriamente.
Linearmente l’Angola risulta di importanza geo-strategica fondamentale per la Cina, Infatti per le sue terre passano gasdotti ed oleodotti, provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, che, unitamente alle estrazioni in Angola, risultano necessari al sempre più fagocitante fabbisogno energetico cinese. Qualora il paese si trovasse impossibilito nel ripagare i debiti la Cina potrebbe assicurarsi forti diritti di prelazione sull’export di idrocarburi così da rafforzare la diversificazione negli approvvigionamenti. Inoltre, assecondando le aspirazioni di divenire Super Potenza globale e proteggere i propri interessi commerciali – a partire dalla Belt end Road Initiative e la sua branca marittima – la Cina ha inaugurato la sua prima base militare estera in Gibuti nel 2017[12]. Essa costituisce un punto d’appoggio per le operazione della marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nel Mar Arabico e nell’Oceano Indiano. Parimenti un’Angola in default potrebbe essere costretta a concedere un suo porto ai fini della creazione di una seconda base navale che permetta l’estensione del raggio d’azione del PLA anche nell’Oceano Atlantico. 
Gli investimenti cinesi nel continente africano debbono essere quindi letti secondo un’ottica di strategia di medio lungo periodo che vedono la regione come centrale per la politica estera della Cina, in un ruolo di preminenza che quest’ultima vuole ricoprire sulla scena internazionale. La trappola del debito è un rischio concreto per le deboli economie africane e non deve essere sottostimata perché permetterebbe al PCC una, de facto, colonizzazione finanziaria dell’Africa senza tuttavia incorrere nella possibile accusa di aver tradito gli ideali di partito. La crescita della ricchezza economica africana permetterebbe l’aprirsi di nuovi mercati, tuttavia questi risulterebbero secondari rispetto a quello europeo, obbiettivo finale della BRI. La costruzione di grandi opere, infine, permette l’utilizzo di manodopera cinese che altrimenti non troverebbe sfogo all’interno dell’economia asiatica. Questo mitiga i tassi di disoccupazione e aumenta la ricchezza dei lavoratori andando a diminuire i dissidi interni connessi alla direzione verticistica dello Stato.


Note

[1] Main Characteristics of China’s Foreign Policy, Embassy of the People’s Republic of China in the United States of America https://www.mfa.gov.cn/ce/ceus//eng/zmgx/zgwjzc/t35077.htm
[2] Un rapporto del Comitato per gli Affari Governativi e la Sicurezza Interna americano, consegnato allo US Senate nel 2019, ha rivelato la presenza di 54 istituti Confucio nel continente. Il primo di questi istituito nel 2005 in Kenya. In questi Istituti d’istruzione viene insegnata la lingua e la cultura cinese in primo acchito. In seconda analisi fungono da elementi di soft power ove gli studenti, che possono accedere a corsi d’istruzione di qualità e di basso costo, sono assoggettati ad una formazione che avvantaggia la posizione cinese. Questo non ha ricadute dirette sullo stile di vita della popolazione, la quale non è quindi soggetta ad un colonialismo culturale, ma si esprime sulla classe dirigente la quale viene così a trovarsi connessa, ed influenzata, dalla visione cinese. University of Nebraska, Confucius Institutes Around the Globe https://web.archive.org/web/20140815175259/http://confuciusinstitute.unl.edu/institutes.shtml VoaNews, Self-Censoring by Chinese Educational, Cultural Program Worries African Educators December 13, 2021 https://www.voanews.com/a/self-censoring-by-chinese-educational-cultural-program-worries-african-educators-/6351798.html
[3] Chinese Debt and the Myth of the Debt-Trap in Africa, Yunnan Chen, 24 July 2020 https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/chinese-debt-and-myth-debt-trap-africa-27024
[4] Chinese Loans to Africa Database, Global Development Policy Centre https://www.bu.edu/gdp/chinese-loans-to-africa-database/
[5] UNCTAD, COVID-19 slashes foreign direct investment in Africa by 16% https://unctad.org/news/covid-19-slashes-foreign-direct-investment-africa-16
[6] FPRI, Chinese Economy engagement in Africa: inplications for U.S. Policy, 24 gennaio 2022
https://www.fpri.org/article/2022/01/chinese-economic-engagement-in-africa/
[7] Observer Research Foundation, China in Africa the role of Trade, Investments and loans Amidst shifting geopolitical ambitions, 25 agosto 2021https://www.orfonline.org/research/china-in-africa/
[8] Forum on China – Africa Cooperation http://www.focac.org/eng/ltjj_3/ltjz/
[9] Africa Centre for strategic Studies, The Forum on China-Africa Cooperation at 21: Where to Next?, 3 settembre 2022
 https://africacenter.org/spotlight/focac-forum-china-africa-cooperation-21-where-to-next/ [10] prestiti totali nei settori sull’intero dell’intero continente africano a partire dal 2000 https://www.bu.edu/gdp/chinese-loans-to-africa-database/
[11]The World Bank https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD?locations=AO [12] The daily mail, China’s African take-over, 7 maggio 2021 https://www.dailymail.co.uk/news/article-9554253/How-China-bought-influence-Africa-warns-new-naval-base-there.html


Foto copertina: La presenza della Cina in Africa è molto forte

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Mattia Paterlini
Paterlini Mattia, nato a Reggio Emilia il 14/05/1997. Consegue il titolo di Laurea triennale in Relazioni internazionali presso l’Università di Bologna nel dicembre 2020, con tesi dal titolo: “Da al-Qa’īda al ISIS evoluzione dello jihadismo nel mondo contemporaneo: da organizzazione terroristica a Stato”. Da allora si appassiona al fenomeno del terrorismo internazionale connesso alla geopolitica nell’area MENA. Arrivando così ad allargare i propri orizzonti a tutta l’area di studio della sicurezza internazionale. Attualmente studente magistrale in Studi Strategici e Scienze Diplomatiche, presso la Link Campus University, si appassiona allo studio dell’ascesa cinese e dei mutamenti nell’ordine internazionale ad essa connessi.