L’asse Cina – Venezuela: il sostegno di Pechino a Caracas

L’asse Cina – Venezuela: il sostegno di Pechino a Caracas

Quando ideologia, economia e geopolitica s’incontrano: i “Principi della coesistenza pacifica” alla base del rapporto tra Cina e Venezuela.


 

 

Lo scorso 30 marzo, nel corso di una conferenza stampa, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinesi, Hua Chunying, ha reso nota la posizione di Pechino sull’ultima vicenda del “caso Maduro”.
Alcuni giorni prima, il Presidente venezuelano, insieme ad alcuni dirigenti governativi, dell’intelligence e delle forze armate, era stato ufficialmente accusato dal Dipartimento di Giustizia americano di narcotraffico. Al momento su di lui pende una taglia di 15 milioni di dollari, offerti a chiunque fornisca informazioni utili al suo arresto.
Hua Chunying ha sottolineato la sovranità e l’indipendenza del Venezuela, rimarcando il sostegno di Pechino al (caro) principio della “non interferenza negli affari interni di uno Stato”, invitando tutte le parti alla calma e alla razionalità[1]. Instabilità politica e crisi economica regnano sovrane in America Latina: Argentina, Messico, Cile, Venezuela e Brasile stanno vivendo situazioni nazionali estremamente delicate, che rendono l’area sudamericana un moderno campo di battaglia. Diversi attori internazionali, poi, tendono ad esacerbare le tensioni già elevate di questa parte del mondo al puro scopo di sostenere e/o accrescere i propri interessi particolaristici. Pechino non è esclusa da queste dinamiche: il suo sostegno al Venezuela ha una triplice natura: ideologica, economica e geopolitica.

“Principi della coesistenza pacifica”

Le relazioni diplomatiche instaurate dalla Cina, tanto quanto gli scambi culturali, economici, scientifici e tecnologici da essa promossi, si fondano sui “principi della coesistenza pacifica” (Hépíng gòngchǔ wǔ xiàng yuánzé和平共处五项原则): mutuo rispetto della sovranità e integrità territoriale, non-aggressione, non-ingerenza negli affari interni, uguaglianza e cooperazione per un vantaggio comune, e coesistenza pacifica.
Nel 1954, infatti, il premier cinese Zhou Enlai partecipò alla conferenza afroasiatica di Bandung, nella cui dichiarazione finale si proclamò l’uguaglianza tra tutte le nazioni nonché il rispetto della sovranità statale, allo scopo di sostenere i movimenti impegnanti nella lotta contro il colonialismo occidentale. Sin da allora, la non interferenza e il rispetto della sovranità statale sono divenuti i capisaldi della politica estera cinese. Due sono le principali ragioni che giustificano la posizione di Pechino: in primis, il “Dragone”, teme le eventuali ingerenze esterne nella propria giurisdizione per cui è nei sui interessi tentare di universalizzare, a livello normativo, il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, promuovendo l’integrazione di tali principi nel sistema di governance globale.
In sostanza, in un’ottica di “do ut des”, Pechino ritiene che il suo mantenimento di una posizione di neutralità negli affari nazionali di uno Stato possa essere ricambiato con la medesima moneta.
Così non è stato. Se si considerando solo le vicende degli ultimi mesi, Pechino ha condannato le preoccupazioni e gli interventi della comunità internazionale sulla questione uigura e/o sul caso Hong Kong, definendole una interferenza nei propri affari interni, ribadendo, in più occasioni, che l’eccessiva ingerenza straniera mette in pericolo la sicurezza nazionale[2]

Inoltre, l’ostilità di Pechino alle intromissioni straniere affonda le sue radici nelle esperienze storiche del “Regno di Mezzo”. Lo sviluppo di una narrativa di vittimizzazione ha favorito da una parte la diffusione di un acuto risentimento verso le potenze straniere, considerate simbolo di coercizione, e, dall’altra, di una empatia verso i paesi più poveri che hanno storicamente tentato, invano, di resistere al potere occidentale[3].

 

Il sostegno a Maduro

Il supporto del presidente Xi a Maduro riflette dunque il timore di Pechino che una violazione della sovranità venezuelana possa condurre ad una escalation di ingerenze delle potenze straniere negli affari cinesi. A ciò va inoltre aggiunto che, finché la Cina si sentirà minacciata dagli USA nella regione dell’Asia-Pacifico, non avrà nessuna intenzione a schierarsi dalla parte dell’autoproclamatosi presidente ad interim, Guaidó, che vede in Trump il suo maggiore sostenitore.
Non è la sola ideologica a guidare le scelte cinesi. La Cina che, sin dal governo Chávez, ha avviato intese relazioni economico-diplomatiche con il Venezuela, ha investito nello stato latinoamericano negli ultimi 15 anni 21 miliardi di dollari. Inoltre Pechino, che al giorno d’oggi rappresenta circa il 15% del consumo mondiale di greggio[4], ha prestato al governo venezuelano, detentore delle più grandi riserve di petrolio del mondo, sin dal 2007, 67,4 miliardi di dollari, prestiti che sono stati in parte rimborsati con forniture di petrolio.
Tali prestiti hanno innescato, tuttavia, il timore per Pechino di un “trappola del credito”. La Cina, infatti, alla luce della politica di non interferenza, ha spesso imposto poche condizioni ai prestiti realizzati a favore del governo venezuelano, ritenendo che la produzione di petrolio fosse una garanzia sufficiente per il conseguente risarcimento dei debiti. Il timore che Caracas non fosse in grado di onore le promesse è apparso chiaramente nel 2018, quando il Venezuela è stato in grado di fornire alla Cina solo 332.600 barili al giorno di greggio, registrando un calo del 24%[5] rispetto all’anno precedente. 
I legami commerciali tra i due Paesi, però, vanno ben oltre il greggio. Pechino ha realizzato in Venezuela anche alcuni investimenti nel settore manifatturiero mediante il coinvolgimento di Huawei e Chery Automobile[6]; l’economia venezuelana è un importante mercato in cui commercializzare i prodotti cinesi[7] e, last but not least, il Venezuela possiede ricchissimi giacimenti di coltan – il cosiddetto “oro blu” materiale fondamentale per la fabbricazione, tra le tante cose, di condensatori, microchip, sistemi di posizionamento globale e satelliti – oro e altre materie prime.
La Cina, ma anche le altre grandi potenze, per alimentare la sua crescita economica nonché la modernizzazione a cui il Paese sta andando incontro, ha avviato una vera e propria corso ai “metalli delle terre rare” che la vede protagonista in numerosi angoli del globo, tra cui l’Africa, ricca di tali risorse[8].
Caracas, e più in generale l’America Latina, rappresentano il “giardino di casa” degli USA nel quale la Cina sta con successo mettendo piede, alterando gli equilibri geopolitici nell’area. Il Sud America, infatti, è storicamente satellite americano e taiwanese. Rafforzare la presenza economica e politica di Pechino in America Latina assolve due funzioni: scoraggiare le ambizioni americane di egemonia in Asia-Pacifico e, ridurre lo spazio diplomatico di Taipei, storico alleato di Washington, e la cui sovranità governativa viene ancora riconosciuta da 9 stati sudamericani[9].


Note

 

[1] CHINA.ORG.CN (2020), “China urges U.S. to stop interfering in Venezuela’s internal affairs: FM spokesperson”, http://www.china.org.cn/world/2020-03/30/content_75878411.htm

[2] ANSA (2020), “Cina non tollera interferenze esterne a Hong Kong”, https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/notiziario_xinhua/2020/05/24/cina-non-tollera-interferenze-esterne-a-hong-kong_b0120754-2ee8-4338-83e7-62e0e92b942b.html

[3] CHAZIZA M., GOLDMAN OGEN S. (2014), “Revisiting China’s Non-Interference Policy Towards Intrastate Wars”, https://theasiadialogue.com/2014/04/03/revisiting-chinas-non-interference-policy-towards-intrastate-wars/

[4] AGI (2020), “Il virus cinese ha contagiato anche il petrolio”, https://www.agi.it/economia/petrolio_coronavirus-7002308/news/2020-02-03/

[5] LA REPUBBLICA (2019), “IL VENEZUELA DIVENTA UN MAXI-NPL PER LA CINA”, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2019/02/04/il-venezuela-diventa-un-maxi-npl-per-la-cinaAffari_e_Finanza12.html

[6] KAPLAN STHEPHEN B., PENFOLD M. (2019), “China-Venezuela Economic Relations: Hedging Venezuelan Bets with Chinese Characteristics”

[7] Dal 2002 al 20017 la bilancia commerciale tra Cina e Venezuela ammontava a 150.694 milioni di dollari, di cui 96.648 milioni erano le importazioni cinesi dal Venezuela e il restante, pari a 54.226 milioni, erano le importazioni venezuelane dalla Cina.

[8] BARLAAM R. (2018), “Così la Cina guida la nuova «corsa all’oro» dei metalli rari in Africa”, https://www.ilsole24ore.com/art/cosi-cina-guida-nuova-corsa-all-oro-metalli-rari-africa-AEjiOt0D

[9] CUSCITO G. (2019), “Le nuove vie della seta in America Latina”, https://www.limesonline.com/rubrica/america-latina-cina-nuove-vie-seta-venezuela-taiwan-brasile-stati-uniti


Foto copertina: foto web Venezuelanalysis.


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Rosalia Severino

Laureata in “Lingue e letterature comparate” (inglese e cinese) presso l’università degli Studi di Napoli “L’Orientale” nel 2017, ha conseguito, nel dicembre del 2019, la laurea magistrale in “Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa” (curriculum Cina) presso il suddetto ateneo.
Appassionata del mondo Cina e di politica internazionale, ha studiato per un semestre presso la East China University of Political Science and Law di Shanghai dove ha avuto modo di approfondire le sue conoscenze in materia di geopolitica ed internazionalizzazione.

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