Dopo settimane di minacce, lo scorso 13 gennaio, Matteo Renzi ritira le sue due ministre e il suo sottosegretario dal governo di Giuseppe Conte aprendo di fatto l’ennesima crisi di governo.
Con lo “strappo” renziano si è registrata la 68esima crisi in poco più di 75 anni di storia: un record senza eguali tra le democrazie occidentali che ci condanna all’instabilità politica perenne.
Ma se da un lato consultazioni, incontri segreti, responsabili e “Ciampolilli” provano a salvare il salvabile e scongiurare l’ipotesi –  ritenuta da parte del mondo politico come una sciagura – delle elezioni, dall’altra abbiamo un paese che va sempre peggio: la crisi economica aggravata dalla pandemia sta provocando danni incalcolabili, il piano vaccinale che prosegue a singhiozzo,  la sfiducia verso il futuro e l’isolamento sociale, stanno plasmando una generazione di giovani depressi e ansiosi, senza entusiasmo e senza speranze.
La distanza tra il “palazzo” e la “piazza” sembra incolmabile, non ci sono più contatti e non ci sono più filtri.
Ai partiti è rimasto forse solo il nome, l’informazione ha lasciato il passo all’infodemia incontrollabile e incalcolabile.
Oggi i social fanno da megafono ampliando pregi e difetti, portando alla ribalta idee vincenti e pazzi da ricovero.  Scene come quelle di Capitol Hill dove un gruppo di coloriti supporter hanno fatto il giro del mondo, se per un secondo il capo della rivolta vestito da indiano può farci sorridere, non sottovalutiamo l’enorme rischio che stiamo correndo.
Una chiamata a raccolta di un (ormai) ex Presidente, un tam tam che gira sui social e ci troviamo migliaia di persone che invadono un tempio sacro come il Campidoglio.
Il rispetto per l’istituzione sta scomparendo, uno vale uno, tutti dicono tutto.
La crisi dello Stato è profonda, la crisi delle democrazie occidentali è evidente.
In un sondaggio promosso da Demos per La Repubblica[1] nel dicembre 2019, alla domanda REGIME DEMOCRATICO O AUTORITARIO? Con quale di queste affermazioni si direbbe maggiormente d’accordo? Il 67% ha risposto “La Democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo”, il 19% ha risposto che “Un regime autoritario in alcuni casi è preferibile alla democrazia, il 14% che è la stessa cosa autoritario o democratico.
Ciò vuol dire che praticamente 1/3 degli intervistati strizza l’occhio a forme autoritarie.
C’è un rischio di scivolare verso queste forme nel prossimo futuro?
La risposta è Si, basta soffiare sul fuoco della protesta, basta cavalcare l’onda giusta. E a darci conferma di questa tendenza, basta guardare al passato.
Secondo la teorie dell’anaciclosi dello storico greco Polibio, così come avviene nel ciclo biologico, in conformità con il principio di decadimento per cui ogni cosa prodotta dall’uomo è destinata a degenerare, anche la Politica e le forme di Governo seguiranno questa tendenza. Secondo Polibio l’ordine dell’evoluzione dei sei tipi di governo è il seguente: Monarchia; Tirannia; Aristocrazia; Oligarchia; Democrazia; Oclocrazia. Quando la Democrazia fallisce, ecco farsi avanti una nuova forma di governo: l’Oclocrazia, cioè il governo delle masse, leggi populismo.


 

[1] http://www.demos.it/2019/pdf/5247itasta2019_20191223.pdf