La vicenda legata al dirottamento della nave Achille Lauro nel 1985 è forse quella che meglio ha rappresentato la chiave di lettura della politica estera italiana negli anni di Craxi


 

«Quella di Bettino Craxi fu un capitolo della politica estera italiana fra i più importanti». L’affermazione dell’ambasciatore e storico Sergio Romano[1] appare vieppiù opportuna per analizzare i fatti che nel 1985 portarono alla crisi di Sigonella, succeduta al dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, episodio che in un certo senso restituisce l’azione di politica internazionale che il primo governo Craxi, con Giulio Andreotti come ministro degli esteri, promosse in quegli anni soprattutto nell’area mediterranea, teatro tra le altre di numerose tensioni fra i paesi arabi ed Israele. Craxi aveva chiaro il timore diffuso nei protagonisti dello scacchiere mediorientale di una mancata risoluzione della questione palestinese e percepiva la loro convinzione che né gli Stati Uniti né l’Europa si fossero resi conto di una situazione che si faceva sempre più pesante e gravida di rischi per la stabilità e la sicurezza del bacino. Rispetto a certe considerazioni è possibile comprendere l’attivismo del Governo italiano nell’affrontare la conflittualità divenuta sempre più dura fra Israele ed OLP[2]; Craxi ed Andreotti peraltro incontrarono Arafat nella notte fra il 6 ed il 7 dicembre del 1984 a Tunisi per esaminare la possibile soluzione politica del conflitto in Terrasanta.
Il significato dell’incontro ci è stato fornito da alcuni passaggi del diario di Andreotti in cui lo statista democristiano annota alcune considerazioni scaturite dall’incontro «oggi nella scelta fra soluzione politica negoziata e ripresa delle ostilità militari si è avuta un’esplicita dichiarazione a favore della prima […] Non sfuggono certamente le difficoltà tuttora enormi, le diffidenze, l’arduo compito di spingere all’allineamento sulla moderazione chi ancora vi si oppone, ma trovarsi a Tunisi e non discutere con il massimo livello palestinese la situazione sarebbe stato irresponsabile. E’ sciocco certamente essere ottimisti, ma se le cose ristagnano il pessimismo sarà sempre d’obbligo»[3].

Il dirottamento 

Ecco perché il 7 ottobre 1985 la notizia del dirottamento di una nave da crociera italiana che si apprestava a lasciare le acque egiziane per approdare in Israele, venne subito accolta con apprensione. I quattro terroristi armati che si erano introdotti a bordo con falsi passaporti, una volta sorpresi da un componente dell’equipaggio mentre maneggiavano le armi destinate alla loro reale missione, programmata durante lo sbarco nel porto israeliano di Ashdod, reagirono ferendolo ed impossessandosi della nave cambiando di fatto i loro piani d’azione. La situazione degenerò immediatamente ed i terroristi uccisero e gettarono in mare Leon Klinghoffer, cittadino americano di religione ebraica. Nelle ore concitate che seguirono la trattativa coi dirottatori il Governo italiano approntò una strategia precisa che è utile ripercorrere per meglio comprendere la politica estera italiana dell’epoca: si agì immediatamente per isolare i terroristi da un punto di vista politico coinvolgendo Arafat e tutto il vertice palestinese oltre ad Abu Abbas, capo della fazione di cui facevano parte i terroristi e che rivendicava la liberazione di alcuni prigionieri dalle carceri israeliane; venne predisposta l’operazione Margherita per un intervento militare volto a liberare l’Achille Lauro; vennero avviate delle trattative diplomatiche coinvolgendo sia la Siria, grazie ai buoni rapporti di Andreotti con Assad, che l’Egitto del presidente Mubarak, storico partner nelle relazioni internazionali italiane e che nella vicenda svolse un’azione efficace, sia permettendo all’Achille Lauro di attraccare mettendo in salvo equipaggio e passeggeri sia garantendo un salvacondotto che avesse consentito ai sequestratori  di essere trasferiti a Tunisi per essere processati dall’OLP. Giova ricordare che Arafat, scampato ad un tentativo di eliminazione da parte israeliana solo alcuni giorni prima, condannò immediatamente l’iniziativa definendola un tentativo di sabotaggio degli sforzi di pace faticosamente perseguiti anche dal governo italiano[4]. La notizia dell’uccisione di un passeggero cambiò tutto.

L’atterraggio a Sigonella

Nella sequenza di immagini che giunsero dalla base di Sigonella in cui l’aereo egiziano che trasportava i quattro miliziani del Fronte di Liberazione della Palestina, il mediatore Abu Abbas e il piccolo gruppo di militari egiziani di scorta, venne costretto ad atterrare da due F-14 statunitensi che lo avevano intercettato, si condensano tutti gli aspetti geopolitici, giuridici e politici di quello che è passato alla storia per alcuni come un atto di orgogliosa rivendicazione di sovranità nazionale e per altri, soprattutto l’opinione pubblica americana, come la prova della nostra debolezza e della protezione che l’Italia assicurava ai terroristi. Al di là di queste semplicistiche estremizzazioni, l’azione risoluta del Governo incalzato dalla pressione statunitense condotta sia da Reagan in costante contatto con Craxi che dall’ambasciatore Maxwell Rabb, che richiedeva energicamente l’estradizione negli USA dei terroristi e di Abu Abbas, fu dettata essenzialmente dalla necessità di assicurare i prioritari obiettivi di sicurezza italiana nel Mediterraneo, unendo la fermezza alla fedeltà atlantica. Infatti negli anni ottanta, complici la netta accelerazione delle tensioni USA-URSS sugli euromissili, in cui peraltro Craxi operò una scelta decisamente a favore della superpotenza americana, la crescente dinamicità del contesto mediterraneo e mediorientale nonché l’attenzione diplomatica per regioni in precedenza considerate marginali, l’Italia del pentapartito riuscì a cogliere delle opportunità insperate, massimizzando la sua proiezione da media potenza[5]. Gli uomini della Delta Force che vennero richiamati dai loro superiori mentre circondavano l’aereo atterrato a Sigonella dopo l’intervento dei militari dell’Aereonautica Militare e dei Carabinieri, dimostrarono la coerenza di parte italiana nel voler accertare i fatti, giudicare i terroristi e rispettare la sovranità dell’Egitto. Una linea che anche il presidente Ronald Reagan riconobbe come efficace e apprezzabile, ammettendo i successi conseguiti dall’Italia nella lotta al terrorismo. Craxi ed Andreotti sicuramente ricercarono un nuovo ruolo italiano di ponte fra civiltà atlantica e mondo arabo conquistando la fiducia di diversi settori di quest’ultimo pur mantenendo con l’alleato d’oltreoceano, un rapporto saldo anche dopo l’incidente di Sigonella visto che il nuovo attivismo italiano era stato reso possibile proprio perché in piena sintonia con Washington[6].
In tal senso può essere colta anche la differenza con la politica estera condotta dai leader democristiani dopo la fine dell’esperienza degasperiana sostanzialmente bipartisan ed attenta a trovare adeguate mediazioni tra atlantici e neutralisti come tra cultori dell’europeismo e seguaci della nostra specificità mediterranea, conferendo una postura difensiva al nostro atlantismo senza alcun richiamo aperto ai nostri interessi nazionali, tema che era rimasto sostanzialmente tabù dopo i disastri della politica di potenza e di aggressione del fascismo[7].
Certamente dopo Sigonella e con il traumatico passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica la politica estera italiana ha mostrato vistosi segnali di smarrimento perdendo di vista alcuni obiettivi strategici con inevitabili ripercussioni sulla nostra politica interna, confermando in parte ciò che  Otto Hintze già nel 1926  sosteneva ovverosia che « troppo tardi forse è stata accolta da noi l’idea che la vita interna degli stati, la loro formula costituzionale e lo spirito delle loro istituzioni, dipende in primo luogo non dalle idee spirituali che dominano un popolo o un’epoca, né dalla struttura economica della società che sta alla base, ma che accanto e al di sopra di questi fattori, sono soprattutto le condizioni politiche di esistenza degli Stati che derivano dalla grandi relazioni internazionali dalle tensioni ed equilibri delle grandi potenze, ad influenzare in modo decisivo la direzione ed il carattere delle loro istituzioni interne»[8].


Note

[1] La citazione è tratta da PINI M., Craxi. Una vita, un’era politica, Mondadori, Milano, 2007, p.294

[2] AQUAVIVA G., BADINI A., La pagina saltata della storia, Marsilio, Venezia, 2010 p.79

[3] ANDREOTTI G., I diari segreti, (a cura di ANDREOTTI STEFANO E SERENA), Solferino, Milano 2020 pp.417-418

[4] CRAXI B., La notte di Sigonella. Documenti e discorsi sull’evento che restituì orgoglio all’Italia, Mondadori, Milano 2019 p.43

[5] MURATORE A., La strana coppia. Bettino Craxi e Giulio Andreotti in (a cura di) PALMA L., Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale, Idrovolante edizioni, Roma 2019, pp.266-267

[6] DIODATO E., Il vincolo esterno. Le ragioni della debolezza italiana, Mimesis, Milano 2014, pp.90-91

[7] CRISAFULLI E., Sigonella. Avere ragione… trent’anni dopo, www.avantionline.it, 10 ottobre 2016

[8] DIODATO E., op. cit, p.49


Foto copertina: Fermo immagine della crisi di Sigonella, 11 ottobre 1985.