L’Unione Europea difenderà i curdi dall’attacco dell’esercito turco?

L’Unione Europea difenderà i curdi dall’attacco dell’esercito turco?

Nel 2015, la liberazione della città siriana di Kobane dalle truppe dello Stato Islamico diventò il simbolo della resistenza e della lotta per la libertà dei popoli. Oggi, a distanza di appena 5 anni, l’occidente sembra aver dimenticato i curdi siriani e tutti gli altri curdi che abitano in Medio Oriente.


Nel 2015, la liberazione della città siriana di Kobane dalle truppe dello Stato Islamico (ISIS) diventò il simbolo della resistenza e della lotta per la libertà dei popoli. In quell’anno simbolo, i combattenti delle unità di protezione del popolo curdo (YPG) diventarono degli eroi agli occhi della comunità internazionale conquistando la loro città e aiutando i soldati americani a spingere le forze dell’ISIS lontano dal confine con la Turchia. Oggi, a distanza di appena 5 anni, l’occidente sembra aver dimenticato i curdi siriani e tutti gli altri curdi che abitano in Medio Oriente, facenti parte della più grande minoranza etnica senza unità territoriale del mondo.
Ad oggi, nonostante un censimento preciso dei curdi sia molto difficile, si stima che al mondo siano almeno 45 milioni. Di questi, la maggior parte abita una zona geografica conosciuta con il nome di Kurdistan (terra dei curdi) a cavallo tra le frontiere di quattro stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran.

La cosiddetta questione curda impegna gli studiosi di diritto dei popoli e delle minoranze etniche da quando, nel 1945, il I articolo, paragrafo II della Carta delle Nazioni Unite sancì chiaramente il diritto dei popoli all’autodeterminazione e diede il via al processo di liberazione dallo status coloniale dei paesi che governati da potenze straniere ancora dopo la fine della guerra.
Questo principio fondamentale, diventato norma di jus cogens, non è stato però di facile applicazione nel caso del popolo curdo, un popolo che non ha mai goduto di integrità territoriale e che, anzi, sul finire della Prima Guerra Mondiale si è ritrovato diviso in quattro stati dopo lo sgretolamento dell’Impero Ottomano[1]. Infatti, garantire l’autodeterminazione del popolo curdo avrebbe significato permettere anche quello alla secessione di alcune porzioni degli stati nei quali ricadevano parti della minoranza curda, e quindi intaccare il diritto all’integrità territoriale di questi paesi[2].
Questo complesso puzzle geopolitico ha portato alla conseguente difficile convivenza tra i curdi e i governi e le popolazioni degli stati in cui vivono; in particolare, lo scontro tra i governi susseguitisi ad Ankara nel corso degli anni hanno violentemente oppresso la numerosissima minoranza curda che risiede nella zona sudest dell’Anatolia, rifiutando qualsiasi istanza separatista o indipendentista.

Con gli anni i curdi, stanchi di dover sottostare alle politiche repressive del governo di Ankara, si sono organizzati formando movimenti di resistenza, tra cui il più famoso è senza dubbio il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato come organizzazione nazionalista di stampo marxista-leninista nel 1978 dall’allora studente di scienze politiche Abdullah Oçalan e poi diventato organizzazione paramilitare che ha ingaggiato una lotta armata con l’esercito turco che oggi, dopo alcuni anni di precario cessate il fuoco, è ripresa violentemente.
Il PKK è stato dichiarato organizzazione terroristica dalla Turchia, ed è riconosciuto come tale anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti[3].
In virtù di questo, quando nel mese di ottobre del 2019 il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria nordorientale, dove i circa 2000 soldati di Washington continuavano a pattugliare la zona in funzione di contenimento delle sacche di resistenza dell’ISIS al fianco dei combattenti curdo-siriani, la Turchia di Erdoğan ha immediatamente annunciato che avrebbe attaccato i militari delle YPG.
Questo perché, secondo Ankara, le milizie curdo-siriane sono alleate del PKK, e per poter continuare la lotta contro i “suoi” curdi, Erdoğan ha dato il via all’operazione militare “sorgente di pace”, sotto gli occhi increduli della comunità internazionale che però, ad oggi, non ha preso una posizione ferma e ha solo sommariamente condannato l’azione turca[4].

 

L’Unione Europea divisa di fronte davanti all’attacco della Turchia

All’alba dell’inizio dell’offensiva turca nel nord-est della Siria, nel Kurdistan siriano anche conosciuto come Rojava, la domanda che la maggior parte degli osservatori internazionali si sono posti è: perché l’Europa, la Francia o la Germania o l’Italia, non sostituiscono gli Stati Uniti in Siria?
La verità è che la capacità militare europea non è paragonabile a quella statunitense, penalizzata da un cambio di leadership che si sta dimostrando poco interessata agli affari internazionali e molto più attenta alle dinamiche interne. Inoltre, il ruolo di Washington è sempre stato quello di guida a forza coordinatrice delle azioni atte a contenere lo Stato Islamico in Siria, quindi i contingenti europei hanno interpretato la decisione di Trump come un segnale per battere la ritirata.
L’unanime condanna dei leader europei e delle istituzioni non è stata accompagnata da un’azione concreta per non abbandonare l’alleato curdo, senza il quale la lotta all’ISIS avrebbe preso una piega certamente diversa.

Negli ultimi mesi del 2019, manifestazioni a favore del popolo curdo e anti-turche in tante capitali europee hanno mostrato la sensibilità dell’opinione pubblica all’arbitraria escalation di violenza, ma non sono serviti affinché l’Ue prendesse delle misure effettive contro la Turchia e Erdoğan, che continua a stringere il paese nella morsa dell’autoritarismo e del ritrovato panturchismo, disinteressato quanto mai agli affari europei e occidentali.
La verità è che la questione curda, ed in particolare l’aggressione militare del Rojava, avrebbero potuto essere l’occasione per Bruxelles per abbandonare il suo rapporto ambiguo con Ankara, ma così non è stato.
La Turchia post-golpe del 2016 sta dimostrando di aver del tutto perso qualsiasi interesse nei confronti dell’adesione all’Ue[5], macchiandosi di crimini contro la libertà di stampa e di espressione in patria, opprimendo e attaccando la propria minoranza curda e mandando navi da esplorazione e trivellazione a largo delle acque cipriote (acque europee dunque) in nome della propria influenza sulla zona nord di Cipro, violando apertamente il diritto internazionale del mare. Anche la situazione migratoria, sempre sul finire del 2019, ha visto una violenta ripresa quando la Turchia ha rilasciato migliaia di migranti provenienti dalla Siria al confine con la Grecia, riportando a galla l’altra spinosa questione legata allo Statement Ue-Turchia sui migranti del 2016, che prevedeva l’erogazione di ingenti fondi ad Ankara per gestire l’accoglienza dei migranti e richiedenti asilo provenienti da Siria ed altre zone di conflitto. Ma l’Unione non ha smesso di fornire questi fondi più altri sostegni economici alla Turchia, come non ha imposto alcuna sanzione effettiva per quello che sta succedendo nel nord-est della Siria.
Con questo è stato dimostrato, ancora una volta, che la difesa europea non è ancora autonoma e resta sotto l’ombrello della Nato e dell’influenza statunitense. La Turchia è un membro della Nato dal 1952 e conta sul secondo esercito per numero e forza dopo quello statunitense; finché l’Alleanza Atlantica continuerà a definire il quadro della sicurezza e della difesa in Europa, la Turchia potrà continuare ad agire violando diritti umani e leggi internazionali indisturbata[6].


Note

[1] https://www.opiniojuris.it/origini-delle-contese-mediorientali/

[2] Per ulteriori dettagli sulla storia del popolo curdo e del Kurdistan, rimando a quest’articolo del 3/3/2020: https://www.opiniojuris.it/kurdistan/

[3] ECFR, https://www.ecfr.eu/publications/summary/a_new_gaza_turkeys_border_policy_in_northern_syria,

[4] S. Vespa, La Turchia, i curdi e l’ipocrisia europea: l’analisi di Vespa,  https://formiche.net/2019/10/siria-turchia-curdi/, formiche.net

[5] M. Ansaldo, Bruxelles la prima volta della lingua curda al Parlamento europeo, https://www.repubblica.it/esteri/2020/02/08/news/bruxelles_la_prima_volta_della_lingua_curda_al_parlamento_europeo-248031093/, Repubblica, 8/2/2020

[6] P. Haski, L’Unione Europea è divisa di fronte all’offensiva turca in Siria, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2019/10/15/unione-europea-divisa-turchia, Internazionale, 9/12/2019


Foto copertina: TheNewArab


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Fiorella Spizzuoco

Fiorella si è laureata in Studi Internazionali presso l'Università di Napoli L'Orientale, con una tesi sull'Allargamento dell'Unione Europea e il processo di Adesione della Turchia, risultando tra i finalisti del premio Jo Cox per gli studi europei nel 2018. Tra i suoi principali interessi, le relazioni esterne dell'Unione Europea e la sua politica di Vicinato, la geopolitica dell'area mediterranea e del Medio Oriente e i Diritti Umani.

Ha appena terminato un periodo di traineeship presso l'IDLO (International Development Law Organization). Dal 2018 al 2019 ha ricoperto il ruolo di Youth Delegate italiano presso le Nazioni Unite.

E' appassionata di letteratura, cinema, storia e arte.

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