El Tapón del Darién: sulla rotta migratoria verso gli Stati Uniti

El Tapón del Darién: sulla rotta migratoria verso gli Stati Uniti

Il Darién è una regione al confine tra Panama e Colombia, una fitta distesa di montagne, paludi, foreste e fiumi, ‘’terra di nessuno’’, corridoio ideale per le attività di gruppi paramilitari e trafficanti. L’autostrada Panamericana, che collega l’Alaska al Sud America, si ferma in questo territorio, abitato da millenni da popolazioni indigene, e al centro di falliti tentativi di colonizzazione. Nonostante la natura inospitale del luogo, migliaia di migranti provenienti dall’Asia, dall’Africa e dall’America del Sud rischiano ogni anno la propria vita per attraversarlo.


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Le migrazioni internazionali sono sempre più complesse. Le rotte mutano a seconda del momento storico, delle decisioni politiche, degli ostacoli materiali. Negli ultimi anni, i flussi migratori attraverso il Mediterraneo sono diminuiti drasticamente e un intreccio di ragioni, tra cui l’ecatombe nel Mediterraneo, le politiche dei governi europei, il disastro libico dei centri di detenzione, ha contribuito allo sviluppo di traiettorie alternative, più lunghe e faticose. Il Mediterraneo è tutt’ora uno snodo cruciale della mobilità migrante dall’Africa all’Europa, in virtù della sua collocazione geografica, ma ad esso si aggiungono altri percorsi non più trascurabili.  

L’America Centrale è stata per lungo tempo considerata una regione di transito per i migranti diretti verso gli Stati Uniti. Alla tradizionale mobilità interregionale, si è però aggiunto nel corso degli anni un numero crescente di migranti asiatici e africani, provenienti principalmente da Bangladesh, Nepal, Nigeria, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Camerun[1]. Per molti, raggiungere l’Europa è ormai troppo rischioso e costoso, come conferma un uomo del Camerun: ‘’Europe was there, but it is just too expensive[2].’’ La traversata parte in genere dai paesi dell’America del Sud, principalmente l’Ecuador o il Brasile, raggiungibili via aerea, grazie all’esistenza di leggi sull’immigrazione relativamente indulgenti (non esenti, ovviamente, da critiche internazionali).
Un altro aspetto non trascurabile riguarda le scarse politiche di deterrenza adottate dai governi latinoamericani (anche questo potrebbe, però, cambiare).

Data la mancanza di accordi di rimpatrio con i paesi asiatici e africani e dati i costi dei rimpatri transcontinentali, la deportazione è meno frequente. Per esempio, dei 34.000 migranti extra-continentali intercettati dalle autorità messicane tra il 2013 e il 2018, solo il 3,3% è stato espulso. Diversamente, il 96% dei migranti provenienti dai paesi dell’America Centrale è stato espulso dal governo messicano nello stesso arco di tempo. Infine, rispetto ai consistenti flussi interregionali, i migranti extra-continentali hanno ricevuto negli anni minori attenzioni[3].
Il viaggio prosegue verso la Colombia, in genere in autobus, nella parte nord del paese, nelle città colombiane di Turbo o Necoclí. A Turbo, in particolar modo, una babele di lingue si confonde tra le strade; i migranti vi transitano per rifornirsi e riposare prima di intraprendere la traversata della giungla, spesso in condizioni igienico-sanitarie precarie e rifugi improvvisati[4]. I trafficanti colombiani, i coyote, si aggirano per la cittadina offrendo aiuto per il trasporto attraverso il Darién Gap. Il pagamento dei trafficanti è spesso necessario per sopravvivere ai pericoli della traversata. Da lì, i migranti attraversano il Golfo di Urabá, sui pescherecci dei pescatori locali, spesso sovraffollati, e sbarcano nei comuni di Acandí o Capurganá sulla costa orientale del Darién Gap. Nella migliore delle ipotesi, attraversare il Darién richiede dai sei agli otto giorni, mentre durante la stagione delle piogge la situazione si complica. Il cammino attraverso il Darién è complicato e pieno d’insidie. L’aiuto fornito dai trafficanti non sempre è una garanzia di sicurezza e molti dei migranti intervistati ricordano di aver visto scheletri lungo il cammino[5]. Una volta oltrepassato il Darién, i migranti stazionano nel piccolo villaggio di Bajo Chiquito prima di proseguire verso La Peñita.
Il SENAFRONT panamense, una forza di polizia deputata al controllo dei confini, verifica i passaporti, dispensa vaccini e conduce ulteriori controlli di sicurezza. In base alla politica del flusso controllato, per la quale solo ad un certo numero di migranti è permesso transitare sul territorio panamense ogni giorno, ognuna delle persone a La Peñita viene inserita in una lista d’attesa; possono passare giorni o mesi.
I controlli di sicurezza, inoltre, prevedono ulteriori verifiche sui documenti di viaggio, sui nomi dei migranti attraverso database statunitensi e internazionali e l’acquisizione di impronte digitali e scansioni della retina. Tutte le informazioni raccolte vengono trasmesse agli Stati Uniti attraverso un sistema noto come BITMAP. I migranti che costituiscono una minaccia per la sicurezza vengono monitorati e in casi estremi possono essere espulsi prima di arrivare al confine con gli Stati Uniti[6]. Una volta chiamati, i migranti vengono trasportati a Chiriquí, nella provincia panamense settentrionale, e sperimentano un processo d’attesa simile a quello de La Peñita per proseguire verso il Costa Rica. L’UNICEF ha di recente evidenziato un incremento nel numero di minori migranti attraverso il Darién Gap, dai 522 del 2018 ai 4000 del 2019. Di questi, circa il 50% aveva meno di sei anni[7].

Circa 320 minori sono stati registrati nel Darién nel solo Gennaio 2020. Diversi fattori contribuiscono a definire la consistenza dei flussi attraverso il confine colombiano-panamense. Secondo le ultime statistiche, il numero di migranti in transito nel mese di marzo 2020 è stato di 1099, rispetto ai 1825 del mese precedente, di cui 645 uomini e 454 donne. Si tratta principalmente di haitiani e cubani, ma anche di migranti provenienti dal Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Nepal, Eritrea, Sri Lanka, Camerun[8].
Rispetto al marzo 2019, i numeri sono nettamente inferiori, ma per comprenderli sarebbe utile ragionare sulle restrizioni imposte dal covid-19 – secondo l’UNHCR, 161 Stati hanno parzialmente o totalmente chiuso i confini per contenere la diffusione del virus, di cui 97 non fanno eccezioni per i richiedenti asilo[9]. In questa situazione, molti sono i migranti bloccati nei centri d’accoglienza dopo mesi di traversate estenuanti. Sommariamente, vista la natura clandestina della maggior parte di questi viaggi, è possibile sostenere che il numero di migranti asiatici e africani che ogni anno attraversa l’America Latina oscilla tra le 13.000 e le 24.000 unità[10].
Dopo aver attraversato l’America centrale, infine, i migranti arrivano in Messico, generalmente a Tapachula, l’ultimo step prima degli Stati Uniti. Come riportato dall’IOM[11], nel corso della traversata, i migranti extra-regionali che transitano in America del Sud incontrano difficoltà comuni: un mancato accesso ad informazioni accurate, barriere linguistiche, una scarsa inclusione sociale. La seconda parte del viaggio, in America Centrale, si caratterizza per ulteriori criticità: ancora una volta informazioni inaccurate, un accesso limitato all’acqua potabile, il passaggio attraverso il Darién – il punto più pericoloso del viaggio -, le politiche restrittive adottate dal Nicaragua in seguito alla ‘’crisi migratoria’’ del 2015. Secondo l’IOM, è fondamentale fornire supporto psicosociale a chi attraversa il Darién, poiché molti riportano conseguenze negative sia fisiche che psicologiche; informazioni accurate sui pericoli del Darién, spesso sottostimati; infine, meccanismi d’assistenza per i più vulnerabili, maggiore solidarietà nelle comunità locali e prodotti igienici e medici nei centri d’accoglienza. In Messico, i migranti sperimentano inadeguati servizi d’assistenza e problemi d’alloggio.
A Tijuana, spesso, i rifugi non sono accessibili per i migranti extra-regionali. Inoltre, ai valichi di frontiera ufficiali a Tapachula, il sovraffollamento diventa un problema. Altre situazioni di vulnerabilità derivano dalle separazioni familiari, dalle lunghe attese (spesso si rende necessaria la ricerca di un lavoro temporaneo), dalla presenza di network criminali tra Tapachula e Tijuana. Come migliorare la situazione e come intervenire?

Secondo l’IOM, in primo luogo, attraverso un’accurata raccolta dei dati per fornire risposte specifiche alla situazione dei migranti extra-regionali nelle Americhe. Inoltre, attraverso la formazione degli ufficiali ai confini sulle condizioni di partenza e i diversi profili della popolazione migrante. Ancora, attraverso il superamento delle barriere linguistiche, fornendo informazioni in più lingue ai valichi di frontiera e nei centri d’accoglienza, e la promozione di azioni delle comunità. L’IOM raccomanda di assicurare ai migranti un’adeguata consulenza legale, informazioni dettagliate sui loro diritti, sui servizi disponibili, e meccanismi per la segnalazione di crimini e abusi durante la traversata. Si auspica, infine, alla promozione di misure alternative alla detenzione per i migranti ‘’irregolari’’. Migliaia di richiedenti asilo aspettano in Messico, sotto la pressione del governo statunitense, in campi sovraffollati; i migranti provenienti dall’Africa spesso affrontano un limbo interminabile. Entrare negli Stati Uniti è sempre più difficile.

‘’We are not looking for greener pastures – we are looking for safety[12].’’


Note

[1] P. Miraglia, ‘’The Invisible Migrants of the Darién Gap: Evolving Immigration Routes in the Americas’’, Council on Hemispheric Affairs, 2016, www.coha.org/the-invisible-migrants-of-the-darien-gap-evolving-immigration-routes-in-the-americas/.

[2] Caitlyn Yates, ‘’As More Migrants from Africa and Asia Arrive in Latin America, Governments Seek Orderly and Controlled Pathways’’, Migration Policy Institute, 2019, www.migrationpolicy.org/article/extracontinental-migrants-latin-america.

[3] Ibidem.

[4] K. Linthicum, ‘’Crossing the Darién Gap. Migrants from around the globe are forging a grueling path to the U.S. – through the heart of the rainforest’’, LA Times, 2016, www.latimes.com/projects/la-fg-immigration-trek-america-colombia/.

[5] Caitlyn Yates, ‘’As More Migrants from Africa and Asia Arrive in Latin America, Governments Seek Orderly and Controlled Pathways’’, Migration Policy Institute, 2019, www.migrationpolicy.org/article/extracontinental-migrants-latin-america.

[6] Ibidem.

[7] UNICEF, ‘’Panama sees more than seven-fold increase in number of migrant children crossing through Darien Gap’’, 2020, www.unicef.org/press-releases/panama-sees-more-seven-fold-increase-number-migrant-children-crossing-through-darien.

[8] Servicio Nacional de Migracion, MIGRACION – Irregulares en transito por Darién marzo 2020, www.datosabiertos.gob.pa/dataset/migracion-irregulares-en-transito-por-darien-marzo-2020.

[9] UNHCR, Coronavirus emergency appeal. UNHCR’s preparedness and response plan (REVISION), 2020, https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/COVID-19%20appeal%20-%20REREVISED%20-%2011%20May%202020.pdf.

[10] Semana, ‘’Los migrantes de otro mundo’’, 2020, www.semana.com/nacion/articulo/millones-de-migrantes-recorren-el-mundo-en-penosas-circunstancias/674902.

[11] IOM, Extraregional Migration in the Americas: profiles, experiences and needs, San José, 2019, https://publications.iom.int/system/files/pdf/extraregional-migration-report-en.pdf.

[12] J. Tuckman, ‘’We’ve been taken hostage: African migrants stranded in Mexico after Trump crackdown’’, The Guardian, 2019, www.theguardian.com/us-news/2019/sep/30/weve-been-taken-hostage-african-migrants-stranded-in-mexico-after-trumps-crackdown.


Foto copertina:Un gruppo di migranti attende lo spazio in un autobus che li porterà nel loro viaggio verso nord, a Pe’itas, nella provincia di Darien, a Panama, il 10 maggio 2019.Arnulfo Franco / AP


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Rossella Valentino

Dopo la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha di recente conseguito la laurea magistrale in Studi Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli ‘’L’Orientale’’. Scrivere è una delle sue grandi passioni. Tra i suoi interessi principali: la politica internazionale, i diritti umani, le questioni ambientali e le questioni di genere.

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