La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Russia e Bielorussia

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Russia e Bielorussia

Prosegue la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. In questo approfondimento sono stati trattati in dettaglio i casi studio di Russia e Bielorussia.


La Russia ha ereditato il peso storico dell’inevitabile successione all’Unione Sovietica, tentando di mantenere con difficoltà una certa influenza sul mondo ex comunista. Il collasso dell’Urss è stato seguito da un brevissimo e fallimentare paragrafo di apertura semi-democratica durante la presidenza di Boris Eltsin, ma il tracollo economico, l’insorgenza islamista nel Caucaso, e la quasi-guerra civile scoppiata nel paese, hanno favorito l’instaurazione di un ordine autoritario, basato sul supporto degli ex quadri sovietici, di esponenti dei servizi di sicurezza, e della nascente oligarchia economica.

È proprio quest’ordine che, pur ricco di contraddizioni, ha permesso al paese di evitare un’ulteriore disgregazione, restando al riparo dalle rivoluzioni colorate che hanno scosso quasi tutto l’ex mondo sovietico. È l’esigenza della sicurezza nazionale che unisce politici ed oligarchi nel comune obiettivo di mantenere in vita questo sistema autoritario post-sovietico, la cui caduta segnerebbe l’entrata definitiva nel paese di potenze storicamente ostili e guidate dal fine dell’annichilimento di ciò che resta dello stato profondo russo.

La Bielorussia ha subito un destino diverso dai propri vicini, sia per la maggiore influenza esercitata da Mosca che per il sistema poliziesco realizzato da Aleksandr Lukashenko all’indomani dell’indipendenza. Tuttavia, il malcontento popolare e la pressione delle opposizioni, deboli e disorganizzate ma sempre più capaci di incanalare e comprendere le esigenze di società civile in transizione, sono in costante aumento e si configurano sempre di più come i reali sfidanti dell’ordine costituito.

Il caso della Bielorussia

Il paese ha ottenuto l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991, e dal 1994 Aljaksandr Lukašėnka è alla presidenza. È ritenuto un regime autoritario di tipo neosovietico, in cui i diritti basilari sono garantiti – seppure minimamente – e il dissenso è tollerato in maniera molto limitata[1].

Le elezioni hanno regolarmente luogo, ma non prevedono una reale concorrenza tra i candidati e le procedure di conteggio dei voti mancano di trasparenza. In queste condizioni, Lukašėnka ha ottenuto nel 2015 il quinto, e consecutivo, mandato presidenziale.

L’economia è controllata per il 70% dallo Stato ed essendo Lukašėnka dotato di poteri in ogni ramo pubblico, ha posizionato lealisti in imprese pubbliche, alimentando clientelismo e corruzione[2].

Il governo ha anche quasi totale controllo del sistema d’informazione e di internet, che è ampiamente monitorato, e gli attacchi ai media indipendenti sono frequenti[3].

Il caso della Russia

L’esperienza sovietica si è conclusa con un tentativo golpista nell’agosto 1991, al quale ha fatto seguito quasi un decennio di caos, insurrezioni nelle regioni a maggioranza islamica nel Caucaso settentrionale, clima da guerra civile, scontri fra gruppi del crimine organizzato ed emergere di oligarchi che hanno costruito la loro ricchezza sulle macerie dell’ordine comunista.

L’ascesa di Vladimir Putin e ciò che è successo a partire dalla sua entrata in scena vanno letti all’interno di questo quadro più ampio. Un gruppo di potere formato da oligarchi e uomini formatisi tra le fila dei servizi segreti ha preso le redini, incamminando il paese nella direzione ritenuta più consona per la sua salvezza: un regime autoritario morbido con elementi democratici.

La libertà di informazione è garantita, i media indipendenti esistono e hanno anche un certo seguito popolare, ma la professione del giornalista investigativo è pericolosa e può anche comportare la morte. Soltanto nel periodo 2012-18 sono stati 13 i giornalisti uccisi, anche se l’omicidio di Anna Politkovskaya, avvenuto nel 2006, resta il più celebre[4].

Esistono partiti d’opposizione, anche se la scarsa competitività elettorale ha favorito l’egemonizzazione a livello locale e nazionale di Russia Unita, una piattaforma politica di destra liberale ideata da Putin per marginalizzare sia le forze d’opposizione ostili che quelle ritenute pericolose per l’ordine post-eltsiniano, come i comunisti e gli estremisti di destra.

Negli anni recenti la società civile si è mostrata sempre più insofferente verso la condotta di Russia Unita, accusata di malapolitica, mala-amministrazione, e creazione di meccanismi clientelari, e la percezione della corruzione diffusa è stato, ed è tutt’ora, il principale leitmotiv delle proteste popolari. Tuttavia è doveroso sottolineare che la stessa opposizione a Russia Unita e Putin non è interessata ad un’apertura democratica del paese in senso liberale e occidentale, essendo invece focalizzata primariamente sulla lotta alla corruzione. Ad esempio, l’attivista antigovernativo Aleksei Navalny e il leader del Partito Comunista Gennady Zyuganov hanno posizioni di politica estera molto scioviniste e hanno criticato Putin per il suo polso debole.

La società, poi, è sempre più polarizzata in due blocchi come dimostrato dai sondaggi governativi e non governativi: chi si lamenta delle attuali condizioni di vita e del sistema politico, ed espatrierebbe se potesse, e chi ha nostalgia dell’epoca sovietica e di dittatori come Stalin.

Tale polarizzazione si riflette nei dati elettorali che premiano sempre di più il Partito Comunista, nel crescente astio verso Putin, il cui indice di approvazione è diminuito dal 87% al 63% fra il 2013 e il 2018, nell’aumento dal 14% al 44% di chi vorrebbe trasferirsi all’estero nello stesso periodo, e dal crescere della nostalgia sovietica dal 49% al 66% negli ultimi sette anni[5] [6] [7]

La politica è fortemente influenzata dal ruolo degli oligarchi dell’energia e della grande industria, i quali godono di un rapporto confidenziale con Putin e con i servizi segreti. La commistione di interessi privati e pubblici non garantisce sempre il funzionamento del sistema ed è causa periodica dell’espulsione violenta dei suoi membri, ossia la morte. Sono diversi gli oligarchi che sono stati uccisi negli anni recenti, come l’influentissimo Boris Berezovsky nel 2013.

Negli ultimi due anni, però, si sta assistendo ad un sotterraneo cambiamento spinto dal basso. La questione ambientale, la corruzione, e la libertà di informazione sono temi la cui importanza cresce costantemente e per i quali la società civile è disposta a fronteggiare la repressione delle autorità. Di conseguenza, amministrazioni e autorità locali stanno venendo incontro alle esigenze dei protestanti sullo sfondo delle crescenti pressioni da essi derivanti.

Il caso più emblematico è accaduto lo scorso giugno. Il giornalista investigativo Ivan Golunov era stato arrestato per accuse di possesso di sostanze stupefacenti, poi rivelatesi false, anche se secondo i suoi difensori l’obiettivo era di mettere a tacere le sue inchieste scomode sulla corruzione fra i politici di Russia Unita. Le proteste popolari si sono intensificare con il passare dei giorni e anche i grandi media, tradizionalmente filogovernativi, si sono esposti in difesa dell’uomo[8].

Sulla questione è infine intervenuto lo stesso Putin, velocizzando la caduta delle accuse e il rilascio del giornalista. Si è trattato di una vittoria storica per la società civile russa, ed anche di una presa d’atto da parte del sistema di potere che è in corso un profondo mutamento sociale, al quale è necessario rispondere, non reprimere.

Conclusioni

Russia e Bielorussia sono connesse da un legame molto forte che sarà difficile spezzare. Contrariamente al controllo artificiale esercitato sul Turkestan, differente dalla Russia per ragioni culturali, sociali e sotto diverse pressioni geopolitiche, Minsk appartiene al mondo slavo ed ortodosso e l’alternativa a Mosca è l’isolamento dal mondo, dal momento che la classe politica dominante non è interessata ad un avvicinamento a Stati Uniti ed Unione Europea.

In entrambi i paesi, però, si segnalano dei cambiamenti provenienti dal basso, derivanti da una vasta insofferenza causata dai bisogni insoddisfatti e dalla corruzione. Quest’insofferenza è stata ignorata fino a tempi recenti, ma sembra che sia Putin che Lukasenka siano intenzionati a venire incontro ad alcune istanze, pur senza rimettere in discussione il sistema di potere da loro creato, onde evitare i rischi di una rivoluzione colorata.


Note

[1] Scheda della Bielorussia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/belarus

[2] Vedi nota 1

[3] Vedi nota 1

[4] I giornalisti uccisi nel periodo in questione sono in ordine cronologico: Alexander Khodzinsky, Kazbek Gekkiev, Akhmednabi Akhmednabiyev,Timur Kuashev, Dmitry Tsilikin, Yevgeny Khamaganov  Nikolay Andrushchenko  Dmitry Popkov, Andrey Ruskov, Maksim Borodin, Denis Suvorov, Sergei Grachyov, Yegor Orlov.

[5] Nostalgia for the Soviet Union Hits 14-Year High in Russia, Poll Says, The Moscow Times, 19/12/2018

[6] Osborn A., Almost half of young Russians want to emigrate, Gallup poll says, Reuters, 04/04/2019

[7] Putin’s Approval Rating Lowest Since 2013 — Poll, The Moscow Times, 25/10/2018

[8] L’autunno caldo dell’era Putin, Inside Over, 09/08/2019


Foto copertina:”Minsk, Belarus – Nov’ 2016


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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