Veli al vento. Donne che liberano la parola dell’Islam

Veli al vento. Donne che liberano la parola dell’Islam

Per quattordici secoli, il Corano è stato letto secondo un’interpretazione maschile, che lo ha snaturato della sua essenza. Molte donne lo hanno riletto e studiato in chiave critica; si sono impegnate attivamente e ne hanno dimostrato la natura egualitaria, non violenta: “una religione di parità e giustizia e pace”.


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Esiste una jihad che non è violenza. È la sfida attenta e decisa delle donne che vogliono riconsegnare all’islam il suo significato originario. Per quattordici secoli, il Corano è stato letto secondo un’interpretazione maschile, che lo ha snaturato della sua essenza. Molte donne lo hanno riletto e studiato in chiave critica; si sono impegnate attivamente e ne hanno dimostrato la natura egualitaria, non violenta: “una religione di parità e giustizia e pace”.

Il velo al vento lo ha gettato Huda Sha’rawi[1] (1879-1947), fra gli applausi, al ritorno al Cairo dalla Conferenza Internazionale delle Donne, nel 1924.

Ha creato per prima un movimento femminista politico; nel 1925 ha ottenuto dal parlamento l’approvazione alla scuola elementare obbligatoria per le bambine e – fra tante altre conquiste in pieno attivismo – ha sostenuto donne e bambini in difficoltà e ha permesso lo studio delle ragazze all’estero devolvendo in borse i suoi beni. Si è tolta il velo anche Anbara Salam Khalidi, nel 1928, per parlare all’Università Americana di Beirut.

In quello stesso anno, Nazira Zeineddine al-Halabi ha pubblicato il primo libro che – rileggendo il Corano – ne ha sottolineato la concezione patriarcale: Al Sufur wa’l Hijab, ‘Svelare e Velare’. Bandito dai fedeli, il libro è stato tradotto in diverse lingue e diffuso in tutto il mondo. Le donne musulmane hanno iniziato la propria jihad nel ventesimo secolo. Il vento che ha raccolto il velo di Huda, è occidentale.

Continenti di prevalenza cristiana, quali Europa e America del Nord, hanno conosciuto al loro interno l’incremento di comunità musulmane, dovuto alle migrazioni delle popolazioni durante il secolo scorso. L’inclusione di tali comunità ha prodotto quella che il sociologo e psicologo americano Leon Festinger descrive come “dissonanza cognitiva[2]”. Si è creato uno stato di tensione, scaturito dalla contraddizione tra l’osservanza delle proprie tradizioni e l’adattamento alle usanze del paese ospitante. Le cognizioni, intese come il complesso delle proprie opinioni e credenze, devono trovare coerenza con il proprio comportamento e con l’ambiente in cui ci si relaziona. La dissonanza cognitiva[3] si è risolta in quella che per molti è un ossimoro: il femminismo islamico.

Il termine è nato nel 1995, durante la quarta Conferenza Mondiale sulle Donne delle Nazioni Unite a Pechino, il cui slogan era “I diritti delle donne sono diritti umani”. Dal velo gettato al vento nel 1924, alla richiesta di parità di diritti nell’Islam, sono trascorsi 71 anni. L’ostacolo principale sta nel significato negativo che si dà al concetto di occidentalizzazione, vista come minaccia per l’identità islamica.

Nel movimento femminista che parte dalla fine del secolo scorso, la rivendicazione della parità dei sessi si esprime in due maniere contrastanti: in un “femminismo negazionista” e in un “femminismo interpretativo”.

Alla prima corrente di pensiero appartengono le donne che vedono nell’Islam una religione incompatibile con uno sviluppo armonioso della società e un’antitesi dell’evoluzione sociale e culturale; alla seconda corrente di pensiero appartengono donne impegnate culturalmente che, sulla base della rilettura del Corano, ritengono l’Islam una religione di parità e non intendono abbandonarla.

Gli uomini hanno avuto accesso esclusivo alle fonti per quattordici secoli e questo ha portato a tutti quegli atteggiamenti di prevaricazione e di prepotenze nei confronti delle donne.

Le intellettuali americane (ma di origini pakistane) che hanno sostenuto per prime queste tesi sono state Asma Barlas, Riffat Hassan, la storica Leila Ahmed (di origine egiziana), e Amina Wadud (afro-americana).

Amina Wadud è la prima imamah riconosciuta e la prima donna ad analizzare il Corano in un’ottica egalitaria, con il suo primo libro Qur’an and Woman. Il 18 marzo 2005, ha recitato la preghiera del venerdì davanti a una comunità mista di fedeli, alla Synod House della Cattedrale St John the Divine, a New York. Perché la preghiera di Amina era una rivoluzione se nessun punto del Corano vieta a una donna di condurre la preghiera?

Le cose cambiano dopo la morte del Profeta. Umar, il secondo califfo, è violento con le sue mogli; ordina spazi separati nella moschea e senza che vi sia alcun riscontro nel Corano, introduce la lapidazione delle adultere. Uthman, il terzo califfo è più disponibile verso le donne, ma nella moschea devono rimanere separate e uscire dopo gli uomini. L’Arabia del settimo secolo non prevedeva uguali diritti per le donne.

Nel 2005 il mondo musulmano era ancora controllato dagli uomini. Quattordici secoli di controllo hanno reso la preghiera di Amina un atto sovversivo. Lei ha scelto il silenzio per far tornare l’attenzione sull’essenza dell’Islam. Le donne devono andare nella moschea con abiti adeguati, senza profumo e senza parlare, perché il profumo e la voce della donna sono considerati armi di seduzione. La posizione della donna, durante la preghiera, “può scatenare pensieri sessuali”. Questo è quello che si evince dal dialogo tra Luciana Capretti – autrice del libro La jihad delle donne[4] – e Nibras Breigheche, guida spirituale di Trento e fondatrice dell’Associazione islamica italiana imam e guide religiose.

Secondo Nibras, la donna non deve guidare la preghiera mista poiché la “posizione china con la fronte a terra” potrebbe accendere fantasie sessuali degli uomini.

Rabeya Muller[5] dice che nel Corano non c’è nessuna indicazione precisa riguardo al velo. Ai tempi del profeta, era simbolo di appartenenza a una classe sociale elevata.

Attualmente, in Germania, a indossare l’hijab è solo un terzo delle donne e circa trecento indossano il mantello che lascia scoperti solo gli occhi. Nessuna donna indossa il burqa, ma la Cancelliera Angela Merkel ha espresso parere favorevole a vietarlo. Questa scelta può essere motivata dal fatto che in clima di attacchi terroristici, non è facilmente riconoscibile la persona che lo indossa. Tuttavia, l’abbigliamento femminile dell’Islam è visto dall’Occidente come il simbolo della negazione della femminilità e dell’identità della donna islamica. A detta di tante giovani donne, invece, il velo rappresenta la libertà del loro credo. Amina Wadud nota che il suo uso è strettamente legato al bisogno di affermazione della propria identità e che negli ultimi 30 anni l’abbigliamento femminile si è andato sempre più uniformando, poiché si vive il rischio di essere in minoranza in un mondo cristiano. Secondo Amina, il velo si trasforma in una limitazione quando si stabilisce che è giusto portarlo. Mary Teasley è il nome di Amina Wadud all’anagrafe. Nata nel Maryland, si è convertita all’Islam nel 1972. Si è specializzata in studi islamici e insegna all’Università Internazionale Islamica in Malesia. Dice che “bisogna impossessarsi dell’Islam” e che la svolta può trovarsi nell’accettare la differenza anche in campo sessuale. Impossessarsi dell’Islam significa restituirlo alla sua essenza originaria; di uguaglianza, di non violenza. Ci vorrà del tempo ed è necessario lo sforzo di tutti. Attraverso lo studio accurato e l’impegno nella divulgazione della vera parola dell’Islam, come le sue donne stanno facendo.


Note

[1] Hodā Shaʿrāwī o Hudā Shaʿrāwī è stata un’attivista egiziana, pioniera del movimento femminista egiziano e arabo.

[2] La dissonanza cognitiva è una teoria della psicologia sociale introdotta da Leon Festinger nel 1957(e ripreso in seguito da Milton Erickson nell’ambito della psicologia clinica) per descrivere la situazione di complessa elaborazione cognitiva in cui credenze, nozioni, opinioni esplicitate contemporaneamente nel soggetto in relazione ad un tema si trovano in contrasto funzionale tra loro; esempi ne sono la “dissonanza per incoerenza logica”, la dissonanza con le tendenze del comportamento passato, la dissonanza relativa all’ambiente con cui l’individuo si trova a interagire (dissonanza per costumi culturali).

[3] Teoria della dissonanza cognitiva, Leon Festinger, Franco Angeli Editore, Milano, 2009.

[4] La jihad delle donne, L. Capretti, Salerno Editrice, Roma.

[5] Autrice del libro “Der Koran für Kinder und Erwachsene” (Il Corano per bambini e adulti).

 


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Mario Andre Villa

Mario Andrea Villa è diplomato al Liceo Scientifico. Da sempre appassionato di geologia e geopolitica, studia Scienze Geologiche all'Università Federico II di Napoli.

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