Rebel, rebel, you’ve torn your dress. Le donne del Rojava

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Ripensare il rapporto tra genere e rivoluzione nelle Regioni Autonome del Rojava.


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“Le guerre continuano molto più a lungo di quanto siamo disposti ad ammettere […] la maggior parte di noi smette troppo presto di coltivare la curiosità per un conflitto. E smettiamo troppo presto perché guardiamo le persone sbagliate.”[1]

Nel 2011 comincia il conflitto siriano. Quattro anni più tardi, nell’agosto del 2014, le forze di Daesh prendono il controllo di Kobanî, città siriana al confine con la Turchia. La stampa estera viene improvvisamente inondata di immagini di donne sorridenti in uniforme, AK-47 sottobraccio e lunghe chiome libere dal velo.
Chi sono queste donne?
La parola Kurdistan inizia a diventare di dominio pubblico, nonostante non sia una novità per quelle frange della sinistra con un minimo di infarinatura di geopolitica mediorientale. Per il resto del mondo però la loro presenza è sorprendentemente una buona novella. Queste donne combattono in prima linea contro la minaccia che Daesh costituisce non solo per la guerra in Siria ma anche per la civiltà occidentale, narrativa più volte ripresa dalla stampa estera. Sebbene i loro corpi siano spesso stati usati come nuovo simbolo della lotta contro il terrorismo islamico, i loro motivi, le origini e i loro programmi sono rimasti vagamente riportati. La ragione principale è che le donne combattenti del Rojava non calzano la narrativa corretta: “[sono] femministe, socialiste, se non addirittura anarchiche o comuniste, guidate da un gruppo connesso al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che è classificato come organizzazione terroristica dalla NATO, il Regno Unito e gli Stati Uniti.”[2].

Il Kurdistan si estende su quattro diversi stati-nazione, rispettivamente la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. Ciononostante, non esiste come nazione riconosciuta politicamente. Questo colloca i Curdi tra forze contrastanti. Da una parte la sfaccettata e silenziosa moltitudine delle identità curde; dall’altra, la presenza “non richiesta e spesso violenta”[3] degli stati che controllano pezzi di questa nazione senza confini. In questo contrasto tra esistenza e non-esistenza, riconoscimento e messa a tacere, le donne curde hanno faticato ad asserire la loro indipendenza all’interno di una società che cerca il riconoscimento continuando a rimanere attaccati a un’idea di comunità che lo stesso Abdullah Öcalan, co-fondatore del PKK, ha descritto come “chiusa, tradizionalista e tribale”[4].
Le donne descritte sopra sono membri della milizia curda chiamata Unità di Protezione delle Donne (YPJ). La loro risposta al conflitto geopolitico in atto è stata quella di assumere un ruolo tradizionalmente maschile, quello del soldato. Non combattono solo per difendere un territorio ma soprattutto per “raggiungere l’indipendenza da un sistema patriarcale e feudale”[5].

La narrativa che circonda la presenza di donne sui campi di battaglia, soprattutto in ruoli attivi, ha più il tono dell’eccezione che della regola, specialmente in un contesto di rivoluzione (nonostante numerosi esempi storici provino il contrario, si veda in particolare la ricerca fatta da Svetlana Alexievich, The Unwomanly Face of War). Dal momento che la liberazione femminile è un argomento centrale per il movimento di liberazione curdo e ciò include la lotta armata nei cantoni del Rojava, è importante chiedersi in che modo la partecipazione delle donne curde del YPJ nella resistenza le emancipi. Sulla partecipazione delle donne a movimenti militari rivoluzionari, Dr. Cynthia  Enloe ci invita a riflettere sul fatto che “gli eserciti di liberazione non sono automaticamente non-sessisti solo perché sono non-statalizzati, decentralizzati e si appoggiano alle donne”[6].
Anzi, si potrebbe argomentare che, soprattutto in quei casi dove mire nazionaliste sono presenti, è proprio l’impadronirsi del potere statale che impedisce un cambiamento radicale, specialmente nelle strutture di genere.
Nel caso delle Regioni Autonome del Rojava e della struttura delle Unità di Protezione la storia è un po’ diversa: le Regioni Autonome si sono date una struttura quanto più possibile orizzontale, lontana da un’idea di stato-nazione. Dell’organizzazione militare della resistenza, partendo dal PKK, le donne sono sempre stata una parte integrante a tutti i livelli.
Nel gennaio del 1995, durante il suo quinto congresso, il PKK formò le Truppe delle Donne Libere del Kurdistan (YJAK), denominate poi YJA-Star e che in Rojava conosciamo come YPJ. In quel momento storico avvenne la scissione, da milizia mista si passò a milizia con divisione per genere. Il motivo che venne dato fu che questa era un’opportunità per “sviluppare prospettive politiche e sociali invece che copiare caratteristiche maschili o pensarsi solo come forze di riserva”[7].

Con la divisione delle truppe fu istituita un’altra regola: l’assoluta proibizione di avere relazioni romantiche con altri membri delle milizie. L’assunto qui è che la natura di queste relazioni può essere solo di tipo eterosessuale dato che, come precisa l’articolo di Daria Najim, l’omosessualità è ancora uno stigma[8].
Un tempo chiunque infrangesse il celibato veniva giustiziato, oggigiorno la pena non è più così estrema ma le ripercussioni rimangono severe. Le due ragioni legate a questa regola sono le seguenti. La prima si riconduce al tribalismo di cui parlava Öcalan. Molte famiglie infatti possono accettare che una loro figlia si arruoli solo con la promessa che possa rimanere pura, quindi possa essere sposata una volta reintegrata nella vita civile.
La seconda viene direttamente dall’idea di Öcalan che il matrimonio e la sessualità siano essenzialmente un rapporto di potere dove la donna è schiava dell’uomo[9]. Inoltre, come riportano Knapp et al. nella loro ricerca, le donne del YPJ ritengono che le relazioni offuschino la capacità di giudizio e che sottraggano tempo ed energie al progetto rivoluzionario. Il celibato sancisce quindi una divisione tra la vita pubblica (la rivoluzione) e la vita privata (le relazioni, la famiglia); una divisione tra il corpo (la sessualità) e la mente (l’ideale rivoluzionario, l’equità, il cameratismo); infine una divisione più sottile: quella di una costruzione sociale etero-normativa sulla quale si basano le Regioni Autonome, salvaguardate ma distinte da un esercito ascetico.

L’idea, quindi, che la donna-soldato possa incarnare un principio di liberazione da strutture patriarcali, è problematica. E’ anche problematica questa persistenza nel dividere la sfera pubblica da quella privata ciò che Jessica Benjamin chiama “conservazionismo di genere”[10] che esacerba solo l’idea che, per entrare nella sfera pubblica, in questo caso l’esercito, la donna debba rinunciare alla sua sessualità. Se, al di fuori della struttura militare, il nucleo delle Regioni Autonome rimane etero-normativo e fondato sulla famiglia, come sembra essere finora, la “liberazione” trovata nelle milizie non avrà riscontro una volta che la donna verrà reintegrata nella società civile.

L’illusione che, nel sottrarre la sessualità dall’equazione, la parità dei generi verrà ottenuta ci porta solo all’erronea conclusione che è solo un’attrazione sessuale (irrazionale) a produrre gerarchie di dominazione. Se invece guardassimo al potere come discorso, in termini Foucaultiani, potremmo arrivare alla stessa conclusione fornita da Judith Butler, cioè che “non esiste posizione politica purificata dal potere, e forse quell’impurità è ciò che produce agency e la potenziale interruzione e inversione di regimi regolatori”[11].


Note

[1] cfr. ENLOE C., Wounds: A Feminist Understanding of Intimacy and War, lectio magistralis all’università di Aberystwyth, novembre 2018

[2] cfr. TAX M., A Road Unforeseen, Women Fight the Islamic State, Bellevue Literary Press, 2016, p.17

[3] cfr. MOJAB S., Women of a Non-State Nation: The Kurds, Mazda Publisher, 2011, p.1

[4] cfr. ÖCALAN A., Prison Writings, The PKK and the Kurdish Question in the 21st Century, Transmedia Publishing Ltd, 2011, p.14

[5] cfr. KNAPP M., et alii, Revolution in Rojava, Democratic Autonomy and Women’s Liberation in Syrian Kurdistan, Pluto Press, 2016, p.137

[6] cfr. ENLOE C., Does Khaki Become You? Pluto Press, 1988, p.162

[7] cfr. Komalȇn Jinȇn Kurdistan, The Kurdistan Women’s Liberation Movement, 2011

[8] cfr. NAJIM D., Reimagining Sexuality in Kurdistan Region, Culture Project, 2018

[9] cfr. ÖCALAN A., Liberating Life: Woman’s Revolution, International Initiative Edition, 2013, p.26

[10] cfr. BENJAMIN J., The Bonds of Love, Psychoanalysis, Feminism and the Problem of Domination, Pantheon Books, 1988, p. 198

[11] cfr. BUTLER J., Gender Trouble, Routledge, 1999, p.xxvi


Foto copertina: Immagini web


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Maddalena Landi

Maddalena Landi

Nata e cresciuta a Bologna. Conseguita la laurea in Scienze Politiche Internazionali all'università di Aberystwyth in Galles con un periodo di Erasmus all'università La Sorbonne, Parigi. Prima di iniziare il percorso universitario ha passato un periodo in Palestina con Operazione Colomba. Al momento lavora all'interno di una struttura d'accoglienza mamma-bambino.

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