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Con Ordinanza n. 27782 del 30.10.2019 la Sezione 2° Civile della Corte di Cassazione ha chiarito che l’art. 2, comma 2-ter della Legge n. 89/2001 (c.d. “Legge Pinto”), per cui la durata del processo è da intendersi ragionevole se inferiore ai sei anni, non può trovare applicazione riguardo a un giudizio svoltosi in un solo grado.


 

Fatto

L’arresto in esame trae origine dal ricorso ex art. 5 ter l. 89/2001 presentato da un uomo dinanzi alla Corte di Appello di Messina, finalizzato ad ottenere la condanna del Ministero della giustizia al pagamento dell’equa riparazione per irragionevole durata del processo ex art. 1 bis I. n. 89/2001. Il ricorrente era infatti stato parte di un procedimento svoltosi, in primo ed unico grado, davanti al Tribunale di Patti, Sez. Lavoro, il quale si era protratto per circa 4 anni e 9 mesi. 
La Corte d’Appello rigettava il ricorso, ritenendo che l’art. 2 comma 2-ter, della Legge n. 89/2001, secondo cui la durata del processo deve intendersi ragionevole qualora inferiore ai sei anni, fosse applicabile anche ai giudizi definiti in un unico grado.

Il soccombente adiva dunque la Suprema Corte, sulla base di tre motivi:     
1) violazione o falsa applicazione dell’art. 2, coma 2-bis della I. 89/2001 e succ. mod., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., poiché la Corte di appello aveva ritenuto non irragionevole la durata del procedimento presupposto svoltosi in unico grado davanti al Tribunale di Patti, nonostante si fosse protratto per 4 anni e 9 mesi circa;
2) violazione o falsa applicazione dell’art. 2, comma 2- ter, della I. 89/2001 e succ. mod. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., avendo la Corte di appello ritenuto applicabile al caso di specie la previsione richiamata, nonostante il procedimento si fosse svolto in un unico grado;         
3) violazione o falsa applicazione dell’art. 2, comma 2-quateri della I. 89/2001 e succ. mod. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., per avere la Corte di appello ritenuto che, nel computo della durata del procedimento presupposto, il ricorrente avesse preso in considerazione anche il termine semestrale necessario per il passaggio in giudicato della sentenza.

 

La decisione della Corte

Gli ermellini[1] accoglievano i primi due motivi e consideravano assorbito il terzo.  
Esplicavano così di condividere l’orientamento già espresso dalla Corte, secondo cui “in tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, l’art. 2, comma 2 – ter, della legge 24 marzo 2001, n. 89, secondo cui detto termine si considera comunque rispettato se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni, costituisce norma di chiusura che implica una valutazione complessiva del giudizio articolato nei tre gradi, e non opera, perciò, con riguardo ai processi che si esauriscono in unico grado[2]

 

Considerazioni 

Il Giudice di legittimità ha seguito un orientamento preesistente in materia, secondo il quale il giudizio che applichi l’art. 2, comma 2-ter della Legge n. 89/2001 (cd. “Legge Pinto”) ai processi svoltisi in unico grado si pone in contrasto non solo con una interpretazione sistematica del suddetto comma con il precedente, ma anche con i principi fissati sul punto dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

È infatti importante ricordare che l’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (c.d. CEDU) stabilisce, tra l’altro, che ad ogni individuo sia garantito il diritto “a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge”.
La giurisprudenza che ci occupa, quindi, ha avuto il compito di applicare al contesto nazionale quella disciplina del “délai raisonnable” (“ritardo ragionevole”) di cui parla il testo originale dell’articolo,  reso nella traduzione ufficiale italiana con la diversa espressione di “termine ragionevole”, coerentemente con la prevalente dottrina nazionale per cui tale locuzione “sta ad individuare – più che il tempo necessario, in concreto, al complessivo svolgimento del processo, e quindi la sua durata – le varie scansioni temporali interne alla sequenza procedimentale, che hanno la duplice funzione di assicurare la concentrazione delle attività delle parti e del giudice all’interno del processo (termini acceleratori) e di consentire un sufficiente spatium deliberandi per il  compimento delle stesse (termini dilatori).”[3]
D’altronde, come è stato ben evidenziato[4], già l’introduzione della Legge Pinto fu una conseguenza “obbligata” di una pronuncia della Corte EDU: la sentenza Kudla[5], la quale per la prima volta censurò come violazione dell’art. 13 della Convenzione (postulante una effettiva istanza di ricorso nazionale per la tutela del catalogo europeo dei diritti umani) il fatto che fosse assente un rimedio interno al danno da irragionevole durata del processo: difetto che a sua volta – come detto – comportava violazione dell’art. 6 della Convenzione.

Lo strumento introdotto dal Legislatore italiano, deviando il contenzioso in materia dai giudici di Strasburgo alle Corti di Appello competenti per territorio[6], è altresì coerente con la natura sussidiaria del ricorso alla Corte EDU stabilita dall’art. 35 della Convenzione, per cui il rimedio sovranazionale in parola deve essere esperito solo una volta esauriti tutti gli strumenti interni[7]
Tanto premesso, la Suprema Corte è agevolmente giunta alla predetta interpretazione della Legge Pinto attraverso una analisi sistematica delle norme in parola. Infatti, il richiamato indirizzo di Cassazione, seguito dalla pronuncia in esame, ben mette in luce che ad un giudizio conclusosi in primo grado debba applicarsi non il comma 2-ter della richiamata disposizione, bensì il comma 2-bis, introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, articolo 55, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. n. 134 del 2012.[8] Quest’ultimo prevede che “si considera rispettato il termine ragionevole (…) se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità”.
Come appare ovvio, la somma dei termini per i singoli gradi di giudizio è 6, equivalente al termine indicato dal comma 2-ter dell’articolo in parola. Ne consegue che quest’ultimo vada interpretato in continuità con il comma che lo precede, comportando da una parte l’applicazione del comma 2-bis al processo che si sia definito in primo grado in un tempo superiore ai tre anni e, dall’altra, l’applicazione del comma 2-ter al processo che abbia superato i sei anni nell’arco di tempo comprensivo di tutti e tre i gradi di giudizio. Per tanto, il comma 2-ter va considerato quale “norma di chiusura”dell’ordinamento.

L’impostazione cassata dalla pronuncia in esame, d’altronde, comporterebbe un evidente paradosso logico-giuridico poiché renderebbe nei fatti inapplicabile il comma 2-bis.
Nel determinare analiticamente per ogni grado i limiti di durata del giusto processo, il Legislatore italiano ha, peraltro, recepito gli insegnamenti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a sua volta fatti propri dalla giurisprudenza di Cassazione italiana.     
A tal proposito, è essenziale specificare che per la Corte di Strasburgo la ragionevole durata di un processo deve ad ogni modo essere valutata in riferimento al caso concreto, operando una relativizzazione[9] sulla base di tre criteri. Si tratta della complessità del caso[10], del comportamento delle parti[11] e del comportamento delle autorità competenti[12].
Similmente, in passato la Cassazione ha già avuto modo di specificare che il giudice di merito deve valutare caso per caso l’effettiva violazione del diritto ad un processo di giusta durata, potendosi discostare dai parametri indicati dalla Corte EDU e dalla Suprema Corte nazionale solo in misura ragionevole e argomentandone i motivi.[13]
Va da sé che l’oggettiva durata del processo costituisca sì un elemento necessario, ma non sufficiente per l’accertamento della violazione in parola. Infatti, il giudice sarà chiamato anche a valutare dati come l’effettiva complessità del caso e il comportamento processuale delle parti.[14]


Note

[1] A causa del particolare tipo di toga usato per le occasioni più formali come l’inaugurazione dell’anno giudiziario, costituito per il primo presidente, il primo presidente aggiunto e per i presidenti di sezione da una toga di velluto rosso con bordo di pelliccia di ermellino, tocco (cappello di velluto), collare di tela batista e guanti bianchi, spesso ci si riferisce ai giudici della Cassazione come agli “ermellini”

[2] Cass. civ., sez. VI, 06-11-2014, n. 23745

[3] F. De Santis di Nicola, Ragionevole durata del processo e rimedio effettivo, Napoli, 2013, pp. 12-ss. 

[4] G. Sorrenti, L’araba fenice dei ricorsi “Pinto” bis tra vecchi problemi e nuovi assestamenti normativi, in Pol. dir., 2013, nn. 1-2, p. 15.

[5] Corte EDU, sent. 26 ott. 2000, Kudla c. Polonia.

[6] Tramite rinvio operato dall’art. 3, co. 1, della l. n. 89/2001 all’art. 11 c.p.p.

[7] A. Saccucci, Riparazione del danno per irragionevole durata dei processi tra diritto interno e Convenzione europea, in Dir. pen. proc., 2001, p. 893

[8] Cfr, la già citata Cass. civ., sez. VI, 06-11-2014, n. 23745, nonché, ex multis, Cass. civ., Sez. I, 5-12-2011 n. 25955; Cass. civ. Sez. VI-I, 07-09-2012, n. 15041.

[9] Cfr Corte EDU, Sent. 09.03.2003, Georgios Papageorgiou c. Grecia,.

[10]Relativamente al primo criterio, “ad esso si rinvia per l’analisi e degli elementi di fatto (es. numero di parti, testi, necessità di ricorrere a consulenti tecnici, etc.) e degli elementi di diritto (es. eventuale questione di legittimità sollevata in merito alla norma da applicare, questioni giuridiche in generale, eventuale indirizzo giurisprudenziale non uniforme, etc.). Si tratta dunque di valutare la difficoltà strutturale e quella di diritto della causa. {S. Senatore, Sistema dei rimedi interni alla durata non ragionevole dei processi, Tesi di laurea magistrale a.a. 2012/2013, Università degli studi di Napoli “Federico II”, rel. prof. Ferruccio Auletta, p. 13, consultabile su: https://www.academia.edu/32823081/Sistema_dei_rimedi_interni_alla_durata_non_ragionevole_dei_processi.pdf, alla quale si rinvia per una completa analisi dei tre criteri}.

[11]  Determinante in quanto “elemento obiettivo non imputabile allo Stato convenuto e che deve essere preso in considerazione per determinare se vi è stato o meno un superamento della durata ragionevole” {Corte EDU, sentenza del 30 ottobre 1991, Wiesinger c. Austria, § 57, trad. di S. Senatore, op. cit., testo originale consultabile al link http://echr.ketse.com/doc/11796.85-en-19911030/view/ }

[12] Cfr. parere del CSM 226/2000.

[13]In tema di equa riparazione ai sensi dell’art. 2 l. 24 marzo 2001 n. 89, la determinazione della durata ragionevole del giudizio presupposto, onde verificare la sussistenza della violazione del diritto azionato, costituisce oggetto di una valutazione che il giudice di merito deve compiere caso per caso, tenendo presenti gli elementi indicati dalla norma richiamata, anche alla luce dei criteri applicati dalla corte europea e dalla suprema corte, dai quali è consentito discostarsi, purché in misura ragionevole e dando conto delle ragioni che lo giustifichino; non può, pertanto, ritenersi ragionevole un rilevantissimo scostamento dai parametri tendenziali di tre anni per il primo grado, due per il secondo ed uno per la cassazione, pur in considerazione della particolare complessità del processo (nella specie, con 145 imputati, per reati di particolare gravità, implicanti molteplici questioni preliminari e con numerosi testi escussi), elemento questo che, pur se rilevante, non può comunque condurre, senza violare i criteri interpretativi delle disposizioni della convenzione elaborati in sede europea, a ritenere giustificato il superamento del termine di sette anni complessivi per la definizione del processo.”{Cass. civ., sez. VI, 07-09-2012, n. 15041. Massima ufficiale inserita nella banca dati di Foro Italiano nel gennaio 2013, Ced Cass., rv. 624329-01 (m)}

[14] Cfr. Cass. civ., Sez. Un., 26-01-2004, n. 1338, la quale ha avuto modo anche di chiarire ulteriori questioni nell’ambito che ci occupa, tra cui il fatto che il danno non patrimoniale da lesione del diritto alla ragionevole durata non si configuri come danno in re ipsa e, pertanto, sia comunque onere del danneggiato provare il danno conseguenza, non potendo il diritto all’indennizzo derivare dal semplice fatto che il procedimento abbia ecceduto i limiti fissati dalla legge italiana o dalla CEDU.


Foto copertina: Immagine web


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