La crisi energetica succeduta all’aumento dei prezzi del gas e alla decisione di abbandonare le forniture di gas russo richiederà al nuovo Governo scelte chiare e soprattutto una strategia di medio e lungo periodo in grado di evitare disastri sociali.


Nel suo discorso alla Camera dei deputati il Presidente del consiglio Giorgia Meloni ha fissato come priorità quella di porre un argine al caro energia e accelerare in ogni modo la diversificazione delle fonti di approvvigionamento oltre al rafforzamento della produzione nazionale. Inoltre, non è mancato un passaggio nel discorso pronunciato il 25 ottobre scorso in cui il Mezzogiorno è stato definito come il paradiso delle rinnovabili, un patrimonio di energia verde troppo spesso bloccato da burocrazia e veti incomprensibili. Naturalmente quello energetico sarà il primo importante dossier con cui si dovrà confrontare la nuova compagine di governo e per far ciò serviranno scelte nette ed una strategia chiara, Dei temi energetici, entrati in maniera prioritaria nell’agenda di governo, abbiamo parlato con Enrico Mariutti, ricercatore ed esperto di economia ed energia, oltreché presidente di IsAG (Istituto Alti Studi di Geopolitica) ha pubblicato recentemente il volume “La decarbonizzazione felice”.

La crisi energetica sarà sicuramente il primo banco di prova con cui dovrà misurarsi il nuovo governo visto l’impatto del caro bollette per le famiglie e per le industrie. Appare evidente una certa confusione sulla strategia da seguire per porre un freno alla crisi energetica. Quali pensa possano essere i rimedi nel breve periodo per fronteggiare questa grave situazione?
“Nel breve periodo è irrealistico pensare ad interventi strutturali per il semplice fatto che da un certo punto di vista stiamo affrontando una crisi di approvvigionamento causata da ragioni politiche, visto che non potendolo importare dalla Russia, abbiamo tagliato l’offerta con la conseguenza di un problema fisico fondamentale; dall’altra sia il price cap che il meccanismo di modifica del prezzo marginale avrebbero bisogno di un contesto applicativo molto più chiaro di quello che abbiamo ora. Oggi tutte le fonti energetiche vengono remunerate al prezzo che viene aggiudicato nella maggior parte dei casi dalle centrali a gas con profitti notevoli per le centrali idroelettriche e per quelle a carbone. Modificare questa situazione per far fronte ad un’emergenza non è molto sensato viste le variabili strutturali che dovrebbero essere toccate soltanto con una strategia precisa. Per quanto riguarda le misure tampone che invece potrebbero essere attuate nel breve periodo vi sono un sostegno alle categorie di reddito più basse colpite maggiormente da questa crisi e alla competitività industriale, nella misura in cui vengano stanziate delle risorse adeguate. La Germania l’ha fatto ma l’Italia non ha le stesse capacità.”.

In una prospettiva di medio e lungo termine sembra necessario ridefinire i termini della transizione energetica che, considerata come ineluttabile e salvifica, sta mostrando numerose contraddizioni. L’Italia e l’UE come affronteranno le sfide che ci attendono da qui al 2050?
Auspico che l’Italia abbia un ruolo di pungolo nei confronti di Bruxelles, dato che noi siamo stati molto solerti nel chiudere, sul finire degli anni Novanta, le centrali a carbone che avevamo, sostituendole con quelle a gas anche con largo anticipo sugli altri partner europei. Oggi ci viene chiesto di sostituire anche queste con gli impianti rinnovabili mentre paesi come la Germania sfruttano ancora le centrali a carbone, riuscendo a calmierare i costi per l’energia. Se pensiamo che l’Italia ha investito circa 200 miliardi di euro in rinnovabili ed efficienza energetica, quando ne sarebbero bastati 20-30 per garantirsi attraverso nuovi gasdotti, un’alternativa alle forniture russe, ci rendiamo conto della scarsa lungimiranza che ha contraddistinto la politica energetica. Il paradosso poi è che a fronte di una quantità infinita di gas, la transizione energetica scoraggia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare questi immensi giacimenti. Infatti, non ci sono più investimenti poiché non vi sono le garanzie necessarie per chi si assuma l’onere della costruzione e del funzionamento. Sono saltati progetti come EastMed, ad esempio che potevano rappresentare una valida alternativa per l’approvvigionamento energetico. Quello che possiamo fare in Europa è agire in maniera diversa rispetto al passato, imponendo una razionalizzazione dei processi di transizione energetica. In questa direzione potrebbe risultare utile ripartire dalla gestione dei territori, visto che questi sarebbero uno strumento formidabile per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea, come peraltro indicato dall’ultimo rapporto dell’IPCC (The Intergovernmental Panel on Climate Change). Intervenire in tale direzione per l’Italia e l’Europa sarebbe strategico sia dal punto di vista climatico che ambientale.”.

E’ evidente che per troppi anni non si è presa in considerazione la possibilità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. Realisticamente sarà possibile raggiungere una sorta di indipendenza, da questo punto di vista, per l’Europa?
“Prima di tutto dovremmo chiederci se ci serve davvero l’indipendenza energetica. Il mercato del gas è tale che se si diversifica non c’è potere ricattatorio che tenga. In questo senso bisognerà certamente avere una prospettiva di sicurezza nazionale e comunitaria. Nel medio e lungo periodo l’Europa potrebbe essere indipendente dal punto di vista energetico e non mi riferisco alla falsa indipendenza dell’uranio che ci costringerebbe a rivolgerci sempre agli stessi fornitori. Piuttosto si dovrebbe guardare con interesse, per esempio, agli idrati di metano che si trovano sui fondali marini, molecole formate da acqua e metano presenti in quantità tale da garantire all’intera Europa forniture per 700 anni. Sarebbe una filiera tutta europea cui oggi non si guarda con la giusta attenzione, più per motivi politici che tecnologici.”.

In Italia è molto radicato una forma di ambientalismo che Roberto Cingolani non ha esitato a definire “ideologico”. In quale modo secondo lei è possibile superare le continue opposizioni all’installazione di queste infrastrutture?
“Fermo restando che il fenomeno NIMBY (inglese per Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”) riguarda anche altri paesi come Germani e Stati Uniti, dobbiamo constatare l’esistenza di due meccanismi che conducono a risultati opposti: il decisionismo calato dall’alto che spesso scatena le contestazioni; dall’altro un decentramento nella realizzazione degli impianti che potrebbe rappresentare una reale soluzione. In Italia le opposizioni sono perlopiù espressione di quelle piccole comunità su cui non valgono le eventuali compensazioni utilizzate in altre sedi per far digerire le infrastrutture. Altra cosa secondo me sarebbe quella di inquadrare le opere in un programma coerente con la valorizzazione dei territori. Oggi costruiamo impianti nelle zone periferiche sostanzialmente per alimentare le città. Se ci fosse un piano che puntasse sullo sviluppo dei territori in cui si distribuiscono le infrastrutture, sarebbe più facile raggiungere l’accettazione sociale di tali opere. Le faccio un esempio riguardo le bioraffinerie, per cui il nostro paese potrebbe vantare notevoli risorse, in grado di arricchire i territori in cui vengono realizzate. Tutti si potrebbero sentire partecipi di un simile progetto, realmente sostenibile.”.

Un’ultima domanda a proposito del nucleare, rientrato nel dibattito politico nel corso dell’ultima campagna elettorale. Crede sia possibile per il nostro paese fare una retromarcia rispetto alle scelte operate in passato che di fatto hanno portato all’abbandono di questa opzione per la produzione di energia?
“Il vento è senza dubbio cambiato però se il fenomeno nimby si manifesta per gli impianti eolici e per le navi rigassificatrici, pensi a quali rischi andremmo incontro nel caso degli impianti nucleari. Secondo me dobbiamo smettere di sovrapporre il concetto di transizione ecologica con quello di transizione energetica, lasciando che il sistema energetico vada liberamente dove è più conveniente. Deve essere libero di inseguire l’efficienza economica poiché altrimenti crediamo dei disastri sociali. Non possiamo pretendere di modificare il sistema energetico a nostro piacimento quando avviene semmai il contrario, visto che la storia ci ha insegnato che è il sistema energetico a dirci quale modello di società possiamo costruire. Recentemente abbiamo coltivato una follia concettuale per cui la società possa cambiare l’approvvigionamento energetico, ma ciò è impossibile. Oggi finalmente è chiaro che tutti i soldi che abbiamo investito in rinnovabili non servivano per abbattere le emissioni ma per renderle competitive. Tutto ciò non ha funzionato e di fatto non siamo riusciti a trasformare pale e pannelli solari in centrali a gas di seconda generazione. Perciò dico di togliere le briglie al sistema energetico e lasciarlo andare nella direzione che sceglierà, anche verso il nucleare. Naturalmente si potranno creare degli argini per indirizzare il flusso, ma solo con un naturale aggiustamento si potranno raggiungeranno gli obiettivi della transizione energetica.”.


Foto copertina: Energia, primo banco di prova per il governo Meloni