Il saggio di Matteo Antonio Napolitano[1], Verso l’Europa unita. Il percorso politico-istituzionale di Giulio Bergmann (Aracne editrice) svela una personalità culturale e politica importante nel panorama dell’europeismo italiano.


 

L’europeismo in Italia

Quando si parla di europeismo in Italia il pensiero corre immediatamente ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, massimi esponenti di quella corrente che scorgeva nell’unione delle nazioni d’Europa, l’occasione per raggiungere pace e prosperità dopo gli sconvolgimenti prodotti dal lungo periodo che lo storico Ernest Nolte ha definito come la “guerra civile europea” (1914-1945).
Al volume di Matteo Antonio Napolitano, va senza dubbio il merito di aver riscoperto un personaggio come Giulio Bergmann, noto agli storici dell’integrazione europea, ma sino ad oggi, come evidenziato nella prefazione di Silvio Berardi, «lasciato ai margini della storiografia di settore, nonostante il suo lungo e originario cammino di avvicinamento alla causa repubblicana ed europeista abbia fornito, nel corso del tempo, traiettorie innovative e di particolare interesse» (p.11).
Nato nel 1881, sin da giovane si distinse per un’intensa attività politica nel campo liberal-nazionale e pur abbandonando l’Associazione Nazionalista Italiana nel 1914, partecipò convintamente al primo conflitto mondiale come volontario, divenendo sul campo capitano di artiglieria.
Negli esiti della grande guerra vi era la sua ottimistica previsione sull’Italia e di come fosse «destinata a veder finalmente crescere l’importanza della sua opera nella grande impresa comune» (p.38) Dopo l’adesione all’Associazione Nazionale Combattenti, visse da sorvegliato speciale durante il fascismo, poiché oltre alla sua appartenenza alla massoneria, veniva sospettato di simpatie nei confronti di quella componente combattentistica che non condivideva le politiche del regime.
Emigrato in Svizzera in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, l’avvocato milanese frequentò gli ambienti di Giustizia e libertà e del Partito d’Azione contribuendo alle pubblicazioni ed alle iniziative di quella che Napolitano ha definito come la casa comune e la centrale di riferimento per molti esuli italiani di diverse sensibilità».
Proprio durante la sua permanenza elvetica, Bergmann, oltre a maturare le convinzioni sulla necessità per l’Europa «di un’interazione di matrice federalista oltre all’approfondimento delle radici culturali, rintracciate soprattutto nel magistero di Mazzini e nelle elaborazioni di Cattaneo» (p. 64), divenne effettivo anche un passaggio ideologico fondamentale, ovvero quello di aderire al Partito Repubblicano Italiano. Per un personaggio del suo calibro, sostenitore della monarchia fin dagli esordi nella sua militanza politica liberale, la profonda delusione verso l’atteggiamento accondiscendente del Re nei confronti delle leggi razziali e la sua fuga da Roma dopo l’8 settembre, furono alla base di quella travagliata decisione.

Il pensiero politico di Bergmann

Dottore di ricerca e lecturer di Storia dell’integrazione europea nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Niccolò Cusano” di Roma. Nella stessa Facoltà, è inoltre docente di Storia e istituzioni dell’Asia.

Tra i meriti del volume vi è quello di aver colto gli aspetti più originali del pensiero politico di Bergmann, in particolare della sua concezione dell’Europa, ispirata dal profondo riconoscimento del «valore delle autonomie regionali  comunali e l’esigenza del decentramento, foriero di una migliore organizzazione sul piano politico e di una maggiore efficienza su quello economico, ravvisabili nel contemperamento delle competenze e nella competitività di un regime- burocratico, produttivo e fiscale – meno imbrigliato dalle strette dei regolamenti statuali centralizzati» (p.73); coniugando Mazzini e Cattaneo era auspicabile, per lui, prevedere nella cornice di uno Stato forte, delle larghe autonomie in grado di combattere la «metastasi burocratica» e di «fronteggiare i conflitti sociali»; in secondo luogo il connotato «terzaforzista» dell’europeismo bergmaniano, tipico peraltro degli anni compresi fra il 195 ed il 1947, inserito pienamente nella traiettoria del Partito Repubblicano Italiano in politica internazionale, che auspicava per l’Europa «la via intermedia fra le ambizioni degli USA e le pressioni fornite dalla presenza sovietica ad oriente» (p.85); per l’esponente repubblicano, da questo punto di vista, pur vendo ben presenti i legami con la potenza statunitense, stabiliti già con l’adesione al Piano Marshall, federare l’Europa significava favorire la soluzione della situazione tedesca e, allo stesso tempo, la ripresa dei rapporti economici e commerciali con l’URSS. Infatti, pur rimanendo un convinto avversario del collettivismo, egli riteneva altresì importante, come sottolineato anche da Francesco Saverio Nitti, che non si potesse prescindere dal coinvolgimento dell’Unione Sovietica «nei progetti di integrazione ai fini di un avvenire realmente pacifico e munifico per entrambe le parti» (p.88). Tuttavia, queste elaborazioni culturali erano destinate inevitabilmente a scontrarsi con una realtà diversa, in cui il governo italiano era decisamente orientato per la scelta atlantica, la strada obbligata secondo il Ministro degli Esteri Sforza, per sfuggire all’espansionismo sovietico. Nonostante ciò, l’impegno di Bergmann non venne meno, ed anzi accrebbe i suoi sforzi per tentare di giungere ai sistemi di integrazione europea in ambito economico e soprattutto militare. Come messo chiaramente in luce, l’azione di Bergmann, si concentrò sempre su di una prospettiva federalista e autonomista, in Europa e soprattutto in Italia, laddove gli enti locali dovevano essere considerati «non come fonti di particolarismi senza fine, bensì quali strumenti di efficienza, senso dello Stato e della legge, pianificazione territoriale razionale e integrazione su un piano sovranazionale» (p.123).
L’impostazione del lavoro di Matteo Antonio Napolitano, basato su una ricerca approfondita delle fonti documentarie, contribuisce così ad evidenziare il fulcro dell’azione politica di Bergmann, personaggio perlopiù sconosciuto rispetto alle figure che abitualmente vengono richiamate sullo stesso argomento, rendendo al lettore in maniera molto nitida le suggestioni e le tensioni ideali che hanno caratterizzato il suo interessante percorso culturale e politico e che ancora oggi rappresentano degli spunti utili per un processo di integrazione continentale, quanto mai necessario ed ancora non compiutamente realizzato.


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Note

[1] Dottore di ricerca e lecturer di Storia dell’integrazione europea nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Niccolò Cusano” di Roma. Nella stessa Facoltà, è inoltre docente di Storia e istituzioni dell’Asia. È coordinatore di redazione delle Riviste scientifiche «Europea» e «Annali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice» e membro del Centro Studi “Gaetano Salvemini” di Napoli.


Foto copertina: Giulio Bergmann uno dei padri dell’Europa