Dall’espulsione dell’ex direttrice di RT France alla risposta di Mosca: il caso Fedorova riporta al centro del confronto franco-russo la dimensione cognitiva della guerra ibrida e il controllo dello spazio informativo.
Quando l’informazione diventa uno spazio strategico
La decisione della Francia di espellere Xenia Fedorova, ex direttrice di RT France e successivamente figura televisiva di rilievo nel panorama mediatico francese, rappresenta molto più di una controversia legata allo status di una giornalista straniera.
Il caso si inserisce infatti in una dimensione ormai centrale della competizione geopolitica contemporanea: la guerra dell’informazione, nella quale televisioni, piattaforme digitali, social network, influencer e campagne di disinformazione diventano strumenti attraverso cui gli Stati cercano di condizionare la percezione della realtà, alimentare divisioni interne e influenzare il processo decisionale delle società avversarie.
Secondo le autorità francesi, Fedorova avrebbe agito come agente di influenza russa, contribuendo alla diffusione di narrazioni riconducibili agli interessi del Cremlino.
Il provvedimento è stato successivamente contestato dalla stessa Fedorova, che lo ha definito una forma di censura. Il suo ricorso contro l’espulsione è stato respinto da un tribunale di Parigi all’inizio di agosto.
Il punto centrale, tuttavia, non riguarda esclusivamente la figura di Fedorova. Il vero tema è il rapporto tra libertà dell’informazione, sicurezza nazionale e interferenza straniera.
Dalla propaganda alla guerra cognitiva
La trasformazione del sistema internazionale ha progressivamente ampliato il concetto tradizionale di conflitto. La competizione tra Stati non si svolge più soltanto attraverso gli strumenti militari, economici e diplomatici, ma anche attraverso la capacità di orientare percezioni, emozioni e comportamenti.
La guerra dell’informazione opera proprio in questo spazio.
L’obiettivo non è necessariamente convincere una popolazione ad adottare una determinata posizione politica. In molti casi è sufficiente produrre sfiducia, polarizzazione e confusione, rendendo più difficile distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.
Il modello russo rappresenta uno degli esempi più studiati di questa evoluzione. L’utilizzo di media statali come RT ha costituito per anni uno degli strumenti attraverso cui Mosca ha cercato di proiettare la propria narrativa all’estero.
Nel 2022 l’Unione europea ha vietato la diffusione di RT e di altri media statali russi nel territorio dell’UE, contestandone il ruolo nella diffusione di disinformazione relativa alla guerra in Ucraina. La decisione è stata successivamente confermata dalla giustizia europea. La vicenda Fedorova mostra però che il problema non termina con la chiusura di un’emittente. Le reti informative possono trasformarsi, trasferendosi verso altri media, piattaforme e spazi comunicativi.
Il caso Fedorova
Fedorova ha diretto RT France dal 2017 al 2023. Dopo la sospensione delle attività dell’emittente in Europa, è rimasta in Francia, diventando progressivamente una presenza riconoscibile nel sistema televisivo francese.
Le autorità di Parigi sostengono che la sua attività abbia contribuito alla diffusione di narrazioni riconducibili alla propaganda russa e potenzialmente dannose per gli interessi fondamentali della Francia.
Il Ministero dell’Interno francese ha quindi disposto la sua espulsione, mentre il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot l’ha descritta come un’agente di influenza russa. Fedorova ha contestato queste accuse e ha denunciato una limitazione della libertà di espressione.
Il caso assume particolare rilevanza perché arriva in una fase nella quale la Francia considera sempre più la resilienza dello spazio informativo una componente della propria sicurezza nazionale.
La questione, dunque, è destinata a superare il singolo procedimento amministrativo: fino a che punto uno Stato può limitare l’attività di un soggetto straniero quando ritiene che la sua presenza costituisca uno strumento di influenza di una potenza ostile?
La risposta non è semplice. Da un lato esiste il diritto dello Stato a proteggersi dalle interferenze straniere; dall’altro esiste il rischio che la sicurezza nazionale diventi uno strumento per restringere il pluralismo informativo.
La risposta russa
Mosca ha reagito duramente alla decisione francese.
Il Ministero degli Esteri russo ha definito l’espulsione di Fedorova «inaccettabile», accusando Parigi di perseguitare una giornalista sulla base di accuse pretestuose. Il portavoce del ministero Alexey Fadeev ha parlato di una forma di ritorsione nei confronti di una giornalista considerata scomoda e ha accusato la leadership francese di attribuire sistematicamente una presunta «connessione russa» ai problemi interni del Paese.
La reazione di Mosca è significativa anche sul piano strategico. La Russia tenta infatti di trasformare la vicenda da questione di sicurezza e interferenza straniera a questione di libertà di stampa e repressione politica.
È una dinamica tipica della competizione informativa: la disputa non riguarda soltanto ciò che è vero o falso, ma anche chi possiede l’autorità per definire la realtà.
La Francia e la difesa dello spazio informativo
La vicenda Fedorova pone quindi Parigi davanti a un problema che accomuna molte democrazie occidentali.
Uno spazio informativo completamente aperto può essere vulnerabile a campagne di influenza organizzate da potenze straniere. Uno spazio informativo eccessivamente regolamentato rischia invece di compromettere il pluralismo e di trasformare la lotta alla disinformazione in una forma di controllo politico.
La vera sfida è costruire una resilienza democratica capace di intervenire sulle operazioni di influenza senza trasformare il contrasto alla propaganda in una limitazione generalizzata del dissenso.
In questo senso, il caso francese non dovrebbe essere letto semplicemente come uno scontro tra Parigi e Mosca. È piuttosto un episodio di una competizione molto più ampia per il controllo e la protezione dello spazio cognitivo europeo.
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E l’Italia?
Il tema riguarda direttamente anche l’Italia.
Roma ha già affrontato situazioni analoghe sul terreno della propaganda russa. Nel giugno 2024 l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), anche a seguito di una segnalazione del Ministero degli Affari Esteri, intervenne nei confronti di YouTube e X per limitare la diffusione in Italia di un documentario prodotto da Russia Today sul Donbass. Secondo AGCOM, il contenuto presentava una ricostruzione unilaterale del conflitto, attribuiva alla popolazione ucraina caratteristiche fortemente denigratorie e indicava NATO, Stati Uniti e Unione europea come responsabili degli eventi del 2014. L’Autorità ritenne che il contenuto potesse contribuire alla diffusione di disinformazione e all’orientamento artificiale dell’opinione pubblica, anche in considerazione della prossimità delle elezioni europee. YouTube procedette alla rimozione del video e al blocco del relativo canale, mentre successivamente anche X si adeguò.
Il precedente italiano è importante perché dimostra come la questione non sia estranea al nostro ordinamento. La risposta italiana, tuttavia, si è concentrata soprattutto sulla circolazione dei contenuti e sulle responsabilità delle piattaforme, piuttosto che sulla presenza fisica di un individuo considerato agente di influenza. È una differenza significativa.
La vicenda Fedorova introduce infatti una questione ulteriore: quando l’influenza straniera viene esercitata attraverso una persona che opera all’interno del sistema mediatico nazionale, quali strumenti può utilizzare lo Stato per intervenire?
L’Italia potrebbe trovarsi davanti a dilemmi analoghi in futuro. La crescente integrazione tra media tradizionali, social network, piattaforme digitali e comunicazione politica rende infatti sempre più difficile separare la semplice espressione di un’opinione dalla costruzione organizzata di campagne di influenza.
Per questo motivo, la risposta non può essere soltanto repressiva. Servono maggiore trasparenza sulla proprietà dei media, tracciabilità dei finanziamenti, alfabetizzazione mediatica, capacità di fact-checking e soprattutto una maggiore resilienza delle istituzioni e dell’opinione pubblica.
Foto copertina: Xenia Fedorova












