“Geopandemia – decifrare e rappresentare il caos” a cura di Salvatore Santangelo edito da Castelvecchi, analizza i possibili scenari e le sfide che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Un tentativo di comprendere come cambiano gli equilibri nel mondo dopo la pandemia.


 

La pandemia rappresenta uno spartiacque tra il mondo di prima e quello dopo la diffusione del Covid-19. Da un punto di vista geopolitico un vero caos. In che modo è affrontata la pandemia, la corsa ai vaccini e i piani di distribuzione, quale sarà la società che ci attende domani quando l’emergenza sarà passata? Di questo ed altro ne parliamo con l’autore del libro “Geopandemia”, Salvatore Santangelo giornalista e docente universitario[1].

Partiamo dal titolo, cosa intende per “Geopandemia”?

Con il collega Gabriele Natalizia, abbiamo proposto questo concetto nelle settimane più drammatiche della prima crisi pandemica, commentando come, con l’arrivo – nel nostro Paese – dei tanto mediatizzati aiuti cinesi, russi e persino cubani, assieme alla dimensione sanitaria si fossero messe in moto altre dinamiche: narrative, geopolitiche, di biopolitica e di biocrazia.
Questi fenomeni sono oggi globali. Mi sembra che “Geopandemia” li riassuma tutti, efficacemente. Il prefisso ‘geo’ apposto a un termine eleva la relativa materia al rango di competizione o conflitto (globale). Ovvero, qualora si tratti di materia che non riconosce confini, alla sua cattura entro il dominio nazionale per farne strumento di competizione o conflitto. La chiave sta proprio nell’interconnessione tra tutti gli elementi, che è ovviamente anche la cifra della fragilità del mondo che si scope interconnesso. Paradossalmente è la nostra principale risorsa e il nostro peggior limite, come in natura.

L’accaparramento e la capacità di distribuzione dei vaccini è il nuovo test per misurare la capacità di gestione di uno Stato?

Non solo di uno Stato, visto che la Ue ha voluto gestire (per ora fallendo) questa vicenda a livello sovranazionale. Speriamo non si avveri quanto affermato da Ivan Krastev che – nel suo “Lezioni per il futuro” (Mondadori) – ha affermato come «la pandemia produrrà cambiamenti irreversibili, e a farne le spese potrebbe essere soprattutto l’Unione Europea, insieme a uno dei fondamentali assunti comunitari, ovvero che l’interdipendenza genera sicurezza e prosperità». Non arrenderci a ciò è tra le grandi sfide del nostro tempo.

Pfizer, AstraZeneca, Sputnik V, il Coronavac cinese, i cubani con Soberana 02. La corsa al vaccino è la nuova competizione tra Stati per le zone di influenza?

In realtà il tema è più ampio e investe quella sfera che Joseph Nye definisce Smart Power. E ciò perché la competizione tra le potenze si misura e si misurerà sempre più sulla qualità del capitale umano; in questo senso la sfida è sulle biotecnologie, sui calcolatori quantistici, sull’intelligenza artificiale e sulla capacità di collezionare e analizzare dosi sempre più massicce di dati. Il vaccino è un vero e proprio punto di snodo; in questo caso non vincerà solo chi arriverà per primo ma chi offrirà un prodotto di cui il mondo si fida. La capacità di generare fiducia è l’ulteriore variabile da tener presente in questo difficile contesto. Anche forse per i motivi accennati nella prima risposta, Mosca e ancor più Pechino che sembra aver definitivamente domato il Covid-Sars-2 (e presto Nuova Delhi saranno) in netto vantaggio, potendo utilizzare i rispettivi vaccini (e le proprie infrastrutture farmaceutiche) come veri e propri vettori di influenza geopolitica nei confronti del Terzo Mondo.

La pandemia ha portato a sottolineare anche l’arretratezza del nostro Paese per quanto riguarda il livello di digitalizzazione. Può essere una chiave di svolta per il futuro?

Ce lo auguriamo tutti. Comunque – dalla Dad allo Smartworking – settori importanti, sia sul versante pubblico che privato, hanno avuto la capacità di innovare e adattarsi alle mutate condizioni. Certamente molto c’è ancora da fare ma è un buon punto di partenza.

Il Covid ha monopolizzato la comunicazione mondiale. Un’infodemia che spesso ha causato più confusione che altro, qualcuno ha parlato di propaganda, altri, di dittatura del catastrofismo. Secondo lei a che tipo di informazione abbiamo assistito in Italia?

Siamo di fronte a uno di quei casi che verranno inseriti nei manuali come esemplificati di fallimenti eclatanti da non ripetere. Mancanza di tempismo, confusione, sovrapposizione di voci e punti di vista assolutamente contradditori, toni sbagliati: tutti questi elementi hanno concorso a dar forma al desolante spettacolo a cui abbiamo assistito. Di fronte alla Pandemia i governanti (e conseguentemente il sistema comunicativo alimentato dalle loro narrazioni) si sono dimostrati sprovvisti degli strumenti interpretativi necessari per fronteggiare una crisi inedita rispetto a quelle più recenti e si sono ingenuamente ostinati a operare attraverso leggi d’emergenza. Questo incerto presente è il teatro del fallimento dei leader politici mondiali nel mobilitare una risposta collettiva di fronte a una crisi che non potrà essere superata senza un progetto politico responsabile e condiviso. Servirà anche alimentare “uno stato della mente” che avrà molto a che fare con quella dimensione che magistralmente ha descritto Ernst Jünger: «La condizione in cui ci troviamo ci obbliga a fare i conti con la catastrofe e a coricarci al suo fianco, perché essa non ci sorprenda durante il sonno. Possiamo così accumulare una dose di sicurezza che poi ci permette di agire con razionalità».

La gestione sanitaria, economica e anche sociale della pandemia ha messo in evidenza la necessità di uno Stato “presente”. Per affrontare il futuro si torna al passato?

È così evidente che persino il più istituzionale tra i quotidiani, il più autorevole alfiere del thatcherismo, il Financial Times – in un editoriale – ha chiosato che «Riforme radicali – che ribaltino la direzione politica prevalente delle ultime quattro decadi – devono essere messe in agenda. I governi dovranno accettare un ruolo più attivo nell’economia. Dovranno guardare ai pubblici servizi come investimenti piuttosto che debito, e ricercare regole che rendano il mercato del lavoro meno precario». In sintesi si reclama appunto una nuova centralità dello Stato, sia nel sistema del welfare che in quello della politica industriale; questo perché l’unica certezza che abbiamo è che un approccio efficace contro il Covid19 (e le sue conseguenze economiche) deve essere pari a una mobilitazione bellica nei termini delle risorse umane ed economiche disponibili, della piena consapevolezza dell’opinione pubblica, di un efficace coordinamento tra pubblico e privato. Ma questo sarà possibile solo con una classe dirigente all’altezza. Il vero punto debole del nostro sistema-Paese.

Gestione della pandemia e autoritarismo. Può esserci una relazione tra i due aspetti?

Un condiviso desiderio di stabilità vede spesso gli esseri umani rinunciare volontariamente al proprio pensiero critico, affidandosi a demiurghi che – liberi da vincoli – tendono a edificare sistemi autoritari.

Proiettiamoci in avanti. Che mondo sarà quello del Post-Covid?

Nessuno di noi ha la sfera di cristallo, ma sono sempre più convinto che questo nuovo paradigma ci porterà a fare i conti con l’oracolare affermazione di Primo Levi: «il futuro ha un cuore antico»; per affrontare le nuove sfide dobbiamo quindi attingere alla saggezze degli antichi, nel cui orizzonte esistenziale erano sempre presenti guerre, pestilenze e carestie. Comunque, parafrasando sempre Jünger: «In ogni caso la speranza conduce più lontano della paura».


Note

[1] Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, studia la dimensione mitica dell’attualità occupandosi di geosofia. Tra le sue pubblicazioni per Castelvecchi: GeRussia (2016) e Babel (2018).