Gerussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea

Gerussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea

Con GeRussia, edito da Castelvecchi, Salvatore Santangelo[1] analizza il rapporto tra le due vere potenze europee: la Germania e la Russia.
La caduta del Muro, la Riunificazione, il collasso dell’Urss hanno ridisegnato i confini della carta d’Europa, e spinto il rapporto tra i due paesi verso una nuova dimensione, contrassegnata da una rinnovata speranza e da un’intensa collaborazione.
Il Centro Studi di Geopolitica della Duma, il Parlamento Russo, ha descritto questa dinamica coniando un neologismo: GeRussia proprio per indicare il rapporto strategico che si svilupperebbe lungo l’ “asse” Mosca-Berlino.


 


Intervista all’autore.

 

Nel suo testo è più volte ripresa la “questione tedesca”: una Germania troppo piccola per guidare l’Europa, ma anche troppo grande per non influenzarne le dinamiche.
Il peso “geoeconomico” tedesco degli ultimi decenni rappresenta più un problema per quegli Stati membri che non riescono a stare al passo o sono proprio questi ultimi a essere tali per il futuro della Germania, legato inevitabilmente alla UE?

La Germania – per riprendere un’espressione di Bismarck – è il peso massimo che mai resta al tappeto; e tuttavia questa nazione si sta rivelando incapace di sostenere il ruolo politico e morale di direttore e capoclasse dell’Unione europea. Già durante la crisi del debito sovrano, nel 2008, la UE era diventata una sorta di campo di battaglia, oggi – a seguito di quella, economico-sanitaria, generata dal Covid19 – questa dinamica si sta amplificando, dimostrando il fatto che l’euro è stato adottato da Paesi che si trovavano a differenti livelli di sviluppo e in diverse fasi del ciclo economico, e che una valuta che può aiutare un’economia non necessariamente può aiutarne un’altra.
Tutto ciò ha portato – con sfumature diverse da Paese a Paese – a un cambiamento delle aspettative sul futuro della UE, così come a un crescente sentimento di insicurezza e oggi anche i partiti europeisti, pur di intercettare questi sentimenti, scivolano su una posizione più critica, mentre quelli già scettici radicalizzano le proprie posizioni, con tutto ciò che ne consegue. Nell’arco di un decennio, queste valutazioni hanno generato una forte resistenza anche nella società civile tedesca, che si interroga sul fatto che – se il futuro dell’Unione è condizionato dal “salvataggio” del resto dell’Europa da parte di Berlino (e quindi sottende un trasferimento secco di ricchezza verso altri Paesi membri) – allora l’integrazione europea rischia di diventare – non solo nel lungo, ma anche nel breve periodo – non più sostenibile.

Stiamo assistendo a una dinamica che sta completamente alterando gli equilibri: il Fondo europeo di stabilità finanziaria[2] esiste di fatto solo grazie alle garanzie offerte dalla Germania, e senza il nulla osta di Berlino i coronabond (e tantomeno gli eurobond) non sarebbero neanche lontanamente presi in considerazione. D’altro canto, non può essere certo la Germania a garantire da sola la stabilità dell’intero sistema. Quel che conta adesso è capire se nel contesto di questa crisi sarà scritto un nuovo capitolo della simbiosi tra Germania ed Europa oppure no. In particolare, se la Germania lascerà cadere o no l’euro, e di conseguenza l’Europa, e se la spunterà chi crede che Berlino non abbia vere alternative alla Ue. Oggi le sorti dell’Europa e dell’euro dipendono più che mai dalla Germania, ma la simbiosi tra Berlino ed Europa è stata per certi versi ridimensionata proprio della Riunificazione.
Da ciò emerge una scottante verità che non può essere più occultata: dalla firma del Trattato di Maastricht, nei diversi Paesi membri – in un dibattito pubblico sistematicamente anestetizzato dal politicamente corretto – le posizioni europeiste si sono progressivamente sbiadite. Gli europeisti hanno perso mordente e tensione ideale; il processo d’integrazione va avanti per inerzia senza che nessuno si occupi davvero della Casa comune. In questo clima di generale disarmo, il Covid19 ha fatto emergere un altro paradosso che investe direttamente il delicato rapporto tra Berlino e gli altri Paesi europei: all’idea che la Germania debba agire, infatti, si accompagna quella della sua eventuale colpevolezza. Se Berlino non interviene per sistemare le cose, sarà responsabile della rovina dell’Europa!
Per quanto riguarda la Germania e le sue prerogative, è chiaro che essa è chiamata a interpretare il ruolo di architrave della costruzione europea in modo assolutamente innovativo, dotandosi di un profilo europeista responsabile ma libero dalla retorica e alimentato da una visione in grado di spingere il dibattito oltre gli angusti confini dell’austerity e delle politiche di bilancio. Per valutare concretamente le conseguenze di questo approccio bisogna tener presente che, qualora l’intero sistema politico tedesco si dovesse convincere (finalmente) a introdurre gli eurobond quale unica soluzione praticabile, o comunque la meno costosa, tutto ciò porterebbe inevitabilmente a dover modificare i Trattati istitutivi, proprio per colmare quel vuoto di legittimità che – con riferimento al Trattato di Lisbona – la Corte costituzionale tedesca ha già evidenziato.
Concretamente, cosa comporterebbe tutto ciò? Qualora i Paesi dell’Eurozona decidessero di mettere in comune l’onere dei propri debiti (quindi decidessero convintamente di dar vita agli eurobond), andrebbero condivisi anche i processi decisionali chiamati a sovrintendere alla spesa pubblica aggregata a livello europeo. Ciò non potrebbe non portare alla nascita, all’interno del Parlamento UE, di un organismo sovrano – una sorta di Camera degli Stati – che avrebbe il compito di monitorare i singoli bilanci nazionali per mantenerli entro i limiti stabiliti.
Questo perché, come avvenuto ripetutamente con il Patto di stabilità, i semplici limiti al debito si sono rivelati facilmente aggirabili: solo un salto di qualità, con il passaggio a un effettivo parlamentarismo a livello europeo, potrebbe conferire una vera legittimazione alla “Comunità dei responsabili”.

L’altra grande (e discussa) protagonista del libro è appunto l’Unione europea, stretta tra un’integrazione mai del tutto compiuta e le contraddizioni inerenti al suo allargamento a Est. A tal proposito – poco prima di accennare alla spinosa questione ucraina – lei si chiede “dove finisce l’Europa?”. Proprio gli eventi del 2014 in tal senso dovrebbero far riflettere la UE sia sui propri limiti nei confronti della politica estera russa che sul peso di questa nell’area di confine tra i due spazi?

La dissoluzione dell’Urss e la conseguente Riunificazione della Germania (grazie alla quale quest’ultima ha raggiunto una sorta di “saturazione strategica”) hanno profondamente (e per certi versi in modo non reversibile) alterato gli equilibri geopolitici in Europa e nel mondo, rendendo possibili nuove e audaci configurazioni. I problemi principali su cui le classi dirigenti europee dovranno (di nuovo) concentrarsi sono essenzialmente due.
Il primo investe appunto il ruolo che la Germania – l’economia più dinamica del Continente – si troverà a giocare.
Il secondo attiene al tipo di rapporto che l’Europa intende costruire con la rinata Russia. Il paradosso della Russia persiste – un’economia debole e una sostanziale forza militare – anzi è destinato a crescere come anche il dinamismo tedesco. Come gli altri Stati europei “definiranno” il proprio rapporto con queste due Potenze, costituirà il prerequisito per comprendere il loro modo di porsi nel contesto geopolitico continentale. Mosca e Berlino sono certamente consapevoli di essere protagonisti di una relazione importante per entrambi e gravida di conseguenze per la UE e per le nazioni che si trovano tra i loro confini: Ucraina, Polonia, Paesi Baltici; senza dimenticare i riflessi sulla Francia, sull’Inghilterra e sugli Stati Uniti. Oggi, soprattutto negli Usa e nei Paesi dell’Europa orientale è molto facile dipingere la Russia di Putin come una nazione aggressiva e revanscista. E ciò a differenza degli anni del Secondo conflitto mondiale dove l’Urss di Stalin diede un contributo importante, se non decisivo, alla vittoria sul nazismo. Le paure attuali sono per molti versi infondate ed esagerate e al contrario non tengono conto che l’allargamento a Est della Nato – alleanza politico-militare costituita per fare la guerra – ha di fatto superato non solo la zona d’influenza dell’ex-Patto di Varsavia ma gli stessi precedenti confini dell’Unione sovietica con tutto quello che ne consegue. Stupisce in particolare l’atteggiamento di alcuni Paesi scandinavi che hanno totalmente abbandonato il loro tradizionale neutralismo. Pensiamo alla Svezia e alla Finlandia. È vero che in un passato (più remoto per la Svezia, più recente per la Finlandia) entrambe hanno combattuto contro la Russia ma fino a pochi anni fa era impensabile che questa eredità storica avesse la capacità di condizionare il loro attuale atteggiamento.

Il legame tra Russia e Germania viene contestualizzato non solo in base alla ricca storia del Novecento, ma anche alle vicissitudini del secolo precedente. Quali chiavi di lettura ci forniscono due secoli di “amore-odio” per decifrare il “l’orizzonte infranto” del nuovo millennio, contrassegnato dal multipolarismo e dal disordine globale?

Per alcuni autori questa relazione risalirebbe persino a prima dell’unificazione della Germania, integrandosi perfettamente all’interno di una parte della tradizione nazionalista tedesca e della scuola geopolitica di Monaco. Chi lo ha intuito, forse per primo, è stato il grande economista inglese John M. Keynes, per il quale il ruolo storico di Berlino sarebbe proprio quello di modernizzare il Paese degli Zar.

Questa affermazione conserva intatta tutta la sua attualità, anche se con un’interpretazione differente da parte dei due protagonisti: per i tedeschi, infatti, la modernizzazione economica dovrebbe essere accompagnata da quella politica e sociale, mentre per le classi dirigenti russe il trasferimento tecnologico e la dimensione economica sono certamente prioritarie (se non esclusive).

Adottare questo punto di vista significa comunque superare tanti stereotipi, incomprensioni, andare non solo oltre i fotogrammi dell’opera di Sergej Ėjzenštejn, (incaricato negli anni Trenta di rievocare in un film la figura del principe Aleksandr Nevskij, l’eroe russo che aveva sconfitto i cavalieri teutonici nella memorabile Battaglia del Lago Ghiacciato nel 1242), ma anche archiviare definitivamente – nella dimensione della memoria, senza dimenticare – le immagini drammatiche degli stermini e delle macerie fumanti di Stalingrado e di Berlino.

E allora, in controluce, possiamo trovare gli appunti sparsi di un’altra storia: per secoli le classi dirigenti dei due Paesi hanno sfidato il cambiamento radicale dei propri regimi, gli equilibri e i contesti geopolitici internazionali, e persino due guerre globali in cui un’inimicizia e un odio senza quartiere hanno avuto il sopravvento.

La Russia ha ricevuto un apporto – spesso fondamentale – a sostegno della propria nascente industria attraverso investimenti, servizi, professionalità, manufatti di alta qualità prodotti dall’industria tedesca. L’Impero zarista – a sua volta – tra il ’700 e l’800, ha costituito una vitale e fondamentale valvola di sfogo in grado di assorbire una parte della forza lavoro in eccesso che popolava lo spazio germanofono preunitario.

Tanti tedeschi migrarono sulle orme dei Cavalieri Teutonici, a cui si deve la colonizzazione di molte terre slave. Risposero all’invito di sovrani che avevano bisogno di contadini e artigiani, come accadde per i sassoni della Transilvania ungherese. Approdarono sulle coste del Baltico quando le flotte delle città anseatiche erano il maggiore partner economico delle popolazioni di Lituania, Estonia, Lettonia e Finlandia. Si installarono a San Pietroburgo quando la nuova capitale, costruita da Pietro il Grande sulle rive della Neva, ebbe bisogno di artigiani, amministratori pubblici, membri delle professioni liberali. Colonizzarono un’intera regione sulle rive del Volga, quando la Grande Caterina, nel 1762 e nel 1763, fece generose concessioni a tutti coloro che avrebbero accettato di trasferirsi nell’Impero russo per coltivare nuove terre e rafforzare la presenza dello Stato là dove le sue frontiere erano maggiormente esposte a contatti, non sempre pacifici, con le popolazioni asiatiche. Ovunque, ma soprattutto in Russia, gli immigrati modificarono la toponomastica nazionale dando nomi tedeschi ai luoghi in cui s’installarono.
Nell’Unione sovietica i tedeschi del Volga ebbero addirittura diritto a una Repubblica autonoma che durò sino a quando Stalin, nel 1941, temette che sarebbe divenuta una quinta colonna del Reich nazista e ordinò che i suoi abitanti venissero trasferiti in Kazakistan. Lo stesso albero genealogico dei Romanov – dinastia imperiale dagli inizi del XVII secolo – è una lunga sfilata di principesse nate in Germania.

E Puskin più volte si trovò a “scherzare” volentieri sul germanismo della famiglia imperiale.

D’altro canto, dopo l’unità, il II Reich, tagliato fuori dalla corsa per la conquista delle colonie, vide nell’Impero zarista – immenso e strutturalmente arretrato – la sua naturale area d’influenza, da “investire” con le sue competenze tecniche e i suoi capitali.

Ciò diede vita all’industrializzazione russa che, negli ultimi decenni del XIX secolo, si verificò proprio grazie a industriali, tecnici e, spesso, capitali tedeschi.

Tra l’altro, i russi hanno importato dalla Germania la loro organizzazione dell’apparato statale e della pubblica amministrazione, dell’istruzione universitaria, della ricerca scientifica, delle forze armate, e persino degli studi musicali. Quando i russi pensano all’Europa è indubbio che pensino innanzitutto alla Germania.
Per valutare appieno la penetrazione della cultura tedesca, basti ricordare come i numi tutelari di quasi tutti i grandi movimenti rivoluzionari e sociali russi furono tedeschi: Karl Marx, Friedrich Engels, Eduard Bernstein e Rosa Luxemburg. La stessa prima lingua di lavoro della Terza Internazionale fu il tedesco.
La collaborazione russo-tedesca nel primo dopoguerra, dopo il Trattato di Rapallo[3] (con il quale le due potenze cercarono insieme di superare il loro isolamento internazionale), fu la continuazione di quelle intense relazioni economiche che Berlino e Mosca avevano portato avanti fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Nel 1929 Joseph Stalin lanciò il “Primo piano quinquennale” che, se non avesse potuto godere del sostegno degli investimenti e della tecnologia tedesca, sarebbe certamente naufragato o non si sarebbe neanche avvicinato agli straordinari successi conseguiti.

Ci sono periodi, anche lunghi, nei quali le due nazioni si combattono senza quartiere e senza tregua; ma non appena le armi vengono deposte, Germania e Russia riprendono la secolare collaborazione. Così accadde dopo la Grande Guerra, proprio con il Trattato di Rapallo e con il Patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, e poi nel 1955, dopo la visita del cancelliere Adenauer a Mosca.
Se abbracciamo questa visione, Adolf Hitler, il suo razzismo e la sua ossessione anti-slava, sarebbero un’eccezione: violenta, sanguinosa, drammatica, ma pur sempre un’eccezione.
Quello tra Germania e Russia è stato dunque, per secoli, un rapporto strettissimo, per certi versi simbiotico; ma niente affatto facile. Anzi, come lei stesso afferma, lo si può ben definire un rapporto d’amore-odio, in cui alla consapevolezza dell’utilità reciproca si affianca una diffidenza di fondo, specialmente da parte russa.

La cosiddetta GeRussia – come diceva – si regge anche sui fitti scambi commerciali, energetici e tecnologici. Anche se Putin ha risolto molti dei problemi trovati all’indomani del dopo Eltsin, la modernizzazione del Paese resta un punto dolente, e la Germania fin dalla Guerra fredda rappresenta un fornitore affidabile di tecnologie e conoscenze. Quanto però il conservatorismo di Putin e la concentrazione degli sforzi soprattutto sul versante militare influiscono sul ritardo che la Russia ha nel modernizzarsi?

Ribadisco, la Germania è il principale fattore di modernizzazione della Russia nel tempo. Ogni qual volta la Russia fa passi avanti sulla strada della modernizzazione, che è una occidentalizzazione, c’è la Germania. La signora Merkel non sta rinunciando a quanto costruito dal suo predecessore Gerard Schroeder, a cui si deve la realizzazione della grande infrastruttura energetica NordStream[4] che i tedeschi – nonostante le sanzioni – vorrebbero raddoppiare. Oggi, questa convergenza russo-tedesca (esemplificata dal legame energetico) dovrebbe e potrebbe crescere in modo ancor più consistente alla luce dell’ambizioso programma di “modernizzazione” lanciato proprio da Vladimir Putin. Una “modernizzazione” che dipende di fatto dalla collaborazione con la Germania. La principale contraddizione che permane, in realtà è nel rapporto tra Berlino e i Paesi dell’Europa orientale: la Germania non vuole arrestare la propria espansione verso Est e in questo senso ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare l’allargamento voluto da Prodi. Oggi questi Paesi fanno parte della filiera del valore del sistema produttivo tedesco ma sono ostili a Mosca, da qui le difficoltà della classe dirigente tedesca nel mantenersi in equilibrio tra queste sue due priorità geostrategiche. 

Pochi mesi fa si è celebrato il XXX anniversario della caduta del Muro. Nel giro di pochi anni dal 1989 la Germania fu riunificata, l’Urss si estinse e la Comunità europea fece un altro decisivo passo in avanti. Oggi è proprio la governance russa a sembrare più solida rispetto a quella di molti Paesi europei. Può il modello offerto dalla “democrazia sovrana” e dalla gestione del potere di Putin rappresentare un’alternativa all’affannata democrazia liberale europea, come molte voci all’interno della stessa UE rivendicano?    

Nel 1992, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Urss, il Trattato di Maastricht ha formalizzato la nascita della Ue, coronando il percorso cominciato all’inizio degli anni Cinquanta con la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Paradossalmente l’idea di un’Europa unita nata durante la Guerra Fredda prese definitivamente forma come reazione alla fine dei precedenti assetti: la caduta del Muro di Berlino richiedeva nuovi equilibri e i Capi di governo ritennero che si potessero trovare nella nuova valuta e nelle sue garanzie giuridiche e morali. Riassumendo, la Ue – nelle diverse fasi storiche – è stata immaginata principalmente per cogliere due obiettivi: da un lato, unire l’Europa occidentale in una limitata federazione, tentando di risolvere i problemi della Germania legandola alla Francia e allontanando, in tal modo, la minaccia di un nuovo conflitto tra gli eterni rivali; dall’altro – dopo il crollo dell’architettura sovietica – lo strumento per integrare anche i Paesi dell’Est.
Al momento della Caduta del Muro, la grande preoccupazione di molti Paesi europei – in particolare Francia e Gran Bretagna – era che la Germania sarebbe ridiventata una grande potenza, e questo preoccupava. Una minaccia anche questa in gran parte sopravvalutata perché Berlino era ed è seriamente indirizzata verso un obiettivo paneuropeo. Più problematico il tema dell’allargamento a Est voluto dall’allora Primo ministro britannico, il conservatore John Major; per Major dovevano entrare tutti. E sono entrati. Con un effetto di diluizione della nostra identità comune. Sono stati messi insieme gruppi di Paesi che avevano esperienze profondamente diverse. Da un lato i fondatori della Ceca, del Mercato comune: avevano tutti fatto la guerra e tutti la avevano perduta.
E ciò aveva naturalmente creato un profondo esame di coscienza. E l’esame di coscienza era che per l’appunto avevano peccato di nazionalismo: e il nazionalismo li aveva puniti.
I Paesi che entravano, i Paesi satelliti, erano Paesi che la sovranità l’avevano perduta in altro modo ed erano felici di riconquistarla. In più ritenevano di avere un conto da regolare con l’Urss, anche se l’Unione Sovietica non c’era più. Sarebbe stato più utile porsi il problema su come poter convivere con questa post Unione Sovietica, con questa nuova Russia.
Anche la Germania era favorevole a questo allargamento perché era stanca di avere – sul suo Confine orientale – dei potenziali nemici, se i Paesi dell’Europa centro-orientale fossero entrati, come poi accaduto, nella UE per loro sarebbe stato meglio. E questa è la ragione per cui Romano Prodi, tra l’altro, divenne il fautore di questa strategia; perché sapeva che questo piaceva alla Germania e della Germania aveva bisogno per meglio governare la Commissione. Quindi l’Unione europea, in un lasso di tempo relativamente breve, da istituzione nata nel quadro della Guerra Fredda ha avuto l’ambizione di diventare la Casa comune di tutti gli europei, dell’Est e dell’Ovest. Per molti, un importante passo avanti per permettere al Vecchio continente di riconquistare il rango perduto di potenza globale.
E proprio nell’euro, la moneta comune europea pensata per perfezionare l’area di libero scambio, ha preso forma l’immagine di una Ue coesa, in grado di stare a pieno titolo tra i grandi del XXI secolo.
E la Ue, perseguendo (con mezzi inadeguati) questa implicita ambizione, è finita presto in acque tempestose.
A questo punto è utile un’ulteriore digressione storica: quando – sul finire del XVIII secolo – le tredici colonie che avevano appena spezzato il giogo coloniale della Gran Bretagna, crearono la Confederazione dell’America settentrionale, vollero farlo anche per affrontare sfide sia politiche che economiche. Fin dalla loro nascita gli Usa hanno considerato se stessi anche come una missione morale per raggiungere più alti ideali.

Proprio per questo negli Stati Uniti d’America si è radicata l’idea che i benefici di una società liberale comportino sempre rischi e obblighi.
E dunque, per gli statunitensi, quando tutto ciò rimanda alla sfera più intima dei valori non negoziabili, il benessere materiale e le sfide morali non possono essere mai disgiunti.
Gli Usa sono stati creati come una federazione tra veri e propri Stati indipendenti che, pur condividendo una lingua comune, erano portatori di profonde differenze storico-culturali.

Quando – dovendo decidere il destino dei territori dell’Ovest – le differenze si acuirono fino alla Secessione, la maggior parte degli Stati Uniti fu pronta ad affrontare un terrificante conflitto pur di preservare l’Unione.

Questa propensione e disponibilità al sacrificio sarebbero stati impossibili se gli Usa non fossero stati visti non solo come un progetto pratico ma anche come una missione morale: la Guerra civile piegò le ambizioni dei singoli Stati e stabilì che il governo federale fosse sovrano, e assolutamente sovrano nella sfera della politica estera. Al contrario, nell’Unione europea il modello confederale è ancora embrionale e la sovranità attiene a ogni singolo Stato nazionale.

Partendo da queste premesse, la Ue difficilmente potrà fare efficacemente appello all’autorità o chiedere sacrifici in suo nome.

Esistono inoltre altre profonde linee di frattura: non tutti gli Stati – pur avendo firmato o aderito ai Trattati istitutivi – hanno la stessa moneta, non esiste una politica di sicurezza comune, né tantomeno l’embrione di un esercito europeo.

Ogni Paese fondatore ha avuto e continua ad avere la propria storia, un’identità originaria, una propria idea di sacrificio.

Lo strumento militare per poter agire sullo scacchiere globale rimane ancora appannaggio dei singoli Stati. Sul destino della Ue aleggia così un interrogativo: Se si tratta di un’unione elettiva, creata per convenienza dei suoi membri, qualora stare insieme diventi sconveniente, cosa impedisce ai singoli contraenti di tirarsi indietro?

Fondamentalmente, la Ue è e resta uno spazio economico, e l’economia – a differenza della sfera della sicurezza collettiva – attiene ai temi del benessere e della prosperità. Esiste una burocrazia europea – l’affollatissimo vuoto dirigenziale di Bruxelles – ma non uno Stato europeo. Ciò implica che chiedere sacrifici in vista di scopi più alti diventi una vera e propria contraddizione in termini. Non esiste alcun fondamento morale in grado di far sostenere sacrifici radicali per preservare la Ue, se non la paura di veder riaffiorare gli orrori del passato, ma la memoria è sempre più sfocata e paradossalmente indebolita dalla retorica del politicamente corretto.

Dalla sua fondazione nel 1993, fino al 2008, la UE ha goduto di un periodo di prosperità per certi versi senza precedenti, ma non ne ha approfittato per affrontare con decisione tutti questi nodi irrisolti che proprio la drammatica crisi del 2008 ha fatto esplodere con inaudita violenza, facendo rinascere quei nazionalismi che proprio l’idea federale voleva seppellire per sempre. Da qui anche la difficoltà di affrontare questa delicata fase, non solo a livello pratico ma anche nell’altrettanto importante livello simbolico che sta determinando, da parte dei popoli europei la percezione di un’assenza di empatia da parte dei leader delle istituzioni comunitarie: il (tardivo) discorso (in italiano) della Presidentessa della Commissione non è neanche lontanamente paragonabile – da un punto di vista emotivo – ad analoghi gesti, durante il secondo conflitto mondiale, come il servizio al fronte della Famiglia reale inglese o la passeggiata di Winston Churchill nella metropolita di Londra durante il Blitz. Anche questa è una dinamica su cui riflettere. 

Passando alla Russia, dopo il biennio 1999-2000, il primo ministro e poi presidente Vladimir Putin ha affrontato (e rapidamente risolto) i tre problemi fondamentali che affliggevano la Federazione: ha scongiurato – sconfiggendo i separatisti di Grozny e cecenizzando il conflitto – la disgregazione del Paese; ha consolidato l’architettura statale, restituendole un certo grado di efficienza e di autorevolezza; ha riportato all’interno dello Stato russo gli elementari principi di ordine nella vita degli apparati amministrativi, sconfiggendo e marginalizzando gli oligarchi.

Pur tra intrighi, arbitri, lotte di potere, Putin e i suoi hanno pervicacemente perseguito questi obiettivi per fondare una base minima a cui ancorare la rinascita del Paese. In questo modo è stata ripristinata anche la soggettività internazionale della Federazione russa. Certo non siamo ai precedenti livelli propri dell’Unione sovietica, ma Mosca oggi conta almeno quanto la Germania, la Francia o la Gran Bretagna.

Risultati certamente importanti ma che non possono nascondere il carattere autocratico del suo regime. Infine, per quanto riguarda la crisi delle democrazie occidentali, da lei evocata, è vero anche quanto afferma, sono sotto gli occhi di tutti i sintomi che costituiscono indizi della stanchezza dei nostri sistemi politici: la voglia di discutere sulle grandi questioni è sempre più affievolita e assente; sembriamo non avere più idee che ci scaldino, idee o libri che ci dividano, personaggi davvero rappresentativi in cui riconoscerci, spettacoli che ritraggano o segnino gli anni che stiamo vivendo. I conflitti non innescano nessuna grande mobilitazione o riflessione degna di questo nome. Ma allo stesso tempo siamo consapevoli che la democrazia non è un fatto naturale: è un prodotto culturale che, come tale, ha bisogno di costante manutenzione in ragione della sua complessità. La lunga storia della democrazia è lo sforzo millenario di non piegarsi ai poteri di fatto (kràtos e bìa); in questo, forse, sta la chiave per uscire da questa crisi. La democrazia va sostenuta da virtù civili coltivate da un’energia attiva, o politicamente viva e eticamente pugnace.


Note

[1] Giornalista professionista e docente universitario, è esperto di politica internazionale e di storia del Novecento. Tra le sue pubblicazioni: Frammenti di un mondo globale (2005), Le lance spezzate (2007), e Babel (2008).

[2] Il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF o EFSF) è uno strumento appositamente costituito dagli Stati membri dell’Eurozona, il 9 maggio 2010 in seguito alla grande recessione, per il solo fine di aiutare finanziariamente gli stati membri, preservando la stabilità finanziaria dell’Eurozona in caso di difficoltà economica. Da punto di vista giuridico, si tratta di una società di diritto lussemburghese con sede in Avenue John F. Kennedy 43 in Lussemburgo, il cui attuale presidente è il tedesco Klaus Regling.

[3] Il trattato di Rapallo del 16 aprile 1922 fu un accordo internazionale concluso nell’omonima cittadina italiana tra la Germania e la RSFS Russa. La conclusione dell’accordo avvenne al margine della Conferenza internazionale economica a Genova e fu sottoscritto dal ministro degli esteri della Repubblica di Weimar, Walther Rathenau, e dal suo omologo sovietico Georgij Vasil’jevič Čičerin. Il trattato ebbe per conseguenza il riavvicinamento delle due nazioni che per differenti motivi si trovavano isolate sulla scena politica internazionale: la Germania sconfitta nella prima guerra mondiale e la Russia comunista.

[4] Il Nord Stream è un gasdotto che, attraverso il Mar Baltico, trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa.


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Mario Rafaniello

Mario Rafaniello

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli e studente in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche “Jean Monnet” dell’Università “Luigi Vanvitelli” di Caserta. Ha svolto uno stage presso l’Associazione Europea di Studi Internazionali di Roma nel gruppo addetto alle newsletter. Durante questa esperienza ha partecipato alle esperienze internazionali di Bruxelles e San Pietroburgo. Successivamente ha preso parte al WMUN in Cina e a uno scambio studentesco presso l’Università “MGIMO” di Mosca. Attualmente è membro della Task force “Hate Speech” di Amnesty e collabora come redattore per MSOIthePost e Mondo Internazionale. Altri contributi sono stati pubblicati da Geopolitica.Info. Come principale interesse si occupa dello spazio post sovietico.

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