La prima grande azione legale contro lo stato per salvare l’Italia (e il pianeta) dalla catastrofe climatica. Intervista a Marica di Pierri, portavoce di A Sud e coordinatrice della campagna Giudizio Universale.


 

Il “Giudizio Universale” è arrivato: lo scorso Giugno l’atto di citazione della prima climate litigation italiana è stato depositato presso il tribunale civile di Roma, a nome di 203 ricorrenti, tra cui 24 associazioni, 17 minori -rappresentati in giudizio dai genitori – e 162 adulti. La causa è stata promossa con il fine di richiedere al Tribunale civile una pronuncia che imponga l’adozione di decisioni statali di riduzione delle emissioni di gas serra, con l’obiettivo di garantire la tutela dei diritti umani per le presenti e future generazioni sul territorio italiano.
Abbiamo intervistato la dott.ssa Marica di Pierri, direttrice del Centro di Documentazione Conflitti Ambientali, dottoranda in Diritti Umani e portavoce dell’associazione A Sud, che da oltre 15 anni si occupa di diritti umani ed ambiente attraverso un continuo lavoro di ricerca ed informazione sulle istituzioni nazionali ed internazionali. In quanto autrice e curatrice del volume “La Causa del Secolo”, che racconta la campagna “Giudizio Universale” alla base della causa legale, le abbiamo posto alcune domande sulla decisione di intraprendere un percorso contro lo Stato italiano al fine di promuovere la giustizia climatica nel nostro paese. 

Come è nata l’idea di fare causa allo Stato italiano? Perché definire tale azione “la causa del secolo”?

“È ormai chiaro a tutti che i cambiamenti climatici rappresentano oggi l’emergenza delle emergenze, un fenomeno di massima gravità cui è necessario rispondere con urgenza, e assieme forniscono un formidabile ombrello attraverso cui leggere e analizzare tutte le altre crisi ecologiche in rapporto di causa-effetto. È evidente tuttavia che le istituzioni politiche non sono capaci di recepire le istanze provenienti dalla società civile. Neppure quando a portarle avanti sono centinaia di migliaia di persone raccolte in piazze oceaniche. E neppure – ahi noi – quando queste istanze si basano su evidenze scientifiche univoche e consolidate. Per questo, ci si interroga da tempo sul ricorso ad ulteriori strumenti, cui obiettivo è incidere nelle politiche pubbliche. In questa riflessione, in questa impellenza, si situano i contenziosi legali climatici sempre più diffusi in tutto il mondo, nel cui solco l’esperienza di Giudizio Universale si ascrive a pieno titolo.”

Le cause legali sono oggi la nuova frontiera dell’azione climatica. In che modo la via giudiziaria può trasformarsi in uno strumento rilevante per le rivendicazioni di giustizia climatica? E quanto può influire sulla causa italiana il successo di simili azioni avvenute all’estero, come ad esempio il caso Urgenda in Olanda, la causa Notre Affaire à Tous in Francia e recentemente il Belgio?

“La cosiddetta “via giudiziaria” alla giustizia climatica sta mostrando – attraverso un numero crescente di sentenze di accoglimento in molti paesi del mondo – che le preoccupazioni e le rivendicazioni dei cittadini (sostenute, bene ricordarlo, dalle ragioni della scienza) sono legittime e necessitano di essere recepite dagli enti preposti alla tutela ambientale e dei diritti umani. In tal senso i contenziosi climatici sono emersi come strumento nuovo e dotato di capacità di incidere a livello istituzionale come a livello di dibattito mediatico e opinione pubblica. Due anni fa, quando abbiamo iniziato il percorso che ci ha portati al deposito dell’atto di citazione, diversi degli esperti, degli avvocati e dei giuristi con cui ci eravamo confrontati avevano considerato eccessivamente “sperimentale” il tipo di contenzioso che intendevamo promuovere. In particolare, il timore diffuso riguardava l’ammissibilità della causa e il dubbio che i giudici potessero effettivamente pronunciarsi nel merito. Confrontandoci nuovamente oggi con diversi di loro, la percezione è del tutto cambiata. Il grande sviluppo che ha vissuto il campo dei contenziosi legali e le straordinarie sentenze che si sono susseguite negli ultimi due anni in Europa (non soltanto il celebre caso olandese, che ha fatto scuola, ma  anche – tra le altre – la pronuncia del giudice amministrativo in Francia, la straordinaria sentenza della Corte Costituzionale in Germania, e ancora, le vittorie in Irlanda e Belgio) rendono oggi altamente improbabile che la causa possa essere ritenuta inammissibile. Rispetto ad un processo che ineluttabilmente coinvolge sempre di più anche il potere giudiziario nella battaglia globale per la giustizia climatica, il rischio che i tribunali decidano di lavarsene le mani è divenuto minimo. Per tornare alla domanda: di certo le sentenze citate, che sono soltanto alcune delle vittorie riportate negli ultimi anni, mostrano che le istanze di protezione portate in giudizio dai ricorrenti riescono sempre più a ottenere ascolto e accoglimento da parte dei giudici. Si tratta di precedenti della massima importanza anche per il caso italiano.”

La conformazione del territorio italiano rende il nostro paese particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, tanto da definirlo nel libro un “hotspot dei disastri naturali”. Quali saranno, sul piano pratico, i rischi reali a cui andremo incontro in caso di pratiche di business as usual da parte dello Stato italiano e della nostra società?

“Fino ad alcuni anni fa la percezione comune dei cambiamenti climatici li confinava in luoghi a noi lontani. Le cronache degli ultimi anni hanno contribuito ad avvicinare questa percezione di rischio imminente, che infatti riguarda in maniera drammatica anche l’Italia, caratterizzata da una straordinaria vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici.  L’estate 2021 è stata una estate particolarmente funesta, per l’intero pianeta e anche per la nostra penisola. Tra temperature torride, incendi devastanti (la cui propagazione è puntualmente aiutata da venti caldi e condizioni siccitose), improvvise grandinate e alluvioni.Tuttavia gli scenari per il futuro non sono meno allarmanti: i report ufficiali prevedono per il nostro paese aumenti delle temperature compresi tra +1.8°C e +3.1°C nel corso del secolo. Con un aumento di temperatura medio globale di 3°C, circa il 50% della regione mediterranea sarebbe torchiata da periodi di siccità costante, anche per 5 o 6 mesi all’anno e l’Italia potrebbe letteralmente trasformarsi in un deserto. Per quanto riguarda la desertificazione, le aree ad alto rischio interessano almeno il 20% del territorio italiano, secondo le stime del World Atlas of Desertification. Le precipitazioni potrebbero ridursi del 30% entro la fine del secolo rispetto al 1971-2000, secondo lo scenario peggiore delineato dall’IPCC; anche qualora la riduzione fosse minore, i regimi pluviometrici sono ormai radicalmente cambiati, con una concentrazione di piogge intense in periodi ben più brevi. Al contempo, intere zone costiere sono a rischio scomparsa per via dell’innalzamento dei mari. Va infine ricordato che l’Italia è sempre più drammaticamente battuta da eventi estremi. In dieci anni sono stati 946 gli eventi estremi che hanno interessato 507 Comuni diversi. Secondo il Climate Risk Index 2020, pubblicato annualmente dalla ong tedesca Germanwatch, che prende in considerazione il periodo 2000-2019, l’Italia è al 22° posto per vulnerabilità climatica e addirittura al 6° per numero di morti registrati in eventi climatici estremi. Sembra una lista di freddi numeri, ma essi si traducono e sempre più si tradurranno in rischi drammatici e vere e proprie catastrofi per intere regioni, città e comunità del nostro paese.”

Quale impatto potrebbero i cambiamenti climatici a livello socio-economico e culturale nel nostro paese? È così remota l’idea di avere dei profughi climatici italiani?

Marica di Pierri, direttrice del Centro di Documentazione Conflitti Ambientali, dottoranda in Diritti Umani e portavoce dell’associazione A Sud

“Quasi un terzo del territorio nazionale è considerato “sensibile” alla riduzione della produttività economica e biologica, condizionata da erosione, salinizzazione e perdita di sostanza organica dei suoli. Nel rapporto Gli impatti economici dei cambiamenti climatici in Italia, pubblicato alla fine del 2019, gli scienziati del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici hanno stimato al 2050 una perdita del Pil pari all’8%: si tratta di una stima sette volte maggiore rispetto alle proiezioni attuali che si traduce in un costo complessivo di 140 miliardi di euro di danni economici. Il dossier calcola inoltre un raddoppio delle disuguaglianze socio-economiche a livello regionale rispetto ad oggi  che vedranno le regioni del Sud ulteriormente penalizzate dagli effetti del riscaldamento globale, con un aumento stimato delle disuguaglianze del 16% nel 2050 e del 61% nel 2080. Tali danni potrebbero derivare soprattutto dalla minor attrattività turistica (sia invernale che estiva), dalla ridotta produttività dei settori agricoli e della pesca, dagli impatti sulle infrastrutture urbane e rurali, da danni alle attività economiche e agli insediamenti umani e da un ridotto potenziale di produzione di energia idroelettrica. Per quanto riguarda i fenomeni migratori interni, già oggi in Italia tra incendi, alluvioni, spostamento delle zone climatiche con conseguente abbandono di alcune aree vi è la possibilità di leggere alcuni flussi migratori interni come conseguenza di impatti climatici. Tuttavia si registra un’attenzione ancora insufficiente a questo tipo di matrice migratoria. Occorrerebbe invece analizzare a fondo come i cambiamenti climatici si stanno già traducendo in fattori che spingono anche nel nostro paese persone e comunità ad abbandonare i propri luoghi di residenza alla ricerca di condizioni climatiche, economiche, di vita migliori.”

Nel 2018, le emissioni italiane si sono ridotte del 27% rispetto ai livelli del 2005; nonostante ciò, i risultati ottenuti non sono attribuibili a strategie nazionali virtuose ma solamente alla persistente crisi economica che ha colpito il nostro paese. Allo stesso modo, la riduzione delle emissioni causata dal lockdown dello scorso anno sembra essere solamente temporanea. Quali azioni dovrebbe intraprendere concretamente lo Stato italiano per ridurre in maniera più ambiziosa le emissioni di gas serra, anche alla luce dei fondi stanziati a livello europeo nell’ambito del Recovery Fund?

Questo tema ci è molto caro come organizzazione impegnata da 15 anni nel campo della giustizia ambientale e climatica. Abbiamo idee e proposte, contenute ad esempio nelle osservazioni presentate al PNIEC e puntualmente disattese. C’è da rivedere un intero sistema economico e sociale. Dovremmo partire dal serrato abbandono delle fonti fossili e dalla promozione di un modello energetico in gran parte decentrato, dare centralità alle comunità dell’energia, stabilire rigidi criteri di compatibilità ambientale e sociale anche per la produzione energetica da rinnovabili (dall’eolico all’idrogeno); e ancora: vanno ripensati i modelli di mobilità, a partire di quella urbana; promossi modelli di economia autenticamente circolare e stravolto il ciclo di gestione dei rifiuti (che con un serio e radicale impulso a modelli circolari risulterebbe minimizzato), occorre fermare la cementificazione, abolire i sussidi ambientalmente dannosi, e cosi via. Si tratta tuttavia di tematiche che sono oggetto di campagne di pressione politica, e non hanno a che vedere con la causa. Nell’azione legale ciò che chiediamo è un target di riduzione più ambizioso; mentre le modalità attraverso cui raggiungerlo non costituiscono oggetto del giudizio. Diversamente, si rischierebbe di violare il sacrosanto principio di separazione dei poteri, chiedendo ai giudici di indicare a governo e legislatore come realizzare l’obiettivo.”

Nel libro i cambiamenti climatici vengono paragonati ad una “pandemia silenziosa”, in quanto moltiplicatori di minacce e fattori di aggravamento di tutte le crisi sociali in corso, da quella idrica a quella migratoria. Nondimeno, essi vengono declinati in termini di violazioni dei diritti fondamentali. Quali sono i diritti fondamentali concretamente minacciati dalla crisi climatica? Esistono altresì gruppi sociali particolarmente vulnerabili ad un “apartheid climatico”, che necessitato specifica tutela?

Mentre ragioniamo dell’impatto sulla vita e sulla salute della pandemia da Coronavirus, dimentichiamo che ogni anno sono stimati tra i 7 e 9 milioni l’anno i morti per inquinamento atmosferico nel mondo (una ogni cinque morti premature) e altri 5 milioni di morti l’anno sono collegabili agli eccessi di caldo e di freddo causati dagli squilibri climatici. Solo tra il 2000 e il 2019 più di 480.000 persone hanno perso la vita a causa degli oltre 11.000 eventi meteorologici estremi registrati a livello globale.  Si tratta a tutti gli effetti di una pandemia con numeri da capogiro. Il “limite” (ovvero la ragione per cui non si percepisce l’urgenza di una azione coordinata e radicale) è che è silenziosa, progressiva. Di conseguenza, la politica non se ne occupa, se non a parole. Invero al giorno d’oggi i cambiamenti climatici non possono che essere declinati in termini di violazioni dei diritti fondamentali. Aumento delle temperature, desertificazione, siccità, eventi estremi come inondazioni, alluvioni e innalzamento dei mari hanno in tutti i continenti impatti drammatici per persone e comunità, minacciando il godimento di una lunga serie di diritti tra cui spiccano il diritto alla salute, il diritto al cibo, il diritto all’acqua, i diritti all’alloggio e alla proprietà, i diritti allo sviluppo e all’autodeterminazione, i diritti culturali, quelli connessi alla migrazione e alla sicurezza, per finire con il più alto e inviolabile dei diritti: il diritto alla vita.  Per quanto riguarda il diritto alla salute, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha calcolato che “i cambiamenti climatici potrebbero causare 250.000 morti in più all’anno tra il 2030 e il 2050”. Esistono poi gruppi sociali particolarmente vulnerabili agli impatti climatici, tra essi, le donne, i minori, i migranti, i popoli indigeni, i poveri. Nel 2019, Philip Alston, Relatore Speciale delle Nazioni Unite su povertà estrema e diritti umani, ha parlato per la prima volta di apartheid climatico, prevedendo scenari futuri distopici. Si prospetta un avvenire in cui le fasce meno vulnerabili della popolazione potranno riuscire tutto sommato a proteggersi da carestie ed eventi climatici estremi, mentre per i meno abbienti gli impatti climatici si tradurranno in gravi violazioni dei diritti fondamentali. Il riscaldamento globale rischia così di vanificare mezzo secolo di progressi nella salute pubblica, nella sicurezza alimentare, nello sviluppo economico e nella riduzione della povertà. Gli effetti del clima in mutamento continueranno a crescere e a peggiorare nel tempo, forzando in condizioni di estrema vulnerabilità sociale ed economica le generazioni presenti e ancor più quelle future. Questo è il motivo per cui un’insufficiente azione climatica a livello globale, così come a casa nostra e pur di fronte a prove scientifiche schiaccianti, ha già le carte in regola per essere la più grande violazione intergenerazionale dei diritti umani nella storia.”

Da circa tre decenni i paesi del mondo hanno preso parte a negoziazioni climatiche che hanno portato all’adozione di numerosi strumenti operativi, fra cui la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, il Protocollo di Kyoto e gli Accordi di Parigi. Nonostante ciò, tali iniziative hanno avuto solamente una tiepida efficacia. Possiamo individuare la causa principale di tali miti risultati nella mancanza di una forte e condivisa volontà politica?

Certo, possiamo. Ma possiamo dire di più, che questa mancanza di volontà non è mossa da semplice  svogliatezza o sciatteria, è anche in parte condizionata da una sempre maggiore debolezza delle istituzioni pubbliche di fronte allo strapotere dei grandi gruppi economici privati e delle potente lobby che ne difendono gli interessi. Modificare il modello economico come richiederebbe una efficace risposta ai cambiamenti climatici significa stravolgerne il funzionamento, e modificare profondamente lo status quo in molti settori economici e finanziari. In un mondo globalizzato, le risposte devono essere globali. Ciò non toglie che gli Stati potrebbero e dovrebbero, almeno per quanto è in loro potere, fare molto di più. Da poco è uscito l’ultimo report IPCC; il contributo del Working Group I all’atteso AR6, le cui parti successive usciranno nel 2022. I contenuti del report suonano l’allarme rosso: tutti gli indicatori climatici, che riguardino atmosfera, oceani o ghiacci, stanno modificandosi a un ritmo mai registrato. L’emergenza climatica è fuori controllo; i cambiamenti in atto non rischiano di essere irreversibili, sono già irreversibili. E se non si azzerano le emissioni in tempi le brevissimi l’aumento medio di 1,5° di temperatura media globale si registrerà entro i prossimi 20 anni, altro che a fine secolo. Speriamo che questo ennesimo campanello aiuti i governi a fare davvero, finalmente, la loro parte. Il prossimo appuntamento in programma è la Cop26 di Glasgow, su cui si accenderanno a novembre i riflettori.”

Considerando il fatto che a livello internazionale il diritto ad un ambiente sano (right to a healthy environment) non ha ancora raggiunto lo status di consuetudine e la sua natura è altresì controversa, in che modo verrà costruita l’argomentazione legale della causa, soprattutto alla luce della progressiva rilettura dei diritti umani fondamentali alla luce dei cambiamenti climatici (cfr. Guerra v. Italia, Fadayeva v. Russia)?

“Il ragionamento alla base dell’atto citazione è lineare. Le istituzioni italiane hanno piena contezza dei mutamenti climatici in atto e della loro pericolosità, sia a livello globale che nazionale. Di contro, le politiche messe in campo risultano insufficienti.  In un contesto in cui gli impatti climatici violano una lunga lista di diritti garantiti a livello internazionale e dalla costituzione italiana, l’inazione climatica dello Stato è da considerarsi una violazione dei diritti umani. In altre parole, si contesta dinanzi al giudice civile la condotta illecita dello Stato, che è responsabile di non aver perseguito una politica climatica conforme alle acquisizioni scientifiche più avanzate. La premessa giuridica su cui si basa “Giudizio Universale” è che le acquisizioni scientifiche condivise vincolano gli Stati e costituiscono un parametro di verifica della loro condotta, sia a livello internazionale che nazionale. Le principali obbligazioni climatiche che lo Stato è tenuto ad osservare derivano da fonti internazionali, regionali e nazionali, tra cui gli Accordi internazionali sul clima, le Fonti internazionali e regionali sui diritti umani, le fonti dell’Unione Europea, la Costituzione italiana (con particolare riferimento agli artt. 2 e 32) e altre fonti di rango nazionale (tra cui gli artt. 2043 e 2051 del nostro Codice Civile). La richiesta formulata al giudice è di dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica e di condannarlo a realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra per il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima, in ordine al contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C e ad ogni modo ben al di sotto dei 2°C a fine secolo. La misura di questa riduzione è calcolata in un taglio del 92% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Tale percentuale tiene conto delle responsabilità emissive storiche dell’Italia e delle capacità tecnologiche e finanziarie attuali. Le evidenze scientifiche che sostengono le argomentazioni dell’azione legale si riferiscono ai più aggiornati dati disponibili, provenienti da fonti nazionali e internazionali; integrati da due report commissionati dai ricorrenti a uno dei maggiori centri internazionali di studi climatici, Climate Analytics, organizzazione internazionale indipendente di ricerca sul cambiamento climatico, che ha prodotto due Rapporti, allegati all’atto di citazione, in tema di impatti climatici in Italia e di trend di riduzione e scenari emissivi relativi all’Italia. In definitiva, l’azione legale mira ad ottenere un radicale cambiamento nelle politiche climatiche nazionali, attraverso un deciso aumento delle ambizioni di riduzione e la garanzia di piena tutela dei diritti umani, in ottemperanza alle obbligazioni climatiche che lo Stato è legalmente tenuto a osservare. Prima che sia troppo tardi.”


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