Organizzazione e qualità del lavoro nella nuova fabbrica dell’automobile. Una fotografia dell’attuale condizione operaia attraverso uno studio comparato condotto in quattro stabilimenti FIAT (Grugliasco, Melfi, Mirafiori e Pomigliano). Prefazione di Serafino Negrelli. Egea edizioni.


 

Storia della condizione operaia, storia della Sociologia industriale, storia del diritto del lavoro, storia dei modelli organizzativi, storia del pensiero socialista, storia dello sviluppo locale…le vicende della FIAT hanno fortemente segnato il nostro paese e non vi è dimensione legata ai diritti e alle condizioni dei lavoratori che non abbia avuto in FIAT una manifestazione emblematica e didascalica: quando si parla di questa azienda, la cronaca diventa storia. Per ovvie ragioni, la FIAT è stata materia privilegiata di indagine sociologica per decenni.

La ricerca oggetto del testo, indaga sugli effetti dell’introduzione del modello produttivo Wem sulle molteplici dimensioni che sostanziano la qualità del lavoro (ambiente di lavoro, relazioni industriali, partecipazione e team working). Alla luce delle evidenze empiriche emerse vengono fornite indicazioni e conferme in merito ai tratti paradigmatici del modello organizzativo delineando le caratteristiche dei percorsi di innovazione e le modalità di gestione del cambiamento.

Dialogo con l’autore Vito Di Santo, dottore di ricerca in Economic Sociology and Labour Studies presso l’Università Statale di Milano. Già vincitore del premio Marco Biagi, è stato Visiting Researcher alla facoltà di Economia dell’Università di Barcellona.

Partiamo dal titolo: chi sono gli operai dopo Marchionne? 

Storia della condizione operaia, storia della Sociologia industriale, storia del diritto del lavoro, storia dei modelli organizzativi, storia dello sviluppo locale…le vicende della Fiat hanno fortemente segnato il nostro paese e non vi è dimensione legata ai diritti e alle condizioni dei lavoratori che non abbia avuto in Fiat una manifestazione emblematica e didascalica: quando si parla della Fiat, la cronaca ineluttabilmente si tramutava in storia. Per ovvie ragioni, dunque, questa azienda è stata materia privilegiata di indagine per decenni, al punto che poche altre imprese al mondo possono vantare una così costante attenzione: sono state oltre settanta le ricerche che hanno riguardato l’azienda dalla metà degli anni ’50 in poi. Marchionne, uscendo dalla Confindustria e dalla contrattazione collettiva nazionale e puntando su una più robusta internazionalizzazione dell’azienda, ha posto fine ad un’era in cui gli operai si sono sentiti protagonisti. Se dovessi indicare un solo aggettivo per definire gli operai dopo Marchionne sceglierei spaesati, e non solo perché l’azienda ha sempre meno radici nel Paese Italia ma per la più generale perdita di centralità nel dibattito collettivo.

Come nasce questa ricerca ed a chi è destinato il suo libro?

 La ricerca rappresenta l’evoluzione dell’indagine svolta negli stabilimenti Fiat durante il mio dottorato. Troppe traiettorie legate alla condizione operaia erano ancora da esplorare, per cui ho continuato ad indagare questo mondo un tempo protagonista del dibattito accademico ed istituzionale mentre oggi sempre più relegato in secondo piano in favore del terziario e del settore impiegatizio.

Il lavoro aspira ad avere un pubblico diversificato. In primo luogo, il rigore metodologico e l’approccio accademico collocano la ricerca nell’alveo istituzionale della Sociologia economica e del lavoro, seguendo sentieri già battuti da Bonazzi (Il tubo di cristallo), Negrelli (Prato verde, prato rosso) e Accornero (Quando c’era la classe operaia): da questo punto di vista, essendo il lavoro imperniato su uno studio di caso comparato avente ad oggetto uno specifico modello di produzione aziendale, si candida ad essere un utile strumento per approfondire praticamente teorie e concetti di Corsi di organizzazione del lavoro e di Corsi di metodologia della ricerca sociale. In secondo luogo, la struttura della ricerca e i relativi risultati danno indicazioni precise che possono essere convertite in strumenti da applicare concretamente da manager ed esperti (responsabili di change management, esperti di risorse umane, analisti del clima organizzativo). In terzo luogo, il clamore mediatico che le vicende dell’azienda protagonista del libro hanno suscitato rende la ricerca stimolante anche per un lettore semplicemente curioso di approfondire le cronache dell’ultimo decennio. Anche da questo punto di vista i precedenti sono notevoli, si pensi ad Operai. Viaggio all’interno della Fiat di Gad Lerner o a Lo squalo e il dinosauro. Vita operaia nella Fiat di Marchionne di Ritanna Armeni.

Analizzando il livello di soddisfazione dei lavoratori in relazione al livello d’istruzione, ha notato che “un diplomato a Pomigliano è soddisfatto (quasi) quanto un operaio con la licenza elementare di Grugliasco”. Come va interpretata questa affermazione?

La chiave interpretativa è sicuramente legata al contesto sociale che nel Meridione purtroppo è più problematico: l’alto tasso di disoccupazione e le oggettive difficoltà che si incontrano nell’inserirsi nel mercato del lavoro fanno sì che un diplomato si senta non solo soddisfatto, ma addirittura fortunato ad avere un contratto da operaio a tempo indeterminato (per di più in una delle aziende considerate più solide del panorama internazionale). Al Nord le aspettative lavorative legate ai livelli di istruzione si fanno sentire maggiormente perché il contesto istituzionale è meno stagnante: un diplomato è stimolato dal contesto ad aspettarsi ritorni occupazionali migliori a fronte di una maggiore livello di education.

Nella sua ricerca in riferimento al sindacato, ha notato che gli operai iscritti indicano una soddisfazione superiore ai non iscritti. Secondo Lei oggi il “sindacato” è ancora capace di rappresentare a pieno le parti sociali o si è un po’ svuotato rispetto al passato (guardando anche i numeri degli iscritti e la loro partecipazione attiva)?

Negli ultimi decenni tutta la rappresentanza ha subito un processo di destrutturazione, non solo il sindacato. Rispetto alla globalizzazione, all’internazionalizzazione e ai nuovi sistemi di produzione e di commercializzazione, il sindacato nello specifico manca di un articolato coordinamento sovranazionale capace di far fronte a imprese che mobilitano e trasferiscono in maniera sempre più rapida capitali, merci e forza lavoro. Il sindacato è, probabilmente, il primo strumento sociale di azione contro la crisi. La sola presenza di un’organizzazione sindacale forte costituisce un modo di prevenire alcuni di quegli effetti perniciosi che la crisi fa ricadere sui lavoratori. L’azione sindacale, però, non si esaurisce nella funzione protettiva, ma svolge anche un ruolo fondamentale nella messa in pratica della maggior parte degli strumenti di tutela: bisogna chiedersi con quali mezzi un sindacato tendenzialmente debole, di bassa rappresentatività e altamente atomizzato, può affrontare con successo una pressione tanto forte, quanto i risultati di una crisi economica severa e soprattutto, di dimensioni globale. Come già scrissi in una pubblicazione del 2017 (Il mercato del lavoro in Europa tra deregolazione e tutela dei diritti in Economia & Lavoro), la regionalizzazione e l’internazionalizzazione del sindacato e della contrattazione collettiva si compenetrano. Se il portato della modernità ha coinciso con l’affermazione di un principio di governance nazionale dei fenomeni economico-sociali (sotto l’ombrello delle costituzioni democratiche), nell’epoca della globalizzazione i processi di produzione giuridica si spostano dal centro alla periferia, ove operano processi di auto-decostruzione del diritto che mettono fuori gioco i principi fondamentali sin qui acquisiti (la gerarchia di fonti del diritto, la legittimazione del diritto mediante una costituzione politica, la garanzia di diritti fondamentali conquistati collettivamente), a tutto vantaggio di una individualising and liberalising regulation. Il fenomeno dell’aziendalizzazione consiste nell’istituzione micro-corporativa dell’impresa, cioè nella delimitazione dello spazio normativo al livello aziendale, assumendo a fondamento della disciplina del lavoro la priorità della ragione tecnico-produttiva: dalle analisi dell’evoluzione delle relazioni industriali e delle trasformazioni del diritto del lavoro in Italia, come in Europa, emerge un modello di relazioni industriali che sono state trasformate in una direzione marcatamente neo-liberale. Il portato dell’analisi, che valorizza la perdita di pregnanza della regolazione interna causata dalla globalizzazione, dovrebbe essere radicalmente capovolto: anzitutto, il venir meno della base territoriale della competizione economica (il suo essere globale), che rappresenta secondo parte della dottrina il presupposto legittimante il fenomeno della nuova regolazione aziendale, richiama la necessità di una simultanea e progressiva globalizzazione della regolazione, piuttosto che la sua localizzazione/frammentazione in senso aziendalistico. Una risposta che intenda garantire la complessità assiologica della regolazione dovrebbe tendere alla creazione di un frame of reference sovranazionale capace di far giocare le imprese entro un level playing field di regole condivise e armonizzate: in sostanza proiettando il paradigma giuslavoristico in un orizzonte transnazionale, come si sforza di fare la contrattazione collettiva attraverso i cosiddetti “accordi quadro transnazionali”.

Parliamo di sicurezza. Dalla sua analisi emerge che l’obiettivo di limitare al massimo gli infortuni nello stabilimento sembra essersi tradotto nell’obiettivo di certificare il minor numero possibile di infortuni. Questo perché i “lievi incidenti” non vengono riportati. Ma le fabbriche in esame sono davvero sicure?

Chiaramente il tema della sicurezza, e quindi della salute, si lega imprescindibilmente con quello dell’innovazione: è chiaro che, in questo senso, sono stati fatti molti passi avanti seppur con il persistere di alcune criticità. Un primo elemento percepito come problematico riguarda l’effetto che l’intensificazione dei ritmi derivante dall’introduzione del sistema ERGO-UAS ha avuto sulla salute dei lavoratori: è diffusa la percezione per cui, nonostante gli interventi ergonomici abbiano ridotto alcuni rischi, la maggiore intensità e ripetitività del lavoro comporti un aggravio fisico e un aumento del rischio di problemi di salute. C’è poi una componente di stress di natura psicologica, legata a due diversi elementi, che spesso agiscono in sinergia: in primo luogo, è stato spesso evidenziato come lo scambio fra miglioramenti ergonomici e riduzione della fatica fisica, da un lato, e intensificazione della prestazione e densificazione delle mansioni in un ambiente tecnologicamente più complesso, dall’altro, tende a produrre stress mentale; in secondo luogo, è stato evidenziato come lo stress psicologico sia il risultato della pressione, quando non della vera e propria azione disciplinare, esercitata in questo contesto di intensificazione del lavoro dalle varie figure gerarchiche in caso di errori anche minimi da parte degli addetti.

Un secondo ambito problematico nella relazione fra organizzazione del lavoro e salute riguarda i criteri di valutazione dei fattori di rischio ergonomico: nonostante nella maggior parte delle interviste emerga un giudizio positivo sull’impatto degli interventi ergonomici sulla salute (in particolare per l’eliminazione delle postazioni a più grave disagio), sono state anche evidenziate diversi problemi. In primis, vi è la diffusa percezione che l’azienda non si attenga effettivamente ai criteri definiti dal sistema ERGO-UAS e tenda a sottostimare il rischio ergonomico delle diverse postazioni (in alcuni stabilimenti, come a Grugliasco, i dubbi dei lavoratori sono stati confermati dall’intervento dell’ASL, che ha effettivamente contestato la valutazione ergonomica formulata dall’azienda). È diffusa, inoltre, l’idea che gli interventi di miglioramento dell’ergonomia e di riduzione del rischio siano sempre subordinati a valutazioni di natura economica, sia per quanto riguarda il costo degli interventi, sia per quanto riguarda l’impatto che essi hanno sulla capacità produttiva.

Sarebbe interessante ripetere l’analisi oggi in relazione alla sicurezza e alla diffusione del Covid. Ha notizie in merito? 

Lo scorso aprile Fiat Chrysler Automobiles ha siglato un accordo con le principali organizzazioni sindacali nazionali al fine di intraprendere ogni possibile azione per garantire la salute dei lavoratori alla ripresa delle attività produttive. L’accordo in questione prevede ovviamente rigidi controlli agli ingressi di ogni sito del Gruppo e una formazione a distanza per i lavoratori ad ogni livello. Ovviamente non sono mancati problemi nella gestione concreta dei mesi più critici, come ad esempio gli assembramenti in mensa oppure quando lo scorso settembre c’è stato a Pomigliano il caso di positività di un dipendente Fca Security, posto in quarantena senza nessun avviso agli altri lavoratori (eppure, essendo lui sorvegliante all’ingresso merci, indirettamente potrebbe essere venuto a contatto con molti altri lavoratori). Come è avvenuto in tutte le aziende e, più in generale, in tutte le grandi organizzazioni, oserei dire che c’è stata una buona gestione per quanto riguarda la formazione e i protocolli di sicurezza ma qualche problematicità nella gestione amministrativa dei casi di positività.

Come i nuovi modelli produttivi impattano sulle condizioni del lavoro operaio?

Un modello produttivo impatta sulla realtà aziendale in maniera trasversale e multidimensionale: nella ricerca abbiamo fotografato le quattro dimensioni fondamentali che sostanziano la qualità del lavoro e la condizione operaia (ambiente di lavoro, relazioni sindacali, partecipazione e teamworking). Ogni ricerca che tenta di investigare principi cardini ed effetti concreti dell’introduzione di un nuovo modello produttivo rischia di scadere in opacità e contorni non nettamente delineati. Nello strutturare la ricerca si è cercato di delimitare quanto più possibile tali contorni: individuato lo scenario di indagine (il nuovo modello produttivo), l’obiettivo è stato indagare la soddisfazione del lavoro per capire come (e in che modo) tale modello produttivo ha impattato su di essa (job satisfaction solo degli operai, solo nei quattro stabilimenti individuati e solo del reparto assemblaggio). L’indagine condotta (questionari, analisi dei dati, focus group, interviste semi-strutturate ed aperte) ci ha permesso, a partire dai risultati empirici sulla soddisfazione del lavoro, di fotografare i risvolti e gli effetti del modello produttivo in termini di pratiche gestionali del personale, partecipazione e coinvolgimento operaio, ambiente e condizioni di lavoro, tendenze nelle relazioni industriali: chiaramente l’oggetto di indagine è la soddisfazione del lavoro che rappresenta la base di analisi che ci ha permesso di indagare da diversi punti di vista gli effetti del nuovo modello produttivo.

Per concludere, in un discorso[1] Marchionne affermava che “I diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell’oggi e soprattutto del domani”. Una sua considerazione su queste parole e sul lavoro svolto da Sergio Marchionne.

Marchionne ha segnato una transizione importante nel mondo della Fiat poiché ha cercando di internazionalizzare il mercato dell’azienda senza scadere nelle delocalizzazioni a tutti i costi: tentare un equilibrio in tal senso in un mondo sempre più globalizzato è sicuramente un risultato considerevole. La sua formazione interdisciplinare (una laurea in Filosofia, una seconda laurea in Legge e un Master in Economia) gli ha permesso di acquisire competenze trasversali che ha saputo spendere magistralmente durante tutto il suo percorso professionale; arrivato in Fiat si è trovato di fronte ad un’azienda che era isolata e non aveva più la capacità e la voglia di competere, né il contatto con la realtà e con il mercato. E perdeva 5 milioni di euro al giorno, week-end compresi! Fondamentale di fronte a questo quadro è stata la capacità di visione e l’attitudine a trarre benefici anche dalle situazioni complicate (vedi la fusione con Chrysler). I giudizi sulla figura del manager non sono unanimi, ed anch’io ne dipingo un ritratto fatto di luci ed ombre, però l’intelligenza di tramutare un destino segnato, come quello della Fiat, in una rinascita gliela si deve riconoscere. Del resto lo stesso Marchionne concluse un famoso discorso tenuto in Bocconi nel 2012 con parole profetiche: “Chi non è in grado di vedere prospettive diverse, di ascoltare opinioni differenti, di andare oltre la propria esperienza, perde l’opportunità di vivere con pienezza. E la tragedia più grande è che non si renderà mai conto di ciò che ha perduto”.


Note

[1] Discorso tenuto il 9 luglio 2013 presso lo stabilimento Sevel di Atessa (Ch)


Foto copertina: Copertina del libro