Guerra giusta e diritto internazionale

Guerra giusta e diritto internazionale

Fra intervento umanitario e responsabilità di proteggere, cosa accade nello Ius ad bellum a margine del sistema delle Nazioni Unite.


 

Nei trent’anni che ci separano dalla fine della Guerra Fredda lo ius ad bellum, ovvero quell’insieme di principi relativi l’avvio di un conflitto armato fra soggetti di diritto internazionale, non è rimasto immune ad un rinnovato interesse verso il concetto di guerra giusta. Tale categoria del dibattito filosofico-politico, che afferisce a tutte quelle circostanze per cui risulterebbe legittimo e inevitabile muover guerra al nemico, si è nuovamente imposta – dopo un periodo di stasi coincidente pressappoco con la creazione di due blocchi contrapposti durante la cd. Guerra Fredda – nel contemporaneo quadro giuridico e politico internazionale attraverso nuove, talvolta anche artificiose, forme di ricorso alluso della forza.

L’utilizzo dell’intervento armato sarebbe in via di principio precluso dalla Carta delle Nazioni Unite, oltre che dal diritto internazionale generale, eppure rimane tuttora fra le principali modalità adottate per la risoluzione di controversie internazionali. Nel periodo oggetto di questa dissertazione, infatti, nuove ipotesi e forme di intervento alternative si sono innestate a latere del sistema di sicurezza collettiva, in aggiunta a quel regime derogatorio previsto dalla Carta ONU rispetto al divieto di uso della forza (legittima difesa individuale e collettiva, autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza).[1] Queste nuove ipotesi, spesso dovute a spinte statali legate all’elemento della contingenza, si sono risolte in ricorsi eterodossi all’uso della forza, spesso privi di un fondamento giuridico consolidato nel diritto internazionale generale: fra questi, di cui si dirà successivamente, si ravvisano l’intervento umanitario e la dottrina della cd. responsability to protect. Questa trattazione cercherà di indagare sulle contemporanee circostanze storiche, politiche e giuridiche che permettono di ritenere il tema della guerra giusta come attuale e correlato a dinamiche in costante evoluzione.

Uso della forza e diritto internazionale: una prospettiva storica.

Alle origini dello ius publicum europaeum, prima dell’avvento del positivismo giuridico dei secoli XIX° e XX°, il diritto internazionale del sistema westfaliano aveva costantemente considerato il ricorso alla guerra una prerogativa sovrana, indiscussa ed illimitata. Nel 1919, conclusasi la Prima Guerra Mondiale, il trattato istitutivo della Società delle Nazioni introduceva un primo mutamento del sistema: l’art. 12 del Covenant proibiva agli Stati membri coinvolti in una controversia di ricorrere alle armi “prima che fossero trascorsi tre mesi dalla decisione arbitrale o giudiziale o dalla relazione del Consiglio”.[2] La formulazione del Patto, dunque, non impediva, ma, bensì, rimodulava (o, più che altro, soltanto posticipava) l’uso della forza, senza addivenire a un divieto categorico. Un decennio più tardi, il Patto Briand-Kellog del 1928 definiva illegittimo il ricorso alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, sbarrando simbolicamente la strada a ogni tentativo d’impresa armata. Tuttavia, l’accordo, poiché privo di qualsiasi previsione sanzionatoria, non si rivelò efficace nell’arginare fenomeni di belligeranza, fra cui, ad esempio, il secondo conflitto sino-giapponese del 1937-1945 e la guerra italo-abissina del 1935-1936.

La Carta delle Nazioni Unite, adottata nel 1945, indica la direzione prospettata per il nuovo ordine mondiale: definitiva riprovazione per ogni forma d’azione bellica ingiustificata. Lo stesso Preambolo enuncia fra gli obiettivi fondamentali dell’organizzazione, infatti, quello di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. Così, l’art. 2 part. 4 della Carta bandisce nelle relazioni internazionali sia la minaccia che l’uso della forza[3] diretti contro l’integrità territoriale, l’indipendenza politica di uno Stato o comunque contrari agli scopi dell’organizzazione.

Di conseguenza, alcuni fattori che in passato erano ritenuti legittimi casus belli come la necessità, l’inclinazione morale del sovrano o le sue valutazioni di carattere politico e strategico, non costituiscono più fattori di liceità e lo strumento dell’intervento militare cessa di poter essere utilizzato a piacimento dalla politica e dalle sue contingenze. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, la guerra cessa di essere, secondo la definizione ottocentesca di von Clausewitz, “la prosecuzione della politica con altri mezzi”,[4] e diventa l’extrema ratio dell’ordinamento internazionale, quasi sempre vietata, e, quando ritenuta legittima, inquadrata in un rigido sistema normativo.

L’intervento armato resta infatti ammesso, seppur con rigide delimitazioni; le norme che governano il sistema di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, non sono manichee a tal punto da vietare qualsiasi ricorso all’uso della forza. Un’analisi più approfondita della Carta lascia meglio trasparire la volontà di coloro che la stilarono: incanalare in categorie giuridiche rigorose il ricorso all’uso della forza, mediante fattispecie precise. La ratio stava nel non ricadere negli errori commessi in passato, dovuti anche alla fallacia del linguaggio e alla vaghezza di espressioni giuridiche di precedenti accordi internazionali. [5]

Il sistema di sicurezza collettiva della Nazioni Unite è così strutturato: l’art. 24 della Carta attribuisce al Consiglio di Sicurezza la “responsabilità principale del mantenimento di pace e sicurezza internazionale”, un mandato conferito all’organo dagli Stati Membri. Il Consiglio si è mostrato in grado di assolvere maggiormente a questo compito solo con la fine della Guerra Fredda, quando Unione Sovietica e membri permanenti occidentali hanno moderato il ricorso ai veti incrociati.[6] Mentre il Capitolo VI della Carta demanda all’organo la risoluzione pacifica delle controversie, il Capitolo VII (artt. 39 e ss.) riguarda il potere del Consiglio di rispondere con azioni a minacce o violazioni della pace o ad atti di aggressione commessi da uno Stato.[7] Alla luce dell’art. 42, il Consiglio può perciò decidere di intervenire contro simili condotte mediante misure anche implicanti l’uso della forza. Tali operazioni, secondo gli artt. 43 e ss., sarebbero attuabili mediante “accordi speciali” che la norma invita gli Stati Membri a stipulare con il Consiglio, così da predisporre in suo favore mezzi e contingenti. Le norme in questione configurano un ruolo attivo del Consiglio nell’uso della forza, di preminente azione e direzione: il ripudio relativo all’uso della forza, non corrispondeva perciò a un disimpegno, ma a un’attribuzione di detto uso a un soggetto imparziale, delegato dalla comunità internazionale. Tali “accordi speciali”, tuttavia, non vennero stipulati e di quel Comitato di Stato Maggiore, a cui si riferiscono gli artt. 45 e 46 della Carta, oggi non è rimasto molto più che la curiosità dei giuristi.[8] Altro uso legittimo della forza è quello previsto all’art. 51: la legittima difesa individuale e collettiva. Tale ricorso alla forza, che ha forma di reazione, è accordato dalla Carta allo Stato che ha subito o sta per subire un attacco già sferrato nei suoi confronti.

Il regime della Carta alla prova della prassi.

Il regime giuridico prospettato dalla Carta, però, ha dovuto fare i conti con il dato storico, e adattarsi alle necessità emergenti dalla prassi senza potersi avvalere degli strumenti previsti dagli articoli 43 e seguenti. Per ovviare a questa mancanza, il Consiglio ha costituito missioni ad hoc di forze delle Nazioni Unite, fornite dagli Stati Membri e dirette a realizzare operazioni di peace-keeping, peace-enforcement e peace-building. Le missioni in questione erano in genere lecite, in quanto solitamente accompagnate dal consenso espresso da parte dello Stato territoriale e poiché solo autorizzavano l’uso della forza solo in modo limitato, perlopiù a fini di difesa delle forze cd. “di interposizione”.[9]

Successivamente, una ancor più innovativa soluzione, benché priva di riscontri giuridici nella Carta, è consistita nell’autorizzare l’intervento di coalizioni di Stati Membri o organizzazioni regionali disposti a intervenire in situazioni di conflitto interno o internazionale. Il Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite all’art. 53 configura la competenza del Consiglio a tal riguardo, ma solo in favore di organizzazioni regionali. Recita la norma: “nessuna azione coercitiva potrà venire intrapresa […] da parte di organizzazioni regionali senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza”, stabilendo come condizione prioritaria e necessaria il provvedimento ad efficacia legalizzante del Consiglio[10]. Inizialmente, nei conflitti in Corea (1950) e in Kuwait (1991) il Consiglio di Sicurezza autorizzò coalizioni di Stati (e non organizzazioni regionali) ad intervenire, ma tali operazioni sarebbero comunque risultate ex se lecite, poiché esercizio della legittima difesa collettiva (art. 51). Tuttavia, il raggio di impiego di tali interventi si è progressivamente allargato, fino a ricomprendere numerose controversie internazionali. [11] Lo schema di sicurezza collettiva indicato dal Capitolo VII non era dunque stato fedelmente tradotto nella realtà: non era il Consiglio ad intervenire (giacché impossibilitato in assenza degli “accordi speciali”) ma gli Stati da lui delegati.

Più le maglie del sistema di sicurezza collettiva ONU si allargavano, più nuove teorie interventiste venivano proposte nel tentativo di legittimare operazioni che nella Carta non avrebbero altrimenti trovato giustificazione. L’importanza delle dottrine dell’intervento umanitario e della responsabilità di proteggere è accresciuta dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Tali dottrine sono da considerarsi, riprendendo le parole di M. Walzer,[12] vere e proprie “giustificazioni e scuse, richiami allo stato di necessità e di costrizione”, usate per legittimare e rendere giusti interventi che, per se, sarebbero sprovvisti di liceità, soprattutto quando effettuati in mancanza delle citate autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza.

L’intervento umanitario. Origine, prassi, controversie.

La prima dottrina a irrompere nel proscenio internazionale e ad aggirare il regime della Carta è quella dell’intervento umanitario. In origine, tale istituto veniva utilizzato per offrire una copertura giuridica alle operazioni militari volte alla protezione dell’incolumità di connazionali all’estero e coinvolti in situazioni di pericolo quando lo Stato territoriale fosse incapace o nolente ad intervenire.[13] Come segnalato nella sentenza Attività militari in Nicaragua (1986) della Corte Internazionale di Giustizia, la liceità dell’intervento umanitario è stata a lungo messa in dubbio.[14] Ad oggi, invece, il concetto di intervento umanitario si è evoluto sino ad indicare quel tipo di intervento militare finalizzato alla tutela dei cittadini di un altro Stato e diretto a proteggerli da gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal loro stesso governo.[15] Come già ribadito, alla luce del Capitolo VII, è solo al Consiglio di Sicurezza che spetterebbe l’accertamento dell’esistenza “di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione” (art. 39), ed è tra l’altro controverso che una supposta violazione di diritti umani possa effettivamente considerarsi tale. Ciononostante, dopo la fine della Guerra Fredda, l’organo aveva provveduto ad autorizzare numerosi interventi, assegnandone il compimento a specifici Stati o ad organizzazioni regionali (ribattezzate “coalizioni di volenterosi”). Fra i vari esempi, si ricordano l’operazione Restore Hope in Somalia (1992-1993), l’operazione Uphold Democracy ad Haiti (1994-1995) e l’operazione Alba in Albania (1997).

Questa maggiore operatività del Consiglio di Sicurezza degli anni ’90 non poteva svilupparsi, tuttavia, lì dove il veto paralizzava ogni decisione. Talvolta a eccidi e violazioni massicce di diritti umani seguiva l’imbarazzato silenzio delle Nazioni Unite (come avvenuto per il Sudan), talaltra, l’inazione della comunità internazionale nel suo insieme ha avuto l’effetto di lasciare spazio alle prepotenze di altri soggetti internazionali. A quest’ultima categoria va, ad esempio, ascritto l’intervento umanitario condotto dalla NATO nel 1999 in Kosovo. L’origine di tale conflitto va ricercata nel 1989, quando Milosevic aveva imposto al Parlamento serbo l’approvazione di una nuova Costituzione che rimuoveva al Kosovo delle forme di autonomia concesse da Tito. La circostanza ebbe un ruolo non irrilevante (insieme alla crisi albanese del 1997, che provocò un vasto flusso di armi verso Pristina)[16] nell’infuocare i contrasti fra l’UÇK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo) e la polizia federale serba. Il paventato deterioramento della situazione kosovara lasciò spazio a spinte interventiste, volte a prevenire un flusso di rifugiati verso i paesi mitteleuropei. Falliti i tentativi della diplomazia di ricorrere al Consiglio di Sicurezza, con la Russia pronta ad opporre il suo veto, dal 24 marzo al 9 giugno 1999 la NATO decise di attaccare la Serbia senza alcuna forma di autorizzazione (operazione Allied Force). L’intervento, sebbene sostenuto da ampia parte della comunità internazionale, difettava di qualsiasi forma di liceità, perché sprovvisto dell’autorizzazione prevista ex art. 53. Le conseguenze sulle relazioni tra potenze e l’esacerbamento delle stesse furono rese emblematiche dal fatto che l’allora Primo Ministro russo, E. Primakov, diretto lo stesso 24 marzo a Washington per una visita di stato, raggiunto dalla notizia dei bombardamenti su Belgrado durante il suo volo sull’Atlantico, ordinò di fare immediatamente ritorno a Mosca,[17] esprimendo così la sua critica all’impeto unilaterale di Stati Uniti e NATO. Diversamente, K. Annan, allora Segretario Generale ONU, pur ribadendo la tragicità dell’insuccesso diplomatico, affermò che “there are times when the use of force may be legitimate in the pursuit of peace”.[18]  Così, una morale ammantata dalla circostanza di voler proteggere popolazioni civili pareva in grado di sostituirsi a un tale grave difetto di liceità. Da un lato, infatti, l’intervento aveva minato al valore del diritto internazionale generale, che vieta ex se ricorsi unilaterali all’uso della forza; dall’altro aveva reso considerabile l’ipotesi di non dover scomodare il Consiglio di Sicurezza qualora non fosse possibile riscontrare una maggioranza al suo interno. Gli Stati Uniti, a guida della coalizione NATO in Kosovo, non erano nemmeno novizi nell’impiego della forza in difetto di autorizzazioni: già durante la crisi missilistica di Cuba del 1962 avevano tentato di motivare l’intervento (atto ad impedire l’installazione di missili sovietici) con l’inattività del Consiglio di Sicurezza, non potendosi parlare in quel caso di esercizio della legittima difesa. A causa di quest’inoperatività l’autorizzazione dell’organo non sarebbe stata necessaria per effetto del principio rebus sic stantibus.[19]

La gravità del caso kosovaro e della condotta NATO vanno commisurate alla possibilità di aver dato vita a un precedente e a successive forzature dello ius ad bellum. Guerre condotte per finalità umanitarie, considerate giuste sulla sola base di ragioni politiche, sono diventate leitmotiv della cronaca contemporanea. A questa categoria, ad esempio, si sono appellati i sostenitori dell’intervento russo nel 2008 in Georgia, sostenendo il maltrattamento degli abitanti dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia.[20] La reazione della Russia (contraria nel ’99 alla missione in Kosovo) arrivò con i bombardamenti su Tiblisi a neanche un giorno dall’inizio delle violenze georgiane a danno della popolazione osseta.[21] Il Consiglio di Sicurezza si riunì poco dopo, anche questa volta senza addivenire a nessuna soluzione concordata, permettendo al conflitto di imperversare senza che l’offensiva russa potesse essere sorretta da alcun fondamento giuridico. Anche nel più recente caso relativo al conflitto ucraino, con l’annessione russa della Crimea mediante l’uso della forza (nonostante il referendum del 2014), le ragioni umanitarie sono state poste a sostegno dell’intervento armato. Ma la prassi è vasta e non sembra ridursi, continuando ad offrire il fianco ad utilizzi della forza di dubbia legittimità.

Dalla facoltà di intervento al dovere di intervenire. La responsabilità di proteggere.

A dinamiche simili a quelle dell’intervento umanitario risponde la dottrina della responsability to protect. Già dopo la Guerra del Biafra (1967-1970) era emersa la cd. dottrina del “droit d’ingérence” relativa al diritto-dovere della comunità internazionale di intervenire nel territorio di uno Stato in ragione di situazioni emergenziali, a scapito del rispetto della sovranità statale. Oggi la responsabilità di proteggere si applica alle situazioni in cui parti di conflitti armati non proteggono i civili, ostacolano l’assistenza umanitaria o mettono a rischio la sicurezza del personale umanitario.[22] Tale dottrina ha trovato spazio nella ris. 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza relativa alla Libia, istitutiva di una no-fly zone e che ha autorizzato l’adozione di “all necessary measures” per la protezione di aree e popolazioni civili. Il conflitto, condotto a mezzo dell’operazione Unified Protector, si è evoluto con la deposizione di Gheddafi e la distruzione dello stato libico, oggi nelle mani di signori della guerra e milizie tribali. Quel potere di proteggere accordato dal Consiglio di Sicurezza, forse non è stato esercitato con la lungimiranza necessaria, traghettando la Libia verso lo status di failed-state (come accaduto anni addietro per la Somalia).  Anche qui, gli istinti interventisti di Stati come Francia e Regno Unito, sebbene proiettati all’interno del Consiglio di Sicurezza e passati al vaglio di una votazione, ebbero il sopravvento su ogni riflessione più lungimirante. Oggi l’esito del conflitto non lo fa più apparire così giusto, così vantaggioso e proficuo come nel 2011, sebbene nessun regime dittatoriale possa mai sembrare facile a rimpiangersi.

Un’ennesima apertura: la legittima difesa preventiva.

Come già anticipato, la Carta delle Nazioni Unite prevede una ulteriore deroga al divieto dell’uso della forza nel dettato dell’art. 51, che consente la reazione a un attacco armato subito o già sferrato, in quanto corrispondente a legittima difesa individuale o collettiva. La nozione di legittima difesa è stata oggetto di diverse riletture, anche qui il più delle volte per via della conclamata giustezza di un certo intervento armato. La più ardita delle quali è stata quella relativa alla cd. “legittima difesa preventiva”. Nel 1986 a seguito dell’uccisione e del ferimento di alcuni militari statunitensi in una discoteca di Berlino, ad opera di terroristi libici, Reagan non esitò a bombardare la città di Tripoli ribadendo di considerare i raid come legittima difesa in seno al Consiglio,[23] nonostante l’azione avesse piuttosto le parvenze di una rappresaglia e non fossero ancora state accertate tutte le responsabilità libiche.

Un utilizzo più rilevante della dottrina della legittima difesa preventiva, però, giunge soltanto all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, quando l’amministrazione Bush rilascia, nel settembre 2002 un documento chiamato “La strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”,[24] noto come “dottrina Bush”. Secondo questa visione, ogni presunto attacco o attentato terroristico potenzialmente rivolto alla nazione avrebbe giustificato l’uso della forza. Si tratta di un principio carico di retorica ma assolutamente privo di ogni fondamento giuridico. Difficile, in più, non riconsiderarlo alla luce della campagna statunitense e britannica condotta in Iraq nel 2003: la giustificazione ad intervenire usata da Bush fu proprio l’imminenza di un attacco per mezzo di armi di distruzione di massa ritenute in possesso del regime di Saddam, nonostante i funzionari delle Nazioni Unite incaricati di condurre le ispezioni a riguardo si fossero mostrati titubanti su tale eventualità.[25] Delle armi in questione non fu mai trovata traccia, e della “legittima difesa preventiva” non restava molto più di un artifizio prepotente. L’utilizzo di dottrine eterodosse e scarsamente consolidate nel diritto internazionale, come nel caso qui riportato, ha lasciato aperta la possibilità di future imitazioni, con il rischio che simili artifizi dialettici siano utilizzati per scopi e con esiti ancor meno encomiabili.

Conclusioni.

In conclusione, possiamo constatare come il mantenimento della pace internazionale non possa che considerarsi danneggiato e minacciato dalla prova dell’ultimo trentennio. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite, mostra ancora numerose difficoltà e un processo di riforma della Carta sarebbe necessario per contrastare le tendenze devianti sin qui elencate, ma nessun tentativo sembra andare a buon fine.

Quel che è certo, è che ogni operazione avviata arbitrariamente e posta fuori dal tracciato della Carta rimane illecita, anche se alcuni usi della forza sopra elencati sfuggono al suo dettato, cercando aliunde fondamento giuridico.  Nella contemporanea questione siriana si riscontrano ennesimi esempi di questa prassi: nel 2018 raid aerei in Siria sono stati realizzati da parte degli statunitensi in difetto di autorizzazione. Ancor più recente è l’attacco sferrato dalle truppe turche nel Rojava a danno delle popolazioni curde, considerate nido di organizzazioni terroristiche della loro stessa etnia (una riproposizione, questa di Erdoğan, del concetto di “legittima difesa preventiva” usato da Bush in riferimento a talebani e qaedisti).[26]

Quella che sembrerebbe una pedanteria da giuristi è in realtà una condanna volta a evitare che non sia, di volta in volta, l’interesse degli Stati (dalla dubbia imparzialità) a decidere sull’opportunità di un intervento armato. Infatti, il rischio di avallare una simile prassi, così legata a ragioni di convenienza di alcuni componenti della comunità internazionale, è quello di causare aperture sempre più vaste nel diritto internazionale generale e nello ius ad bellum, oltre che danni all’autorità del sistema ONU. Il semplice imporsi della volontà arbitraria degli Stati non può agire da fattore legittimante per interventi del tutto illeciti. Sarebbe quest’ultimo un esito distante dalle previsioni della Carta, foriero di rischi per quel già fragilissimo ordine mondiale nel quale ancora prevalgono rapporti di forza.


Note

[1] Carta delle Nazioni Unite, rispettivamente artt. 51 e 54.

[2] Patto della Società delle Nazioni, art. 12.

[3] La Carta non fa espresso riferimento alla guerra ma preferisce altresì utilizzare l’espressione “forza”, vaga e generica, in grado di racchiudere svariate condotte aggressive, sebbene non rientrino nella nozione coercizioni di tipo economico, N. Ronzitti, Diritto Internazionale, 2019, p. 438.

[4] C. von Clausewitz, Della Guerra, Berlino, 1832, libro I, p. 24.

[5] Si riporta l’esempio della Guerra di Manciuria degli anni ’20, durante l’occupazione militare della Cina da parte del Giappone venne definita dai giapponesi una “operazione di polizia”, ben diversa da quella “guerra” a cui si riferiva l’art. 16 del Patto della Società delle Nazioni.

[6] B. Conforti, C. Focarelli, Le Nazioni Unite, Milano, 2017, p. 228.

[7] Sebbene il Consiglio vanti una ampia discrezionalità nel decidere quali situazioni materiali corrispondano a violazioni, minacce alla pace o ad atti di aggressione, quest’ultimo tende a legare le sue valutazioni al convincimento presente fra “le forze rappresentative della società internazionale” (v. G. Sperduti, L’individuo nel diritto internazionale, 1950, p. 59).

[8]S. Chersterman, Legality versus legitimacy: humanitarian intervention, the Security Council and the Rule of Law, p. 7.

[9] Così recita, ad esempio, il 6° considerando della ris. 2167/2014 del Consiglio: “Reaffirming that respect for the basic principles of peacekeeping, including consent of the parties, impartiality, and non-use of force, except in self-defence […] is essential to the success of peacekeeping operations”, v. G. Cellamare, Le operazioni di peacekeeping delle organizzazioni regionali, Bari, p. 62.

[10] Autorizzazione che, dunque, può essere rifiutata o altresì ritirata dallo stesso Consiglio di Sicurezza, anche quando l’intervento sia già stato avviato.

[11] Solo per citare alcuni esempi: nel 1994 vengono autorizzati con la ris. 929 l’intervento francese in Ruanda e con la ris. 940 l’intervento americano ad Haiti; nel 1995 viene autorizzata a una coalizione di Stati la costituzione di una Forza Rapida di Reazione in Ex-Jugoslavia con la ris. 998, B. Conforti, C. Focarelli, op. cit., p. 323.

[12] M. Walzer, Guerre giuste e ingiuste – un discorso morale con esemplificazioni storiche, 2009, p. 6.

[13] Fra i casi principalmente riportati rientrano l’intervento anglo-francese in Egitto del 1956, il raid israeliano ad Entebbe del 1976, il tentativo di liberazione da parte degli Stati Uniti dei propri connazionali ostaggi a Teheran nel 1980, v. B. Conforti, Diritto Internazionale, 2015, Napoli, p. 422.

[14] C. Focarelli, Diritto Internazionale, Milano, p. 493.

[15] B. Conforti, op. cit., p. 366.

[16] G. Franzinetti, I Balcani dal 1878 ad oggi, Roma, 2016, p. 110.

[17] E. Primakov, Un mondo senza la Russia?, Pisa, 2018, p. 19.

[18] United Nations Press Release SG/SM/6997.

[19] B. Conforti, C. Focarelli, op. cit., p. 378.

[20] E. Primakov, op. cit., 2018, p. 192.

[21] L’allora Ministro degli Esteri russo S. Lavrov descrisse l’intervento georgiano una “pulizia etnica”, come riportato su: Ossezia, Russia e Georgia in guerra. Gli USA a Putin: “Ritirate le truppe”, La Repubblica, 8 agosto 2008.

[22] The Responsibility to Protect: Report of the International Commission on Intervention and State Sovereignty, ICISS, 2001.

[23] B. Conforti, C. Focarelli, op. cit., p. 243.

[24] B. Conforti, C. Focarelli, op. cit., p. 243.

[25] H. Blix, Disarmare l’Iraq, Torino, 2004, p. 172.

[26] C. Kreß, A Collective Failure to Prevent Turkey’s Operation ‘Peace Spring’ and NATO’s Silence on International Law, 2019.


Copertina: Umberto Boccioni – Carica di lancieri (1915).Nel 2016, in occasione dei 100 anni dalla scomparsa, Palazzo Reale a Milano gli dedica una mostra, “Umberto Boccioni (1882 – 1916). Genio e Memoria”, all’interno della rassegna Ritorni al futuro.


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Margherita Gemma Cardinale

Margherita Gemma Cardinale è nata ad Erice (TP) il 09/02/1994. Laureata con lode in Giurisprudenza presso l’Università LUISS “Guido Carli” di Roma, ha successivamente svolto un Master in Studi Diplomatici presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge un tirocinio presso la direzione delle Gallerie degli Uffizi di Firenze.

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