Da secoli il Mar Nero rappresenta un importante bacino per la Russia e il suo desiderio di “sbocco sul mare caldo”, e negli ultimi anni molto è cambiato.


Gli anni Novanta; allontanamento dal teatro Mediterraneo

Gli anni seguenti il crollo dell’Urss videro, come detto, il mondo passare da un sistema essenzialmente bipolare e caratterizzato dal confronto sovietico-statunitense ad un sistema unipolare a guida Usa, e in questo nuovo contesto la neonata Federazione Russa finì con lo scivolare tragicamente in secondo piano per mantenere la sua stessa integrità, territoriale ma anche sociale.
La Russia si ritirò dai suoi imperi esterni e interni per concentrarsi sui suoi problemi interni, che la tennero preoccupata per tutto il 1990. Con le sue risorse esaurite e il suo apparato di difesa che si sgretola, la Russia è effettivamente scomparsa dal Mediterraneo come attore navale, militare e geopolitico. I resti della flotta sovietica del Mar Nero furono divisi con l’Ucraina, e la Russia cessò di esistere come forza navale efficace.[1]
L’allontanamento della Federazione Russa dallo scacchiere internazionale quale attore principale provò, con il tempo, essere solo temporaneo. Del resto, parte dell’ingombrante e per certi aspetti, problematica, eredità sovietica da essa raccolta conteneva un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza presso le Nazioni Unite e il secondo arsenale nucleare più grande al mondo, una base di partenza molto solida sulla quale tentare di ricostruire la propria immagine internazionale di grande potenza. L’accentramento delle testate nucleari sparse su tutto l’ex territorio sovietico presso la sola Federazione Russa (ma anche la loro riduzione)  la rendeva a tutti gli effetti l’erede di quella che era l’Urss nel grande gioco degli equilibri di potere mondiali e questo particolarissimo processo fu avallato e anche sovvenzionato proprio dagli Usa con il Soviet Threat Reduction Act[2] e poi con il Former Soviet Union Demilitarisation Act, citato dall’”Office of the Law Revision Counsel”.[3] Tutto questo, è andato a sommarsi ad una sequela di esperienze militari negative maturate sia durante la fine del periodo sovietico, come la disastrosa invasione dell’Afghanistan (dal 1979-1989[4]),  le guerre secessioniste e di indipendenza nello spazio ex sovietico dell’Europa dell’est quali la Georgia (prima negli anni 1992-93 poi nel 2008), il Kosovo (nel 2000[5]) , nonché con la minaccia del terrorismo internazionale da parte dei fondamentalisti islamici a seguito delle due guerre Cecene (1994-1996/1999-2009). “La prima guerra russo-cecena, scoppiata nel 1994, vide la sostanziale sconfitta della Russia nonostante l’occupazione della regione e l’uccisione di Dudaev”[6]. Questi conflitti furono un primo tentativo da parte della Federazione Russa di riprendere la propria stabilità territoriale ma inflissero anche dure lezioni all’esercito evidenziando non solo quelle che erano le inadeguatezze di armamenti oramai obsoleti per i moderni teatri di guerra ma anche l’arretratezza della dottrina militare stessa[7]. Se il Cremlino avesse avuto intenzione di tornare in auge dopo i disastrosi anni post 1991, un cambio di strategia sarebbe stato fondamentale e l’allargamento della Nato verso est rendeva l’intrinseco desiderio di grandezza una impellente necessità tattica. In questo quadro il Mediterraneo Orientale ha giocato e gioca, tutt’oggi, un ruolo fondamentale.

Il Mar Nero torna nel “mirino” della Federazione

Nel contesto del Mar Nero e del Mediterraneo, i conflitti con la Georgia e l’Ucraina hanno assunto un significato molto maggiore rispetto alle ambiziose ma vaghe dichiarazioni del Cremlino su una sfera di “interessi privilegiati”. Impegnati per impedire a entrambi i paesi di aderire alla NATO, hanno ottenuto più del loro scopo previsto. Agli occhi degli osservatori stranieri, i conflitti hanno creato due stati ostili sul confine sud-occidentale della Russia. Ma dal punto di vista di Mosca hanno impedito la penetrazione di un’alleanza ostile in questa regione critica, la riduzione della sua presenza nel Mar Nero con conseguenti nuove sfide per il suo accesso dal Mediterraneo.[8]
In particolare, i conflitti in Georgia si erano dimostrati, come precedentemente accennato, parte di un primo tentativo da parte della Federazione Russa di evitare un ulteriore disgregamento della sua integrità nazionale (la qual cosa era fortemente desiderata dagli Usa per “eliminare” definitivamente anche ciò che restava del nemico sovietico[9]) e consolidare definitivamente una presenza militare attiva nel Mar Nero. Questo era fondamentale per la Federazione Russa poiché il bacino del Mar Nero rischiava di diventare un “lago Nato”[10], il che avrebbe reso molto più difficoltoso l’accesso delle forze navali russe al Mediterraneo Orientale e avrebbe anche posto sotto diretta minaccia il territorio nazionale della Federazione. La prima guerra in Georgia, conosciuta come prima guerra in Ossezia del sud segnò l’inizio della strategia di ingerenze politico-militari della Federazione in quella regione che Mosca considera una sua sfera di influenza legittima sin dal post 1991. Una strategia, sotto un certo punto di vista, duale, che aveva sia lo scopo di tenere a bada l’espansionismo Nato sia di creare basi solide per il “ritorno” della Federazione Russa nello scacchiere internazionale. L’escamotage adottata dalla Russia in questo primo conflitto fu quella di riconoscere l’autonomia di alcune regioni della Georgia, nello specifico quella degli osseti e quella degli abkhazi, regioni che “storicamente” godevano di ampia autonomia durante il periodo sovietico[11]. Questo riconoscimento e il supporto all’indipendenza di queste regioni avrebbe garantito a Mosca un’influenza attiva proprio all’interno del territorio georgiano. Nel periodo che va dal 1991 al 1993 vi furono violenti scontri fratricidi in Georgia che culminarono con l’indipendenza de facto delle due repubbliche e la sconfitta delle truppe georgiane. L’intervento russo poi riuscì a “congelare” la situazione da “dietro le quinte” con il supporto completo di Mosca ai separatisti tramite forniture militari e volontari per la causa separatista. “Un successo dovuto all’aiuto sia di volontari nord-caucasici sia della Russia, peraltro in forma non ufficiale. Da allora forze militari prevalentemente russe sotto l’egida della Csi[12], separano i georgiani da abkhazi e osseti”[13]. Questo però, sebbene garantì un periodo di stabilità tale negli anni successivi da lasciare che i conflitti in Georgia venissero considerati letteralmente “congelati”, non impedì al paese di continuare il suo avvicinamento alla Nato.
“Né la sconfitta nei conflitti con i secessionisti abkhazi e osseti né la gravissima situazione economica in cui la repubblica precipitò negli anni ’90 hanno però modificato l’aspirazione georgiana a uscire dall’orbita russa e ad avvicinarsi all’Occidente”[14]

I primi anni Duemila; ritorno nello scacchiere internazionale

A prevalere su ogni altra considerazione era il timore, reso esplicito da Putin nel suo Messaggio per il nuovo millennio, di uno scadimento della Russia a “potenza di secondo o terzo rango”, sulle orme della Gran Bretagna e Francia nel secondo dopoguerra, o della Russia zarista nei decenni precedenti la Prima guerra mondiale […] Non esistevano garanzie che la Russia non percorresse la stessa parabola. Solo il ripristino dello Stato forte e di condizioni economiche tali da conservare lo status di grande potenza poteva far uscire il paese dallo stallo degli anni Novanta.[15]
A “battere il tempo” per quelle che sarebbero state le mosse e le strategie della Federazione Russa nello scacchiere internazionale dei primi anni duemila è stata senza dubbio la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco[16]  avvenuta nel 2007. L’intervento del Presidente russo Vladimir Putin durante la conferenza fu particolarmente lungo e per la prima volta si parlò apertamente del dissenso della Russia nei confronti dell’ordine unipolare a guida statunitense formatosi dopo la fine della Guerra Fredda[17]. Perfettamente allineato con le opinioni cinesi al riguardo, il Presidente Putin pronunciò il suo discorso con l’obiettivo di restituire alla Federazione Russa e anche alla Repubblica Popolare Cinese la propria voce internazionale, alla pari con quella statunitense[18]. Il progetto di rendere la Russia di nuovo “grande” e di ampliarne il ruolo di potenza mondiale e non solo regionale fu quanto mai chiaramente esposto. Di seguito verranno riportati alcuni estratti esplicativi del discorso del Presidente contenenti una critica volta in quegli anni al sistema unipolare e alle preoccupazioni circa la sicurezza della Federazione Russa nei confronti di alcune organizzazioni come Nato e Osce che vengono additate di essere meri strumenti della volontà dell’attore reputato egemone. Partendo dagli assunti del discorso del Presidente Vladimir Putin, precedentemente esposti, e riallacciandoci proprio ai conflitti “congelati” in Georgia che si rivelano essere direttamente interrelati con le dinamiche in analisi nei riguardi del Mediterraneo Orientale, giungiamo al 2008, quando le truppe Georgiane sferrarono un attacco a sorpresa verso l’Ossezia del sud. Le forze russe presenti sul territorio respinsero facilmente l’attacco e la dinamica degli eventi fu riconosciuta anche dal parlamento europeo. La risoluzione del parlamento europeo del 3 settembre 2008 enunciava ciò che verrà di seguito citato: «[…] nella notte tra il 7 e l’8 agosto l’esercito georgiano ha lanciato un attacco di artiglieria a sorpresa su Tskhinvali seguito da un’operazione di terra con carri armati e soldati al fine di riprendere il controllo sull’Ossetia del Sud»[19].  L’intervento russo che ne seguì fu motivato da Mosca con l’obiettivo di difendere i propri concittadini delle repubbliche autonome dell’Ossezia del sud. La Federazione Russa avviò così una campagna militare su vasta scala, con truppe di terra, aeree e navali, sottoscritta come missione di “peace enforcement” che le garantì infine il controllo di numerosi punti strategici del territorio georgiano, in particolare quelli che affacciavano direttamente sul fondamentale bacino del Mar Nero[20]

Conclusioni

Le due guerre in Georgia, tra gli anni Novanta e i primissimi anni Duemila, sono state fondamentali per la “ripresa” russa nello scacchiere internazionale e hanno, anche se non direttamente, giocato un ruolo fondamentale per la strategia della Federazione nei confronti del suo lento e graduale ritorno nell’area del Mediterraneo Orientale.

These were important considerations in the Kremlin’s decisions to wage war in 2008 against Georgia and invade Ukraine six years later. Their prospects of NATO membership and until then closer partnership with the alliance promised a major transformation of the Black Sea region, new threats to Russia’s ability to project power into the Mediterranean and defend its position in the Black Sea, and a shift in the overall NATO-Russia balance on Europe’s southern edge[21].

Questi conflitti hanno però dimostrato alla Federazione Russa che anche la sua stessa strategia geopolitica e geostrategica andava rivista e migliorata. Un miglioramento che sarebbe durato per tutto il corso dei primi anni duemila e che porterà ad alcuni risultati che oggi siamo in grado di analizzare, non solo nell’Europa Continentale ma anche e soprattutto nel Mediterraneo Orientale. Le sfide per l’influenza russa non si sono certo concluse con le due guerre in Ossezia e ancora molte incognite geopolitiche restano di intralcio ai piani del Cremlino.

“Tuttavia, i conflitti in Georgia e Ucraina – e la massiccia riforma militare e la modernizzazione delle forze armate, comprese le capacità navali, lanciate dopo la guerra del 2008 con la Georgia – non potevano compensare la sfida che la geografia e la geopolitica europea hanno posto alla Russia per secoli”. [22]

Ad oggi, la violenta guerra che la Federazione ha scatenato sul territorio nazionale ucraino sembra essere un “all in” da parte del Cremlino di Putin per alzare ancor di più l’asticella del desiderio russo di potenza e rilievo internazionale, ma la scommessa non sembrerebbe stare pagando come preventivato. Difficile prevedere come tutto questo finirà ma è possibile affermare con certezza che con il prolungarsi della guerra molte problematiche “strutturali” della Federazione Russa sono venute alla luce, insieme a tutti i limiti, vecchi e nuovi, di quest’ultima.


Note

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/difficile-ma-necessario-un-dialogo-fra-ue-e-russia-nelle-crisi-del-mediterraneo-siria-e-libia-29202  
[2] H.R.3807 – Soviet Nuclear Threat Reduction Act of 1991, 102nd Congress (1991 1992) https://www.congress.gov/bill/102nd-congress/house-bill/3807
[3] USC Ch. 68: demilitarization of former Soviet Union. From Title 22—foreign relations and intercourse                      https://uscode.house.gov/view.xhtml?path=/prelim@title22/chapter68&edition=prelim
[4] “Nel febbraio 1989 le ultime truppe dell’armata rossa lasciavano definitivamente l’Afghanistan […] il conflitto era costato all’URSS circa 15000 morti e 37000 feriti, nonché in termini economici 7,8 miliardi di dollari all’anno”. A. Varsori, Storia Internazionale. Ed Il Mulino, Bologna 2015, cit. p. 345
[5]“Per il Cremlino, le lezioni tratte dalla vicenda del Kosovo furono decisive, proprio perché a differenza della Bosnia e dell’opposizione all’allargamento della Nato, le iniziative russe erano state dettate non da principi astratti, ma dalla difesa della storica presenza nei Balcani e del ruolo di grande potenza a essa connesso. Il loro insuccesso aveva esposto impietosamente i limiti del potere militare e l’isolamento diplomatico della Russia”. In F. Bettanin, Putin e il mondo che verrà, Ed. Viella, Roma 2018, cit. pp. 155-156
[6] A. Ferrari, Cecenia: una pace impossibile? ISPI Policy Brief, numero 9 Giugno 2004, cit. p. 1
[7] A. Minervini, Esercito Russia: vecchie ruggini, nuovo acciaio, Opinio Juris, 5 Ottobre 2021 https://www.opiniojuris.it/esercito-russia-vecchie-ruggini-nuovo-acciaio/
[8] E. Rumer, R. Sokolsky, Russia in the Mediterranean: Here to Stay, 2021 Carnegie Endowment for International Peace, cit. p. 8
[9] E. Brighi, F. Petito, Il Mediterraneo nelle relazioni internazionali, cit. p. 95
[10] Forbes Staff, “Putin ob’’yasnil vozmozhnyye posledstviya poyavleniya bazy SSHA v Sevastopole,” [Putin explained the possible consequences of the appearance of the US base in Sevastopol], Forbes, November 21, 2016
[11] “La Russia appoggiò allora le rivendicazioni indipendentiste  degli osseti e degli abkhazi, che in epoca sovietica erano titolari rispettivamente di una  regione e di una repubblica autonoma all’interno della Georgia. Entrambe queste  popolazioni sono riuscite a rendersi de facto indipendenti dopo violente guerre nel  periodo 1991-93, che causarono migliaia di vittime e decine di migliaia di profughi. Un successo dovuto all’aiuto sia di volontari nord-caucasici sia della Russia, peraltro in  forma non ufficiale. Da allora forze militari prevalentemente russe sotto l’egida della Csi, separano i georgiani da abkhazi e osseti”. In A. Ferrari, Una nuova guerra fredda per il Caucaso? Scenari internazionali dopo il conflitto in Ossetia, Ispi working paper, N. 30, SETTEMBRE 2008, cit. p. 3
[12] La Comunità degli Stati Indipendenti o CSI nasce l’8 dicembre 1991 con la firma dell’Accordo di Minsk da parte della Repubblica di Belarus, della Federazione Russa e dell’Ucraina. L’accordo sancisce la fine dell’Unione Sovietica come soggetto di diritto internazionale e la fondazione della Comunità degli Stati Indipendenti quale luogo istituzionale di raccordo per l’avvio di un nuovo sistema di relazioni tra le repubbliche ex sovietiche. In Senato della Repubblica, Settore orientamento e informazioni bibliografiche, Osservatorio internazionale, Le Repubbliche ex sovietiche, n. 24, Agosto 2009 https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1290&newsletter_numero=121
[13] A. Ferrari, Una nuova guerra fredda per il Caucaso? Scenari internazionali dopo il conflitto in Ossetia, Ispi working paper, N. 30 – SETTEMBRE 2008, cit. p. 3
[14] Ibidem
[15] F. Bettanin, Putin e il mondo che verrà, Ed. Viella, Roma 2018, cit. p. 164
16] La Conferenza di Sicurezza è un forum informale (si svolge sempre al Bayerischer Hof Hotel di Monaco) in cui i conflitti vengono solitamente affrontati con grande trasparenza e dove, spesso, ci sono posizioni contrastanti. In C. Tassinari, Monaco di Baviera, Conferenza sulla sicurezza: diplomazia “dimezzata”, senza la Russia, Euronews, 19/02/2022.  https://it.euronews.com/2022/02/19/monaco-di-baviera-conferenza-sulla-sicurezza-diplomazia-dimezzata-senza-la-russia
[17] https://www.youtube.com/watch?v=Ymcr2VT8wLY
[18] “Come abbiamo visto, lo stile personale era nuovo; l’argomentazione era ripetitiva e difensiva: la pretesa degli Stati Uniti di esportare la democrazia era fonte di instabilità mondiale; l’espansione della Nato non assicurava sicurezza; i paesi occidentali sopravvalutavano la loro forza e non tenevano conto che il prodotto interno lordo dei paesi del Bric superava quello della UE, e che Cina e India producevano più degli Usa. […] La Russia era stanca di fare concessioni e voleva essere considerata alla pari”. In F. Bettanin, Putin e il mondo che verrà, Ed. Viella, Roma 2018, cit. p. 168
[19] Rapporti Unione Europea – Georgia, n. 10/DN, 30 settembre 2008, p. 28. https://www.senato.it
[20] “In ogni caso la reazione russa è stata veemente e nel giro di pochi giorni i georgiani hanno conosciuto una vera disfatta militare. Le truppe russe li hanno infatti non solo completamente scacciati dall’Ossetia meridionale, ma sono anche penetrate nel territorio georgiano, occupando la città di Gori (posta al centro del paese e cruciale per i collegamenti tra la parte orientale e quella occidentale della Georgia), il porto di Poti sul Mar Nero e altre località strategiche. La via verso Tbilisi era aperta, ma il 12 agosto si giunse a un cessate il fuoco grazie al piano in 6 punti proposto dal presidente di turno dell’Unione Europea, Sarkozy”. In A. Ferrari, Una nuova guerra fredda per il Caucaso? Scenari internazionali dopo il conflitto in Ossetia, Ispi working paper, N. 30 – SETTEMBRE 2008, cit. p. 10
[21] E. Rumer, R. Sokolsky, Russia in the Mediterranean: Here to Stay, 2021 Carnegie Endowment for International Peace, cit. p. 8
[22] In A. Ferrari, Una nuova guerra fredda per il Caucaso? Scenari internazionali dopo il conflitto in Ossetia, Ispi working paper, N. 30 – SETTEMBRE 2008, cit. p. 8


Foto copertina: Mar Nero