Imran Khan e le proteste di questi giorni


C’era una volta un Pakistan tranquillo, in accordo con i vicini e pienamente inserito nel contesto internazionale sorto dalle ceneri della Guerra Fredda post – 1991. Se un qualsiasi scritto su questo splendido Paese iniziasse così, diffidate bene dal continuare a leggerlo.
Il Pakistan è, fin dal suo ingresso nell’ONU avvenuto nel 1947, un Paese ricco di contraddizioni, in perenne tensione sia interna che con varie nazioni del mondo (a partire dal suo ingombrante vicino, l’India), con una politica estera “ambigua” nei confronti dell’occidente e con un apparato militare pienamente inserito nel contesto politico dello Stato.
A tal proposito, alcune considerazioni non lasciano spazio a dubbi in tal senso:

  • Ancora a fine 2019 (e nulla è cambiato per mettere definitivamente la parola fine alle ostilità più o meno latenti) la situazione era la seguente: “Sull’orlo di un conflitto nucleare, tra reciproche accuse, minacce, attentati, provocazioni, rivendicazioni. I rapporti tra India e Pakistan sono tornati a livelli di tensione altissimi. E il motivo è sempre lo stesso, da settant’anni a questa parte: la sovranità del Kashmir, una regione tutt’altro che morbida, nonostante sia nota in tutto il mondo per la pregiatissima lana che lì si produce, divisa “d’ufficio” (e su base religiosa) nel lontano 1947 con la speranza di riportare un po’ di ordine in quella terra contesa, dopo la fine dell’amministrazione britannica. Non è bastato. Il taglio netto di quella terra (musulmani da una parte, indù dall’altra) obbligò alla migrazione un’enorme massa di popolazioni che si trovarono a professare la loro religione nel luogo sbagliato. Da allora è stato un susseguirsi ininterrotto di conflitti, di attacchi, recriminazioni, provocazioni. […] Un confine virtuale ci sarebbe, la “linea di controllo” tracciata nell’accordo internazionale di Simia, firmato nel 1972 tra i due governi (il premier Indira Gandhi per l’India, il presidente Zulfiqar Ali Bhutto per il Pakistan) per interrompere le ostilità della guerra indo-pakistana del 1971. Ma è soltanto una linea di “cessate il fuoco”: nulla di più. E ora, di nuovo, la situazione sta precipitando. […]”.[1]
  • L’accordo del 2021 fra i Talebani e gli USA di Donald Trump è stato fermamente promosso e sostenuto da Pakistan, in primis per cercare di stabilizzare quel suo confine e poter così concentrare tutti i suoi sforzi su quello caldissimo indiano.

“Il contatto costante del Pakistan con i talebani afgani gli ha permesso di svolgere il ruolo di intermediario tra loro e gli Stati Uniti, facilitando così l’apertura dei negoziati. Non esita a sottolineare la sua azione, che definisce benefica e insostituibile. […] Gli americani denunciano la complicità pakistana con gli estremisti afgani, ma Islamabad persegue la stessa politica. La costruzione da parte del Pakistan di una recinzione lungo i confini afghano e iraniano, completata nel 2021, impedisce a elementi ostili di entrare nel suo territorio, garantendo al contempo il libero passaggio ai movimenti militanti che sostiene. Il Pakistan sta anche portando avanti una politica ambigua nei confronti del Jundallah, un movimento separatista nel Seistan iraniano (popolato da beluci sunniti), vicino ad al-Qaeda e ai talebani. Non sostiene realmente questo gruppo creato nel 2003, ma non dedica molti sforzi per annientare i suoi membri che trovano rifugio in Belucistan. La continua ostilità del Pakistan verso l’India spiega in parte la pervasività sul suo suolo di movimenti islamici radicali che servono i suoi scopi politici. È abbastanza naturale che segua con molta attenzione tutti i gruppi ideologici e separatisti che agitano l’India. Non è l’istigatore, ma li aiuta quando può, politicamente e talvolta anche fornendo armi e munizioni. […]”.[2]
Per la sua grande popolazione (più di 200 milioni di abitanti), il fatto di essere un Paese nucleare e la sua posizione strategica in Asia Meridionale, è da sempre un punto fondamentale e di scontro fra le grandi potenze che si contendono le varie “sfere d’influenza” nel mondo.

I confini condivisi con l’India e con l’Afghanistan, oltre che con l’Iran e la Cina, infatti, fanno del Paese con capitale Islamabad un crocevia importantissimo per gli interessi geopolitici globali.
Interessi rafforzati dal “Pakistan interno”, con la sua grande popolazione che garantisce uno sbocco di mercato significativo, con le sue terre arate, la sua immensa produzione di cotone e una crescita economica stabilmente superiore al 3% (a parte momenti specifici, come durante la crisi da Covid-19).
In queste settimane il Paese è tornato alla ribalta per la destituzione del Presidente Imran Khan attraverso una sfiducia parlamentare.
Una sfiducia piena di veleni, con accuse reciproche e segnali dall’esterno che hanno mostrato chiaramente come il Pakistan sia pienamente inserito (da protagonista) nella sfida fra grandi potenze, ossia quella UNIPOLARISMO vs MULTIPOLARISMO.
Una sfida anche interna, con una divisione importante fra i fautori di un Pakistan più impegnato verso la creazione di un mondo multipolare (dunque collaborando più strettamente con Russia e Cina in primis) e fra chi invece vorrebbe proseguire con un’alleanza (sebbene “particolare”) con gli USA.
Una sfida chiarissima se leggiamo le seguenti posizioni e riportiamo alcuni fatti, sullo sfondo di proteste di piazza oceaniche guidate dallo stesso Khan (che chiede lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni):

  • Imran Khan a fine 2021: “I governi afghano e occidentale hanno creato un comodo capro espiatorio accusandoci ingiustamente di fornire rifugi sicuri ai talebani e di consentire la loro libera circolazione attraverso il nostro confine […]. Il Pakistan non può sicuramente essere biasimato per il fatto che oltre 300.000 forze di sicurezza afghane ben addestrate ed equipaggiate non vedevano alcun motivo per combattere i talebani leggermente armati […]. La mancanza di legittimità per la guerra protratta da un estraneo (gli USA) era aggravata da un governo afghano corrotto e inetto, visto come un regime senza credibilità, in particolare dagli afgani rurali […]. Un approccio più realistico sarebbe stato quello di negoziare con i talebani molto prima, evitando così l’imbarazzo del crollo dell’esercito afghano e del governo di Ashraf Ghani. […] Per la gente del posto, gli USA erano un occupante dell’Afghanistan proprio come i sovietici, meritevoli dello stesso trattamento […]. (Inoltre, abbiamo assistito ad) oltre 450 attacchi di droni statunitensi sul nostro territorio, rendendoci l’unico paese nella storia ad essere così bombardato da un alleato […]. Questi strikes hanno causato immense vittime civili, alimentando ulteriormente il sentimento anti-americano […]”.[3]
  • Imran Khan è un fervente sostenitore dell’accordo con la Cina per la presenza di Islamabad nella “Belt and Road Initiative” (Nuova Via della Seta). Come riportato ad inizio 2022, infatti: “L’emittente nazionale Radio Pakistan ha detto che Khan ha accolto con favore l’aumento degli investimenti cinesi e “ha lodato il continuo sostegno e assistenza della Cina allo sviluppo socioeconomico del Pakistan che aveva notevolmente beneficiato dello sviluppo di alta qualità del CPEC”. Lanciato nel 2013, il CPEC è una componente rilevante della Belt and Road Initiative (in quanto) comprende una rete di strade, ferrovie, porti, centrali elettriche, oleodotti e gasdotti e cavi in fibra ottica. Una caratteristica principale del progetto è una strada dallo Xinjiang nell’estremo ovest della Cina al porto di Gwadar in Belucistan”.[4]
  • Khan ha visitato Mosca quando l’ “Operazione Militare Speciale” in Ucraina era già iniziata, di fatto ponendosi vicino alla Russia e alla sua visione geopolitica. Come ben sottolineato su Formiche ad inizio marzo, infatti: “A conclusione del suo viaggio a Mosca, il primo ministro pakistano Imran Khan ha annunciato che il Pakistan importerà 2 milioni di tonnellate di grano e acquisterà gas naturale dalla Russia. […]. Il Pakistan, di fatti, sta attraversando una grave crisi energetica, ragion per cui non poteva non acquisire rilievo l’importanza e la necessità del progetto per la realizzazione del gasdotto Pakistan-Stream avviato lo scorso anno con la firma di un protocollo d’intesa tra i due ministri degli Esteri. Sbarcando a Mosca proprio all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Khan è stato ripreso dalla telecamera nell’atto di manifestare il proprio compiacimento: “Quale momento migliore in cui arrivare, un momento alquanto emozionante”.[5]
  • Forse era in possesso di informazioni che gli garantivano la certezza che sarebbe stato il primo leader a incontrare il presidente russo Vladimir Putin appena un attimo dopo l’inizio della guerra. Forse era lì proprio in quel particolare momento su incoraggiamento dei suoi alleati cinesi. […].
  • Khan a marzo 2022, poco prima della sua destituzione: “Tre tirapiedi sono seduti qui a lavorare con potenze straniere. Vogliono che Imran Khan venga estromesso e vogliono che questa certa persona prenda questo posto e tutto andra’ bene allora […]. Ci hanno detto che, se non sosterremo gli Usa, ci ridurranno a un orso ferito. […] (è in atto) un complotto per sostituir(mi) con Nawaz Sharif, gia’ tre volte capo del governo e condannato a 10 anni per corruzione nel 2018, pena poi sospesa”.[6]
  • In un tweet di aprile 2021 Khan, dopo una manifestazione a suo favore, “ha ringraziato i pakistani che hanno protestato “per il cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti d’America con i collaboratori locali”.[7] E sempre ad Aprile Khan si è scagliato ancora più duramente contro gli USA, rei a suo avviso di aver orchestrato il golpe perché scontenti dell’avvicinamento sempre più forte fra il Pakistan da un lato e il duo Russia – Cina dall’altro: (Questo è stato un) cambio di regime volto a portare al potere una banda di teppisti […] tutti sulla loro busta paga (degli USA). I pakistani, sia in patria che all’estero, l’hanno fortemente respinto”. “Il Pakistan sta entrando in un nuovo periodo di lotta per la libertà, nella quale il popolo protegge la sovranità e la democrazia da una cospirazione straniera […]”.[8]
  • A fine 2021 l’ostilità USA nei confronti di Imran Khan e della sua “virata geopolitica” è stata ben delineata dal Guardian con le seguenti parole: “Un alto funzionario statunitense in visita a Islamabad ha chiarito al Pakistan che l’amministrazione Biden ha declassato le relazioni bilaterali. Alla vigilia del suo arrivo, la vicesegretaria di Stato, Wendy Sherman, ha utilizzato un evento pubblico a Mumbai per esporre in termini schietti i nuovi parametri delle relazioni USA-Pakistan, sottolineando che non ci sarebbe stata alcuna equivalenza con i legami sempre più stretti di Washington con l’India. Il viaggio a Islamabad avrebbe avuto “uno scopo molto specifico e ristretto”, ha detto Sherman, per parlare dell’Afghanistan e dei talebani. “Non ci vediamo a costruire un ampio rapporto con il Pakistan e non abbiamo alcun interesse a tornare ai giorni dell’India-Pakistan con il trattino”, ha aggiunto. “Non è qui che siamo. Non è lì che saremo”.[9]
  • Il Primo Ministro Indiano si è subito congratulato con Shehbaz Sharif per la sua nomina a Primo Ministro post Khan, ricevendo molti ringraziamenti dal neo eletto su Twitter. “Thank you Premier Narendra Modi for felicitations. Pakistan desires peaceful & cooperative ties with India. Peaceful settlement of outstanding disputes including Jammu & Kashmir is indispensable. Pakistan’s sacrifices in fighting terrorism are well-known. Let’s secure peace and..”.
  • Gli USA hanno reagito all’elezione di Sharif a nuovo Primo Ministro con “diplomazia e professionalità”, facendo comunque capire che la relazione con il Pakistan per loro è di primaria importanza: “We value our long-standing cooperation with Pakistan, and always viewed a prosperous and democratic Pakistan is critical to US interests that remain unchanged regardless of who leadership is in terms of future policymaking to predict at this point in time, obviously we stay in close touch with them at a range of levels […]”.[10]

Una sfida, dunque, che si gioca chiaramente a livello globale, anche se non vanno mai dimenticate le condizioni di vita della popolazione e la giusta protesta di quest’ultima (anche se purtroppo spesso strumentalizzata, e non solo in Pakistan, per interessi che vanno ben aldilà del benessere generale):

  • È presente un’élite ricchissima e la maggior parte della popolazione che vive basandosi su un’agricoltura di sussistenza.
  • L’emigrazione è ancora il modo più “semplice” (soprattutto fra i giovani) per vivere meglio e garantire rimesse utili per la propria famiglia in Pakistan.[11]
  • PIL pro capite a circa 1500 dollari annui, nonostante un PIL nazionale di quasi 300 miliardi di dollari (40° posto al mondo nel 2021).[12]
  • Quasi il 22% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.
  • 65 bambini su 1000 muoiono entro i 5 anni. Per fare un esempio, in Italia il tasso è del 3,6 per mille.[13]

In conclusione, dunque, è possibile affermare che, come accaduto in Brasile con il famoso “golpe bianco” ai danni di Dilma Rousseff nel 2016, spesso nei centri di potere “periferici” questioni interne e grandi interessi esterni si mescolano dando vita ad un mix (spesso letale) per il Paese e la sua popolazione. Mix composti da situazioni parlamentari non del tutto chiare, da proteste di piazza che mescolano la buona fede dei molti con le fomentazioni e gli interessi di pochi, da “complotti” di palazzo e molto altro.
La strada verso il riconoscimento pieno dell’autodeterminazione dei popoli è ancora lunga e, come dimostra anche il Pakistan, il cammino sempre irto di ostacoli.


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Note

[1] I rapporti tra India e Pakistan sono tornati a livelli di tensione altissimi | Il Bo Live UniPD.
[2] SCENARI/ I doppi (e tripli) giochi del Pakistan tra Usa, India e jihad (ilsussidiario.net).
[3] Politica estera e rapporti con gli USA: il dibattito in… | Med-Or.
[4] Cosa fanno Cina e Pakistan sulla Nuova via della seta – Startmag.
[5] L’asse Pakistan-Russia spinge l’India più lontana da Mosca – Formiche.net.
[6] Pakistan, premier Khan: “Mi vogliono mandare via perché sono stato da Putin” (agi.it).
[7] Proteste in Pakistan per sostenere primo ministro Imran Khan (trt.net.tr).
[8] Pakistan: proteste di massa dopo il “golpe” parlamentare contro il premier Khan – Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.
[9] Biden administration delivers brusque message to Pakistan | Pakistan | The Guardian.
[10] What US Said After Shehbaz Sharif Takes Over As Pak PM (ndtv.com).
[11] Pakistan, la marcia contro il governo degli studenti del Punjab (insideover.com).
[12] Pakistan – PIL | 1960-2020 Dati | 2021-2022 Previsione (tradingeconomics.com). / Classifica PIL Mondiale 2021 – Eamond.
[13] Poverty: Pakistan | Asian Development Bank (adb.org). / La mortalità in Italia sotto i 5 anni: aggiornamento dei dati per causa, territorio e cittadinanza (istat.it).


Foto copertina:

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Alessandro Fanetti
Alessandro Fanetti, nato il 21/09/1988 a Siena, è “da sempre” appassionato di geopolitica, in particolar modo dell'area latinoamericana e caraibica. Dottore Magistrale in Scienze Internazionali, ha conseguito il titolo presso l'Università degli Studi di Siena con il massimo dei voti. Grande appassionato di viaggi, ama conoscere luoghi e culture di ogni parte del mondo. Durante il periodo accademico ha svolto tre mesi di studio presso il Centro de Lingüística Aplicada a Santiago de Cuba (conseguendo il Certificato Internazionale in “Corso di Spagnolo e Cultura Cubana”), nonché un tirocinio presso l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia. Dopo la laurea, ha partecipato ad un ciclo di seminari promossi dalla European Association of International Studies ed è divenuto Professionista Accreditato dalla Fondazione Italia-USA (dopo aver svolto con profitto un Master in Global Marketing, Comunicazione & Made in Italy). Da Gennaio 2019 fa parte dello staff, per i programmi America Latina ed Eurasia, dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Inoltre, dal Marzo dello stesso anno è membro dell'Associazione “Mondo Internazionale”, per la quale sviluppa, con il team preposto, il progetto inerente l'Agenda 2030 (denominato “Sustainable Life”). Infine, dall'inizio del 2020 è collaboratore della Rivista Opinio Juris, la quale tratta tematiche di attualità giuridica e politica.