Tra il 3 e il 5 marzo, la 52° sessione della divisione statistica dello United Nations Department of Economic and Social Affairs si è dedicata alla discussione di un nuovo parametro all’interno del Prodotto Interno Lordo che tenga conto del capitale naturale, per indirizzare le nazioni verso uno sviluppo economico sostenibile.


 

L’adozione del System of Environmental -Economic Accounting (SEEA), un nuovo modello statistico che permette di includere il capitale naturale all’interno della misura della ricchezza di uno Stato, rappresenta un grande passo in avanti verso l’integrazione dello sviluppo sostenibile nella pianificazione economica e nel processo decisionale politico. Tale proposta è stata discussa lo scorso marzo alle Nazioni Unite, in cui un gruppo di più di 500 esperti ha preso parte ad una consultazione mondiale volta ad adottare una misura della crescita innovativa, capace di superare gli strumenti imprecisi con cui valutiamo attualmente la salute delle nostre economie.[1]
Il termine capitale naturale venne impiegato per la prima volta nel 1973 dall’economista italo-tedesco E.F. Schumacher[2], considerato uno dei fondatori dell’ambientalismo all’interno della scienza dell’economia, e comprende l’insieme di risorse rinnovabili e non rinnovabili come aria, suolo, acqua, risorse minerarie, flora e fauna. Inoltre, si parla di servizi ecosistemici per indicare il capitale naturale dal quale gli individui traggono beni e servizi in modo gratuito, come acqua pulita e terreno fertile, che rendono possibile la vita e allo stesso tempo sono alla base dell’economia mondiale.[3]

Verso un’inclusione delle risorse ambientali

La necessità di incorporare il capitale naturale all’interno del PIL proviene dal fatto che all’importanza economica e strategica non corrisponde una reale protezione delle risorse ambientali, che a causa del continuo sfruttamento e dei cambiamenti climatici stanno subendo un deterioramento senza precedenti. Si stima infatti che nonostante la metà del PIL globale dipenda dalla natura, più del 40% del capitale naturale sia in declino sia a livello quantitativo che qualitativo; inoltre, le Nazioni Unite prevedono che l’attività umana abbia alterato il 75% dell’ambiente terrestre e ben il 66% delle risorse biologiche marine.[4] Nonostante ciò, sono ancora ingenti gli investimenti da parte degli Stati che non tengono conto del potenziale impatto ambientale delle attività economiche[5].
Di conseguenza, come affermato dal Segretario Generale Antonio Guterres, “è necessario trasformare il modo in cui valutiamo l’ambiente, al fine di rifletterne la preservazione all’interno del nostro sistema di politiche economiche. Se si promuoveranno investimenti diretti in iniziative a favore dell’ambiente, i benefici saranno immensi”.[6]
Attualmente sono 34 i paesi che utilizzano il nuovo sistema statistico di valutazione del PIL, su cui si discuterà anche in occasione di futuri importanti appuntamenti nel corso dell’anno, in particolare la COP15 sulla Biodiversità a Kunming (Cina) e la COP 26 Glasgow Climate Conference.[7]
Una contribuzione importante potrebbe provenire dagli Stati Uniti di Joe Biden, da poco rientrati negli Accordi di Parigi. Di fatto, sin dalla campagna elettorale il neoeletto presidente ha posto la questione ambientale al centro delle proprie politiche, sia per un rilancio economico nell’era post-Covid, sia in una più ampia visione geopolitica volta a contrastare un potenziale concorrente “ambientalismo Made in China”.[8]

I limiti della valutazione tradizionale

Tradizionalmente, il PIL è il principale indicatore utilizzato per valutare lo stato della crescita economica di un paese. Nonostante la centralità di tale strumento nelle politiche di crescita e sviluppo degli Stati, negli ultimi decenni un numero sempre crescente di studiosi ed economisti come Amartya Sen, Johsep Stiglitz e Jeffrey Sachs hanno dimostrato come in realtà esso presenti alcune importanti limitazioni. Di fatto, alcuni dati importanti riguardanti il benessere collettivo come salute, istruzione e longevità non vengono inclusi nel PIL, che di conseguenza fornisce un’immagine solo parzialmente completa della ricchezza nazionale. A livello ambientale, ad esempio, il PIL non è in grado di mostrare né la dipendenza di una data economia dalla natura, né il suo impatto sulla qualità dell’aria o sullo stato delle foreste.

Verso una nuova misurazione della ricchezza

A tal proposito, nuovi indicatori sono stati sviluppati con il fine di includere numerose variabili non strettamente economiche nella misurazione della prosperità di un paese.
In primo luogo, a partire dagli anni 90 lo United Nations Development Program (UNDP) ha dato vita ad uno dei primi tentativi di superare la sovrapposizione fra i concetti di sviluppo e crescita economica. I Reports sullo sviluppo umano[9] infatti iniziarono a presentare un nuovo indicatore, lo Human Development Index, in grado di tenere conto della multidimensionalità del concetto di sviluppo oltre gli imperativi economici.[10] Tale approccio fu fortemente sostenuto dal Premio Nobel per l’economia (1998) Amartya Sen, il quale sostenne la creazione di un nuovo indicatore incentrato sugli individui e sulle loro capacità individuali, composte da opportunità, abilità e dalla loro interazione con l’accesso alle risorse. Di fatto, il modello proposto da Sen prevedeva di tenere in considerazione almeno tre variabili principali, fra cui reddito, salute ed istruzione, in modo tale da misurare la capacità delle persone di “essere o di riuscire a fare ciò che desiderano[11].
Più recentemente, invece, nel 2011 l’OCSE ha sviluppato l’OECD Better Life Index, un indicatore statistico volto a misurare i fattori che influenzano il benessere dei cittadini per poter assicurare loro un continuo progresso. Fra gli 11 parametri inclusi compaiono istruzione, salute, soddisfazione per la vita, ambiente, relazioni sociali ed equilibrio lavoro-vita privata.[12]


Note

[1] F. RAMPINI, Le Nazioni Unite tingono il Pil di verde: una nuova misura per salvare il pianeta. La Repubblica, 3 marzo 2021.
[2] E.F.SCHUMACHER, Small is Beautiful, London, Blond & Briggs Ltd., 1973.
[3] https://naturalcapitalforum.com/about/ (ultimo accesso 15.03.21).
[4] United Nations Department of Economic and Social Affairs, System of Environmental Economic Accounting (SEEA), Ecosystem accounting, final draft, March 2021. Disponibile al link:https://unstats.un.org/unsd/statcom/52nd-session/documents/BG-3f-SEEA-EA_Final_draft-E.pdf.
[5] A livello globale, i paesi impiegano $4-6 miliardi in sussidi ad attività economiche che danneggiano l’ambiente. Per approfondimenti https://www.un.org/en/desa/countries-consider-ground-breaking-change-economic-reporting-includes-natural-capital 
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] F. RAMPINI, op.cit.
[9] United Nations Development Program, Human Development Reports. Il Report 2020 è disponibile al link http://hdr.undp.org/ 

[10] United Nations Development Program, Human Development Index. Maggiori informazioni al link http://hdr.undp.org/en/content/human-development-index-hdi 
[11] A. SEN, Equality of What? In: McMurrin S Tanner Lectures on Human Values, Volume 1. Cambridge: Cambridge University Press, 1980.
[12]OECD, Better life index, 2011. Disponibile al link http://www.oecdbetterlifeindex.org/media/bli/documents/IT%20_%20New%20BLI%20exec%20summary%20IT%2028%2004%202015.pdf


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