Attraverso numerosi articoli che indagano le ragioni profonde, storiche, politiche e sociali, Sergio Romano, Ambasciatore d’Italia a Mosca dal 1985 al 1989, ripercorre le tappe salienti che hanno portato al crollo dell’Unione Sovietica. Un libro pubblicato da Sandro Teti editore.


Vladimir Putin ha definito il crollo dell’Unione Sovietica avvenuto il 25 dicembre 1991 come la “più grande tragedia geopolitica del XX° secolo”.
Sergio Romano, noto al grande pubblico, è persona esperta di “cose russe”. Diplomatico, giornalista, storico, saggista e accademico, è stato Ambasciatore a Mosca dal settembre del 1985 fino al marzo del 1989. Sergio Romano ritorna a Mosca nel 1991 in veste di giornalista per seguire, prima, l’elezione di Boris Eltsin alla presidenza della Repubblica russa e per raccontare, poi, i giorni immediatamente successivi al fallito putsch dell’agosto 1991. Il Suicidio dell’URSS è una raccolta di articoli, spesso pubblicati sul giornale La Stampa, in cui l’ex Ambasciatore analizza le varie vicende che hanno caratterizzato anni turbolenti e vicende ancora poco approfondite. Ad esempio colpirà il lettore il racconto che Romano fa del contro-golpe di Eltsin, il mondo conosce la foto che ritrae Boris Eltsin in piedi su un carro armato, mentre arringa la folla di fronte al Palazzo del Parlamento russo, la Casa Bianca. Nello stesso momento Gorbaciov è prigioniero a Foros, sul Mar Nero, con la famiglia. La narrativa ci ha sempre raccontato un Mosca attraversata da colonne di carri armati e di soldati guidati da ufficiali spauriti che non sanno bene cosa fare, mentre è in corso un tentativo di colpo di Stato. Sempre seguendo il racconto. Eltsin si oppone con coraggio e rivolgendosi alle truppe le incita a difendere la “giovane democrazia”. Il golpe si sgonfia da solo. I militari tornano nella caserme. Eltsin, diventato un eroe nazionale, accoglie un Gorbačëv liberato incolume dalla sua prigionia, ormai l’ombra di se stesso, e ne raccoglie davanti al mondo l’eredità. Bene, secondo la ricostruzione di Romano non è andata così o almeno non abbiamo la certezza. A parte Eltsin che sale sul carro armato, quel giorno sia successo ben poco: nessuna resistenza di massa contro i golpisti, come fece credere la Cnn, solo grande passività e lo scioglimento finale di un non-dramma. E Gorbačëv probabilmente non era così isolato come si immaginava. Romano arriva a questa conclusione tirando in ballo un altro personaggio storico del giornalismo italiano, il compianto Giulietto Chiesa. Il riferimento è alla conferenza stampa che si tenne nel grande centro stampa di Mosca, e Gorbačëv riferendosi a Giulietto Chiesa, lo apostrofa come il giornalista che “fa sempre buone domande” riferendosi ad una domanda[1] che Chiesa aveva rivolto a Gennadij Ivanovič Janaev durante una conferenza stampa che si era tenuta tre giorni prima. Allora com’e possibile che Gorbačëv abbia potuto vedere o seguire quella conferenza visto che si trovava “isolato” a Foros?
E Romano sorprende il lettore anche con un racconto in relazione al colpo di mano di Lenin nella Gloriosa Rivoluzione Proletaria. Secondo Sergio Romano, fu un libro fu (I dieci giorni che sconvolsero il mondo dell’americano John Reed) a creare lo schema interpretativo degli eventi, e gli stessi protagonisti successivamente fecero riferimento esplicito a quanto Reed aveva scritto, per raccontare quel che ricordavano poco e male[2].
Il suicidio dell’Urss è un libro che va letto, va studiato per comprendere gli aspetti della storia e della società sovietica ed avere le chiavi per interpretare oggi la società russa.


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Note

[1] Gennadij Ivanovič Janaev in conferenza stampa spiegò che Gorbačëv era malato e Chiesa gli fece notare che lo stato di emergenza era anticostituzionale chiedendo a Janaev quale fosse il suo stato di salute.
[2] Trotskij ad esempio ammise di non rammentare che cosa avesse detto Lenin nella notte fatale fra il 24 e il 25 ottobre, ma aggiunse che “se lo ha scritto Reed, allora Lenin ha detto così”).


Foto copertina: Copertina libro Il suicidio dell’URSS