Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un mistero lungo 26 anni.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un mistero lungo 26 anni.

Il 20 marzo 1994 la giornalista romana Ilaria Alpi e il cineoperatore triestino Miran Hrovatin furono uccisi a poca distanza dall’hotel Amana nei pressi dall’ambasciata italiana di Mogadiscio, in Somalia.
La loro colpa? Aver scoperto un traffico di rifiuti tossici.


 

 


Chi erano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?

Ilaria Alpi aveva meno di 33 anni quando fu uccisa. Si era laureata in Lettere frequentando gli studi di cultura e di lingua islamica al dipartimento di Studi orientali della Sapienza a Roma. Inizia fin da subito a lavorare come giornalista, prima come corrispondente dal Cairo per i quotidiani Paese Sera e l’Unità, e in seguito, dopo aver vinto un concorso per giornalisti, per la RAI.
Miran Hrovatin aveva 45 anni, era un triestino di origine slovena. Comincia come fotografo, poi passa alla telecamera. Prima di arrivare alla RAI aveva lavorato per la rete triestina Videoest, per la Tv Jugoslava e per Tele Capodistria, poi la piccola agenzia chiude e Miran inizia a lavorare come freelance seguendo l’evolversi della guerra, prima in Croazia e poi in Bosnia

Cosa ci facevano in Somalia Alpi e Hrovatin?

I due giornalisti erano in Somalia per seguire, per conto del TG3, il ritiro delle truppe della missione di pace Restore Hope[1] ”Ridare speranza”, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite, per porre fine ad sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991.

Ma non solo. I due stavano indagando su un presunto traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici che avrebbe coinvolto anche società italiane, organizzazioni criminali e alcuni settori della cooperazione.

 

Perché sono stati uccisi?

Un rapporto dell’UNEP[2] del 22 febbraio 2005, denunciò il manifestarsi di insolite patologie, facilmente riconducibili a gravi fenomeni di inquinamento come infezioni acute alle vie respiratorie, sanguinamenti dalla bocca, emorragie addominali riscontrati sulle popolazioni di due porti minori situati a nord di Mogadiscio[3].

Nel marzo dello stesso anno, il WWF denunciò un “effetto collaterale”[4] a seguito dello tsunami che nel dicembre del 2004 aveva colpito l’Oceano Indiano. La potenza delle onde aveva fatto riaffiorare sulle coste somale ingenti quantità di rifiuti tossici, alcuni di tipo radioattivo, da tempo sepolti nel mare e presumibilmente di origine europea.

Un fenomeno gravissimo che ha portato, pochi giorni dopo, un membro del Parlamento somalo Awad Ahmed Ashra[5], a lanciare un appello alla comunità internazionale per bonificare l’area interessata[6].

La Somalia è tutt’oggi è considerata un failed state, che da anni vive una situazione di semi anarchia totale, dove la varie fazioni, gestite dai signori della guerra sono in lotta tra loro. Questo vuoto di potere ha trasformato il paese nel centro di traffici di armi destinate ai conflitti africani e di rifiuti tossici, in particolare dall’Italia.

Le dichiarazioni di Fonti

Francesco Fonti, collaboratore di giustizia già appartenente alla ’ndrangheta calabrese, sentito dalla Commissione Parlamentare di inchiesta in merito alle c.d. “Navi a perdere[7]”, ammise che nel 1992 aveva fatto parte di una spedizione in Somalia di una nave di proprietà della Compagni di pesca somala (Shifco), contenente non solo le armi destinate alla guerra civile, ma anche molti fusti contenenti materiale radioattivo[8].

Fonti, per primo mette in relazione la morte dei due giornalisti con la scoperta del traffico di rifiuti[9].

I rapporti politici negli anni ’80 tra l’Italia e la Somalia erano solidissimi. La cooperazione italiana, tra il 1981 ed il 1990, aveva destinato 1.400 miliardi di lire alla Somalia. Il 49% di questo budget destinato alla costruzione di grandi infrastrutture, il 21% per la realizzazione di investimenti produttivi e il restante 15% in investimenti socio-comunitari[10].

Tra i progetti infrastrutturali più importanti ricordiamo la costruzione della strada di collegamento Garoe-Bosaso e la costruzione del porto di Bosaso[11]. Uno dei progetti di investimento socio-comunitario più importanti riguardava la pesca oceanica. Il progetto prevedeva la donazione di cinque pescherecci e una nave frigorifera al governo somalo. A tale scopo, fu creata la già citata Shifco[12], con a capo Omar Said Mugne, un ingegnere italo-somalo, legato al Partito Socialista, e che secondo le informative del Sismi si sarebbe scoperto essere un trafficante di armi[13].

I due giornalisti stavano seguendo proprio questa pista, che se confermata, avrebbe portato ad uno scandalo nazionale. La Shifco, come emerso in seguito, avrebbe trasportato armi e rifiuti tossici, e che questi rifiuti sarebbero stati utilizzati come base per la costruzione della citata strada “Garoe-Bosaso” e non solo.

Il 14 e 15 marzo, cinque giorni prima di essere ammazzati, i due giornalisti avevano intervistato il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, che aveva confermato la loro tesi. L’intervista fu registrata, ma purtroppo non tutte le cassette con il materiale audiovisivo sono state ritrovate, sulle poche rimaste a disposizione ci sono evidenti parti tagliate.


L’intervista al sultano di Bosaso Abdullahi Moussa Bogor, 14‑15 marzo 1994 — operatore Miran Hrovatin


Nel 1997 furono scattate alcune foto (rese pubbliche da Green Peace solo pochi anni fa) durante la costruzione del porto di Eel Ma’aan, a 30 km da Mogadiscio. Da queste foto si evince che la banchina non è stata realizzata, come di solito accade, utilizzando soltanto pietre o cemento. La banchina fu infarcita, incredibilmente, di container. Una parata di contenitori davanti ai quali, si vede in uno scatto, posano due uomini di colore, uno dei quali sorride e mostra una pistola. Dietro di loro c’è la barriera portuale ancora incompleta, con alla base i parallelepipedi metallici utilizzati per il trasporto merci[14]. Secondo Green Peace a costruire il porto di Eel Ma’aan fu Giancarlo Marocchino.

Chi è Giancarlo Marocchino?

Imprenditore e informatore dei Servizi segreti italiani. Colui che ha costruito nella seconda metà degli anni Novanta il porto di Eel Ma’aan, come spiega il 25 ottobre 2005 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Lo stesso imprenditore che per primo a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, accorre sul luogo dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. L’uomo del quale Marcello Fulvi, dirigente della Digos romana, scrive in un’informativa del 3 febbraio 1995: “Si comunica che (…) personale di questo ufficio ha avuto un incontro con una fonte di provata attendibilità, la quale ha confidato che mandante dell’omicidio di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin sarebbe il noto Marocchino Giancarlo”, il quale “avrebbe ordinato l’uccisione della giornalista”.[15] Marocchino, però, si è sempre dichiarato innocente[16].

I risvolti Giudiziari

Per l’omicidio dei due giornalisti, dopo anni di processi, depistaggi, perizie e controperizie[17], il 3 luglio 2017, la procura di Roma chiede di archiviare l’inchiesta in quanto risulta impossibile accertare l’identità dei killer e il movente del duplice omicidio.

Nel 2013 la presidente della Camera Laura Boldrini avviò le procedure per desecretare gli atti della Commissione parlamentare: si scoprì che in una nota dei servizi segreti scritta nei giorni successivi l’omicidio si sosteneva che Alpi fosse stata uccisa per le sue indagini sui traffici di armi e rifiuti tossici, e che i mandanti andassero ricercati «tra militari somali e cooperazione».

Nel 2017 la procura di Roma riaprì le indagini e ne chiese l’archiviazione qualche mese dopo: la famiglia Alpi si era però opposta, e nel giugno del 2018 il gip aveva disposto ulteriori accertamenti. Nello stesso periodo era morta a 85 anni Luciana Alpi, madre di Ilaria che per 24 anni aveva guidato le campagne per chiedere la verità sull’omicidio di sua figlia. Nel febbraio 2019 la procura di Roma ha nuovamente chiesto l’archiviazione delle indagini.

Dal 1995, alla memoria di Ilaria Alpi, è stato organizzato un premio giornalistico.

Il premio, organizzato dall’Associazione Ilaria Alpi[18] e promosso dalla Regione Emilia-Romagna, dal Comune di Riccione e dalla Provincia di Rimini con la collaborazione della RAI, dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna e della Federazione Nazionale Stampa Italiana con l’alto patronato della Presidenza della Repubblica, era finalizzato a premiare coloro che nel campo del reportage e dell’inchiesta televisiva dimostrino impegno riguardo ai temi sociali. A partire dal 2015 è stato sostituito dai DIG Awards, nuovo premio dedicato al giornalismo video d’inchiesta.


Note

 

[1] UNITAF (Unified Task Force) fu una missione sancita dall’ONU, allo scopo di stabilizzare la situazione in Somalia, a fronte di un crescente stato di caos e di grave carestia. Durata dal 3 dicembre 1992 al 4 maggio 1993, è conosciuta anche come Operazione Restore Hope e si svolse sotto il controllo degli Stati Uniti, ma anche col supporto di personale di altre nazioni. A coordinare l’operazione il presidente statunitense Bill Clinton mise l’ambasciatore Robert Oakley; capo militare fu Robert B. Johnston.

[2] https://www.un.org/press/en/2005/unep268.doc.htm

[3] Obbia e Warsheik, rispettivamente a 250 e 100 chilometri dalla capitale.

[4] https://wwf.panda.org/?19490/Post-tsunami-ChemicalNuclear-Alarm-in-Somalia

[5] http://www.ilariaalpi.it/?p=904

[6] http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=5419

[7]https://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/021/d020.htm

[8] Carlo Lucarelli, “I veleni del crimine”, Enaudi 2010.

[9] Giorgio Bocca, “Le navi della vergogna”. Bur 2010.

[10] http://legxiv.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/022bis/001ter/pdf019.pdf

[11] Queste due opere, che hanno comportato un costo complessivo di 300 miliardi, sono fra le più controverse per quel che attiene alla utilità, a smentire le accuse secondo cui la strada, che attraversa una regione desertica e sottopopolata, sarebbe servita solo al trasporto delle truppe di Siad Barre sono intervenute, recentemente, valutazioni molto positive da parte delle stesse popolazioni locali. Resta il fatto che il costo medio per chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato quindi non solo rispetto alle inedie italiane, ma anche rispetto ai costi di altre strade realizzate dalla cooperazione nel Como d’Africa, e che la manutenzione della strada è resa difficile non solo dalla mancanza di processi ad hoc di formazione di personale somalo, ma anche dal fatto che la strada, correndo in territorio pianeggiante, è continuamente danneggiata dall’irregolarità del regime pluviale. http://legxiv.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/022bis/001ter/pdf019.pdf

[12] Somali High Seas Fishing Company

[13] https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/23/omicidio-alpi-e-hrovatin-carte-desecretate-il-mandante-e-il-generale-aidid/998081/

[14] https://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2010/06/18/news/caso-alpi-ecco-i-rifiuti-proibiti-1.21845

[15] https://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2010/06/18/news/caso-alpi-ecco-i-rifiuti-proibiti-1.21845

[16] http://www.giancarlomarocchino.com/io-e-la-somalia/

[17] https://www.ilpost.it/2019/03/20/ilaria-alpi-miran-hrovatin-somalia/

[18] http://www.ilariaalpi.it/


Foto: IlariaAlpi.it  Ilaria Alpi e Miran Hrovatin © Raffele Ciriello


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Domenico Nocerino

Domenico Nocerino

Conseguita la laurea specialistica in Relazioni Internazionali e Studi Diplomatici presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel marzo 2013, con discussione della tesi conclusiva del percorso accademico in Geopolitica Economica, è vice coordinatore nazionale del MSOI (Movimento Studentesco per l'Organizzazione Internazionale) ed è responsabile della sezione Opinio della presente rivista, della quale è altresì cofondatore.

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