ISSN 2531-6931

Mondo Europa In Catalogna tutto cambia affinché nulla cambi

In Catalogna tutto cambia affinché nulla cambi

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Lo scontro ERC-Junts impedisce la formazione del governo. La cronaca di un’era: dalla Transiciòn alla pandemia passando per l’indipendenza


 

Le turbolenze politiche non sembrano voler abbandonare la Catalogna.

Il 12 marzo il Parlamento Catalano si è riunito per la prima volta dopo le elezioni del 14 febbraio e ha eletto Laura Borràs suo nuovo Presidente. La nomina doveva far parte della spartizione di poltrone all’interno della vincente coalizione indipendentista: Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), Junts per Catalunya e Candidatura d’Unitat Popular (CUP).
Junts, guidata formalmente dall’ex Presidente della Generalitat Carles Puidgemont fuggito in Belgio nel 2017, ha governato per anni la scena politica catalana ma nelle ultime elezioni regionali ha perso la sfida diretta all’interno dell’indipendentismo contro Esquerra Republicana (20% vs 21% e 32 seggi vs 33). Junts esprimeva da molti anni il Presidente della Generalitat de Catalunya, cioè il governo catalano, ed Esquerra il Presidente del Parlamento. La distribuzione di seggi rappresentava la distribuzione di forza elettorale. Oggi la distribuzione di forze si è capovolta.
Laura Borràs è stata la candidata di Junts per Catalanya nelle elezioni di febbraio, nonché sua portavoce. Filologa di professione, è stata direttrice dell’Institució de les Lletres Catalanes.
Le misure repressive delle istituzioni spagnole nel giorno del referendum il 1° ottobre 2017 la spingono in politica. Una figlia del sogno indipendentista quindi.
Già la prima seduta del Parlamento, tuttavia, aveva mostrato le fratture interne nella coalizione indipendentista. La CUP si è astenuta dal voto dichiarando che le accuse di corruzione a carico della neopresidente “preoccupano”. Borràs è accusata di aver modificato un contratto per renderlo su misura per un amico nel 2019.
Borràs nel suo discorso d’insediamento ha subito attaccato il suo predecessore Roger Torrent (ERC) per la moderatezza dimostrata negli anni. La prima stoccata tra i gli amici-nemici. La neopresidente ha attaccato anche lo Stato spagnolo accusandolo di usare i tribunali per ottenere ciò che non può ottenere con le elezioni e di non aver alcuna intenzione di dialogare. Ha promesso battaglia per difendere l’inviolabilità del Parlamento dalle ingerenze interne di Madrid[1].
Gli indipendentisti si sono aggiudicati anche la maggioranza della Mesa, l’organo direttivo della Camera catalana: 5 seggi (2 ERC, 2 Junts e 1 CUP) contro i due dei socialisti. Con tre donne nei posti di maggiore responsabilità.

…E la tempesta giunse.

Il 26 marzo il Parlamento di Catalogna doveva eleggere il Presidente della Generalitat. Vi erano pochi dubbi sul fatto che la carica dovesse spettare a Pere Aragonés i Garcia. Giurista e docente universitario, Aragonés è stato il candidato di Esquerra alle ultime elezioni nonché Presidente della Generalitat ad interim dal settembre 2020 dopo la destituzione di Quim Torra decisa dal Tribunale Supremo spagnolo (Torra si era rifiutato di togliere lo striscione che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici catalani dal balcone del Palau de la Generalitat durante le elezioni spagnole del 2019). Aragonés, tuttavia, non è stato eletto al primo turno di votazioni a causa dell’astensione di Junts. Il partito di Puidgemont ha dichiarato di non sentirsi abbastanza incluso nel nuovo progetto di governo. Il nodo del dilemma risiede negli equilibri di potere per la leadership indipendentista e nei modi diversi con cui i due partiti intendono confrontarsi con Madrid: dialogo costruttivo per ERC, opposizione al “regime repressivo” per Junts[2].
Più in dettaglio, Junts vuole garanzie che qualora il dialogo naufragasse si procederebbe ad ulteriori azioni unilaterali, simili a quelle del 2017, facendo chiari riferimenti a come Torrent abbia permesso nella passata legislatura sia la mancata investitura telematica di Puidgemont sia la destituzione di Torra. Junts, inoltre, vorrebbe che il Consell per la Repùblica, l’opaco organo privato di coordinazione dell’indipendentismo che Puidgemont guida da Waterloo, abbia un ruolo nel nuovo governo. Aragonés non è contrario alla partecipazione di istituzioni civili ma ERC vede il Consell come una piattaforma di proiezione diretta di Puidgemont e rifiuta “cani da guardia” nel governo. Non vuole che Puidgemont usi la legittimità della sua presenza nel governo per costituire una presidenza della Generalitat alternativa. Un secondo governo, formale o informale, che potrebbe autoproclamarsi legittimo in opposizione a quello effettivo di Aragonés.   

Dall’altra parte, l’accordo tra ERC e CUP è stato raggiunto abbastanza facilmente e includerebbe una revisione a metà mandato per analizzare l’andamento del dialogo con Madrid, del quale ERC è ferma sostenitrice ma di cui anche la CUP è scettica.

Aragonés nel suo discorso ha invocato la fine della “sfiducia” tra i partiti indipendentisti. Ha presentato un piano di governo che si basa sulla ripresa economica, sulla lotta alle disuguaglianze sociali inasprite dalla pandemia con un nuovo modello produttivo basato sull’ecologismo e sul femminismo, e sulla risoluzione del conflitto politico con la Spagna con l’“inevitabile” autodeterminazione e amnistia dei condannati.

Il 30 marzo, alla seconda votazione, Junts si è astenuta nuovamente impedendo per la seconda volta l’elezione di Aragonés. Ora i partiti politici catalani hanno due mesi di tempo per trovare una quadra se vogliono evitare nuove elezioni. La sensazione è che un accordo tra le forze indipendentiste si troverà, anche se non in tempi rapidi.  

Le alternative sembrano scarseggiare. Il Partito Socialista, il più votato a febbraio, non ha i seggi per una maggioranza e un’alleanza con un partito indipendentista è da escludere. Una maggioranza senza Esquerra o Junts è impensabile ma una maggioranza tra uno di loro due e uno degli altri maggiori partiti catalani è ugualmente impensabile.

La formazione del nuovo governo catalano avviene pochi giorni dopo il voto del Parlamento Europeo che ha revocato l’immunità da europarlamentare a Carles Puidgemont. Su di lui e su tre dei suoi ministri fuggiti con lui in Belgio, prevedendo l’azione repressiva del Tribunale Costituzionale spagnolo all’indomani della dichiarazione unilaterale d’indipendenza, ricade un mandato di cattura internazionale. Spetterà alla magistratura belga adesso decidere i loro destini.

L’11 marzo era tornata dall’auto-esilio Meritxell Serret, ministra dell’agricoltura di Puidgemont e sua compagna d’esilio in Belgio dal 2017. Su di lei non ricadeva alcun ordine di cattura ed è stata posta in libertà provvisoria. La Serret ha motivato la decisione di tornare con la volontà di prendere posto nel Parlamento catalano dove è stata eletta lo scorso febbraio. “Era il momento giusto per tornare” ha dichiarato.

Sta nascendo una nuova fase della politica catalana. Il cambio della guardia tra ERC e Junts ne è la dimostrazione. Le lotte interne però restano.

Storia del catalanismo politico

El sino politico de la tierra catalana ha sido constatemente un sino protestatario

Agustì Calvet Pascual (Gaziel)[3]

 

Il nazionalismo catalano precedente all’indipendentismo discende direttamente da quello Ottocentesco e consiste in due principali filoni: quello romantico, rappresentato dai cristianodemocratici di Convergencia i Uniò (CiU), secondo cui è necessario interagire con la politica spagnola, cercando casomai di influenzarla, per accrescere l’autonomia; e quello inclusivo, storicamente di sinistra, con una concezione inclusiva della catalanità e forte nelle grandi municipalità, che accetta l’integrazione della Catalogna nello Stato spagnolo ma secondo cui l’autogoverno deve includere anche la partecipazione nei centri di potere spagnoli.
Il catalanismo politico ottocentesco, figlio della Renaixença culturale della lingua e della storia del territorio catalano, presenta per la prima volta la rivendicazione culturale, politica e linguistica della Catalogna e la unisce con il desiderio di modernizzare la Spagna nel segno del federalismo. Il fallimento della Spagna liberale di nazionalizzare la società spagnola, di unire le varie anime regionali, lo alimenta. La borghesia industriale e commerciale in risposta al disinteresse di Madrid nell’adottare misure protezionistiche per l’economia catalana lo promuove. L’obiettivo è ottenere maggiore influenza politica sul governo centrale che, una volta rigettata, diventa domanda di autonomia politica. Non l’indipendenza. Il catalanismo ottocentesco è moderato e liberale, orientato al federalismo perché consapevole di aver bisogno dello Stato spagnolo per controllare la massa operaia.

Valentì Almirall, esponente della corrente liberale, difende l’opzione federalista sostenendo che castigliani e catalani non potranno mai fondersi a causa dei propri caratteri contrapposti, evidenziati dalle differenze linguistiche. Josep Torras i Bages, invece, articola un catalanismo tradizionalista che vede nello Stato un ente artificiale mentre la principale istituzione umana è la regione, costituita da un popolo e da una coscienza nazionale. Il catalanismo conservatore di Enric Prat de la Riba è una via di mezzo che include sia la regione quale entità principale che il federalismo spagnolo.
Durante il dominio politico della CiU di Jordi Pujol negli anni ’80 e ’90, la Catalogna ottenne sempre maggiori gradi di autonomia, specie nel campo dell’istruzione, in cambio dell’appoggio parlamentare del partito ai vari governi spagnoli. Era un nazionalismo conservatore e pragmatico di radice romantica con il chiaro intento di attuare un processo interclassista di costruzione nazionale attraverso la divisione ideologica tra catalani e spagnoli, l’uso dei mezzi di comunicazione per diffondere la cultura catalana in tutti i Paisos Catalans[4] e una vigorosa politica linguistica che favoriva il catalano.

Con l’appoggio dei partiti nazionalisti catalani al governo socialista Zapatero nel 2006 entrò in vigore il nuovo Statuto di Autonomia della Catalogna, che regola tra le altre cose il rapporto tra le istituzioni politiche catalane e il governo centrale, incluse le loro competenze e finanziamento. Ai tempi la strategia indipendentista, constatando la sua scarsa popolarità, era di appoggiare la sinistra spagnola con l’obiettivo di una Spagna federale. Una volta arrivati alla Spagna federale pensavano di spingere ulteriormente verso la Repubblica Catalana, consci del fatto che l’intero processo avrebbe comportato due-tre generazioni e del rischio che una nazione federale avrebbe soddisfatto gli appetiti della massa indipendentista[5]. Tuttavia, il rifiuto dello Stato a riconoscersi plurinazionale e l’impatto della crisi economica accorciarono i tempi.

La crescita dell’indipendentismo

A una prima fase del contemporaneo nazionalismo catalano (1996-2009), segnata da scelte politiche ed elettorali, è succeduta una seconda fase che converge le crisi economiche, sociali e territoriali spagnole e catalane.
I dibattiti sulla riforma dello Statuto a inizio Duemila assunsero caratteristiche prettamente politiche. L’obiettivo era favorire un cambio di governo in Catalogna a favore del centro-sinistra -il governo tripartito tra il 2003 e il 2010 con gli ecologisti-socialisti di Iniciativa per Cataluna Verdes-Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA), il partito di sinistra Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC)- dopo ventitré anni di governo di centrodestra della CiU e l’ascesa al governo di Spagna della sinistra di Zapatero.
Il Centre d’Estudis d’Opinió (CEO) della Generalitat de Catalunya, valuta che nel 2006 la maggioranza dei catalani (38,2%) desiderava rimanere una Comunità Autonoma spagnola mentre una parte considerevole (33,4%) desiderava addirittura diventare uno Stato federale spagnolo. Solo il 13,9 % della popolazione desiderava uno Stato indipendente.

Nel 2010 il Tribunale Costituzionale modificò lo Statuto di Autonomia catalano su ricorso del Partido Popular, dichiarandone incostituzionali 14 articoli e modificandone altri 27. Il Tribunale affermò tra le altre cose che il termine “nazione catalana” non aveva validità giuridica[6]. La manifestazione del 10 luglio al grido di Som una naciò. Nosaltres decidim raccolse un milione di persone. Nel 2010 il Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna scatenò furiose proteste quando decretò che la lingua da veicolare nelle scuole dovesse essere il castigliano[7]. La transizione nazionale catalana si stava compiendo. Alla fine dell’anno, i catalani favorevoli ad uno Stato indipendente erano il 29% contro i 30,8% e i 27,8% favorevoli rispettivamente ad uno Stato federale e a rimanere una Comunità Autonoma.

La gestione della crisi economica ha peggiorato le cose. Il governo regionale di CiU guidato da Artur Mas intraprese un approccio dialogante con il governo PP di Mariano Rajoy sulle misure di austerity, fiducioso di concludere un patto fiscale favorevole che alla fine venne rifiutato. Davanti alle proteste di massa e all’intransigenza governativa Mas cambia strategia e appoggia l’indipendentismo, che mai aveva difeso.
Furono anni politicamente difficili con una crisi economica sanguinosa e un governo impreparato. Non è un caso che la crescita dell’indipendentismo è andata di pari passo con la formazione del movimento degli indignados, che trova appoggio in Catalogna nei movimenti della sinistra radicale nei quali gioca un ruolo importante l’anticapitalismo e l’indipendentismo. La Spagna postfranchista era messa sotto discussione dai moti che chiedevano un cambiamento socioeconomico radicale.
La crisi economica ha rotto il legame che univa le classi medie e la piccola borghesia, favorevoli ad una maggiore autonomia, con il centralismo politico. Insieme alle rivendicazioni economiche secondo cui il modello tributario spagnolo danneggiava i contribuenti catalani, la catena di governance verticale tra Unione Europea-Madrid-Catalogna è stata percepita quale ennesimo diktat socioeconomico. Il boom indipendentista avviene in questi anni grazie a tre fattori: uso deliberato della storia catalana, la denuncia del carattere predatorio del governo centrale (con lo slogan “Spagna ci deruba”) e la promessa di riacquistare un benessere perduto. La componente emozionale gioca un ruolo fondamentale. La base elettorale indipendentista si amplia grazie all’appoggio di coloro che si professano sia spagnoli che catalani, convinti dall’intransigenza e arroganza madrilena. Ampi strati popolari vedono nella causa indipendentista la possibilità di rompere gli equilibri economici e sociali esistenti. La società catalana in questo modo si radicalizza sempre di più con un forte protagonismo della sinistra indipendentista e anticapitalista. È proprio nella radicalizzazione dello scontro che deve ricercarsi il cambiamento di rotta della CiU dovuto a calcoli elettorali opportunistici, che il partito nel 2015 pagherà con una scissione e un lento declino.

Le elezioni del 2012 obbligano la CiU a governare con Esquerra Republicana de Catalunya, partito di sinistra che è passato dal federalismo all’indipendenza già negli anni Novanta. Nel 2013 i dati del CEO che quantificano l’appoggio all’indipendentismo raggiungono il massimo storico (48,5%). Nel 2014 l’accordo tra CiU e ERC permette lo svolgimento del procés de participació ciutadana sobre el futur polític de Catalunya, una consultazione senza valore legale sull’indipendenza della Catalogna. Una prova generale. Vi partecipò il 37% degli aventi diritto e l’80,72 % dei votanti si espresse per la piena indipendenza. 

Alle elezioni del 2015 le principali forze indipendentiste (CiU, ERC, insieme ad altri partiti minori sia di centro-destra che di centro-sinistra) presentano una lista unica sotto il nome di Junts pel Sì ottenendo per la prima volta la maggioranza nel Parlamento Catalano, seppur risicata, ma non la maggioranza dei voti. La CiU perde voti a favore del partito antisistema della sinistra radicale Candidatura d’Unitat Popular (CUP) che esplicitamente non riconosce la legittimità delle istituzioni politiche spagnole. La CUP è un movimento che coordina, riunisce e rappresenta organizzazioni politiche e gruppi di orientamento socialista, ecologico, femminista, anticapitalista, antisistema, nonché liberi militanti e intellettuali. Essa rappresenta la sinistra indipendentista e anticapitalista ma anche quelle ondate di rinnovamento politico nate con la crisi economica che entrano nelle istituzioni politiche portando con sé idee sulla democrazia diretta e partecipativa. Essi vedono nel procés indipendentista il ruolo fondamentale della mobilitazione di massa quale diretto strumento politico e l’occasione per soverchiare il modello socioeconomico esistente. Il ruolo della CUP è rilevante sin da subito in quanto pone tre condizioni per formare un governo indipendentista: la sostituzione del moderato Mas con Carles Puidgemont, l’impegno a celebrare un valido referendum sull’autodeterminazione e la garanzia di un atteggiamento di disobbedienza civile nei confronti del governo centrale (che si traduce nel boicottaggio delle sentenze del Tribunal Constitutional e nell’adozione di un atteggiamento di sfida e di resistenza verso Madrid).

Il 9 giugno 2017 viene annunciato un nuovo referendum, questa volta vincolante, anche senza raggiungimento del quorum. Il 6 settembre il parlamento catalano approva a maggioranza semplice la legge regionale istitutiva del referendum. Il 1° ottobre i seggi elettorali vengono aperti. La scheda elettorale recita “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica?”. Nella mattinata si assiste a violente azioni della Guardia Civil e della Policia Nacional in tutta la Catalogna volte a bloccare le elezioni. I risultati finali, non verificati però da istanze neutre, decretano la vittoria del SI con il 90,18% (2.044.038 voti) e l’affluenza del 43%. 770 000 voti vengono sequestrati prima del conteggio. Venerdì 27 ottobre il Parlamento catalano approva, sempre a maggioranza semplice di 72 voti (che non rappresenta né la maggioranza di due terzi, 90 deputati, né il 50% degli elettori), la risoluzione che dichiara la Repubblica Catalana “Stato indipendente, sovrano, democratico”. Nello stesso giorno, il governo spagnolo, che aveva già negato qualsiasi validità del referendum, applica l’articolo 155 della Costituzione spagnola che prevede il commissariamento della regione e indice nuove elezioni. L’impreparazione catalana è generale. Non avviene nessun tentativo di attuare una reale Repubblica. La dichiarazione d’indipendenza viene nel frattempo sospesa dal Tribunale Costituzionale e dichiarata nulla. Di fronte al defilamento di ERC e di quello che rimane della CiU, la CUP è l’unica che resta sulle sue posizioni non minimizzando l’accaduto e denunciando la sproporzione della repressione statale. I Comitès en Defensa del Referendum, organizzati dalla CUP ma di natura trasversale con militanti provenienti da tutte le formazioni politiche, essenziali nell’organizzazione del referendum e nel coordinamento della resistenza alle azioni della polizia, realizzano blocchi stradali e picchetti durante le giornate di sciopero generale del 3 ottobre e dell’8 novembre. Nei mesi successivi i leader nazionalisti che nel frattempo non si sono rifugiati all’estero vengono imprigionati per ribellione, sedizione e malversazione e condannati nel 2019 a pene tra i 9 e i 13 anni di reclusione.

Alle elezioni del dicembre 2017 le forze indipendentiste riottengono la maggioranza parlamentare (anche se perdono 2 seggi: 70 contro i 72 del 2015) ma il voto popolare va a Ciudadanos, forza nazionalista e reazionaria quanto il PP, che aveva dimostrato di essere una valida forza di repressione interna e di dar voce a quanti si sentivano esclusi dal procés indipendentista. La CUP viene ridimensionata. I voti indipendentisti vanno verso le formazioni più moderate, producendo così un congelamento della situazione. Le forze indipendentiste adottano un atteggiamento cauto. Paradossalmente, è la ERC, fino ad allora vero motore parlamentare della lotta per l’indipendenza, la forza maggiormente moderata, rifiutando il conflitto aperto con Madrid e cercando una normalità che possa al contempo garantire il proseguimento dell’autonomia e mantenere l’appoggio della propria base elettorale. Non è da dimenticare che all’interno della politica catalana c’è una costante competizione per la leadership indipendentista. Molti eventi degli ultimi anni lo dimostrano: la risoluzione del Parlamento Catalano di rottura con il Tribunal Constitucional del novembre 2015, l’ascesa di Carles Puidgemont a discapito del più moderato Arthur Mas, l’approvazione della legge del Referendum nel settembre 2017 con cui si produsse una rottura insanabile nell’arco parlamentare catalano.

La maggior parte della classe politica indipendentista ha dimostrato in quei mesi convulsi di non volere lo scontro. Si concentrano sulla difesa delle istituzioni politiche. Su quell’autonomia rimasta. La strategia consisteva nel provocare sempre di più sperando di suscitare reazioni governative eccessive che potessero permettere di ottenere le simpatie dell’elettorato e dell’opinione pubblica spagnola. Battere la Spagna usando la legittimità. Ma la provocazione nel 2017 scavalca il limite. È stata avanzata anche l’ipotesi del bluff indipendentista secondo cui i leader catalani non avrebbero mai voluto arrivare all’indipendenza ma intavolare negoziati favorevoli con Rajoy. Quale sia la verità, è senza dubbio che quando Madrid reagisce vigorosamente al referendum, Puidgemont e compagni vengono presi di sorpresa. Ciò è evidente nelle trattative segrete per evitare la Dichiarazione di Indipendenza intavolate prima del 27 ottobre e nel discorso di Puidgemont del 10 ottobre in cui prima “accetta il mandato conferito al Parlamento catalano di dichiarare l’indipendenza” e subito dopo sospende il mandato per cercare un dialogo con Rajoy.

Senza dubbio l’indipendenza fu proclamata su enormi pressioni popolari. L’elettorato indipendentista si aspettava una Repubblica, la classe politica un negoziato. Finché il procés è stato “la rivoluzione dei sorrisi” le cose sono andate bene, quando la situazione necessitava andare oltre la retorica ci si è accorti di non avere le forze materiali (istituzioni locali adeguate, una pubblica amministrazione, ecc) e ideologiche (è da ricordare infatti che la maggioranza degli elettori catalani non aveva appoggiato i partiti indipendentisti nel 2015) per farlo.

A fine ottobre 2017, cioè nel mese del referendum, i catalani favorevoli all’indipendenza erano il 40,2%[8]. A giugno dello stesso anno erano il 34,7%. A fine 2020 la percentuale era calata al 34,9%, contro i 29,6% di chi vorrebbe rimanere una Comunità Autonoma e il 22,9% di chi vorrebbe costituire uno Stato federale.

Alle elezioni del 14 febbraio 2021 i partiti indipendentisti ampliano la loro maggioranza parlamentare (74 seggi) mentre il voto popolare viene vinto dal Partit dels Socialistes de Catalunya, partito di governo a Madrid e da sempre partito unitario, nonché il massimo sostenitore della necessità di ricucire la frattura. ERC, che negli ultimi anni si è stabilizzata su posizioni pragmatiche e caute, supera il gruppo trasversale guidato da Puidgemont Junts per Catalunya. La CUP riconquista consensi. L’affluenza è stata bassa (51%) a causa della pandemia.
La trasformazione di una corrente minore (“l’indipendentismo catalano a Barcellona agli inizi degli anni ’90 era composto da 4 uomini e un cane”[9]) in maggioranza relativa ha stordito molti analisti. Alcuni lo ascrivono al rimpiazzo generazionale, altri alla crisi della classe dirigente catalana ed europea.

Senza dubbio, l’indipendentismo catalano ha dimostrato di essere maggiormente un sentimento di massa e per questo più stabile di un partito nazionale legato al proprio peso elettorale. Da qui la maggiore presenza del fenomeno indipendentista nei referendum e nelle manifestazioni popolari che nelle elezioni del Parlamento Catalano.

La base sociale indipendentista, inoltre, è ben radicata e ha un’elevata capacità di mobilitazione che le ha permesso di non associarsi a un determinato partito o istituzione. Le associazioni culturali catalane, insieme al lavoro ideologico realizzato nelle scuole fin dalla fine dell’era franchista, sono state determinanti in questo: la recente Assemblea Naciònal Catalana che riunisce collettivi indipendentisti ed è molto politicizzata, insieme alla già esistente Òmnium Cultural. Esse sono le vere organizzatrici delle oceaniche manifestazioni di piazza. L’associazionismo indipendentista ha avuto anche un ruolo molto importante nell’allargare la sua base indipendentista a tutti gli strati della società civile, conquistando anche le classi di età più anziane, e nel canalizzare la protesta popolare contro un unico nemico: il governo spagnolo.

C’è anche da considerare la tensione tra le città dell’entroterra e quelle della costa che sono più ricche ed europee. Quasi tutto l’entroterra, composto da piccoli paesi non troppo densamente popolati, non è interessato agli investimenti finanziari esteri o all’integrazione europea ma è più influente in termini di seggi nel sistema elettorale catalano. Maggiormente legato ai sistemi produttivi tradizionali, ha sofferto la crisi economica e si fida dei movimenti locali indipendentisti.

I movimenti migratori che la Catalogna ha accolto, invece, si sono stabiliti principalmente nell’hinterland barcellonese e nonostante l’azione educativa catalana continuano ad essere per la maggior parte castigliano parlanti. La periferia barcellonese, abitata da classi medio-povere, è sempre stata una roccaforte delle sinistre di ispirazione inclusiva, specialmente del Partito Socialista, e poco incline ai nazionalisti (nel 2017 votarono in massa Ciudadanos). Interessante è la condizione degli elettori socialisti, in teoria divisi tra federalismo e nazionalismo culturale catalano, sedotti in larga parte dal nazionalismo economico e culturale indipendentista per Si al referendum del 2017 ma che continuano a votare contro l’indipendentismo alle regionali.


Note

[1] “Lo que el Estado español no consigue en las urnas lo busca mediante los tribunales. No solo no quiere dialogar sino que está dispuesto imponer sobre qué y quién puede hacerlo. Mientras yo sea presidenta esto no pasará”.
[2] Pancatalanismo, le elezioni catalane, la crisi politica spagnola e le proteste del caso Hasel: intervista a Steven Forti, Opinio Juris, marzo 2021, www.opiniojuris.it/pancatalanismo-le-elezioni-catalane-la-crisi-politica-spagnola-e-le-proteste-del-caso-hasel-intervista-a-steven-forti/
[3] GAZIEL, Una nueva Cataluna? La Vanguardia, 28 novembre 1930.
[4] Il pancatalanismo e la sfida indipendentista, Opinio Juris, marzo 2021, www.opiniojuris.it/il-pancatalanismo-e-la-sfida-indipendentista/
[5] Intervista a Joan Tardià in El Paìs, 22 ottobre 2018, p. 22.
[6]  La sentencia del Tribunal constitucional 31/2010, sobre el Estatuto de autonomìa de Cataluna y su significado para el futuro del estado autonòmico, p. 2, reperibile a https://boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2010-11409
[7] El Supremo obliga a la Generalitat cambiar el modelo de inmersión lingüística, La Vanguardia, 22 dicembre 2010.
[8] Dati CEO
[9] Frase di John Carlin nel documentario Dos Catalunas.


Foto copertina:La candidata di Junts, Laura Borràs, posa nell’Auditorium del Parlamento della Catalogna dopo essere stata proclamata nuovo presidente della Camera catalana all’inizio della XIII legislatura. El Plural