Jalāl Āl-e Ahmad, riflessioni di un intellettuale iraniano in terra di Israele


Il viaggio di Jalāl Āl-e Ahmad nello Stato ebraico costituisce un punto di partenza significativo per analizzare la natura simbiotica della rivalità geopolitica tra Iran e Israele.


A cura di Gabriele Massano

Nella primavera del 1964 l’intellettuale iraniano Jalāl Āl-e Ahmad ricevette una telefonata furiosa da un giovane seminarista di nome Ali Khamenei, attuale leader della Repubblica Islamica.
Jalāl Āl-e Ahmad, figura di spicco dell’opposizione alla monarchia Pahlavi, aveva pubblicato soltanto due anni prima la sua opera più celebre, Gharbzādegi, con la quale aveva attirato a sé le simpatie degli esponenti del clero sciita. Traducibile come “Occidentosi” (ordina qui), ovvero lo stato patologico di essere afflitti dalla malattia dell’Occidente, il trattato muoveva una critica feroce contro lo Shah e la società iraniana dell’epoca, accusandoli di scimmiottamento dei costumi occidentali e denunciandone l’alienazione identitaria. Come rimedio a tale situazione di stordimento e subordinazione culturale, causata a suo giudizio dall’imposizione di un processo di modernizzazione non compatibile con la realtà iraniana, Jalāl Āl-e Ahmad proponeva un modello di sviluppo autentico basato sulle tradizioni e i valori culturali dell’Iran, al centro dei quali poneva l’Islam sciita[1].
Egli celebrava la religione musulmana non tanto per la sua dimensione spirituale, quanto piuttosto per la vocazione rivoluzionaria intrinseca alla dottrina sciita, sostenendo che potesse essere usata a livello pratico per bilanciare il processo di industrializzazione scriteriata dell’Iran e sollevare le masse contro le ingerenze occidentali.
Quale metafora provocatoria dell’accettazione acritica dei valori e modelli stranieri, Jalāl Āl-e Ahmad paragonava l’atteggiamento della società iraniana a quello di un corvo affascinato dall’incedere elegante di una pernice: il corvo può cercare febbrilmente di imitare la camminata dell’altro animale, con il risultato però di non riuscirvi mai appieno e trasformarsi quindi in una goffa macchietta.
Nonostante l’autore non apprezzasse il dogmatismo dei mullah e la sua riflessione fossero influenzati da concetti di matrice marxista, Gharbzādegi funse da fonte di ispirazione per il movimento di pensiero che sarebbe poi sfociato nella rivoluzione islamica.
Nel 1964, tuttavia, una nuova pubblicazione di Āl-e Aḥmad aveva turbato gli esponenti del clero sciita, tra cui il giovane seminarista Ali Khamenei, che quel giorno di primavera stringeva la cornetta del telefono in preda al disappunto. L’articolo in questione era intitolato “Viaggio in Terra di Israele” e rappresentava un resoconto della breve permanenza dell’intellettuale iraniano nello Stato ebraico.
A provocare la frustrazione di Khamenei non fu il semplice fatto che Jalāl Āl-e Ahmad avesse visitato e descritto positivamente Israele, ma fu soprattutto la modalità con cui lo fece. In virtù dell’educazione religiosa ricevuta in adolescenza, l’autore aveva elogiato lo Stato ebraico con espressioni appartenenti al linguaggio sciita, attingendo dalle medesime tradizioni letterarie che l’ayatollah Khomeini avrebbe successivamente utilizzato per concettualizzare l’impianto politico-ideologico della Repubblica Islamica.
Al centro della frustrazione del clero vi era il termine “velayat”, un concetto riferibile ad un governo utopico retto da principi religiosi, che Jalāl Āl-e Ahmad aveva usato per celebrare Israele, paragonandolo ad una forma di stato ideale caratterizzato da leader guidati divinamente. Non solo, l’autore aveva anche esaltato il carattere autentico, indipendente ed ecumenico dello Stato ebraico, confrontandolo con quello delle altre nazioni islamiche, che riteneva invece asservite al volere e ai costumi delle potenze occidentali[2].
Sottolineandone provocatoriamente le caratteristiche che lo legavano e lo facevano primeggiare sugli altri stati mediorientali, Jalāl Āl-e Ahmad auspicava così di stimolare tramite l’esempio israeliano un risveglio politico-culturale dell’Iran. Paradossalmente, tale processo di rinascita si sarebbe poi sostanziato circa un decennio più tardi nella Repubblica Islamica.                                                                                    

Gli anni Sessanta e la crisi ideologica degli intellettuali iraniani di sinistra

Per comprendere appieno le radici dell’elogio di Jalāl Āl-e Ahmad ad Israele occorre contestualizzare il suo pensiero nello spazio e nel tempo. Gli anni Sessanta furono un periodo di smarrimento per gli intellettuali marxisti iraniani. Disillusi dalle mire egemoniche dell’Unione Sovietica sul proprio paese e privati del proprio cavallo di battaglia ideologico dalla riforma agraria promossa dalla monarchia Pahlavi, molti pensatori socialisti dell’Iran cominciarono a guardare altrove.
In fuga dal nichilismo e dal capitalismo consumistico promosso dagli sponsor occidentali dello Shah, Jalāl Āl-e Ahmad si imbatté nei kibbutz israeliani, una realtà alternativa al modello staliniano dei kolchoz. In queste comunità agricole insediatesi in terra di Palestina, l’intellettuale iraniano riconobbe una sintesi armoniosa tra industria meccanizzata e cultura nativa, tra modernità e specificità locale. Sebbene provasse un sentimento ambivalente nei confronti dello Stato ebraico, Jalāl Āl-e Ahmad rimase dunque affascinato da questo modello cooperativo e apprezzò l’atteggiamento particolaristico della società israeliana nei confronti dell’Occidente, intravedendovi una soluzione al dissidio interiore che lo aveva portato alla stesura di Gharbzādegi[3].
In un passaggio introduttivo a Viaggio in Terra di Israele l’autore scrive: “Per correttezza dirò qui all’inizio che, lasciando da parte ciò che è accaduto prima dell’istituzione di Israele, dal mio punto di vista da orientale l’attuale governo di Israele è da un lato il sicuro avamposto del capitalismo occidentale, dall’altro è un’indennità grossolana realizzata per i peccati commessi dai fascisti durante la guerra (…) Ma dico anche questo: se devi essere una base, impara da Israele e dal caro prezzo che ha fatto pagare all’Occidente! Se sei costretto a sposare uno dei tuoi vicini lontani, allora segui il loro esempio! E se il tuo destino è giocare al gioco della democrazia e farlo in una terra che, sin quando è esistito Dio, è stata schiacciata sotto gli stivali dei faraoni (…) ancora una volta impara da Israele! In ogni caso, per me come orientale, Israele è il miglior esempio di come affrontare l’Occidente, di come con la forza spirituale del martirio possiamo sfruttare la sua industria, pretendere e ottenere riparazioni da esso, investendo il suo capitale nello sviluppo nazionale, tutto al prezzo di pochi giorni di dipendenza politica, così da poter consolidare la nostra nuova impresa[4]”.
Se l’Iran e le monarchie arabe del Medio Oriente fagocitavano passivamente tecnologie e stili di vita dall’Occidente, con riverberi sulla loro autonomia politico-culturale, Āl-e Aḥmad esalta invece il carattere indipendente di Israele, osservando come attraverso il ricorso ostinato ad una versione martiriologica della storia del popolo ebraico fosse in grado di far leva sul senso di colpa degli europei per consolidare la propria impresa nazionale.

Israele e lo Stato guidato da principi teologici

Nelle pagine seguenti l’elogio dell’autore assume toni spirituali, celebrando la fede indefessa degli israeliani nel proprio destino nazionale e la visione divina che, anche inconsapevolmente, guida i loro leader verso il compimento della propria idea di giustizia, scavalcando le regole stabilite dagli esseri umani e arrogandosi il diritto di agire a difesa dell’intera ecumene ebraica.
Scrive Āl-e Aḥmad: “Definisco Israele velayat (…) Ben Gurion non è da meno di Enoch e Moshe Dayan non è da meno di Giobbe: questi nuovi guardiani, ciascuno con le proprie profezie, o almeno una chiara visione, hanno costituito un velayat nella terra di Palestina e chiamato a sé tutti i figli di Israele. L’aspetto più importante di tale miracolo politico è questo: lo Stato di Israele, con i suoi 2 milioni di abitanti circa in quella terra lunga e stretta, che piaccia o meno, ora governa e agisce in nome di tutti i 12 milioni di ebrei sparsi per il mondo. Se solo un esempio fosse sufficiente, potremmo ricordare il processo di Eichmann. Gli agenti israeliani lo catturarono in Sud America, lo portarono in Israele, lo processarono, lo giustiziarono e ne dispersero le ceneri in mare. Tutto questo in nome dei 6 milioni di ebrei che furono massacrati nei crematori di un’Europa infetta dal fascismo, prima della fondazione di Israele e sulla base delle politiche di un regime di cui i tedeschi stessi si vergognano a pronunciare il nome, le norme e le leggi. Questo lo chiamo un miracolo: un evento opposto alle regole e alla consuetudine, contro il diritto internazionale e la giurisprudenza dei governi (…) Non possiamo dunque fare a meno di considerare Israele velayat e i suoi leader dei guardiani: individui che agiscono in nome di qualcosa di più nobile delle dichiarazioni dei diritti umani. Si potrebbe dunque affermare che lo spirito di Yahweh aleggia su di loro…dal momento che fu soltanto quando Mosè uccise e fuggì nel deserto che il marchio della profezia si impresse sul suo petto[5]”.
Queste affermazioni, per quanto audaci, assumono un significato profondo se rapportate alla realtà odierna dello Stato ebraico. Per mezzo di un’intuizione dall’acume quasi profetico, Āl-e Aḥmad tratteggia il profilo di un Israele che agisce al di sopra delle norme che regolano le relazioni tra stati e opera seguendo logiche di giustizia di ispirazione biblica. Nonostante i padri fondatori dello Stato ebraico avrebbero preferito rinunciare a tali lusinghe, le riflessioni dell’intellettuale iraniano palesano efficacemente le contraddizioni insite nella visione statual-nazionale del movimento sionista, in bilico tra laicismo e giudaismo, tra democrazia egualitaria e l’istanza di sovranità ebraica su una terra popolata in prevalenza da arabi.
L’approccio del Primo Ministro Ben Gurion e dei successivi leader israeliani fu quello di rinviare la questione identitaria a data da destinarsi, concentrando gli sforzi nel consolidare l’apparato statuale dalle minacce esterne e dissimulare le incongruenze interne tramite l’espediente di un’emergenza perenne. Il risultato però è che oggi la famiglia giudaica si uniforma su una versione negativa della propria identità, ovvero conviene sulla necessità di difendere il proprio focolare nazionale dalle aggressioni del nemico, ma appare totalmente frammentata di fronte alla deriva religiosa e autoritaria della propria politica.
Tuttavia, Āl-e Aḥmad percepiva questa evoluzione come inscritta nel carattere antropologico di Israele. Sebbene la scelta fu quella di non redigere una costituzione onde evitare la lacerante questione identitaria, la Guerra dei sei giorni e la successiva occupazione di nuovi territori palestinesi, seguite dall’insediamento di coloni ideologizzati nel cuore biblico della Giudea e della Samaria (attuale Cisgiordania), acuirono ulteriormente il divario tra gli ideali laico-democratici dello Stato ebraico e le sue pulsioni geopolitico-religiose.
Ancora una volta, l’attualità dell’opera di Āl-e Aḥmad si ravvisa nelle parole con cui descrive la tensione che tutt’oggi alberga nel cuore della società israeliana: “Il popolo di Israele è uno spezzatino sobbollente di Oriente e Occidente del mondo, con etichette speciali quali sefarditi e askenaziti (…) Anche se i primi ebrei, cioè i primi immigrati che svolsero un ruolo essenziale nella costruzione dello Stato di Israele, provenivano dall’Europa orientale, i nuovi immigrati sono arrivati da paesi a maggioranza musulmana. La popolazione attuale di Israele è dunque composta da questi due specifici strati: uno ha una cultura e abitudini occidentali, l’altro ha abitudini e costumi orientali (…) Risolvere questo conflitto fondamentale tra due tipi di ethos e culture diverse è la criticità principale dello Stato di Israele, che gli israeliani sperano di dirimere attraverso una lingua comune[6]”.

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La Repubblica Islamica e la deriva religiosa della destra israeliana

Concludendo la sua riflessione, Āl-e Aḥmad sostiene che la nascita di Israele, con tutti i suoi difetti e contraddizioni, rappresenti un barlume di speranza per una parte di mondo stanca dell’Occidente e un primo passo verso un risveglio politico-culturale dell’Oriente. Quindici anni dopo l’Iran avrebbe assistito all’avvento della Repubblica Islamica e Khomeini avrebbe formulato la sua dottrina del velayat-e faqih, il governo del giureconsulto, ovvero la logica per la quale la suprema autorità politica viene affidata nelle mani di coloro che sono considerati vicari di Dio sulla terra. Paradossalmente, le forze sociali che Āl-e Aḥmad aveva celebrato nelle sue opere si sarebbero così realizzate nel clero rivoluzionario iraniano e nell’ascesa della destra biblica sullo spettro politico di Israele.
Nonostante l’autore sia morto prima dello scoppio della Rivoluzione Islamica e abbia ritrattato i suoi elogi per lo Stato ebraico in seguito della Guerra dei sei giorni, Viaggio in Terra di Israele rappresenta una fonte di grandissima rilevanza. Non solo perché documenta un periodo storico in cui, seppur informalmente, Iran e Israele intrattenevano un fitto dialogo politico-culturale, ma anche perché suggerisce come le strutture di potere che si sarebbero affermate in entrambi i paesi, pur nutrendo a livello retorico un’ostilità reciproca, si rispecchino in molteplici aspetti.
L’opera di Āl-e Aḥmad appare dunque illuminante, ma forse non per il motivo che l’intellettuale avrebbe auspicato.


Note 

[1] J. AL-E AHMAD, Occidentosis: A Plague from the West, Mizan Press, Berkeley, 1984.
[2] J. AL-E AHMAD, The Israeli Republic: An Iranian Revolutionary’s Journey to the Jewish State, Restless Books, New York, 2017.
[3] S. RUFFINI, «Jalāl Āl-e Ahmad: la coscienza delle proprie radici come atto rivoluzionario nell’Iran in corsa per la modernizzazione», Insula europea, 11/10/2020.
[4] J. AL-E AHMAD, The Israeli Republic: An Iranian Revolutionary’s Journey to the Jewish State, Restless Books, New York, 2017, pp. 22-24.
[5] Ibidem
[6] J. AL-E AHMAD, The Israeli Republic: An Iranian Revolutionary’s Journey to the Jewish State, Restless Books, New York, 2017, pp. 34-35.


Foto copertina: Ritratto di Jalāl Āl-e Aḥmad