Iraq: dalla rabbia delle proteste all’inizio di un dialogo

Iraq: dalla rabbia delle proteste all’inizio di un dialogo

Dalle proteste delle scorso autunno all’uccisione a gennaio del Generale Qassem Soleimani sotto un attacco a droni. L’Iraq ha però dovuto avere a che fare con emergenze globali come la pandemia del Covid-19 e il ritorno massiccio e preoccupante di attacchi da parte di cellule dello Stato Islamico. Cosa sta succedendo negli ultimi mesi in un paese instabile da almeno diciassette anni?


 

Le proteste senza sosta

 

Le proteste cominciate nell’ottobre 2019 a Baghdad hanno visto rapidamente un contagio in un tutta la zone centro-meridionali del paese. Le ragioni riguardano questioni strutturali come la disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 25% della popolazione[1]; la povertà che – nonostante l’oro nero posizioni il paese al quarto posto come bacino petrolifero mondiale – vede i 3/5 del popolo iracheno costretto a vivere in condizioni di povertà assoluta[2]; la corruzione dilagante che per il popolo è connessa all’incapacità del governo di risollevare come promesso le sorti del paese.
In particolare, i manifestanti si sono avventati contro la frustrazione che tre amministrazioni hanno provocato tramite una serie di errori: il governo di al-Maliki, per aver portato avanti una politica fondata sul sistema della muhasasa ovvero della divisione del potere politico e delle cariche politiche sulla base di quote etno-settarie; secondariamente contro il governo di al-Abadi che non ha portato alle riforme sperate e promesse nel suo programma; fino ad arrivare ad al-Mahdi, l’allora primo ministro, anch’egli accusato di non essere in grado di promuovere le riforme necessarie[3]. La risposta del governo alle proteste è stata dura.
Le forze di sicurezza, ma anche parte delle Hashd-al-Shaabi – ovvero le milizie create nel 2014 per rispondere all’avanzata di IS – sono state spiegate per le strade attaccando giornalisti e arrestando i manifestanti, arrivando all’imposizione del coprifuoco e alla chiusura di internet per giorni[4].
Ad essere protagonisti di queste proteste sono i giovani, ma non è una novità, lo stesso accadde per le proteste del 2018 in estate, del 2015-2016 e anche per il movimento del 2011.
La popolazione irachena cresce a velocità di quasi un milione all’anno, nonostante i conflitti, con il 67% di cittadini sotto i 30 anni. Le proteste di ottobre sono state definite spontanee, ed è parzialmente vero, la cittadinanza è molto attiva e partecipativa nel paese, ma lo è anche a grazie ad un’attenta società civile che si nutre di diversi attori, come i comitati di coordinamento che nell’era del digitale hanno saputo usare sapientemente i social media come mezzo organizzativo.
Possiamo quindi inquadrare una duplice dimensione delle proteste dell’autunno 2019, in primis, una dimensione interna: il popolo non chiede solo un cambio di governo ma un cambio di governance quindi la rimozione del sistema etno-settario della muhasasa.

I manifestanti propongono a gran voce una rivalutazione di quella che è l’identità nazionale irachena, esplicitata dalla profusione di bandiere che sfilano per le strade e dai cori cantanti l’inno nazionale. In secondo luogo, è da considerare anche la dimensione regionale: l’Iraq resta per l’Iran un attore fondamentale, soprattutto a cause delle sanzioni senza precedenti a cui la Repubblica Islamica è sottoposta[5], vedendola ostracizzata economicamente praticamente da tutto il mondo occidentale. Se però l’Iraq rappresenta una boccata d’aria – per così dire – per l’economia iraniana; dall’altra parte il paese risulta uno degli attori chiave per ostacolare l’influenza iraniana nella regione, inclusi i suoi proxies, e dunque un attore chiave per gli Stati Uniti e i suoi alleati, specialmente Israele e Arabia Saudita.
La morte del generale Soleimani[6] il 3 gennaio, sotto un attacco con droni, per diretto ordine di Trump volto “prevenire un imminente attacco terroristico”[7] ha invece provocato non solo la martirizzazione del Generale ma anche ulteriori rivolte che hanno spinto il parlamento iracheno, a riunirsi in una seduta di emergenza il 5 gennaio, e a votare contro la presenza militare americana (e poi straniera) nel paese[8].
I motivi delle proteste rimangono in parte gli stessi, ma si sono aggiunti altri elementi come il malcontento per la presenza delle truppe straniere, che hanno consumato escalation di violenza su suolo iracheno, come nel caso della diatriba storica tra Stati Uniti e Iran. Inoltre è emersa come conseguenza la volontà del popolo iracheno di affermare la propria autodeterminazione respingendo l’influenza delle potenze stesse che lo destabilizzano.

 

Un revival jihadista?

 

Nonostante la dichiarata sconfitta “fisica” dello Stato Islamico[9], rimane assolutamente certa la capacità di attori non-statali di infiltrarsi nei vacua iracheni. Dal punto di vista securitario l’Iraq fatica ancora a promuovere il controllo su un suolo molto vasto con degli storici focolai jihadisti. Inoltre nel paese brulicano ormai da decenni milizie di ogni sorta. Questa situazione si può far risalire alla de-Baathificazione del paese portata avanti dagli Stati Uniti dopo l’invasione del 2003[10] dove venne smantellato tutto il sistema istituzionale del paese che si è visto spogliato, fra gli altri, di un apparato di sicurezza, il tutto esacerbato da dissidi a causa di divisioni settarie e etniche.

Gli attacchi si sono presentati anche durante il 2020 e, con i disordini presenti si è agevolata indubbiamente una situazione di instabilità. Registrati già da marzo, a fine aprile, una serie di attacchi nella provincia di Diyala lungo il confine iraniano[11], hanno sollevato serie preoccupazioni. Alcuni combattenti di Daesh si sono filmati con armi che paiono di origine iraniana. Dubbi in merito alla sicurezza nella zona restano anche a causa del clima di tensione tra Kurdistan iracheno e governo centrale a Baghdad riguardo la gestione del territorio, dei proventi del petrolio ed altre questioni che continuano a portare a lacune di sicurezza e a una mancanza di coordinamento, sfruttato da parte dei gruppi di insorgenza. All’instabilità di Diyala si aggiungono significativi incidenti di sicurezza nelle vicine province di Kirkuk e Salah al-Din, tra cui il tentativo di un attentato suicida contro gli uffici di intelligence di Kirkuk il 28 aprile[12]

Lo scenario non si è acquietato anzi, da maggio sul confine Siro-Iracheno si conta nuovamente un numero rilevante di attentati portati avanti dallo Stato Islamico, destabilizzando la provincia di Anbar[13], dimostrando che la sconfitta di Daesh è di certo incompleta. Per reagire alla situazione i combattenti delle tribù sunnite nella provincia di Kirkuk si sono uniti all’esercito iracheno e alle unità di mobilitazione popolare (PMU) a guida sciita che operano nell’area contro Daesh. A prova del fatto che la sfida delle potenze internazionali si riflette sulle milizie locali in un clima di tensione, il 22 maggio nel Giorno di Quds (che celebra la volontà di “liberare” Gerusalemme), il PMU sciita supportato da Teheran ha sfilato con una bandiera americana con lo slogan “morte all’America”[14] Non ultimo, ad affiancare le diverse forze irachene sopracitate vi erano anche le forze di coalizione con grossa partecipazione degli Stati Uniti. Il paese resta molto instabile, fragile e pieno di vuoti appetibili per gruppi di insorgenza che potrebbero trascinare il paese di nuovo sotto il controllo di attori non-statali

 

Cos’è e come sta andando il “dialogo strategico”?

 

Nonostante le difficoltà bisogna riconoscere che a livello di leadership si stanno facendo dei passi avanti. Come detto prima, le proteste si rivoltano contro la classe dirigente, non si sono praticamente mai placate da ottobre e si considera siano ancora in corso. De facto hanno continuato con resilienza fino a marzo inoltrato nonostante la pandemia[15] e in occasione di eventi locali si riaccendevano in contesti più ristretti. La situazione politica resta innegabilmente instabile, dal momento che il paese ha cambiato primo ministro tre volte in sole dieci settimane sotto le urla dei manifestanti. Le proteste hanno infatti portato il primo ministro Allawi[16], avverso alla classe politica sciita, a rassegnare le dimissioni.  Venne la volta di Adnan Zorfi che annunciò la rinuncia alla nomina poco dopo averla ricevuta per mancanza di sostegno dal governo[17], e anche nel suo caso, l’opposizione dei partiti filo-Iraniani era consistente al punto da etichettarlo “American joker”[18]. L’ultima nomina, ad oggi istituita, è quella di Mustafa al-Kadhimi eletto il 7 maggio 2020[19]. Il primo ministro pare avere legami con attori diversi all’interno del ventaglio politico iracheno. 

Dopo la morte del Generale Soleimani l’Iraq ha iniziato a mostrare una vera e propria insofferenza nei confronti degli americani, attraverso continui attacchi alle basi militari da parte di oppositori di varia natura e, ricevendo richieste formali da parte della classe dirigente di Baghdad di lasciare il paese. Ad ogni modo il paese resta ancora troppo instabile per poter gestire autonomamente la ripresa post-IS. Ad Aprile, il segretario di stato Mike Pompeo aveva proposto la discussione di un dialogo strategico per risolvere la presenza degli USA con la controparte e trovare un accordo. Il mese di giugno a livello di diplomatico è stato intenso: le forze armate irachene hanno cominciato una grande operazione denominata “Heroes of Iraq – Victory of Sovereignty”[20] che mira a sanificare, in concerto con le truppe americane, i territori più fragili dalla presenza di cellule dello Stato Islamico. L’operazione precede i colloqui fissati per l’11 giugno dove si è discusso il “dialogo strategico”[21].
Il premier Kadhimi ha inserito all’interno del suo piano d’azione il dialogo strategico, ma senza accennare alla partenza delle truppe statunitensi[22].
Il dialogo includerà temi connessi a finanza ed economia e sulle possibilità di stipulare accordi, politici ed energetici. Gli Stati Uniti hanno concesso all’Iraq un’ulteriore esenzione di 120 giorni dalle sanzioni statunitensi sull’importazione di gas naturale e di elettricità da Teheran, e si aspettano che l’Iraq trovi fonti alternative.
Ma l’Iraq pare irremovibile all’idea di rinunciare all’Iran come partner e ha appena firmato un accordo con Teheran per continuare ad importare gas ed elettricità per i prossimi due anni. Su questo tema si rischia uno stallo. Altre questioni spinose riguardano lo smantellamento anche delle milizie appoggiate dall’Iran.

La prima giornata negoziati si è chiusa positivamente, e anche sulla rivalità con l’Iran la parte irachena ha ammonito gli Stati Uniti, ricordando che il loro ruolo dovrebbe essere quello di stabilizzare e non di patteggiare per forze politiche con cui simpatizza. Altri dettagli sono reperibili nel joint statement[23] e si focalizzano sulla cooperazione umanitaria e le opportunità per i giovani.

L’Iraq si dirige verso una stagione di compromessi volti a porre le basi per una stabilizzazione duratura.


Note

[1] https://ilcaffegeopolitico.net/111940/un-grido-dalliraq-cosa-chiedono-i-manifestanti

[2] https://www.aljazeera.com/news/2019/10/iraq-protests-500-words-191004134657025.html

[3] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-la-piazza-ora-chiede-un-cambio-rivoluzionario-24349

[4] ibid

[5] https://www.atlanticcouncil.org/wp-content/uploads/2019/09/SecondarySanctions_Final.pdf

[6] Se vuoi approfondire ne abbiamo parlato in alcuni nostri contributi che trovate a questi link: https://www.opiniojuris.it/qassam-soleimani-medio-oriente/ ; https://www.opiniojuris.it/guerra-medioriente/

[7] https://www.bbc.com/news/world-middle-east-50989745

[8] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-la-ricerca-di-un-equilibrio-interno-e-internazionale-23196

[9] https://www.bbc.com/news/world-middle-east-45547595

[10] Ne abbiamo parlato più approfonditamente qui: https://www.opiniojuris.it/debaathificazione-iraq/

[11] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/04/iraq-isis-diyala-jelawla-terrorism-security.html

[12] ibid

[13] La provincia si ricorda per il cosiddetto “risveglio di Anbar”, che vide una risposta civile importante da parte della popolazione contro il nodo regionale di Al-Qa’ida in Iraq che portò poi ad un risveglio collettivo più nazionale. Per approfondire vedi il link: http://www.understandingwar.org/report/anbar-awakening-displacing-al-qaeda-its-stronghold-western-iraq

[14] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/05/iraq-kirkuk-is-terrorism-security.html

[15]https://www.washingtoninstitute.org/fikraforum/view/despite-political-turmoil-and-coronavirus-iraqs-protest-movement-continues

[16] https://www.lemonde.fr/international/article/2020/02/03/la-colere-des-irakiens-apres-la-nomination-de-mohamed-taoufik-allaoui_6028216_3210.html

[17] https://www.shafaaq.com/en/iraq-news/adnan-al-zorfi-for-those-who-do-not-know-him-from-his-escape-from-prison-to-his-opinion-this-is-how-iraq-should-be/

[18] https://www.reuters.com/article/us-iraq-security-usa-government/u-s-welcomes-apparent-consensus-on-forming-a-government-in-iraq-pompeo-idUSKCN21V1FK

[19] https://www.aljazeera.com/news/2020/05/mustafa-al-kadhimi-iraq-prime-minister-200507062954351.html

[20] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/06/iraq-kirkuk-isis-kadhimi.html

[21] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/06/iraq-us-strategic-dialogue-iran-pmu.html

[22]ibid

[23] https://www.state.gov/joint-statement-on-the-u-s-iraq-strategic-dialogue/#:~:text=On%20economic%20and%20energy%20issues,to%20enact%20fundamental%20economic%20reforms.


Foto copertina:Apnews


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Giulia Macario

Nata in Italia, attualmente studia Ricerca Avanzata in Criminologia Internazionale (IMARC) presso l’Erasmus University e la Kent University. Precedentemente ha vissuto un anno in Giordania, ad Amman, dove ha lavorato come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) e dove ha studiato la lingua araba presso Qasid Institute. Nel 2018 ha iniziato il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’ Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI - Università Cattolica del Sacro Cuore) a Milano. La sua tesi “WMD, al-Qa'ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” analizza la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che dal punto di vista della contro-narrativa, prevenzione e riabilitazione. Nel 2017 ha ottenuto due diplomi presso l'Istituto per gli di Studi di Politica Internazionale (ISPI) in "Geopolitica e Sicurezza Globale" e "Crisi ed Emergenza Umanitaria". Precedentemente ha conseguito la laurea in Studi Internazionali all' Università di Trento con una tesi intitolata "I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico". Giulia è interessata particolarmente ai movimenti salafiti-jihadisti, all'islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l'estremismo violento e il terrorismo

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