Israele svolta a destra. Ma a far riaccendere i riflettori sul piccolo stato mediorientale non è tanto il prevedibile ritorno di Netanyahu, quanto l’ascesa del controverso sionista religioso Ben Gvir. Un terremoto politico che rischia di scuotere le sorti dello stato ebraico.


A cura di Marco Vito Limburgo

L’ultima tornata elettorale in Israele, la quinta in quattro anni, pare aver archiviato un lungo periodo di instabilità, sancendo il ritorno al potere di Benjamin Netanyahu. Con i suoi tre lustri di governi sulle spalle ha plasmato una composita coalizione nazional-religiosa che, dall’alto di 64 seggi su 120, dovrebbe dare vita ad un governo stabile. Il Likud si conferma primo partito con 32 seggi staccando il centrista Yesh Atid dell’ex premier Lapid, fermo a 24. Al terzo posto, exploit di questa elezione, Sionismo religioso con 14 seggi, seguito dai 12 seggi di Unità Nazionale, gli 11 e i 7 rispettivamente degli ultraortodossi sefarditi e ashkenaziti Shas e Giudaismo Unito per la Torah. Al di fuori della coalizione di governo il laico Yisrael Beitenu fermo a 6 seggi, 5 agli arabi Ra’am e Hadash-Ta’al e 4 ai laburisti.

All’interno della compagine governativa a spiccare è indubbiamente il risultato del partito Sionista Religioso, che duplicando il numero dei seggi, si impone come il secondo partito nella coalizione di Netanyahu. Artefice di questo risultato è l’astro nascente della destra israeliana, il controverso Itamar Ben Gvir. Nato in una famiglia laica di Mevaseret Zion, sobborgo di Gerusalemme, Ben Gvir si forma nell’ideologia kahanista, espressione di un movimento politico oltranzista che prende il nome dal defunto rabbino americano-israeliano Meir Kahane. Personalità controversa che auspicava l’espulsione degli arabi da Eretz Israel, l’annessione unilaterale della Cisgiordania, la condanna a morte dei terroristi, l’uso sistematico della violenza contro i dissidenti, Kahane è stato a lungo un outsider nel panorama politico israeliano. Le sue idee sono da sempre state ostracizzate da ambo gli schieramenti tant’è che il Kach, partito da lui fondato, venne messo fuori legge nel 1994.

Dopo la sua morte, il Kach, si divise in due gruppi. Uno guidato da suo figlio Binyamin Ze’ev e l’altro dall’ex accolito Baruch Marzel, che nel 2012 ha fondato il partito Otzma Leyisrael, poi ribattezzato Otzma Yehudit. Ben Gvir è assurto agli onori della cronaca per dichiarazioni e iniziative discutibili. Come la volontà di non prendere le distanze da Baruch Goldstein, il colono che nel 1994 massacrò 29 palestinesi nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Ben Gvir ha goduto di una certa notorietà grazie a un’intervista televisiva in cui sbandierò un ornamento prelevato alla Cadillac di Yitzhak Rabin, il primo ministro fautore degli accordi di Oslo da lì a poco assassinato da un estremista di destra. Laureato in legge, ha improntato la carriera forense proponendosi come avvocato di sospetti terroristi ebrei, facendone un trampolino di lancio politico. Dialetticamente incendiario, Ben Gvir è stato condannato nel 2006 per incitamento al razzismo.

Nonostante l’indubbio carisma di Ben Gvir, il partito Sionismo Religioso non è una sua esclusiva creatura ma il frutto della coalescenza di tre forze politiche facenti riferimento alla destra nazional-religiosa. Assieme al Partito Sionista Religioso di ispirazione ultranazionalista guidato da Bezalel Smootrich v’è il partito Otzma Yehudit (letteralmente “Potere ebraico”) antiarabo e la piattaforma anti-LGBTQ+ Noam. La legittimazione di queste forze politiche, oltre che sancire l’ulteriore (e apparentemente ineluttabile) spostamento a destra di Israele, porta anche la firma di movimenti extraparlamentari ideologicamente affini come l’organizzazione Lehava, impegnata in una crociata contro i matrimoni misti. Nonostante la recente moderazione dialettica di Ben Gvir, la piattaforma dell’alleanza elettorale è chiara eredità degli ideali kahanisti. Una visione massimalista dei confini di Israele, un approccio muscolare alla sicurezza, un’aggressione ai principi democratici del paese alla ricerca di una invocata svolta teocratica.

L’affermazione elettorale del partito trova una risposta nello status di incertezza in cui è piombata parte dell’opinione pubblica. Insicurezza capitalizzata dalla capacità di Ben Gvir di esporre un’agenda improntata sull’identità di uomo intransigente con il terrorismo, con l’illegalità che imperversa in aree meridionali del paese e l’auspicata volontà di ripristinare una necessaria deterrenza contro il terrorismo. Ben Gvir ha condotto una campagna elettorale su posizioni intransigenti come l’adozione della pena di morte per i terroristi, l’espulsione di cittadini arabi “sleali” e la modifica delle regole di ingaggio delle forze di sicurezza per consentire loro di sparare per uccidere. La popolarità di Ben Gvir sì è costruita su una serie di fattori. L’estraneità dai circoli dell’agone politico, la capacità di sobillare un populismo anti-elitista pervasivo in talune fasce sociodemografiche ebree-mediorientali, la volontà di scavalcare a destra il Likud nell’agenda securitaria, l’approccio duro contro la violenza araba specialmente in quelle città miste che il trauma degli scontri intestini del 2021 quali Lod, Ramla ed Acri. Ben Gvir, inoltre, è l’astro nascente nel pantheon dei coloni più oltranzisti come quelli insediati a Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est.

Nonostante l’affermazione politica, l’ascesa di Ben Gvir non avrebbe avuto tale consacrazione se non vi fosse stata la spregiudicata volontà di Netanyahu di costruire una coalizione in grado di infrangere lo stallo invocando il supporto degli eredi del kahanismo. Nonostante il rifiuto di condividere eventi pubblici con quello che ora appare come il suo principale alleato politico, Netanyahu ha un chiaro ruolo nel processo di legittimazione di Ben Gvir, avendo patrocinato una serie di iniziative funzionali all’accorpamento delle forze di destra in un blocco univoco o invocando la potenzialità di affidare incarichi di governo agli esponenti del partito Sionismo Religioso suscitando le critiche univoche dell’opposizione ma anche di diversi esponenti maggiormente moderati del Likud.

Dall’altro lato della barricata politica e in parte della società civile, le reazioni all’exploit di Ben Gvir si sono rivelate molto aspre. Se il primo ministro Yair Lapid, che in passato ha accusato Ben-Gvir di incitare i coloni ad attaccare le forze armate, ha avvertito della possibilità che il prossimo governo potrebbe mettere in discussione le conquiste nei diritti delle donne e della comunità LGBT, l’ex capo di stato maggiore dell’IDF Dan Halutz ha avvertito della possibilità di una guerra civile se Ben Gvir tenterà di attuare le sue “orribili” idee. Yaakov Katz, autorevole firma del Jerusalem Post ha definito Ben-Gvir un pericolo per Israele, equiparandolo alla versione israeliana di un suprematista bianco o un fascista.

Ostracismo condiviso anche a Washington, dove il segretario di Stato americano Blinken ha avvertito il presidente Israeliano Herzog che gli Stati Uniti potrebbero rifiutarsi di collaborare con “politici specifici” in grado di mettere in discussione i principi democratici del paese. Robert Menendez, presidente democratico della commissione per le relazioni estere del Senato e forte sostenitore di Israele, ha parlato dell’eventualità che individui polarizzanti come Ben Gvir potrebbero intaccare i legami tra Gerusalemme e Washington. Similmente, il democratico Brad Sherman, membro della commissione affari esteri della Camera, ha avvertito che l’ascesa di Ben Gvir minerà il sostegno bipartisan che funge da pilastro per la legittimità di Israele a Washington.

Nonostante le reazioni ostili dal fronte interno, da parte degli alleati americani e la freddezza dimostrata dagli esponenti della diaspora, la forte influenza di Ben Gvir nel prossimo governo a trazione Netanyahu non è in discussione, così come la possibilità che riesca ad avocare a sé i ministeri chiavi in grado di influire sulla postura politica israeliana in politica interna quanto estera. Ben Gvir ha infatti espresso interesse nei confronti del ministero della pubblica sicurezza che sovrintende alla polizia israeliana. Da questo pulpito è probabile che premerà per rafforzare l’immunità degli incaricati atti alla repressione del dissenso nei territori oltre a facilitare le direttive d’ingaggio dell’IDF. Decisamente preoccupante, inoltre, la volontà reiterata di deportare chiunque non si dimostri leale allo stato facendo chiaro riferimento agli esponenti dei partiti arabi più volti finiti nel mirino delle dichiarazioni infuocate dell’oltranzista.  

Priorità assoluta per il partito del Sionismo Religioso è lavorare con la coalizione per l’approvazione di una legislazione che consenta alla Knesset di ignorare le sentenze dell’Alta Corte, misure che minerebbero l’indipendenza del sistema giudiziario mettendola sotto il controllo del governo e rimuovendo i baluardi chiave che permettono ad Israele di dichiararsi compiuta democrazia di stampo occidentale. La crociata contro la magistratura, invero, è un convitato di pietra dello stesso Likud in comunione con il resto del blocco di destra. L’offensiva contro l’identità laico dello stato ebraico è invece chiaro appannaggio del partner di coalizione, quel Bezalel Smootrich che ha invocato il superamento dei principi laici al fine di instaurare uno stato ricamato sui dettami della Torah mettendo in discussioni lo status di parte delle conversioni di fronte al rabbinato.

Sul fronte internazionale la figura di Ben Gvir potrebbe provocare qualche grattacapo. In campo democratico nell’ostilità all’astro nascente della destra si concretizzerebbe, trovando nuovi spazi e argomenti, la composita fronda interna scettica o ferocemente critica nei confronti delle politiche israeliane. Iniziative che potrebbero trovare sponda all’interno della disillusa comunità ebraica americana. Arduo compito del Likud sarà quello di raffreddare moderare le istanze dei compagni di coalizione al fine di salvaguardare il credito costruito in Occidente e in Medio Oriente. Osservati speciali, infatti, gli Accordi di Abramo o le relazioni con i vicini Egitto e Giordania. I piani dichiarati di Ben Gvir per palestinesi ed arabi israeliani alienerebbero i sostenitori di Israele e contraddirebbero le argomentazioni che hanno avanzato a difesa dello stato ebraico, fornendo carburante ai critici che ne invocano boicottaggi e ostracismo.


Foto copertina: Itamar Ben-Gvir partecipa a una protesta nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, il 2 marzo 2022. (Noam Revkin Fenton/Flash90)