Lyndon Baines Johnson della Great Society al Vietnam

Lyndon Baines Johnson della Great Society al Vietnam

L’uomo che aveva riformato gli Stati Uniti costruendo la “Great Society” ma che uscì dalla Casa Bianca come il presidente umiliato dall’insuccesso della guerra in Vietnam.


Libro Consigliato

 


Nella primavera del 1964, pochi mesi dopo la morte del marito, Jacqueline Kennedy si sedette con lo storico e amico di famiglia Arthur M. Schlesinger Jr. per una serie di interviste[1] facenti parte un ampio progetto di storia orale che avrebbe catturato i ricordi e le riflessioni di coloro che erano vicini al Presidente Kennedy poco dopo la sua morte.
In queste interviste, la vedova Kennedy condivide i suoi personali ricordi su una varietà di argomenti, dalle prime campagne di JFK alla crisi dei missili di Cuba, dalla loro famiglia alla vita coniugale alla Casa Bianca, alla sua evoluzione come first lady. Ma non solo. Fornisce anche osservazioni acute sulla politica e sulle personalità del tempo, sia a livello nazionale che internazionale, tra cui Lyndon Baines Johnson, vicepresidente di Kennedy. Riguardo a Johnson affermò che suo marito credeva fermamente che questo non dovesse diventare presidente. Nei mesi prima della sua morte, affermò che Kennedy aveva iniziato a parlare con suo fratello, Robert Kennedy, e altri esponenti del partito, dei diversi modi per evitare di avere Johnson come candidato alla presidenza alla fine di quello che sarebbe stato il suo secondo mandato, doveva essere qualcun altro l’alfiere del partito democratico alle elezioni del 1968:[2]

«Non gli piaceva l’idea che Lyndon diventasse presidente perché era preoccupato per il paese. Bobby mi ha detto che aveva avuto qualche discussione con lui. Dimentico esattamente come stavano progettando o chi avevano in mente. Non era Bobby, ma qualcuno.»[3]
Il progetto di Kennedy per evitare che Lyndon B. Johnson potesse succedergli fallì.
Il 22 novembre 1963, infatti, il presidente Kennedy fu assassinato e alle ore 14:38, prima di tornare a Washington, a bordo dell’Air Force One ancora in sosta all’Aeroporto di Dallas con a bordo la bara del presidente appena assassinato, Johnson pronunziò il giuramento presidenziale d’ufficio con al suo fianco la vedova Kennedy, la quale indossava ancora l’abito insanguinato.[4]

The Johnson Treatment 

Lyndon Baines Johnson nacque a Stonewall, nel Texas centrale, il 27 agosto 1908. Primo di cinque figli, il padre, Sam Ealy Johnson Jr., era un agricoltore, uomo d’affari e legislatore locale.
Crescendo, entrò in contatto diretto con la povertà e la depressione economica delle zone in cui crebbe, rendendolo estremamente sensibile circa i problemi sociali e la discriminazione, elementi che influenzeranno buona parte della sua futura azione politica.
La carriera politica di Johnson iniziò nel 1937, quando fu eletto alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti tra le file del partito democratico.
Rapidamente egli riuscì a guadagnarsi il rispetto di legislatore intelligente e laborioso, riuscendo ad essere rieletto per altre cinque volte. Dopo una corsa senza successo per un seggio al Senato nel 1941, Johnson divenne il primo membro del Congresso a fare volontariato per il servizio attivo nell’esercito quando gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale, prestando servizio nella U.S. Navy come tenente comandante fino a quando tutti i membri del Congresso nell’esercito furono richiamati a Washington nell’estate del 1942. Dopo sei mandati alla Camera, riuscì ad essere eletto al Senato nel 1948.

Nel 1953 divenne il più giovane leader di minoranza nella storia del Senato e l’anno successivo, quando i Democratici ottennero il controllo, leader di maggioranza. Con rara abilità legislativa ottenne il passaggio di una serie di misure durante l’amministrazione Eisenhower e divenne, a molti resoconti, il più potente leader di maggioranza del ventesimo secolo.[5]
«Non c’era un leader di maggioranza più potente di lui nella storia americana» scrive il biografo Robert Dallek. «Egli capì come funzionava il Senato. Capiva di cosa avevano bisogno i senatori e cosa volevano. Aveva biografie su ciascuno di essi in modo da sapere quali fossero i loro gusti e le loro intenzioni, i loro obiettivi, i loro desideri, i loro auspici e le loro speranze. Manipolò questa sua conoscenza per assicurarsi che ai singoli senatori fossero assicurati esattamente quello che desideravano di più in cambio di un voto. O, se non poteva essere sicuro di quel voto, avrebbe organizzato un viaggio strategicamente a tempo in Europa o un incarico lontano da Washington».[6]
La storica presidenziale Doris Kearns Goodwin mette ancora più in luce quest’aspetto, Johnson aveva il temperamento e la personalità per dominare il Senato: «Penso che, per il temperamento di Lyndon Johnson, il Senato non avrebbe potuto essere più adatto. Poteva alzarsi ogni giorno e imparare quali erano le loro paure, i loro desideri, i loro auguri, le loro intenzioni e poteva quindi manipolarli, dominarli, persuaderli e raggirarli. Ciò che faceva funzionare le cose al Senato erano le relazioni personali e Johnson in questo era il migliore in assoluto».[7]
Il suo modo di scontrarsi con i senatori e gli uomini d’affari e di persuaderli per pura determinazione a sostenere una particolare misura divenne noto come“The Johnson Treatment”.  Un contemporaneo scrisse: «Era un’incredibile miscela di cattiveria, seduzione, ricordi di favori passati, promesse di favori futuri, predizioni di tristezza se qualcosa non accadeva. Quando quell’uomo iniziava a lavorare su di te, all’improvviso, sentivi che eri sotto una cascata e la roba ti stava colando addosso».[8]

La presidenza

Quando Lyndon Johnson divenne il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti[9] ribadì la sua decisione di portare avanti gli obiettivi del predecessore sia negli affari interni che negli affari esteri. Il nuovo presidente sapeva che era necessario rassicurare tanto i suoi cittadini quanti gli alleati internazionali e il 27 novembre 1963, durante una sessione congiunta del Congresso dichiarava: «[…] Questa Nazione manterrà i suoi impegni dal Vietnam del Sud a Berlino Ovest. Saremo incessanti nella ricerca della pace; risorse nel nostro perseguimento di aree di accordo anche con coloro con cui siamo diversi; e generosi e leali verso coloro che si uniscono a noi nella causa comune. In quest’epoca in cui non ci possono essere perdenti in pace e vincitori in guerra, dobbiamo riconoscere l’obbligo di abbinare la forza nazionale alla moderazione nazionale. Dobbiamo essere preparati allo stesso tempo sia per il confronto del potere che per la limitazione del potere. Dobbiamo essere pronti a difendere l’interesse nazionale e a negoziare l’interesse comune.
Questa è la strada che continueremo a percorrere. Coloro che metteranno alla prova il nostro coraggio lo troveranno forte, e coloro che cercano la nostra amicizia lo troveranno onorevole. Dimostreremo di nuovo che i forti possono essere solo nell’uso della forza; e i giusti possono essere forti nella difesa della giustizia.
E fate sapere a tutti che non estenderemo alcun privilegio speciale e non imporremo persecuzioni. Continueremo la lotta contro la povertà e la miseria, le malattie e l’ignoranza, in altre terre e nelle nostre.
Serviremo tutta la Nazione, non una sezione o un settore, o un gruppo, ma tutti gli americani. Questi sono gli Stati Uniti, un popolo unito con uno scopo unito […]».[10]
In seguito, nel suo primo messaggio sullo Stato dell’Unione, tenutosi l’8 gennaio 1964, egli evidenzia gli obiettivi della sua amministrazione, enfatizzando i problemi interni come la povertà, le tasse elevate, un bilancio squilibrato e la discriminazione razziale. In politica estera, invece, il Presidente delinea, in 10 punti, i programmi che incoraggiano la pace attraverso il cibo, la scienza e le alleanze invece dell’accumulo di armi.
Egli chiedeva al Congresso e al paese di unirsi a lui «nell’esprimere e adempiere quella fede nel lavorare per una nazione, una nazione libera dal desiderio e da un mondo libero dall’odio: un mondo di pace e giustizia, di libertà e abbondanza, per il nostro tempo e per tutto il tempo a venire».[11]

Fu su queste basi che tra il 1964 e il 1968, grazie alla riconferma alle elezioni presidenziali del 1964 e alla sua abilità legislativa, Johnson riuscì a far approvare più di sessanta disegni di legge riguardanti l’avanzamento dei diritti civili degli afroamericani e una serie di riforme sociali, realizzando una Great Society” americana, un programma legislativo tra i più ambiziosi e di vasta portata nella storia della nazione, che nulla aveva da invidiare al New Deal rooseveltiano.
Nonostante il successo di Johnson nel promuovere le sue politiche di riforma interna, la sua presidenza fu definita soprattutto dalle sue scelte politiche nei confronti della guerra del Vietnam. Ciò che si dimentica è che Johnson questo conflitto lo avevo ereditato: Eisenhower aveva mandato i primi soldati e Kennedy li aveva fatti salire a 16.000.
Durante una conversazione telefonica tenutasi il 20 febbraio 1964 con il Segretario della Difesa McNamara, Johnson spiega il processo di riflessione dell’amministrazione per quanto riguarda la questione del Vietnam, andando contro la decisione del predecessore di ridurre l’impegno americano. Egli asseriva di come la politica di contenimento avesse funzionato in passato nella lotta contro il comunismo. Parlando del Vietnam del Sud affermava: «Siamo disposti ad addestrarli. E abbiamo scoperto che in un periodo di tempo abbiamo impedito ai comunisti di diffondersi. L’abbiamo fatto in Grecia e in Turchia con la Dottrina Truman, mandando loro uomini. L’abbiamo fatto in Europa occidentale con la NATO»[12]. Per Johnson era necessario continuare a contribuire a rafforzare il Vietnam del Sud in modo da evitare quell’effetto domino che si sarebbe venuto a creare nel caso contrario: «Se non fermiamo i comunisti nel sud del Vietnam, domani saranno alle Hawaii e il giorno dopo a San Francisco». [13]
Fu così che Johnson aumentò costantemente il coinvolgimento militare degli Stati Uniti nella guerra. Il numero di truppe americane in Vietnam passò da 16.000 all’inizio della presidenza a più di 500.000 nel 1968.
Nonostante Johnson avesse dato via all’escalation, egli considerava il conflitto la sua più grande croce: «[…]Sapevo fin dall’inizio che sarei stato crocifisso in ogni caso. Comunque mi muovo, mi faranno a pezzi. Se lascio la donna che amo, cioè la Great Society, per mettermi con quella puttana della guerra dall’altra parte del mondo, allora perderei tutto a casa. Tutti i miei programmi. […] Ma se lasciassi quella guerra e lasciassi che i comunisti si impadroniscano del Vietnam del Sud, allora sarei un codardo e la mia nazione sarebbe vista come un pacificatore e troveremmo entrambi impossibile realizzare qualsiasi cosa per chiunque in qualsiasi parte del mondo. Questa volta ci sarebbe Robert Kennedy in testa a guidare la lotta contro di me, dicendo a tutti che avevo tradito l’impegno di John Kennedy per il Vietnam del Sud. Che avevo lasciato che una democrazia cadesse nelle mani dei comunisti. Che fossi un codardo. Un uomo non virile. Un uomo senza spina dorsale […]».[14]
Il presidente, pronto ad evitare a qualunque costo quell’effetto domino che tanto temeva, il 5 agosto del 1964 dichiarò falsamente al Congresso che una nave statunitense era stata attaccata da unità siluranti nel golfo del Tonchino. Ne seguì la “Gulf of Tonkin Resolution”[15], che permetteva «di prendere tutte le misure necessarie, incluso l’impiego delle forze armate, per assistere ogni stato membro del Southeast Asia Collective Defense Treaty che richieda assistenza in difesa della sua libera sovranità».[16]
Tra il 1964 e il 1968 la situazione in Vietnam precipitò ma lo scoppiò dell’offensiva del Têt, il 31 gennaio del 1968, cambiò tutto. Fu l’inizio della fine del fronte interno, per Washington, il preludio per le grandi manifestazioni sul Mall per chiedere il ritiro delle truppe.
Il 27 Febbraio 1968, due giorni dopo la fine dell’offensiva del Têt nel suo programma “Report from Vietnam: Who, What, When, Where, Why?” l’anchorman della Cbs Walter Cronkite, dando voce alla maggioranza, commentò: «[…]Dire che siamo impantanati in una situazione di stallo sembra l’unica conclusione realistica, ma insoddisfacente.[…]Ma è sempre più chiaro a questo reporter che l’unica via d’uscita razionale sarà negoziare, non come vincitori, ma come un popolo onorevole che ha mantenuto la promessa di difendere la democrazia, e ha fatto del suo meglio».[17]

Fu allora che Johnson si rassegnò: «Se abbiamo perso Cronkite, abbiamo perso l’americano medio». [18] 
Dopo l’offensiva del Têt, la posizione degli Stati Uniti e quella del loro presidente cambiarono.
Il 31 marzo Johnson, in un famoso discorso alla nazione, annunciò la decisione di non ricandidarsi alla presidenza, di voler cominciare a ridurre l’intensità della guerra e di volersi concentrare sul processo di pace e sulla pressione delle questioni interne durante i suoi ultimi mesi di mandato senza la distrazione di una campagna politica. [19]
Nei mesi seguenti, mentre peraltro in Vietnam continuavano gli scontri, il presidente americano diede inizio ai colloqui di pace di Parigi, i quali fallirono miseramente giacché i rappresentanti del Vietnam del Sud non furono convocati;[20] Infine, il 31 ottobre il presidente Johnson annunciò alla nazione che aveva ordinato una completa cessazione di «tutti i bombardamenti aerei, navali e di artiglieria sul Vietnam del Nord» effettiva dal 1º novembre, in cambio del tacito assenso nordvietnamita alla cessazione degli attacchi attraverso la zona smilitarizzata e contro le grandi città del Vietnam del Sud[21].
Il 1968 si concluse con la cessazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, con gli Stati Uniti che avevano rinunciato alla vittoria militare, e con l’inizio di complessi e difficili colloqui di pace.
Poi arrivò Richard Nixon.


Note

[1] Nascoste per 47 anni, le trascrizioni e i nastri furono pubblicati nel 2011 nel libro  Jacqueline Kennedy—Historic Conversations on Life with John F. Kennedy con prefazione di Caroline Kennedy e annotazioni dello storico Michael Beschloss.

[2] Jacqueline Kennedy Oral History Unsealed After 47 Years  (https://www.jfklibrary.org)

[3] Jacqueline Kennedy Reveals That JFK Feared an LBJ Presidency (https://abcnews.go.com)

[4] The Story Behind the Photo of LBJ Being Sworn In as President After JFK Died—And the Trailblazing Woman in the Corner (https://time.com)

[5] LBJ: Biography (http://www.lbjlibrary.org/)

[6] Robert Dallek, Flawed Giant: Lyndon Johnson and His Times, 1961–1973. (Oxford University Press, 1998)

[7] Lyndon B Johnson: The uncivil rights reformer (https://www.independent.co.uk)

[8] Ibidem

[9] Rimane uno dei pochi personaggi ad essere riuscito ad occupare tutte le cariche elettive del governo federale: deputato, senatore, vice presidente e presidente.

[10] Address to Joint Session of Congress. November 27, 1963 (https://millercenter.org/)

[11] State of the Union Address. January 8, 1964 (https://millercenter.org/)

[12] Michael R. Beschloss, Taking Charge: The Johnson White House Tapes, 1963-1964 (New York: Simon & Schuster, 1997).

[13] https://www.historylearningsite.co.uk/

[14] Doris Kearns Goodwin, Lyndon Johnson and the American Dream. (New York: Harper & Row, 1976)

[15] Approvata il 7 maggio 1964

[16] Risoluzione di Tonkino: la guerra in Vietnam (http://files.studiperlapace.it)

[17] When Walter Cronkite Pronounced the War a ‘Stalemate’ (https://www.nytimes.com)

[18] Did the news media, led by Walter Cronkite, lose the war in Vietnam? (https://www.washingtonpost.com)

[19] Remarks on Decision not to Seek Re-Election. March 31, 1968 (https://millercenter.org)

[20] Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni Internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri (Roma-Bari: Laterza, 2008)

[21] Remarks on the Cessation of Bombing of North Vietnam. October 31, 1968 (https://millercenter.org)


Foto Copertina: Lyndon B. Johnson Bettmann / Corbis


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Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo, nata a Roma il 17 dicembre 1993, da madre romana e padre spagnolo naturalizzato basco. Fin da piccola ha convissuto con queste due culture.
Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Roma Tre nel marzo 2018.
Ha partecipato nel maggio del 2018 alla School “TERRORISMO: Analisi e Metodologie di prevenzione e contrasto” organizzata dalla SIOI e dalla NATO Defense College Foundation.

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