La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: le eccezioni

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: le eccezioni

Prosegue la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. Mongolia, paesi baltici, Slovacchia e Repubblica Ceca, rappresentano delle eccezioni di spessore nel panorama postcomunista, avendo costruito delle democrazie solide e funzionanti. Eppure, pesano delle incognite sulla durata di questo successo.


 

Tallinn e Ulan Bator, lontane geograficamente e culturalmente, ma vicine per quanto riguarda il modo in cui la transizione alla democrazia è avvenuta, ossia senza bagni di sangue fra la popolazione. La democrazia nei paesi Baltici, nell’ex Cecoslovacchia, ed in Mongolia, non è solida, ma è funzionante a livelli quasi occidentali, seppure delle problematiche persistono.

 

Il caso della Mongolia 

Manifestazioni pacifiche e scioperi a oltranza hanno portato alla caduta del regime comunista, il secondo più lungo nella storia dopo quello sovietico, costringendo la classe politica ad adottare una nuova costituzione e una forma di governo democratica.

Nel 1998, il padre della rivoluzione mongola, Sanjaasurengiin Zorig, fu ucciso da un commando di ignoti lo stesso giorno della nomina a primo ministro. Il suo omicidio non è mai stato risolto.[1]

Il partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo ha avuto un ruolo egemonico fino ai primi anni 2000, salvo poi perdere consensi e potere con l’ascesa del Partito Democratico, che prima ha eletto un presidente nel 2009 e poi vinto le parlamentari del 2012. Il sistema politico mongolo può definirsi come rigidamente bipartitico. [2]

La rinascita del sentimento religioso non è stata ostacolata, come invece avvenuto nel Turkestan, ma ben accolta dalla classe politica. Il buddismo tibetano è tornato a rivestire il tradizionale ruolo di collante sociale, stabilendo importanti legami di collaborazione con gli omologhi indiani e con le autorità del Tibet. Il Dalai Lama stesso ha visitato il paese diverse volte, nonostante le note diplomatiche di protesta fatte pervenire dall’ambasciata cinese all’indirizzo della presidenza mongola.[3]

Il paese è riuscito a distanziarsi dalla Russia in maniera non traumatica, siglando accordi di collaborazione ispirati alla filosofia del buon vicinato. Allo stesso tempo, il paese ha invece approfondito i legami con gli Stati Uniti, partecipando anche a missioni internazionali nel dopo-11 settembre.[4]

È degno di nota che la stragrande maggioranza della popolazione non mostra alcun sentimento nostalgico nei confronti del passato comunista. Non come invece è accaduto in diversi paesi dell’Europa centro-orientale. Ai periodici sondaggi effettuati sul tema, una media del 90% degli intervistati risponde di non rimpiangere la fine della dittatura.[5]

 
Il caso dei paesi baltici

Lituania, Lettonia ed Estonia sono considerate democrazie compiute e perfette, in cui i diritti basilari dei cittadini sono rispettati e il pluralismo del pensiero e politico è ampiamente garantito. Le economie sono fiorenti, ben collegate al mercato unico europeo e interconnesse fra loro.

Negli anni recenti, però, alcuni eventi hanno minato lo status democratico consolidato.

In Lettonia, nel 2017, è stato scoperto che una rete di oligarchi, fra i quali Aivars Lembergs e Ainars Slesers, influisce sulle dinamiche politiche ed economiche nazionali e sulla percezione dei cittadini attraverso il controllo dei media.[6] Un simile scandalo è emerso quasi simultaneamente in Lituania, con protagonisti politici e affaristi di rilievo coinvolti in un giro di tangenti.[7]

In Lettonia la magistratura continua ad essere ritenuta un’istituzione arbitraria e corrotta dalla metà della popolazione, e gli scandali e i problemi che affliggono il sistema giudiziario hanno consolidato e giustificato tale convinzione.[8]

Il clima internazionale, inoltre, sta incidendo significativamente su alcune iniziative politiche molto controverse che mirano a limitare i diritti e la partecipazione sociale delle minoranze russofone stanziate nei tre paesi.

Tali minoranze soffrono di una persistente discriminazione in Lettonia, Lituania ed Estonia sin dalla caduta dell’Unione Sovietica, in quanto il percorso di ottenimento della cittadinanza è stato lungo e difficoltoso e l’accesso al mercato del lavoro, soprattutto nel settore pubblico, è ostacolato da barriere invisibili che privilegiano gli autoctoni ai russi.

In Estonia, un terzo della popolazione ha origini russe e il 7% di essa è ancora oggi ufficialmente apolide, perché la richiesta di cittadinanza non è stata accolta e per avanzarla era prima necessario perdere quella russa, con tutte le conseguenze derivanti da un tale status. [9] [10]

Un problema che è stato associato al percorso di democratizzazione è l’ascesa del crimine organizzato. Gruppi legati alla malavita ucraina, russa, cecena, hanno approfittato della transizione sociale, politica, ed economica, per estendere i loro tentacoli affaristici nell’area baltica, venendo poi affiancati dall’emergete della criminalità autoctona.
La situazione è stata affrontata dalle autorità attraverso l’introduzione di leggi più severe, ma la collusione ai bassi livelli fra autorità e organizzazioni criminali ostacola il funzionamento dei meccanismi anticrimine.[11]

La situazione ha attirato l’attenzione dell’Europol, che considera l’area baltica alla stregua di un hub regionale del crimine organizzato in cui si intrecciano gli interessi di criminali provenienti da nazioni diverse, impegnati in traffici diversi.


Il caso dell’ex Cecoslovacchia

Repubblica Ceca e Slovacchia sono due democrazie compiute e perfette, con società civili che partecipano attivamente ai processi politici e in cui i diritti basilari sono pienamente rispettati e garantiti. Negli ultimi, però, si è assistito all’apparire di alcuni fenomeni la cui importanza non va sottovalutata, ma considerata adeguatamente, perché il rischio di un effetto domino dal vicinato Visegrad e dai Balcani meridionale è reale.

Ad esempio, in Repubblica Ceca il miliardario Andrej Babis è diventato rapidamente l’uomo più influente del paese, concentrando sia potere politico – è primo ministro dal 2017 – che economico e mediatico. Le accuse di poca trasparenza nella gestione dei suoi affari lo costrinsero alle dimissioni dal ministero delle finanze durante il governo Sobotka, ponendolo anche sotto la lente investigativa dell’ufficio europeo anti frode per via dell’utilizzo improprio di fondi comunitari.[12] [13]

Babis proviene dall’ambiente della polizia segreta e avrebbe creato una rete di informatori e protettori avente l’obiettivo di reperire informazioni su rivali e avversari politici e affaristici, informazioni che sono poi utilizzate per minacce e ricatti.

Altri problemi che gravano sulla Cechia sono la corruzione, che resta un problema diffuso e pervasivo, anche se le autorità rispondono generalmente con prontezza, e il crimine organizzato. Quest’ultimo è particolarmente attivo nel traffico di esseri umani a scopo sessuale ed utilizza il paese sia come piattaforma di transito tra l’Est e l’Ovest che come mercato di interesse europeo.[14]

Anche in Slovacchia pesa il problema della corruzione, che è specialmente sentita nel mondo politico. Nel 2017 due ex ministri, Igor Stefanov e Marian Janusek, sono stati condannati rispettivamente a 9 e 12 anni per reati di corruzione.[15]

Il mondo dell’informazione continua ad essere libero ed indipendente, ma sono aumentati gli attacchi ai giornalisti e i tentativi di omologare i media pubblici alle posizioni del governo durante l’era Fico. Nello stesso periodo, grosso modo compreso fra il 2006 ed il 2018, sono aumentati anche gli sforzi di indebolire l’indipendenza del potere giudiziario, per renderlo uno strumento politico con cui perseguitare avversari politici.[16]

Ha suscitato grande clamore, sia nel paese che a livello europeo, l’omicidio del giornalista investigativo Jan Kuciak, avvenuto il 21 febbraio dello scorso anno. Kuciak era noto per le sue indagini sui legami sporchi fra mondo affaristico e politici di alto livello e fu ucciso in un agguato con arma da fuoco insieme alla sua fidanzata. Si è trattato del primo omicidio di un giornalista da quando il paese ha ottenuto l’indipendenza.[17] [18] [19]

Il caso è per certi versi simile a quello di Robert Remias, un ufficiale di polizia ucciso nel 1996 come risultato di un complotto tra servizi segreti e mafia slovacca che all’epoca travolse anche l’allora primo ministro Vladimir Meciar.[20]

I partiti d’opposizione e la società civile hanno protestato in maniera massiccia, accusando indirettamente il governo di aver avuto un ruolo nell’evento sanguinoso. Le proteste hanno spinto alle dimissioni diversi uomini dell’esecutivo, fra i quali lo stesso Fico, e i ministri della cultura e degli interni. Per evitare elezioni anticipate, Fico ha suggerito al presidente Andrej Kiska un suo uomo di fiducia come sostituto alla presidenza del consiglio dei ministri, Peter Pellegrini.[21]

Conclusioni

La permanenza della Mongolia nell’alveo dei paesi democratici dipenderà dal modo in cui la sua classe politica affronterà la crescente influenza esercitata dalla vicina Cina e dallo storico alleato russo.

I Baltici devono evitare che la russofobia permanente dell’agenda estera abbia un ascendente negativo sui diritti basilari delle minoranze russofone, che sono sempre più esposte al rischio della segregazione e del razzismo istituzionale.

Infine Repubblica Ceca e Slovacchia sono le democrazie più vivaci ed in salute dell’alleanza Visegrad ma corruzione e collusione fra politica e crimine organizzato rischiano di creare aree grigie sempre più estese, fuori dal controllo istituzionale e minanti l’ordine democratico.


Note

[1]Sindelar, D., Mongolian Democracy: From Post-Soviet Success To Post-Transition Struggle, RFERL, 09/12/2009

[2]Scheda della Mongolia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/mongolia

[3] Mongolia and the birth of democracy, Britannica,

[4] Vedi nota 3

[5]Tsedevdamba, O., The Secret Driving Force Behind Mongolia’s Successful Democracy, Inclusive Security, 03/2016

[6]Scheda della Lettonia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/latvia

[7]Scheda della Lituania su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/lithuania

[8] Vedi nota 6

[9] Vedi nota 6

[10]Scheda dell’Estonia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/estonia

[11] Galeotti, M., Organized crime in the Baltic States, The Baltic Review, 24/03/2015

[12]Zveřejňujeme kompletní znění závěrečné zprávy OLAF o vyšetřování dotace na Farmu Čapí hnízdo, Aktualne, 11/01/2018

[13]Scheda della Repubblica Ceca su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/czech-republic

[14]Vedi nota 13

[15]Scheda della Slovacchia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/slovakia

[16]Vedi nota 15

[17] UPDATED: Investigative journalist killed in his house, Spectator.sk.

[18]  Cameron, B., Slovakia grapples with murdered journalist’s last story, BBC, 28/02/2018

[19] Nicholson, T., Slovakian journalism’s darkest day, Politico,

[20] Fico odmieta zneužívanie tragickej vraždy Kuciaka na politický boj, Sme.sk

[21]  Minúta po minúte: Fico podá demisiu, novým premiérom môže byť Pellegrini. Sme.sk


Foto copertina: ULAANBAATAR, MONGOLIA – 12 LUGLIO 2016: Il memoriale di Zaisan è un memoriale nella capitale mongola di Ulaanbaatar che onora i soldati sovietici uccisi nella seconda guerra mondiale.

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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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