A distanza di sette anni dall’inizio di una nuova fase terrorismo sul suolo europeo quali sono le fragilità, i punti di forza ed infine le somme che si possono tirare?  Il districarsi dei fenomeni terroristici in Francia e l’approccio Europeo, commentati dal Dottor Raffaele Lorenzetto, criminologo, Counterterrorism & Organized crime Analyst.


A cura di Barbara Minicozzi e Carmelo Rosa

In termini storici, il Terrore è uno strumento di violenza e intimidazione statuale o settaria, o la risposta ad esso. Non vi è tuttavia una definizione unanimemente accettata del terrorismo in quanto tale.
Nel 1994, in occasione della risoluzione 49/60 dell’assemblea generale dell’ONU, all’interno dell’articolo 3 si va a stabilire una definizione di terrorismo: “Gli atti criminosi volti a provocare uno stato di terrore tra la popolazione, un gruppo di persone o determinate persone per fini politici sono, in ogni circostanza, ingiustificabili, quali che siano le considerazioni politiche, filosofiche, ideologiche, razziali, etniche, religiose o di altro tipo che possano essere invocate per giustificarli”.
Il contrasto dello jihadismo autoctono europeo è la terza sfida che la comunità internazionale si trova a dover fronteggiare. Nel corso degli ultimi anni, infatti, si è assistito a una vera e propria esplosione del fenomeno di specie il quale, unito alla crescente minaccia posta in essere dai lone actors, ha complicato esponenzialmente le attività preventive delle forze di sicurezza.[1]

Volgendo lo sguardo alla Francia, gli interrogativi, in seguito alle elezioni presidenziali, sono stati molti. Non è ovvio affermare che dopo l’attacco alle Torri Gemelle il terrorismo ha assunto un volto nuovo.
Nel triennio a seguire dalle stragi parigine del 2015 (Charlie Hebdo e Bataclan), l’Europa ha visto troppe volte il sangue di innocenti dipingere di rosso le strade e le piazze delle principali città delle nazioni del vecchio continente (Belgio, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna). Dal 2018, grazie ad un mix di politiche nazionali ed europee, non dimenticando il sostanziale contributo fornito dai governi e dalle nazioni tutte del mondo islamico nel condannare tali azioni, il vecchio continente non ha più vissuto momenti drammatici come quel triennio di terrore.
In un’ottica comparata  è sbagliato sovrapporre l’11 settembre con le azioni terroristiche svoltesi sul suolo Francese. Il Dottore Raffaele Lorenzetto ci spiega che i due attentati appartengono a due epoche ben distinte.

“La strage di Charlie Hebdo ha dato inizio a un nuovo modo di partecipare alle azioni terroristiche, sintomo dell’evoluzione della società e di una problematica di natura sociologica alla base ben diversa. Nonostante entrambi gli obiettivi oggetto delle azioni terroristiche citate siano considerati altamente simbolici e possano ben rappresentare la rappresentazione del male Occidentale agli occhi di un movimento jihadista, sono cambiati radicalmente i protagonisti di tale atrocità e il modo in cui essi si uniscono ai movimenti islamisti, attraverso il reclutamento in gruppi sempre meno “elitari” e maggiormente diffusi all’interno delle nazioni occidentali. La Francia e i suoi servizi di intelligence si sono ritrovati a doversi confrontare con un pericolo di origine endemica, rappresentato da individui che hanno affrontato percorsi di radicalizzazione spesso rimanendo all’interno del suolo nazionale in quanto immigrati di seconda o terza generazione. La reale problematicità, a mio avviso, nasce dalla mancata capacità dell’intelligence francese di essere riuscita a carpire informazioni in quei centri in cui si verifica tutt’oggi una sorta di “ghettizzazione” con la creazione di una forte coesione all’interno dei gruppi di fanatici: meccanismo chiamato “pseudospeciazione”, ossia quel fenomeno per il quale ogni gruppo culturale primitivo sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri uomini i membri di altre unità analoghe. La causa principe di tale meccanismo è riscontrabile sempre nell’insuccesso di una nazione nelle politiche di integrazione e migratorie”.
Il “nuovo nemico” nella sua percezione e il superamento del concetto di stato nazione, hanno a che fare con una nuova fluidità. “Oggi non si può più parlare di Islam e Occidente. È accaduto qualcosa di qualitativamente diverso: oggi l’Islam è in Occidente.
Bisogna ricordare che l’Islam nasce migrante, ma la migrazione non è un fine in sé; come il suo prototipo, la Hijra, è il mezzo attraverso il quale costruire una società islamica. L’Islam apparentemente mal tollera di rimanere in situazione di minoranza, va infatti ricordato che è proprio dal momento in cui diventa maggioranza, a Medina, che istituisce il suo calendario; in questo suo spostarsi dalla Mecca a Medina, nella Hijra del 622 d.C. (quella che noi chiamiamo Egira), trova la sua data di nascita: non quella del profeta Muhammad, bensì della sua comunità, la Ummah. L’odierno Islam europeo si ritrova in una situazione molto più “meccana” che non “medinese”, rappresentando una minoranza appena tollerata e talvolta stigmatizzata.
Un’ ulteriore peculiarità dell’Islam europeo è il carattere “ummico” (da Ummah), è proprio qui, infatti, che il musulmano emigrato scopre e vive in modo carnale il vero significato di “comunità”, composta di usi e costumi in parte differenti.
Un famoso detto dell’imam sciita Ja’far, divenuto un hadit per i sunniti, recita: “L’Islam è cominciato esule (a Medina) e ridiventerà esule (a Kufa o a Gerusalemme, sua prima e ultima Qibla) come al suo esordio; e beati coloro fra i membri della Comunità di Muhammad che sceglieranno l’esilio. Questo processo ha favorito la creazione di peculiarità nella cultura islamica diffusa in Europa, che colpisce ogni aspetto del vivere quotidiano e può comportare la diffusione di distorsioni interpretative e credi deviati”.

Inoltre il 16 novembre 2015 il Presidente della Repubblica François Hollande ha riferito il ripristino immediato dei controlli alle frontiere; proclamazione dello stato d’emergenza sull’intero territorio nazionale; autorizzazione a procedere a perquisizioni amministrative in tutti i dipartimenti metropolitani. Ha inoltre fatto riferimento alla necessità di una revisione costituzionale, ritenendo ormai inadeguati i due regimi speciali di poteri eccezionali (art.16 della Costituzione francese) e stato d’assedio (art.36). Ha proposto l’introduzione di misure come la privazione della cittadinanza ai condannati per terrorismo e la velocizzazione delle espulsioni degli stranieri ritenuti una minaccia. Ha annunciato la volontà di rafforzare i mezzi a disposizione della giustizia e delle forze di sicurezza.

Quali sono state le conseguenze a lungo termine sulla sicurezza nazionale e internazionale?  Ci sono stati, nella Sua personale opinione, errori nell’azione?
“Si tratta dell’implementazione di un modello di controllo/repressivo maggiormente aderente a quello promosso dagli Stati Uniti successivamente all’attentato alle Torri Gemelle, in seguito al quale si è esteso un dibattito in merito alla compatibilità con i sistemi democratici occidentali di pratiche, per così dire, ad eruendam veritatem. Stiamo assistendo ad un progressivo distacco da ideali tradizionalmente più garantisti dei diritti umani, che hanno sempre visto la loro rappresentazione più emblematica nella Costituzione francese. Da un’analisi delle conseguenze a lungo termine si può riscontrare la miopia di tale modo di combattere il terrorismo e la totale assenza di politiche in materia di integrazione e di programmi di prevenzione della radicalizzazione o di deradicalizzazione, le uniche che possono davvero contrastare e sconfiggere in modo definitivo la narrativa jihadista”. Risulta doveroso precisare che le stragi francesi possono essere inquadrate nelle azioni del “neo-Itjihad radicale”. Tali attacchi terroristici sono stati strutturati da cittadini francesi nati e vissuti nelle Madras che grazie all’utilizzo dello strumento digitale per eccellenza – internet – si sono auto-radicalizzati ed hanno da sé trovato armi e mezzi.”

Qual è il legame esistente tra terrorismo e Internet? Quali sono i rischi che uno stato democratico come la Francia può incontrare in caso di cyber crime?
“È noto come l’evoluzione del mondo digitale abbia moltiplicato esponenzialmente non solo le forme di reclutamento, ma anche le possibilità di addestramento a distanza e la fornitura di armi. Sono inoltre aumentate le forme di finanziamento non tracciabile, basti pensare all’enorme utilizzo delle criptovalute. L’accelerazione dello sviluppo tecnologico, di recente coadiuvata senza dubbio dalle restrizioni all’interazione fisica dovute al contesto pandemico, ha permesso la diffusione su larga scala della connessione a internet e di strumenti che, utilizzati congiuntamente, consentono di simulare un insieme potenzialmente infinito di mondi paralleli entro cui i soggetti possono muoversi attraverso degli alter ego virtuali (avatar): il Metaverso. Tra i frequentatori di questo universo ancora in fase di definizione, la fascia d’età maggiormente rappresentata è quella preadolescenziale e adolescenziale, che coincide con la porzione di popolazione più sensibile alle narrative estremiste. I giovani si sono ritrovati a lungo in una situazione di isolamento sociale e sono stati inondati da materiali propagandistici presenti in una rete contaminata, tramite la quale è facile vincere ogni sorta di esitazione e al cui interno hanno la possibilità di giocare un ruolo e identificarsi in qualcosa”.

Gli attentati terroristici di Parigi hanno scosso la Francia e il contesto internazionale.  Nel corso delle elezioni e delle scintille tra Macron e Le Pen, nello scenario attuale, colpito anche dalla guerra in Ucraina, quali sono, se presenti, ipotetici rischi di una presenza terrorista-criminale sul territorio francese nonché per l’Unione Europea?
“L’aumento del consenso ottenuto da Marine Le Pen e dal Rassemblement National – da lei presieduto – è la naturale conseguenza di un malcontento popolare derivato anche dalla fallimentare politica di gestione del pericolo rappresentato dal terrorismo islamista. Siamo in un’epoca di estremizzazione delle posizioni, di scontentezza verso l’Europa e di rifioritura di movimenti nazionalisti. La crisi internazionale derivata anche dalla guerra in Ucraina sta favorendo divisioni che portano ad una polarizzazione ideologica, che si riflette anche al di fuori del fronte. L’opinione pubblica esige uno schieramento netto e non ammette vere analisi che affrontino in modo oggettivo cause e conseguenze; si è difatti alla costante ricerca di un nemico e ciò non può far altro che favorire l’avvicinamento a posizioni estreme, tra le quali il radicalismo islamista non sta più ricevendo l’attenzione necessaria e potrebbe trarre giovamento dall’attuale situazione per evolversi e diffondersi in nuove forme”.

Approccio Europeo ed aspetti sociologici
In Europa prevale l’approccio giudiziario-repressivo al fenomeno del terrorismo, trattando tutte le sue forme con le stesse armi (non facendo ad esempio una distinzione tra terrorismo politico ed ideologico). Quali sono i limiti di tale approccio? Cosa risponde un criminologo?
“La lotta al terrorismo passa anche (e soprattutto) attraverso lo sviluppo e la promozione di politiche sociali che aboliscano il concetto di “integrazione” intesa quale mera accettazione di un fenomeno “estraneo”. Dobbiamo renderci consapevoli di un’irreversibile multiculturalità ormai insita nel nostro Paese e in tutto il territorio europeo, che abbiamo il dovere di proteggere affinché diventi un efficace strumento per la lotta contro il crimine. I giovani musulmani europei (seconde o terze generazioni di migranti), attraverso ritorni periodici nella patria d’origine, potrebbero inoltre veicolare comportamenti e attitudini intellettuali acquisite nel paese di residenza, assumendo un ruolo sempre più importante nell’evoluzione complessiva dell’Islam, in un’ottica di costruttivo confronto.

È imprescindibile inoltre investire nella redazione di protocolli di prevenzione e di de-radicalizzazione, condivisi a livello nazionale, i quali porterebbero a molteplici vantaggi. Anzitutto, i costi di simili interventi sono molto più contenuti dei costi che lo Stato dovrebbe sostenere per investigazioni (comunque in parte necessarie per il monitoraggio dei beneficiari dei programmi), iter giudiziari e detenzioni prolungate. Questo tipo di azioni consentirebbe inoltre di recuperare soprattutto soggetti la cui radicalizzazione può essere imputata a errori e falsi miti di gioventù, evitando che ciò si tramuti, col tempo, in tragiche e irrevocabili scelte di vita. Una tematica molto delicata appare invece la scelta delle comunità musulmane a cui fare riferimento, senza le quali i programmi di de-radicalizzazione avrebbero scarse possibilità di successo.
Non sembra vi sia ragione di credere, considerata la dimestichezza degli adolescenti nell’uso di strumenti informatici e il periodo di isolamento sociale causato dall’emergenza Covid-19, che il coinvolgimento di minorenni nella propaganda terroristica, come nel caso di Trieste trattato, si limiti ad accadimenti isolati.
Risulta quindi importante poter attivare con urgenza, fin dalle prime fasi del procedimento penale, dei percorsi di uscita e avere la possibilità di adeguare gli interventi allo specifico caso individuale, strutturandoli in percorsi educativi personalizzati, anche se basati su principi comuni.
Nonostante programmi come quello saudita siano, di fatto, difficilmente applicabili tout court in Europa, gli stessi possono rappresentare un modello di partenza da studiare e da utilizzare per costruire un’azione comune da adattarsi alla realtà occidentale, favorendo specialmente lo sviluppo degli interventi in area penale esterna”.
Attualmente la commistione tra tematiche criminologiche apparentemente distanti è emersa come uno strumento di indagine irrinunciabile al fine di predisporre nuovi modelli preventivi.”

Quanto conta e come strutturare il focus analitico investigativo da dedicare alle seconde generazioni, agli effetti del reclutamento terroristico, al traffico ed al consumo di sostanze stupefacenti ed alle dinamiche proprie del processo migratorio?
“I giovani islamici – pur vivendo in Europa – spesso portano dentro di sé un insuperato problema di integrazione che affonda le sue radici nella necessità di non tradire la cultura d’origine e che viene accresciuto da una forma di disagio endemico (diffuso nella moderna cultura occidentale), spesso determinato da un’assenza di valori, subendo una sorta di splitting culturale ed emotivo. Questo percorso interiore li spinge ad aggregarsi al fine di condividere il loro disagio, sposando idee radicali che diventano il detonatore per lo sviluppo di un’aggressività paranoica la quale può sfociare, talvolta, nell’antisocialità. Le Strain Theories, sviluppate negli USA a partire dagli anni ’60, si sono focalizzate sull’importanza delle “mete” nella vita psichica di una persona, in rapporto con il contesto sociale. Il concetto di “anomia” pone in rilievo proprio la discrepanza esistente tra mete e mezzi. Da una società complessa, contraddistinta dalla relativizzazione dei valori e dalla mancanza di una memoria storica, derivano personalità sempre più fluttuanti e tendenti ad uno stato di frustrazione esistenziale. Si crea così un vuoto interiore che necessita di essere colmato e ciò avviene, talora, attraverso l’adesione a ideologie estreme.

La trasmissione religiosa, scontata nei paesi d’origine, diventa assai più complessa in emigrazione. Le prime generazioni di immigrati sono musulmane in ragione del loro paese d’origine, che ha trasmesso loro un’identità ben precisa. I figli, invece, sono alla ricerca di un’identità religiosa che né l’etnia di appartenenza né il paese d’origine dei loro padri sono in grado di fornire in modo esaustivo, molte volte anche a causa di limiti linguistici riscontrabili nello studio del testo sacro (soprattutto per i musulmani non appartenenti a popolazioni arabe). In un certo senso, molti musulmani di seconda generazione percorrono, per motivi di distacco progressivo dall’Islam dei padri, una sorta di percorso di conversione e di risocializzazione islamica, il quale può seguire anche vie inedite e differenti dalla “naturale” trasmissione religiosa, che passano attraverso rotture e contrapposizioni, abbandoni più o meno traumatici e recuperi più o meno radicali (alcune volte anche deviati)”.
Interessante è il lavoro del Center for Strategic and International Studies (CSIS), che ha compiuto uno studio sul processo di radicalizzazione, arrivando a distinguere diversi elementi che possono portare l’individuo ad avvicinarsi al mondo del terrorismo: la presentazione delle idee radicali, poste come filtro per comprendere la realtà; i fattori sociologici, che spingono l’individuo a condividere le suddette idee; i fattori psicologici che portano il soggetto a ritenere che la violenza sia l’unico modo per poter promuovere i suoi ideali. Gli studi criminologici hanno cercato di dare una spiegazione al fenomeno della radicalizzazione partendo dai fattori macro-sociali.”

Nello scenario attuale, la “conversione” risulta maggiormente connessa alla sfera individuale, a quella collettiva o tra le due vi è un legame indissolubile?
“È necessario focalizzarsi sulle condizioni esistenziali in cui versano molti gruppi di giovani emarginati che abitano le periferie delle grandi città europee, dalle quali statisticamente provengono la maggior parte dei c.d. lupi solitari e dei foreign fighters. Essi manifestano una palese difficoltà ad interiorizzare le norme che regolano il vivere civile, schierandosi contro la società in cui vivono con il proposito di distruggerla. La scelta terroristica può simboleggiare la conseguenza estrema di un disagio profondo, che evolve in forme di efferata violenza. La scelta terroristica può risultare espressione di un disagio profondo originato da un’assenza di valori tipica delle società post-moderne occidentali e che, pur essendo condiviso da molti giovani, va a combinarsi con problemi di integrazione e sentimenti di odio nei confronti del sistema in cui vivono. L’odio, combinandosi con idee assolutiste di cieca obbedienza al Credo Islamico e di adesione integralista alla shari’a, psicologicamente assume i connotati di una razionalizzazione interna idonea a giustificare azioni brutali. Non sarebbe corretto parlare di patologia mentale in senso stretto. Tali individui possono definirsi come “antisociali”, in quanto sviluppano delle personalità che li spingono a non rispettare le norme, ad essere in conflitto con l’autorità, a non sentire la colpa e ad essere insensibili verso il dolore altrui. Non mostrano alcuna forma di empatia verso le vittime, che non sono percepite come persone (de-umanizzate) e agiscono come freddi calcolatori, identificandosi solamente con il proprio gruppo di simili. La pseudospeciazione, sommata alla fede indiscussa verso leader dalla forte personalità, può attivare un atteggiamento acritico e l’adozione di comportamenti tipici del fanatismo violento. È evidente che ci troviamo nel mezzo di una “guerra psicologica”, che deve essere combattuta anzitutto in tale dimensione. I terroristi di matrice islamista c.d. homegrown, pur compiendo azioni definibili come mostruose, non nascono come dei mostri; nella maggioranza dei casi si tratta di ragazzi denotati da un problema di integrazione socioculturale che lascia dentro di loro un enorme vuoto. L’adesione a gruppi estremi interviene come la naturale conseguenza di una ricerca di valori condivisi in cui credere, valori che non hanno mai trovato all’interno della società occidentale in cui sono cresciuti. Sarebbe un errore pensare ai terroristi come a soggetti incapaci di intendere o di volere. Essi sono, in molti casi, caratterizzati da disturbi della personalità perfettamente riconoscibili, frutto di un disagio che, prima di ogni cosa, vivono nella loro mente e che deve essere trattato affinché non induca un soggetto all’acting-out”.”


Potrebbe interessarti:


Note

[1] M. Anselmi, N. Scremin, Il terrorismo, elementi di base.


Foto copertina: Manifestazione in Francia dopo gli attacchi a Charlie Hebdo nel 2015, David Ramos/Getty Images

Previous articleRidare dignità al parlamento
Next articleIl vaiolo delle scimmie (Monkeypox virus) preoccupa l’OMS
Carmelo Rosa
Dopo aver conseguito una Laurea Triennale in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Catania, ed aver frequentato e superato il Corso di Alta Formazione in Criminal Profiling della CSI Accademy, Carmelo Rosa ha acquisito una Laurea Magistrale in Sicurezza Internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma con voto 110/110 con lode, presentando una tesi intitolata: “Le Trattative Stato-Mafia. Dalla Prima alla Seconda Repubblica”. Attualmente è studente del Master di II livello in Analisi, Prevenzione e Contrasto della Criminalità Organizzata e della Corruzione tenuto dall’università di Pisa in collaborazione con le Università di Napoli Federico II, Palermo, Torino e con l’associazione Libera contro le mafie. I suoi interessi sono principalmente l’analisi storico-politica e la relativa minaccia contemporanea delle organizzazioni mafiose italiane e non.