La prima guerra del football

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Nella storica estate del 1969, oltre allo sbarco dell’uomo sulla Luna e al Festival di Woodstock, ci fu un altro evento importantissimo, ma troppo spesso dimenticato: la “Guerra del calcio”, che vide protagoniste El Salvador e Honduras.


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“Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”[1]: la massima, coniata da Arrigo Sacchi e utilizzata per circoscrivere i limiti dello sport più popolare al mondo, acquista significati che vanno al di là del semplice risultato di una partita se si rapporta alla cosiddetta “Guerra del calcio”, deflagrata nel corso dell’estate del 1969 tra El Salvador e Honduras, due piccole nazioni dell’America Centrale.
Il nome del conflitto venne dato dal giornalista Ryszard Kapuściński[2], corrispondente all’estero dal 1960 al 1981 per l’agenzia di stampa nazionale polacca Pap (Polska Agencja Prasowa).
Nel libro La prima guerra del football e altre guerre di poveri[3], Kapuściński raccoglie le sue esperienze da reporter negli anni che vanno dal 1960 al 1976, passati tra Africa, Centro e Sud America. Come si evince dal titolo, molta rilevanza viene attribuita al conflitto tra El Salvador e Honduras, vissuto in prima persona, trovandosi lì nei pochi giorni in cui si svolsero le ostilità.
Per capire perché i tre match che videro fronteggiarsi le due Nazionali tra l’8 e il 26 giugno assunsero dimensioni sociali e politiche, travalicando il mero aspetto sportivo, è doveroso ricostruire lo sfondo storico in cui essi furono disputati.
I rapporti tra El Salvador e Honduras erano tesi già dal XIX secolo per via delle rivendicazioni salvadoregne: dichiarato indipendente nel 1838, El Salvador aveva da subito lamentato l’esiguità del proprio territorio rispetto a quello honduregno, recriminando, inoltre, la mancanza di uno sbocco sull’Oceano Atlantico e, per quanto concerne la fascia costiera sul Pacifico, la sovranità dell’Honduras sul golfo di Fonseca, fondamentale crocevia nei traffici commerciali tra Nord e Sud America.
A complicare ulteriormente il quadro, ci fu l’intervento degli Stati d’Uniti d’America, che, nel 1960, promossero la nascita del Central American Common Market (Mercato Comune Centroamericano), un’area di libero scambio che comprendeva El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua e, dal 1962, Costa Rica[4]. In tal modo, gli Stati Uniti, garantendosi rapporti privilegiati con questi cinque Paesi, permisero alle proprie multinazionali di installare grandi piantagioni, specialmente di banane, in ampie distese di terra coltivabile, sfruttando manodopera a costi risibili.
Le stesse nazioni centroamericane traevano beneficio dalla situazione, in quanto, grazie agli investimenti statunitensi, potevano uscire dall’arretratezza agricola in cui si trovavano. Tuttavia, gli investitori, non controllati in maniera diretta dal governo americano, decisero di concentrare gran parte delle piantagioni negli Stati tecnologicamente più sviluppati.
El Salvador, il più avanzato tra i Paesi interessati, ebbe così i maggiori benefici, conoscendo un’impetuosa crescita economica e demografica, conseguenza diretta dell’abbattimento della mortalità, e diventando la seconda nazione più popolata dell’America centrale, dietro soltanto al Messico. Però, la ridotta superficie del territorio provocò un fortissimo aumento del tasso di disoccupazione, agevolato anche dal fatto che l’agricoltura, base dell’intero apparato economico salvadoregno, fosse in mano alle multinazionali straniere, conosciute come United Fruits[5], e a un ristretto gruppo di latifondisti locali, facenti capo a sole quattordici famiglie.
El Salvador, per evitare il collasso economico e le rivolte popolari, chiese aiuto al confinante Honduras, che, pur versando in condizioni di estrema indigenza, aveva molti chilometri quadrati di terre incolte. L’accordo tra i due governi fu ratificato con la Convenzione bilaterale sull’immigrazione del 1967, tramite la quale fu sancito che i cittadini salvadoregni avrebbero avuto diritto di residenza e di lavoro qualora avessero deciso di stabilirsi in Honduras. Emigrarono oltre 300.000 salvadoregni, scatenando la furibonda protesta dei campesiños (i braccianti) honduregni, scesi in piazza per manifestare il malcontento.
Rivelatasi un completo fiasco la riforma agraria del 1968, Oswaldo López Arellano, dittatore dell’Honduras dal 1963 con il decisivo appoggio degli USA, nell’aprile del 1969, attraverso l’Instituto Nacional Agrario (INA), ordinò sia la confisca delle terre sia l’espulsione di coloro che non erano nati in Honduras, compiendo un illecito internazionale per non aver rispettato la Convenzione del 1967 e rendendo ancora più infuocato il clima.
Alla luce dei molteplici interessi in ballo, appare chiaro come il calcio abbia rappresentato semplicemente il pretesto giusto per dare inizio al conflitto.
L’enorme tensione creatasi accompagnò le due Nazionali alle cruciali sfide valide per le qualificazioni al Mondiale del 1970 in Messico, primo Paese centroamericano a ospitare la massima kermesse calcistica. Insieme al Tricolor[6], la CONCACAF (organo amministrativo, organizzativo e di controllo del calcio del Nord e Centro America e dei Caraibi) poteva qualificare una seconda selezione al campionato del mondo. La formula prevedeva che le vincitrici dei rispettivi raggruppamenti della prima fase si affrontassero nelle semifinali, giocate su un doppio confronto di andata e ritorno. Un cinico sorteggio mise di fronte El Salvador e Honduras, accoppiando, dall’altra parte del tabellone, Haiti e Stati Uniti.
La gara d’andata, prevista l’8 giugno all’Estadio Nacional di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, fu animata dall’atteggiamento ostile dei tifosi honduregni, che prima impedirono ai calciatori salvadoregni di trascorrere tranquillamente la nottata precedente al match e poi tagliarono le gomme del pullman della Nazionale rivale. In un’atmosfera surreale, l’Honduras s’impose 1-0 con la rete decisiva di Leonard Wells a un minuto dalla fine.
Anche il ritorno del 15 giugno all’Estadio Nacional de la Flor Blanca di San Salvador, capitale di El Salvador, fu caratterizzato alla vigilia da gravi disordini di ordine pubblico, che portarono alla morte di un accompagnatore (di nazionalità salvadoregna) dell’Honduras, colpito mortalmente dai supporter locali durante una sassaiola. Per ragioni di sicurezza, i calciatori honduregni, rifugiatisi sul tetto dell’albergo che li ospitava, furono trasferiti nelle case dei connazionali residenti a El Salvador[7].
La sfida fu a senso unico, con i padroni di casa che travolsero 3-0 gli ospiti, ma a fare notizia furono i fischi all’inno honduregno e la bandiera strappata da parte di facinorosi salvadoregni, i quali aggredirono i pochi tifosi dell’Honduras giunti a San Salvador, causando due morti e centinaia di feriti.
Come se non bastasse, non essendo contemplato dal regolamento di allora il computo complessivo dei gol segnati, si dovette ricorrere a uno spareggio in campo neutro.
La sede prescelta fu l’Estadio Azteca di Città del Messico, dove il 26 giugno, al termine di una gara equilibrata, El Salvador vinse 3-2 dopo i tempi supplementari, guadagnandosi l’accesso alla finale contro Haiti, successivamente battuto, con conseguente prima storica qualificazione al campionato del mondo.
Nello stadio in cui avrebbero avuto luogo la “Partita del secolo” (1970, Italia-Germania Ovest 4-3) e il “Gol del secolo” (1986, Diego Armando Maradona in Argentina-Inghilterra 2-1), malgrado il dispiegamento di 5.000 poliziotti, le due tifoserie vennero a contatto, originando una vera e propria guerriglia urbana, allargatasi nelle zone limitrofe all’Azteca.
Gli scontri spinsero il governo honduregno a rompere definitivamente le relazioni diplomatiche con El Salvador, decretando, di fatto, l’inizio della guerra.
Dal 14 al 18 luglio, quando fu deliberato il “cessate il fuoco” da parte dell’OSA (l’Organizzazione degli Stati americani[8]), ci furono circa 5.700 morti, la maggior parte dei quali honduregni, 15.000 feriti e 50.000 sfollati.
La decisione del presidente e generale salvadoregno Fidel Sánchez Hernández di non seguire il diktat dell’OSA[9] comportò la condanna di El Salvador come “Stato aggressore”[10]. Le sanzioni economiche comminate dall’OSA velocizzarono il ritiro delle truppe salvadoregne, avvenuto il 5 agosto, e il ritorno allo “status quo ante bellum”.
Al contempo, l’OSA obbligò l’Honduras a reintegrare e risarcire i salvadoregni ingiustamente espulsi e a cessare la propaganda contro El Salvador.
Le relazioni tra i due Paesi sarebbero comunque rimaste complicate fino al Trattato di Pace del 30 ottobre 1980 e avrebbero trovato una parvenza di stabilità soltanto nel 1992, allorché la Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite[11], contribuì alla stipulazione di un nuovo trattato inerente i confini nazionali, con El Salvador che riconobbe la sovranità dell’Honduras sul golfo di Fonseca.


Note

[1] Giuseppe Picciano, Italiano, istruzioni per l’abuso, Editrice UNI Service, 2008, p. 13

[2] Nato a Pinsk nel 1932 (allora in Polonia, oggi in Bielorussia) e morto a Varsavia il 23 gennaio 2007

[3] Scritto nel 1978 ed edito in Italia nel 1990

[4] https://web.archive.org/web/20090304175023/http:/www.worldtradelaw.net/fta/agreements/cacmfta.pdf

[5] https://www.ilpost.it/pierotrellini/2019/07/13/la-guerra-del-calcio/

[6] Storico soprannome del Messico legato alla sua divisa da gioco, da sempre contraddistinta dai colori verde (maglia), bianco (pantaloncini) e rosso (calzettoni), gli stessi della bandiera nazionale

[7] https://elpais.com/diario/2009/07/20/deportes/1248040816_850215.html

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_degli_Stati_americani

[9] La sera del 18 luglio Sánchez Hernández, in attesa di nuovi mezzi bellici provenienti dagli USA, affermò la volontà di continuare l’occupazione in Honduras facendo leva sul disonore determinato dall’espulsione dei suoi connazionali. È rimasto celebre il seguente passaggio del proclama: “Noi difendiamo i valori morali dell’umanità e della civiltà. Com’è possibile che un uomo possa tranquillamente camminare sulla superficie della Luna, ma non possa, a causa della sua nazionalità, percorrere senza pericolo i marciapiedi dell’Honduras?”

[10]https://web.archive.org/web/20140201230957/http://www.latribuna.hn/2013/07/14/la-guerra-de-1969-ensenanzas-y-valoraciones/

[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Corte_internazionale_di_giustizia


Foto copertina:Juan Francisco “Cariota” Barraza cade sul suo portiere, Gualberto Fernández. Honduran José Enrique “la Coneja” Cardona attacca. Sullo sfondo osserva l’arbitro peruviano Arturo Yamasaki. Foto / file GPL


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Stefano Scarinzi

Nato a Benevento e cresciuto a Vitulano (BN), dopo il diploma di maturità classica al Liceo "Pietro Giannone" di Benevento, ho conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Napoli "Federico II".
Attualmente, presso lo stesso ateneo, sono iscritto al corso di laurea magistrale in Filologia Moderna.
Da sempre sono grande appassionato di sport, soprattutto di calcio, non solo da semplice spettatore, giocando come portiere nei campionati dilettantistici campani.

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