Il nuovo Governo di Unità Nazionale inizia il suo percorso dopo il riconoscimento, l’obiettivo è riuscire in pochi mesi a portare i libici al voto entro la fine del 2021. “In una transizione che di per sé ha delle sfide enormi, quella elettorale è una delle principali – ma non è una missione impossibile”.


 

Pasquale Ferrara. Diplomatico di carriera, attualmente è inviato speciale del Ministro per la Libia. Ha svolto incarichi in Algeria, Santiago del Cile, Atene, Bruxelles, Washington.

“Realista ma fiducioso”, è così che l’inviato speciale del ministro degli Affari Esteri Pasquale Ferrara riassume il suo approccio alla delicata fase di transizione recentemente avviata in Libia. “Quello in cui ci troviamo non è un punto di arrivo ma di partenza, bisogna essere cauti ma pronti a guardare al domani con rinnovata speranza”.
Dopo quattro anni trascorsi ad Algeri come ambasciatore, Ferrara è stato designato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio a rappresentare l’Italia e ad assistere il processo verso la creazione di uno Stato unitario, sovrano e democratico.[1] Missione tutt’altro che semplice in un contesto fragile e incerto come quello libico, per il quale è necessario “un approccio olistico, che non si limiti solo a questioni di sicurezza”. Tre sono le macroaree su cui si basa l’operato dell’inviato: istituzioni, economia e cooperazione.

Cessate il fuoco, nuovo governo ed elezioni

Abdul Hamid Dbeibeh è il nuovo volto istituzionale della Libia in transizione: è stato infatti eletto come primo ministro all’interno del forum per il dialogo politico libico, tenutosi a Tunisi e creato a seguito della risoluzione n2510 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.[2] A dieci anni dall’inizio del conflitto, il cessate il fuoco firmato a Ginevra nel febbraio 2020 ha dato inizio ad un dialogo più strutturato tra le due fazioni principali: il Governo di Accordo Nazionale (GNA – riconosciuto internazionalmente) che mantiene il controllo della Tripolitania ad Est, e l’Esercito Nazionale Libico (LNA), stanziato in Cirenaica e in gran parte dei territori della Libia orientale e centrale.[3]

Ma il risultato più importante è stato conseguito in casa, con l’approvazione – tutt’altro che scontata – all’unanimità del Governo di Unità Nazionale, frutto di “negoziati che si sono protratti fino all’ultimo affinché tutti si sentissero rappresentati in questa compagine di unità nazionale”. L’obiettivo di Dbeibeh e dei suoi 27 ministri è quello di portare il paese al voto per il 24 dicembre 2021, data “simbolica di rinascita, ricorrenza dei settant’anni trascorsi dall’indipendenza”.

Sulle modalità per raggiungere quest’obiettivo, Ferrara ricalca da un lato l’impegno dimostrato dai vari attori istituzionali coinvolti: l’Alto Consiglio di Stato di stanza a Tripoli, la Camera dei Rappresentanti situata a Tobruk e il Comitato Militare Congiunto “5+5”, formato da cinque alti ufficiali dell’Est e cinque dell’Ovest, considerato il vero artefice del cessate il fuoco.
Dall’altro considera le carenze strutturali: per portare i libici al voto per la data prevista però bisogna partire da una base giuridica, programmatica e logistica; a tal proposito sono state create una Commissione Costituzionale e una Giuridica, considerate di importanza fondamentale perché servono a “creare la base giuridica per un processo elettorale libero e giusto. È ancora in fase di dibattito la modalità con cui avverranno le elezioni e gli strumenti da adottare affinché vengano rispettati i diritti di voto e partecipazione di tutti i cittadini libici”.

Sicurezza e migrazioni

La frammentazione subita dalla Libia in questi anni ha portato alla strutturazione di centri di potere in diverse aree del paese, controllate in maggioranza da milizie più o meno integrate all’interno delle due principali fazioni. Secondo Ferrara, “anche nella questione securitaria l’unica arma è la politica: l’unificazione dell’esercito, la creazione di un corpo di polizia sono sfide fondamentali che possono essere raggiunte solo attraverso la negoziazione e la cooperazione.”
Un chiaro ostacolo all’unificazione delle forze armate e alla creazione di corpi di sicurezza è la presenza di gruppi di mercenari, intervenuti nella fase acuta del conflitto, e la presenza di contingenti stranieri, che prima o poi dovranno abbandonare lo scenario libico.[4]

Queste precondizioni rendono il contesto libico difficile da trattare con i canonici programmi di disarmo, smobilitazione e reintegro (DDR) e particolarmente spinoso per una riforma strutturale del settore di sicurezza (SSR), programmi di solito facilitati dalle Nazioni Unite, da altre organizzazioni internazionali o da singoli Stati. Per quanto riguarda le Nazioni Unite, esse sono presenti sul campo con una missione di supporto alla transizione politica in Libia (UNSMIL)[5], tuttavia “si prevede l’avvio di un’ulteriore missione di monitoraggio del cessate il fuoco che in principio potrebbe raggiungere il massimo di 60 unità ma di natura quasi esclusivamente civile” a sostegno del Comitato Militare Congiunto “5+5”, che deterrà la “proprietà” e la guida dell’intero processo.

La complessità della situazione richiede un approccio comprensivo che si occupi di due grandi temi connessi: il controllo del territorio e il controllo delle frontiere, inseriti nel più ampio fenomeno multi-vettoriale delle migrazioni. “È chiaro che finché non si avranno delle forze di sicurezza unificate il problema sarà affrontato in maniera parziale, considerato che la Libia, come altri paesi della regione, è un paese prevalentemente di transito – mentre le condizioni di violenza e povertà endemica del Sahel permangono.”

La speranza è che la creazione di un nuovo governo porti anche ad un cambio di rotta nella gestione dei flussi migratori: meno securitaria e più improntata al rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni di Ginevra sullo status di rifugiato.[6] Sulla vicenda degli infausti campi di detenzione[7], degli accordi con la guardia costiera libica e sulle sistematiche violazioni dei diritti di donne e uomini che tentano la fuga verso l’Europa, Ferrara sottolinea il cambiamento di posizione dell’Italia e una revisione degli accordi stipulati in materia nel 2017.

Abbiamo proposto il superamento del concetto stesso di centro di detenzione, questo anche in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM ndr); possono esserci dei centri di smistamento, centri di prima accoglienza, ma il concetto di centri di detenzione alle migrazioni non ha ragion d’essere, su questo siamo stati molto chiari”, aggiungendo che la direzione in cui ci si pone l’obiettivo di procedere è quella del capacity building, ovvero la formazione dei reparti affinché “vi sia un controllo effettivo ed efficace corredato da attività di Search and Rescue[8] e una formazione sugli aspetti umanitari di questa situazione, che vada ben oltre il fornire delle motovedette”.

Transizione energetica e cooperazione italo-libica

L’altra – enorme – sfida che il nuovo assetto libico dovrà affrontare è quella del settore energetico. Se Gheddafi aveva fatto dello Stato un complesso schema di rapporti clientelari e di distribuzione selettiva dei proventi della vendita di idrocarburi per mantenere saldo il consenso, “il nuovo governo dovrà puntare a trovare una chiave per tentare di garantire un’equa distribuzione dei proventi e spingere per una transizione energetica che includa lo sfruttamento di fonti rinnovabili”.

L’inviato speciale sottolinea la duplice importanza delle fonti rinnovabili, da un lato considerando l’avanzamento tecnologico e l’impatto ambientale e dall’altro perché “contengono un elemento di democrazia.
L’energia solare, ad esempio, consente a piccoli municipi di rendersi in qualche modo autonomi, grazie anche al contributo di impianti di energia solare consegnati nel sud della Libia tramite progetti di cooperazione con l’Italia.”[9]

Tale ottica è in linea con l’intenzione del primo ministro di creare un’unità nazionale senza tralasciare la natura policentrica della Libia.

Nel campo degli idrocarburi, resta salda la presenza dell’Eni, nonostante i recenti attacchi subiti agli impianti nell’area di Mellitah, a circa ottanta km da Tripoli[10], i cui accordi sono di importanza strategica nei rapporti commerciali Italia-Libia.

Per quanto si limitino quasi al settore energetico, si auspica un allargamento sia degli scambi commerciali che di cooperazione tra i due paesi, coadiuvata da una stabile presenza politica. Per quanto meno preponderante di Russia e Turchia – tra i principali attori in Libia – sembra comunque che l’Italia abbia un margine di influenza e di azione in campo politico, economico e culturale, come dimostrato dalle reciproche visite ministeriali. Ferrara sottolinea che degli accordi sono già pronti – sotto forma di memorandum di intesa – da proporre al Governo di Unità Nazionale per avviare una cooperazione più strutturata nel prossimo futuro.

Prospettive

“Siamo stati abituati non solo con la Libia ma anche con altri paesi a trattare le vicende di questi popoli attraverso un triplice prisma securitario: la sicurezza migratoria, la sicurezza energetica e la sicurezza tout court”. Tuttavia, non è questa l’unica maniera che guida l’approccio di Ferrara, che spinge per l’adozione di un approccio cauto ma pronto a mettere in atto iniziative che guardino oltre la dinamica securitaria.

Fondamentale l’inclusione e la partecipazione politica trasversale della società, tenendo in considerazione non solo i grandi attori politici e geopolitici ma anche gli invisibili, o i cosiddetti “grandi dimenticati” – i cittadini sulla cui pelle avvengono i cambiamenti. “Siamo nel momento di transizione per definizione: è necessaria una prospettiva di futuro che ci possa aiutare a gestire meglio il presente”.


Note

[1]https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2021/01/nota-farnesina_3.html
[2] Per il testo della risoluzione consultare https://digitallibrary.un.org/record/3850557
[3] https://news.un.org/en/story/2020/10/1076012
[4] https://www.limesonline.com/carta-libia-spartizione-turchia-russia-wagner-tripoli-cirenaica-sirte/122612
[5] https://unsmil.unmissions.org/
[6] https://www.unhcr.org/1951-refugee-convention.html
[7] https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/06/28/libia-centri-di-detenzione-msf
[8] “Ricerca e soccorso” oppure “ricerca e salvataggio”, dall’inglese “Search and Rescue”, con il quale si intendono le operazioni di soccorso effettuate con mezzi navali o aerei, ad esempio dopo la segnalazione di un naufragio o di una barca in avaria per le avverse condizioni meteomarine. Definizione tratta da: http://www.parlarecivile.it/argomenti/immigrazione/sar.aspx
[9] https://www.ilsole24ore.com/art/libia-e-tunisia-miniera-solare-l-italia-ADQ1wvVB
[10] https://www.ilpost.it/2021/04/08/libia-impianto-mellitah-eni-assediato/


Foto copertina: Il presidente del Consiglio, insieme al suo omologo Abdel Hamid Mohamed Dbeibeh, ha sottolineato che la creazione del nuovo governo di unità nazionale rappresenta “un momento unico per la Libia”.

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Roberto Renino
Classe 94, Roberto ha coltivato sin dall’adolescenza interesse per il Mediterraneo meridionale e orientale, dal primo soggiorno in Turchia grazie ad una borsa di studio Intercultura nel 2010. Tale interesse è stato approfondito attraverso la carriera accademica conseguendo la laurea triennale nel 2016 presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale in Lingue e Culture Orientali e Africane (studiando turco e arabo) e la laurea magistrale nel 2020 presso l’Università degli Studi di Torino in Scienze Internazionali – Middle East and North Africa Politics. Grazie ad una borsa di studio Erasmus+ ed una per ricerca tesi all’estero ha inoltre avuto la possibilità di soggiornare a lungo in Libano, conducendo ricerca sulla gestione dei rifugiati siriani e palestinesi e sugli effetti dello spill-over del conflitto siriano in Libano. Contemporaneamente ha coltivato la sua passione per il giornalismo pubblicando reportage e analisi per diverse agenzie e testate italiane.