La politica del containment

La politica del containment

Con il “Long Telegram”, un testo di ottomila parole destinato a diventare uno dei documenti più famosi della guerra fredda, George Frost Kennan analizza non solo le premesse alla base della politica estera di Mosca, ma suggerisce anche come Washington avrebbe potuto efficacemente fronteggiare le iniziative sovietiche. La politica del containment.


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La necessità di un nuovo grand design

La Seconda Guerra Mondiale ampliò a dismisura il gap di potenza tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. La superiorità statunitense, alla fine del conflitto, era netta e indiscussa. Al primato industriale e finanziario si combinavano quelli in campo tecnologico e militare, per non dimenticare la capacità attrattiva che il modello americano stava maturando nel corso degli anni.

Il grand design rooseveltiano poggiava sulla fiducia nella spendibilità politica e diplomatica di questo primato e rifletteva la consapevolezza che il conflitto aveva rappresentato uno spartiacque decisivo nella politica internazionale. Al contempo però esso rivelava la volontà di esercitare con cautela e circospezione il ruolo di guida che la storia stava assegnando agli Stati Uniti. Si basava anzi sulla convinzione che un ordine internazionale liberale potesse nascere e consolidarsi solo laddove gli USA fossero stati in grado di imporre consensualmente la propria leadership, cooptando altri soggetti -URSS in primis- nella sua gestione. Roosevelt proponeva un modello parzialmente wilsoniano, fondato sul riconoscimento dell’interdipendenza e della necessità di una gestione multilaterale del sistema internazionale, sull’importanza dell’ONU, ma anche sull’individuazione di una precisa gerarchia di potenza, con i quattro poliziotti coammministratori degli affari mondiali.[1]

Roosevelt riteneva che la collaborazione con l’URSS – cementata da comuni interessi geopolitici – sarebbe continuata anche nel dopoguerra; che la Gran Bretagna sarebbe stata in grado di esercitare il suo ruolo in Europa, bilanciando l’Unione Sovietica e cooperando con essa per la preservazione della stabilità; che gli altri paesi europei fossero disponibili ad accettare questo primato bipolare angli-sovietico sia il modello del laissez-faire parziale e moderato incarnato dagli accordi di Bretton Woods; che, infine, questo progetto di riorganizzazione del sistema internazionale riuscisse a raccogliere ampio consenso interno agli Stati Uniti. Tutti questi assunti si rivelarono in seguito infondati.

Harry Truman, divenuto presidente alla morte di Roosevelt nell’aprile del 1945, si trovò a percepire il comportamento sovietico ben diverso da quello che era stato fino a poco tempo prima. Il suo sforzo iniziale fu quindi quello di seguire la via tracciata dal grand design rooseveltiano ma dopo la resa incondizionata dei grandi nemici e la cessazione delle ostilità, venne meno proprio il collante di tutta la costruzione, la capacità di collaborazione e l’armonia fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Erano loro due i veri “poliziotti” mondiali, giacché la Gran Bretagna presto non sarebbe stata in grado di essere all’altezza del suo passato e la Cina si sarebbe dilaniata in una lunga guerra civile.  Dopo pochi mesi, nel gennaio del 1946, Truman poté fare il suo famoso sfogo: «I’m tired of babying the Soviets» (“Sono stanco di coccolare i sovietici.”)[2]

In realtà il presidente, irritato per le fumosità degli accordi di Jalta e deciso ad assumere un atteggiamento che mascherasse la sua insicurezza, non era mai stato tenero con i sovietici, di cui istintivamente diffidava.

Nel 1946 la situazione di stallo fra gli alleati si stava trasformando in diffidenza e ostilità reciproca: occorreva un nuovo grand design per affrontare il mondo del dopoguerra. Nel nuovo quadro di tensione che si venne a creare nel volgere di poco meno di un anno, gli Stati Uniti avrebbero dovuto rivedere la loro strategia. Partiti dal tradizionale e rooseveltiano “disimpegno” dall’Europa avrebbero dovuto riconsiderare la loro posizione, e soprattutto la loro presenza nel Vecchio continente: anzi, l’Europa diveniva il centro di una nuova strategia, l’area privilegiata in cui affermare la propria leadership mondiale.[3]

Il “Long Telegram” di George F. Kennan

A trovare una giustificazione a questo mutamento ci pensò George F. Kennan, funzionario dell’ambasciata statunitense a Mosca, destinato a diventare il principale analista della Guerra Fredda. 

Kennan stava dirigendo l’ambasciata di Mosca, in quel momento priva di ambasciatore, quando il Dipartimento inviò una richiesta di analisi interpretativa dei recenti discorsi “elettorali” di Stalin, con accento sul discorso di Stalin del 9 febbraio 1947 che aveva creato preoccupazione all’interno del Dipartimento di Stato.[4]  Il risultato fu il cosiddetto “Long Telegram”, un testo di ottomila parole destinato a diventare uno dei documenti più famosi della guerra fredda. In questo telegramma[5], contenente una valutazione della situazione politica nell’Unione Sovietica, Kennan spiega non solo le premesse alla base della politica estera di Mosca, cercando di immaginare su quali direttrici avrebbe potuto dispiegarsi l’azione di Stalin ma suggerisce anche come Washington avrebbe potuto efficacemente fronteggiare le iniziative sovietiche. Per l’autore, gli Stati Uniti devono riconoscere ed analizzare in modo oggettivo la natura della minaccia sovietica, senza farsi condizionare da reazioni emotive e da atteggiamenti irrazionali.

L’opinione pubblica degli Stati Uniti deve conoscere le potenzialità e gli obiettivi reali dell’Unione Sovietica. Il successo nella lotta contro la minaccia sovietica sarebbe dipeso dal vigore morale, dalla solidità economica e sociale della società americana: “Il comunismo mondiale è come un parassita maligno che si nutre solamente di tessuti malati.” Gli Stati Uniti devono esercitare un ruolo propositivo nei confronti degli altri paesi occidentali sui piani e le azioni da intraprendere per conseguire la pace e la sicurezza internazionale.[6] Era importante che gli Stati Uniti avessero coraggio e fiducia in loro stessi e nei loro valori.

Kennan, in una maniera apparentemente molto precisa e “scientifica”, rilevava come l’Unione Sovietica desiderava evitare una guerra, ma il ritratto che ne faceva era comunque quello di un nemico implacabile e inevitabile.

La dottrina del “contenimento”

Ciò che gli Stati Uniti dovevano fare contro la potenza sovietica fu spiegato da Kennan in una conferenza del 17 settembre 1946, tenuta davanti a funzionari e personale del Dipartimento di Stato. In questa occasione egli affermò che gli Stati Uniti avevano un decisivo margine di vantaggio sugli avversari sovietici che avrebbe permesso loro “di contenerli sia militarmente che politicamente per un lungo periodo a venire.[7] 

Contenimento, era questa la parola chiave per Kennan.

Durante una lezione nel gennaio del 1947 al National War College sul modo di pensare dei sovietici e sugli effetti che ne derivavano per la politica estera, Kennan riprese il concetto già espresso affermando che “il problema di affrontare il Cremlino nelle questioni internazionali si condensa quindi in questo: le sue tendenze espansioniste devono essere sempre contenute con fermezza da una pressione contraria che renda costantemente evidente che i tentativi di sfondare questo contenimento sarebbero deleteri per gli interessi sovietici.[8]

Ma la fama di Kennan come autore della formulazione del “containment” è legata però a un suo saggio sui motivi del comportamento dei sovietici pubblicato con lo pseudonimo di “X” sull’influente rivista “Foreign Affairs” nel luglio del 1947.

Nel saggio egli affermava:

 […] In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica deve essere quella di un contenimento a lungo termine, paziente ma saldo e vigile, delle tendenze espansioniste russe. È importante notare, tuttavia, che una tale politica non ha nulla a che fare con l’isteria esteriore: con minacce o gesti sfuocati o superflui di “durezza esteriore […].[9]

Per l’autore l’unico modo per contenere la pressione sovietica contro le libere istituzioni dell’Occidente era “l’applicazione abile e attenta di una forza contraria in una serie di punti geografici e politici che si spostano in continuazione, in corrispondenza degli spostamenti e delle manovre della politica sovietica[…].[10]

Secondo le linee del “containment” tracciato da Kennan, la Russia considerava l’Occidente un nemico e intendeva esercitare una pressione costante per ridurne il potere. Se gli americani fossero stati in grado di contrapporre un sistema coeso, stabile e prospero, i sovietici non sarebbero riusciti a intaccarlo. In più “gli Stati Uniti hanno la possibilità di aumentare enormemente le condizioni di tensione sotto le quali la politica estera deve operare, di imporre al Cremlino un livello di moderazione e cautela molto più grande di quello che ha dovuto osservare negli ultimi anni, e in questo modo di stimolare tendenze che devono alla fine trovare il loro sfogo o nella disgregazione o nel graduale ammorbidimento del potere sovietico.[11]

Paradossalmente, Kennan criticò molto quella che a prima vista sembrava l’approvazione della dottrina del containment da parte del presidente, con quel discorso del 12 marzo 1947 davanti al Congresso che passò alla storia come “dottrina Truman”.  Qui il mondo veniva, con una brillante ed efficace mossa retorica, diviso in due:

[…] Nell’attuale momento della storia mondiale quasi tutte le nazioni debbono scegliere fra modi di vivere alternativi. La scelta non è troppo spesso libera. Un modo di vivere è basato sulla volontà della maggioranza ed è caratterizzato da istituzioni libere, governo rappresentativo, elezioni libere, garanzie di libertà individuale, libertà di parola e di religione nonché libertà dall’oppressione politica. Un secondo modo di vivere è basato sulla volontà della minoranza imposta con la forza alla maggioranza. Esso si fonda sul terrore e sull’oppressione, su una stampa e una radio controllate, su elezioni preordinate e sulla soppressione delle libertà personali. Io credo che la politica degli Stati Uniti debba essere quella di sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di soggiogarli da parte di minoranze armate o da pressioni esterne. Credo che noi dobbiamo assistere i popoli liberi a costruirsi il loro destino secondo la loro volontà. Credo che il nostro aiuto debba anzitutto avvenire attraverso il sostegno economico finanziario che è essenziale alla stabilità economica e a un processo politico ordinato. […]  I semi dei regimi totalitari sono alimentati dalla miseria e dal bisogno. Essi si diffondono e crescono sul suolo malvagio della povertà e della contesa. Essi raggiungono il loro pieno sviluppo quando la speranza di un popolo in una vita migliore è morta. Noi dobbiamo mantenere in vita tale speranza. I popoli liberi del mondo guardano a noi per aiuto nel mantenere le loro libertà.  Se noi veniamo meno alla nostra funzione di guida, possiamo mettere in pericolo la pace del mondo e metteremo sicuramente in pericolo il benessere di questa nazione.  Grandi responsabilità ci sono state addossate dal rapido sviluppo degli eventi. Sono sicuro che il Congresso affronterà con fermezza queste responsabilità.[12]

Si trattava della prima dichiarazione formale da parte del governo che gli Stati Uniti avevano preso coscienza della natura del potere sovietico e della sua volontà di espansione e che erano decisi a esercitare una egemonia mondiale in grado di fronteggiare i sovietici con mezzi soprattutto economici e finanziari.


Note

[1] Mario Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2006 (Roma-Bari: Laterza, 2008)

[2] Harry Truman, Memoirs. Year of Decisions, Doubleday, Garden City (N.Y.) 1955.

[3] Paolo Bertella Farnetti, George Kennan e la divisione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

[4] Il discorso di Stalin fu interpretato come una dichiarazione di incompatibilità fra comunismo e capitalismo. Kennan però, nell’inviare il testo del discorso a Washington, non sottolineò questo aspetto minaccioso. Vedi U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1946, VI, p. 695.

[5] Kennan suddivise gli argomenti in cinque paragrafi: 1. Le caratteristiche essenziali della visione sovietica relativa al dopoguerra. 2. Il background di questa visione. 3. La sua traduzione nella pratica politica a livello ufficiale. 4. La sua traduzione a livello non ufficiale. 5. Deduzioni utili dal punto di vista della politica degli Stati Uniti.

[6] Moscow Embassy Telegram 511: “The Long Telegram”, 22 febbraio 1946, in FRUS, 1946, VI, pp. 696-709.

[7] George F. Kennan, Memoirs, cit., p. 304

[8] George F. Kennan, The Soviet Way of Thought and Its Effects on Foreign Policy, 24 gennaio 1947, Box 16, Kennan Papers (il corsivo è di Kennan); citazione anche in G. D. Harlow e G. C. Maerz (a cura di), Measures Short of War, cit., p. 128.

[9] “X”, The Sources of the Soviet Conduct, “Foreign Affairs”, 25, luglio 1947, pp. 566-82. 

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Ottavio Barié, Gli Stati Uniti da colonia a superpotenza, Mursia, Milano 1978, pp. 136-37.


Foto copertina: Kennan’s Insight Into the Russian Soul. The Moscow Times


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Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo, nata a Roma il 17 dicembre 1993, da madre romana e padre spagnolo naturalizzato basco. Fin da piccola ha convissuto con queste due culture.
Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Roma Tre nel marzo 2018.
Ha partecipato nel maggio del 2018 alla School “TERRORISMO: Analisi e Metodologie di prevenzione e contrasto” organizzata dalla SIOI e dalla NATO Defense College Foundation.

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