Le armi della propaganda della guerra in Ucraina.


 

Che la propaganda sia uno degli strumenti per fare guerra o conquistare il consenso è cosa nota (Goebbels ne è l’esempio). Fare propaganda e arrivare alle persone è diventato pane quotidiano ma farlo attraverso i social network durante una guerra è qualcosa di relativamente nuovo, ancora di più se la guerra è in Europa.
Potrebbero essere scritti volumi interi sulla propaganda russa (sovietica e putiniana), che, bisogna ammetterlo appare maldestra nelle ultime settimane, mentre è sorprendentemente efficace seppur semplice quella ucraina.
L’Ucraina punta a comunicare resistenza e a tenere alto il morale della sua popolazione e delle truppe, la Russia spettacolarizza, censura e disinforma.

Putin fa quello che ha sempre fatto: impone censura e fa circolare disinformazione. Non ha fatto però i conti con VPN (contro il blocco dei social network) e intelligenza della popolazione. La censura è facilmente aggirata, nonostante il controllo del Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa, 2012), le sue blacklist e la legge sulle fake news (2019). Quest’ultima legge lo scorso 4 marzo è stata modificata prevedendo fino a 15 anni di reclusione per chi condivide intenzionalmente “fake news” su questioni militari.
Il controllo sulle informazioni militari è stato attuato anche da Kyiv sia per quelle sulle truppe russe che per quelle ucraine. Dallo scorso 22 marzo è divenuto reato (fino a 8 anni di reclusione) fotografare o condividere informazioni durante la validità della legge marziale sullo spostamento o sulla posizione delle Forze Armate ucraine o dei militari internazionali che le assistono. La necessità di varare questa legge è nata quando un video sul social network TikTok che riprendeva alcuni veicoli militari ucraini aveva fornito sufficienti informazioni ai russi per sferrare un attacco.

In guerra, come in politica, l’informazione non è mai oggettiva e tutto diventa propaganda. Dai più espliciti cartelloni pubblicitari in Ucraina sostituiti con manifesti sulla disfatta russa (come quello che raffigura l’aquila imperiale russa decapitata) e bollettini di guerra ucraini che riportano solo i caduti russi alla più implicita propaganda insita nei video-comunicati di Zelens’kij. Quei video “fatti sul momento” e “tra un tentativo di sopravvivenza e un altro” sono in realtà più preparati di quello che si possa pensare. Questi raffigurano un leader che incarna la nazione che combatte, che si sacrifica come tutti i suoi compatrioti e che in una situazione così devastante è un uomo comune come loro. Un uomo che non ha tempo di indossare una giacca e cravatta per intervenire al Congresso statunitense, per cui è stato fortemente criticato dal repubblicano Schiff su Twitter (“I understand times are hard, but doesn’t the President of the Ukraine own a suit?”, “Capisco il momento difficile, ma il Presidente dell’Ucraina non possiede un completo?”). Il Presidente dell’Ucraina avrebbe potuto indossare un completo ma così facendo avrebbe perso il vantaggio che l’abbigliamento dà: comunica qualcosa su di sé, attira simpatie, crea familiarità e unità, rende riconoscibile. Dall’inizio dell’invasione Zelens’kij si è spesso mostrato con una maglietta a maniche corte di color verde militare come una persona normale, senza pretese, pragmatica, che incarna un momento in cui le formalità servono a ben poco. Il colore dell’indumento però ricorda molto quello indossato dai militari sotto le uniformi. Una connessione quella con le Forze armate e la resistenza che sono rafforzate da una croce che spesso compare al lato del petto su alcune di queste magliette: si tratta del simbolo delle stesse Forze armate ucraine, presente anche sulla maglietta di uno dei marinai che presso l’Isola dei Serpenti ha mandato na chuj (a f*****o) una nave russa. L’”uniforme” di un leader non è cosa nuova, basti pensare a quella scelta da Fidel Castro o da Mao. Anche Putin ne adotta una, ma se quella di Zelens’kij lo rende vicino alla popolazione, quella del Presidente russo lo separa di milioni di rubli dai suoi compatrioti. L’antitesi tra i due non potrebbe essere più netta, dato che in più occasioni Putin ha indossato indumenti di luxury brand ben al di là delle possibilità economiche di qualsiasi benestante. Ciò crea ancora di più un distacco tra una popolazione modesta e i suoi bisogni e un leader tanto agiato quanto assente e disinteressato alle sorti del suo popolo.

La propaganda russa si dimostra essere molto tradizionale nell’utilizzo di modalità di fruizione della (dis)informazione. È da notare che solo agli occhi di noi occidentali la propaganda e la disinformazione russe ci sembrano antiquate; non lo sono per una dittatura che emerge da una cultura che difficilmente potremmo comprendere in pieno, fatta di simboli, patriottismo ed eredità sovietiche.

Non basta quindi citare la censura che ha portato alla chiusura di emittenti russe e straniere e alla presenza di canali televisivi pro-governo, propagandistici e disinformativi. È il caso di Zvezda TV di proprietà dell’attuale Ministro della Difesa russo e successore del quotidiano delle forze armate sovietiche Krasnaja zvezda (Stella rossa). Si tratta di un palinsesto che fornisce quasi prevalentemente informazione di carattere militare e politico che è stato più volte smascherato per fake news al limite dell’assurdo. Sull’Ucraina nel periodo 2016-2017, quindi disinformazione e propaganda non solo recente ma iniziata e programmata da anni, è stato detto che le passate lotte fratricide in Ucraina erano in realtà volute dall’Occidente per liberare il territorio dalla sua popolazione e sistemarvi rifugiati e che la creazione di un regime UE-Ucraina senza visto renderà la seconda una colonia gay dell’Occidente. Ancora si accusò l’Ucraina di possedere e inviare armi chimiche attraverso Mariupol al Medio Oriente e di averle anche utilizzate in Dombass.

Uno degli attuali simboli invece della spetsoperatsija (operazione speciale) russa è l’utilizzo delle lettere “Z”, “O” e “V”, inizialmente per distinguere i mezzi russi e che solo successivamente, in particolare nel caso della lettera “Z”, sono state collegate a un significato. La lettera “Z” (traslitterazione della lettera cirillica “З”) è stata associata alle espressioni “запад” (zapad, ovest) indicante, secondo alcuni, la direzione presa dai mezzi, “за победу” (za pobedu, per la vittoria) o “за мир” (za mir, per la pace). In Russia oggi questa lettera la si può trovare su auto, cartelloni pubblicitari della metro, social network, magliette, marchia le porte delle abitazioni degli oppositori alla guerra, è circolata addirittura una fotografia di un gruppo di bambini oncologici disposti a formare una “Z” nel cortile innevato dell’ospedale in cui sono ricoverati. Più recentemente questo simbolo ha acquistato una colorazione particolare: si tratta di un motivo a strisce nero e arancione, proveniente dall’Ordine di San Giorgio, encomio militare dell’Impero russo. L’adozione di questi colori come simbolo nazionalista risale dapprima al 2005 quando il sito web di informazione RIA Novosti li utilizzò per un progetto sulla Seconda guerra mondiale e successivamente nel 2007 durante le proteste estoni e ancora nel 2014 per la Crimea.

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La propaganda non solo si lega a elementi nazionalisti ma fa un salto nel passato stringendo un legame con la mai dimenticata storia sovietica. Il giorno in cui Putin ha tenuto il discorso sul riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni separatiste di Donetsk (DNR) e Lugansk (LNR) è avvenuto alla vigilia del 23 febbraio, Giorno del Difensore della Patria. Questa giornata nasce nel 1922 con il nome di Giornata dell’esercito sovietico o Giornata dell’Armata rossa. Lo scorso 23 febbraio ricorreva il 100° anniversario della fondazione dell’Armata rossa, di cui l’attuale esercito russo è successore. È più che giusto ipotizzare che questa scelta voglia segnare un continuum con la storia sovietica ma allo stesso tempo di volerla revisionare. Sostanzialmente il concetto di Difensore della Patria in connessione con il conflitto in corso può essere letto sotto tre punti di vista non escludibili tra loro: (1) difesa e protezione contro la minaccia ucraina e occidentale, (2) libertà dei russi etnici oltre il confine della Federazione e (3) riappropriazione dei territori sovietici ingiustamente ceduti: il tutto facendo leva sui sentimenti patriottici russi da un lato e dall’altro del confine con l’obiettivo di dare risalto e amplificare, quasi innalzare al volere del destino, il valore della vicenda.

Un ultimo elemento della propaganda russa sull’operazione di denazificazione in Ucraina è stato il cartone animato “Vanja e Kolja”[2], che va, come indicato in sovraimpressione, mostrato ai propri figli. Vanja e Kolja sono due buoni amici e compagni di banco e il primo difende sempre il secondo da chiunque voglia fargli del male. All’improvviso però Kolja decide di trasferirsi in un’altra classe e farsi chiamare Mikola. Vanja è tranquillo perché sa che ciò non lo allontanerà da Kolja. Quest’ultimo però fa nuove amicizie e inizia a picchiare con un bastone due suoi vecchi compagni di classe. Vanja rimprovera Kolja che non smette, finché non perde la pazienza e decide di prendere e spezzare il bastone di Kolja affinché non picchi più nessuno. I nuovi amici di Kolja iniziano a inveire contro Vanja accusandolo di essere cattivo. Vanja cerca di difendersi dicendo di non aver mai picchiato Kolja ma che lo ha solo privato del bastone per impedirgli di fare del male. Nessuno però ascolta Vanja perché Kolja continua a gridare accusandolo di averlo picchiato.
Il cartone sembrerebbe un comune intrattenimento per bambini se non fosse che i protagonisti indossano degli indumenti particolari. Vanja indossa una maglietta raffigurante la bandiera russa mentre Kolja quella ucraina, quest’ultima raffigurata con le due bande di colore invertite (sic). Allo stesso modo i nuovi amici di Kolja sono gli USA e la Germania, mentre i due vecchi compagni di classe (classe in cui sono ancora con Vanja – Russia – e che Kolja ha lasciato per una diversa – composta dai Paesi occidentali) sono Donetsk e Lugansk.

Inoltre, alcuni elementi del cartone sono, data l’associazione dei personaggi ai diversi Stati, interpretabili alla luce di una serie di eventi legati all’attuale conflitto. Il bastone di Kolja che Vanja prende e rompe non sono forse le armi nucleari sul suolo ucraino da cui la Russia deve difendersi? La scelta di Kolja di farsi chiamare Mikola non è forse riferita all’allontanamento ucraino dalla Russia in termini linguistici?

Per allontanamento linguistico dalla Russia si intende ciò che è stato realizzato attraverso un percorso legislativo da i passati Presidenti ucraini. Nel 2012 Janukovič aveva creato il concetto di lingua regionale (parlata da una minoranza superiore al 10% di un dato territorio, regione o città), il russo aveva quindi assunto questo status, nonostante invece fosse predominante in alcune zone. Questa legge era stata abrogata nel 2014 e dichiarata incostituzionale nel 2018. Il tutto si concretizza nel 2019 quando il Presidente Porošenko, prima di lasciare la carica all’attuale Presidente, con la legge n. 5670-d aveva privato le lingue minoritarie del loro status di lingua regionale, limitandone l’uso nella sfera pubblica. Nonostante la lingua russa non sia esplicitamente citata nel documento, a differenza di alcune lingue comunitarie e dell’inglese, la popolazione ucraina russofona percepì questa legge come la volontà di attuare una politica di “ucrainizzazione” e come un tentativo di instaurare un’autonomia linguistica emancipandosi dal Paese vicino. Per di più dal 2023 la lingua ucraina sarà quella veicolare nelle scuole (a partire dalla quinta classe), nonostante non si elimini del tutto la presenza e l’insegnamento di quelle minoritarie. Cinema, radio e televisione dovranno trasmettere per il 90% in lingua ucraina e per i siti web di dominio ucraino (.ua) la prima pagina di interfaccia dovrà essere nella lingua nazionale.

Il cartone poi si sposta su un altro racconto dopo aver posto una domanda ai piccoli spettatori “Perché avete taciuto quando Mikola picchiava gli altri bambini?”. Questo secondo racconto è quello dell’attuale guerra. La voce narrante dice che la stessa storia di Vanja e Kolja è successa a due fratelli, Russia e Ucraina, poiché l’Ucraina aveva iniziato a opprimere DNR e LNR, addirittura con delle bombe. Per questo le due Repubbliche avevano scelto di separarsi e annettersi alla Russia, scatenando il disaccordo dell’Ucraina e la guerra. La Russia aveva provato a risolvere pacificamente, c’è qui infatti un riferimento agli Accordi di Minsk del 2014. Nonostante gli accordi di Minsk e la promessa ucraina di interrompere i bombardamenti, questi continuavano portando la Russia a dover intervenire: appaiono a questo punto le immagini della ramanzina di Vanja a Kolja e Vanja che toglie il bastone a Kolja, a porre in termini più vicini ai bambini la versione delle origini della guerra fornita. Come i due bambini con le magliette degli USA e della Germania, gli Stati occidentali accusavano la Russia della guerra, che in realtà voleva solo distruggere le armi nucleari ucraine. Come Kolja gridava di essere stato picchiato da Vanja, l’Ucraina aveva convinto l’Occidente che la Russia volesse uccidere la sua popolazione.

Il cartone si conclude con una serie di messaggi. Viene ripresa la domanda iniziale ma questa volta l’attenzione si sposta sui motivi della guerra: “Perché avete taciuto quando 8 anni fa l’Ucraina ha bombardato DNR e LNR?”. Seguono le speranze della Russia per una risoluzione pacifica della questione nel rispetto degli accordi (“Discutiamo di tutto pacificamente”) sottolineando che la Russia è sempre intervenuta per la pace (“La Russia per la pace”).

Qual è il senso di questo cartone animato? Entrare nelle case dei russi; spiegare in termini semplici “com’è che stanno le cose” ai bambini ma anche al russo medio che per istruzione, età anagrafica ed esperienze di vita non ha le possibilità di costruirsi autonomamente un’idea o che non è raggiunto da altre fonti di informazioni come internet, social network e telegiornale; e preparare il consenso della futura generazione per gli anni a venire.

Gli elementi riportati precedentemente in parte non dimostrano nulla di nuovo rispetto alle tecniche di propaganda usate fino ad oggi. La differenza sta nella velocità della condivisione, istantanea, e nella qualità, non verificata, delle informazioni.

L’opera propagandistica della Russia è iniziata già anni fa con (dis)informazioni sull’inevitabilità della guerra contro NATO e Ucraina, sulle loro intenzioni di distruggere la Russia, ultimo bastione di ortodossia e russkij mir (mondo russo). L’impatto che la propaganda e la sua guerra avranno sui rapporti tra due popoli fratelli e l’odio che “Vanja e Kolja” creeranno per i piccoli russi nei confronti dell’Occidente sarà il futuro che ci aspetta per i prossimi anni.


Note e Riferimenti

[1] Sergej Savostjanov / TASS
[2] “Vanja i Kolja”, https://www.youtube.com/watch?v=-QXKfAL4AaU&ab_channel=%23MaxBlog.

Mastroianni F., “L’Ucraina, la Russia e la questione linguistica spiegata in tre mappe”, in Il Sole 24 ORE, 1° marzo 2022, https://www.infodata.ilsole24ore.com/2022/03/01/lucraina-la-russia-e-la-questione-linguistica-spiegata-in-tre-grafici/?refresh_ce=1.
Shah S., “How the Letter ‘Z’ Fits Into the History of Russian Propaganda Efforts”, in Time, 9 marzo 2022, https://time.com/6156411/letter-z-russian-propaganda-history-ukraine/.
Stewart A., “The Russia-Ukraine information war: How propaganda is being used in two very different ways”, in Global News, 29 marzo 2022, https://globalnews.ca/news/8716376/russia-ukraine-information-war/.
Stratcom E., “Dependent media – Russia’s military TV Zvezda”, in STOPFAKE.ORG, 20 luglio 2017, https://www.stopfake.org/en/dependent-media-russia-s-military-tv-zvezda/.


Foto copertina: Poster di propaganda sovietico del 1942