Quando la Tigre incontra l’Elefante: giochi di potere sino-indiani per il Tibet


 

 “Talvolta immagino di poter aprire davanti a me
la carta terrestre e di stendermi sopra.
Mi pare allora che per la mia vita
si possano prendere in considerazione
solo quei territori che né copri col tuo corpo
né sono comunque alla tua portata.
E data l’idea che mi son fatto
della tua grandezza,
questi territori non sono molti
né molto confortanti.”

Franz Kafka[1]

 

Per una migliore comprensione della vicenda in oggetto, definiamo i rapporti sino-indiani come limitati dalla posizione geografica degli epicentri delle due civiltà[2].
Il cuore del nostro studio è il Tibet, il paese delle nevi. Prima delle invasioni siniche del 1950, si ergeva un paese strutturato su un regime teocratico con una centralizzazione della vita sociale e privata per i contadini e gli allevatori di yak[3] nelle mani delle gerarchie religiose. L’austerità e misticità dei monasteri di Lhasa[4] erano sotto tutela indiana, compromettendo ulteriormente l’accesso al Tibet (già sufficientemente difficoltoso) agli eventuali estranei importuni.

Le condizioni iniziali

La posizione strategica della regione ha sempre fatto gola a entrambi i vicini cinesi e indiani, ai quali permette di mantenere il controllo sulle riserve d’acqua vitali per tutto il continente (infatti lo Yangtse, il Fiume Giallo, il Mekong, l’Indo, il Brahmaputra nascono qui) e per la presenza di giacimenti di minerali preziosi, dall’oro all’uranio. Sebbene la vastità della regione tibetana sia essenzialmente una terra ostile e probabilmente anche poco produttiva e fruttabile, bisogna considerare che la “conquista del Tibet” sinica e la “salvezza del Tibet” indiana abbiano fini decisivi per i due giganti asiatici: infatti, per la Cina l’annessione al Tibet è l’ultimo stadio del processo di unificazione cinese, attribuendogli lo status di zona cuscinetto per proteggersi da eventuali attacchi provenienti da ovest; mentre per l’India la frontiera himalayana e l’altopiano tibetano rappresentavano una speranza per potersi porre al fianco della grande potenza cinese e di poter aumentare gradualmente il suo grado di competizione a livello internazionale[5].
Il primo ministro indiano Nehru[6] aveva fiutato i piani di Pechino e, per porvi rimedio, immediatamente fece rientrare i territori del Nepal, Bhutan e Sikkim nel perimetro di difesa indiano ed estese l’amministrazione a Tawang, un villaggio monastico dietro la Linea McMahon[7]. Cercò poi di persuadere la Cina ad “allentare” lievemente la presa dal Tibet, che avrebbe dovuto garantire un margine di sovranità e autonomia a Lhasa. L’opera di convincimento e i negoziati fallirono, poiché poco vantaggiosi per il fronte cinese.

La tempesta si scatena

L’occupazione cinese del Tibet nel 7 ottobre 1950 ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione era ormai inevitabile, come lo era l’impotenza indiana nello sfidare questa realtà con mezzi insufficienti per vincere tale sfida.
I cinesi giustificarono tale atto con la necessità di sradicare dal territorio il sistema feudale basato sulla servitù della gleba e sullo schiavismo, sebbene avesse carattere implicitamente intimidatorio nei confronti delle altre potenze nello scacchiere internazionale.
In seguito alle negoziazioni portate avanti dall’Esercito Popolare di Liberazione, si giunse all’Accordo in Diciassette Punti (noto ai cinesi come Trattato di Liberazione Pacifica del Tibet). Purtroppo nessuno sforzo tibetano fu sufficiente per riuscire ad affermare la propria indipendenza: fu, quindi, costretto a firmare l’accordo e di conseguenza a diventare una parte integrante della Repubblica Popolare Cinese[8].
La politica cinese di assimilazione forzata tentò di imporre il proprio dominio sulla popolazione, scontrandosi però con la resistenza tibetana nell’altopiano himalayano. Il momento di saturazione si presentò nel 10 marzo 1959, quando la rivolta esplose definitivamente a Lhasa.
La risposta non tardò ad arrivare e fu ferma nel sopprimere con le armi tali moti rivoluzionari, con la fuga di circa 80.000 tibetani – secondo le stime del Governo tibetano in esilio[9] – fuggirono in India, Nepal, Sikkim e Bhutan, tra questi vi era l’allora ventiquattrenne Dalai Lama[10]. Godendo dell’asilo politico garantito da Nehru, formò un nuovo Governo in esilio nella città di confine Dharamsala, nell’India settentrionale, mutando il ruolo dell’India da spettatore ad attore in prima persona nella questione tibetana[11].
La visita di Nehru a Mussoorie, sede del quartier generale del Governo tibetano in esilio nel 1959, rese evidente il modo improprio di ricevere il capo di una rivolta in atto in uno stato vicino e amico[12] e ciò conseguì alla messa in discussione dello status del Tibet e dell’adesione indiana all’accordo del 1954[13]. Fu, infatti, portata nuovamente all’attenzione la questione dei confini storici del Ladakh[14] nella regione del Kashmir indiano, della frontiera Nefa[15], l’odierno stato dell’Arunachal Pradesh[16], del nord dell’Assam e dell’est del Myanmar.
La Cina aveva già occupato la pianura dell’Aksai Chin e costruito una strada che l’attraversava per collegare la regione tibetana con quella dello Xinjiang. Nel 1959 l’India lanciò l’operazione Onkar, un piano per stabilire basi militari lungo la linea McMahon e dietro di essa. Nell’ultimo disperato tentativo di riportare i colloqui sul confine nella giusta strada, Nehru e Zhou si incontrarono a Nuova Delhi dal 19 al 25 aprile 1960. Tuttavia, nessuna delle parti era disposta a retrocedere dalle proprie posizioni, con le forze indiane che avanzavano verso nord e le unità dell’Esercito di Liberazione Popolare che rispondeva colpo su colpo.
Nel 20 ottobre 1962, le truppe cinesi cacciarono violentemente le milizie indiane dalla base di Dhola, nella parte orientale dietro la linea McMahon, arrivando a occupare tutti i settori lungo la linea di confine. Nella frontiera nord-est le truppe indiane presenti sul luogo si trovavano in estrema difficoltà dinanzi all’assalto vigoroso dei cinesi, dichiarando la disfatta nel Ladakh. 
Le prime luci del 21 novembre 1962 illuminarono l’inaspettata ritirata del governo cinese. Le spiegazioni per tale ritiro unilaterale ruotavano intorno al timore cinese di un intervento degli artigli dell’Aquila Testa Bianca americana[17] a favore dell’India. Si fece spazio anche la versione ufficializzata di quest’ultima, barrendo un eventuale contrattacco dell’Elefante difficile da attutire per la Tigre, in quanto era vulnerabile a seguito dell’allungamento delle proprie linee di comunicazione. Ad onor del vero, si giunse alla convinzione, proposta da Nehru, che i cinesi si erano dati alla fuga per non dover affrontare la collera del popolo indiano sotto provocazione, piuttosto che la (poco credibile) furia della risposta armata indiana.
Sebbene il primo passo indietro da una guerra di confine breve sia stato compiuto dalla Cina, ciò non ha conferito all’India la vittoria della disputa, in quanto ne uscì talmente indebolita che fu costretta ad accettare sia le perdite territoriali sia la generale umiliazione nazionale.

I primi tentativi di negoziazione

Dallo scoppio del conflitto, vi sono stati numerosi tentativi nel deporre l’ascia di guerra e nel creare un nuovo ordine e una conseguente stabilità tra le tre controparti: il tentativo estenuante e più volte ripetuto non produce altro se non una sottomissione forzata del Tibet[18].
Tutta la leadership legata a Deng Xiaoping, che diede un importante contributo ai lavori tibetani, formulò dieci punti per condurre negoziati di pace con il governo locale tibetano. Per sinteticità, la nostra analisi si sofferma sull’enfatizzare sia il carattere egemonico assunto dalla Cina nel fare ombra con la sua “ala protettrice” il Tibet sia la propensione positiva nel concedere un certo livello di autonomia tibetana di tipo regionale. Tale autonomia è però vincolata al governo centrale cinese, senza infrangere la sovranità del Dalai Lama. In più fu concesso al Tibet la libertà di culto, l’avvio all’insegnamento della lingua scritta e orale e, infine, l’implementazione di programmi di sviluppo economico miranti a migliori condizioni di vita dei tibetani. Per riassumere, la stipulazione dei dieci punti è servita come base su cui fondare le successive negoziazioni di pace. I punti sinteticamente menzionati, se rispettati, porterebbero non pochi vantaggi al Tibet (sebbene li paghi preziosamente)[19].
I mesi di settembre e ottobre 1967 furono movimentati da nuove scintille tra i due paesi, lungo i due passi montani di Nathu Lae Cho La che collegavano il Sikkim, al tempo protettorato indiano, e la Cina. Si parla di “seconda guerra sino-indiana”, provocata (nuovamente) dallo sconfinamento di truppe cinesi nel territorio del Sikkim, con il pronto dispiego delle forze armate aeree indiane. La risoluzione del conflitto vide l’India nel 1967 vincitrice.
In un’intervista del giugno 1980 il leader cinese Deng Xiaoping confermava che un’efficace risoluzione delle questioni di confine risiedesse nella cessione indiana dell’Aksai Chin in mano cinese, mentre in cambio la Cina avrebbe riconosciuto il controllo indiano sui territori disputati nel settore orientale. Nel 1981 si tennero i primi colloqui risolutivi, che furono bruscamente interrotti in occasione del riconoscimento ufficiale come Stato nazionale all’Arunachal Pradesh da parte di Nuova Delhi, nel dicembre 1986. Agli occhi della Cina, ciò fu negativamente interpretato come un tentativo d’imposizione nella controversa linea McMahon. Situazione simile si è ripetuta nel caso degli sconfinamenti cinesi nel Ladakh occidentale. Bisogna prendere in considerazione anche la dichiarazione di guerra da parte della Cina contro il Vietnam, durante la visita del ministro degli esteri indiano Vajpayee nel 1979.
Dal torpore degli anni di pace si passò a nuove dispute sulle incongruenze nell’identificare la Line of Actual Control[20] con due punti del confine diversi tra loro. Sommariamente, nel corso del 1988 le relazioni sino-indiane rimasero ancora molto incerte e tese: ad ogni modo, «niente accade d’irragionevole che l’intelligenza o il caso non possano riportare sulla retta via; niente di ragionevole che la mancanza d’intelligenza e il caso non possano traviare»[21].
Infatti, un primo avvicinamento e tentativo di ampliare la cooperazione tra i due paesi fu la visita del primo ministro Rajiv Gandhi a Pechino nel dicembre 1988[22].
Camminando a passo svelto lungo la linea temporale, è memorabile la firma nel 1993 di un primo accordo sul mantenimento della pace e dello status quo lungo la Line of Actual Control, mentre nel 1996 ne fu firmato un secondo nel quale si specifica che “nessuna delle due parti utilizzerà le proprie capacità militari contro l’altra lungo il confine oggetto di disputa”. Le tensioni sembravano risorgere nel giugno 2017, quando le forze cinesi intrapresero la costruzione di una strada sull’altopiano di Doklam, una zona di confine tra Bhutan e Cina conteso da entrambi. Eppure, al Summit dei Paesi BRICS di Xiamen nel settembre 2017, Narendra Modi e Xi Jinping mostrarono apertura al dialogo e alla cooperazione. Altro avvenimento più recente è quanto accaduto nel mese di maggio 2020 nella valle del Galwan, sul confine himalayano del Ladakh orientale. Dalle accuse reciproche d’incursioni e sconfinamenti si è passati alla morte di venti soldati indiani nella notte tra il 15 e il 16 giugno 2020 in uno scontro di frontiera con truppe cinesi[23]. L’incidente di Galwan è così esplicabile: volontà sinica di stabilire la sua posizione nel continente asiatico; intenzione indiana di ricercare un proprio spazio di manovra diplomatico, alla luce dell’avvicinamento alle politiche statunitensi (che ostacola ogni tentativo di dialogo bilaterale con la Cina)[24].

Conclusioni

La complessità della questione tibetana è dettata dal coinvolgimento di una regione unica nella sua cultura, singolare nella sua storia, inarrivabile nella sua lingua e trascendentale nella sua religione. Stupisce in alcuni casi (o conferma in altri) la presenza di un consistente numero di tibetani che si oppongono alle politiche cinesi (fungono da testimonianze le mistiche immolazioni di monaci tibetani nel 2011-12). Sussiste, però, anche la presenza di un numero di tibetani che invece accettano, magari a malincuore, la visione di un presente e un futuro condotto (se non trascinato) dalla Cina.
Soffermandoci sul tentativo cinese di unificare il Tibet e di tenerlo stretto a sé, gli avvenimenti che da un anno a questa parte tormentano le strade di Hong Kong stimolano un “ghigno” satirico. Il governo cinese reagisce etichettando come “criminali” e “terroristi” coloro che cercano di opporsi a esso, appellandosi a una “grave violazione dello stato di diritto e dell’ordine sociale” commessa dai protestanti[25].
La domanda che ci poniamo è la seguente: quanto è effettivamente capace la Cina di mantenere unificato il Tibet, al persistere di tali manifestazioni? Per lo più promuovendo tentativi di risoluzione che hanno forza pacifista quanto gettare benzina sul fuoco, tra cui un nuovo piano di riforma elettorale della città semiautonoma di Hong Kong maggiormente favorevole al Partito[26].
È da ipotizzare che una “dirigenza sinica” del Tibet potrebbe essere il ponte da attraversare per giungere nel grande “terreno di gioco” delle superpotenze, tralasciando, però, volutamente la condizione di sottomissione e oppressione ideologica, culturale e sociale. La “faccia della medaglia” che, invece, importa ai tibetani è il timore (più che fondato) che i cinesi possano corrompere e modificare la loro identità storica ed etnica[27].
Lungi dal trasformare questo studio in una satira, ma un secondo ghigno ironico non può essere trattenuto: se da un lato la cultura e le tradizioni tibetane hanno origini antichissime che risalgono alla nascita del Tibet stesso, dall’altro lato anche le tradizioni cinesi hanno radici da tempo immemore. Ogni riferimento all’usanza di portare sulle tavole cinesi piatti a base di carni “esotiche” è esplicativo: dai cani ai gatti ai rettili, dagli insetti ai…pipistrelli (se vogliamo farci solleticare l’orecchio dalle numerose notizie riguardo al luogo d’origine del virus Covid-19 nel mercato di Wuhan). Ebbene, solo nel 2020 è stato vietato da parte dei vertici dell’Assemblea Nazionale cinese il commercio di animali selvatici ed esotici[28].
Dunque, si propone un’ultima riflessione: la Cina solo nel XXI secolo è riuscita a rivoluzionare una delle sue titaniche tradizioni.
È davvero realizzabile l’atto di stravolgimento della cultura tibetana?


Note

[1] Citazione di Franz Kafka tratta da Lettera al padre.
[2] Quello cinese adagiato a est della Grande Muraglia e quello indiano originariamente al centro della pianura indo-gangetica.
[3] Yak: conosciuto anche come bue tibetano, grosso come un toro ma dal pelo lungo.
[4] Si presta come esempio e più noto simbolo per i luoghi di culto tibetano il tempio di Jokhang, del quale nome significa “casa del Buddha”, nei pressi del centro della vecchia città di Lhasa. Meta immancabile dei pellegrini tibetani, esso è la sede principale della Ramo Gelugpa (Giallo) del Buddhismo Tibetano. La sua caratteristica degna di nota è il suo carattere multietnico, dato che si accinsero sul luogo per la costruzione artigiani provenienti dal Tibet, dalla Cina e dal Nepal, rendendolo inimitabile con i suoi stili architettonici diversi fra loro.  
[5] Federico Rampini, L’ombra di Mao, Mondadori editore, Milano 2007.
[6] Paṇḍit Jawaharlal Nehru: il più “neutrale” Primo Ministro indiano (per via delle sue politiche volte ad un’indipendenza sia dal blocco Occidentale sia da quello Orientale) dal 1947 al 1964. Erede spirituale di Gandhi, egli diede una fisionomia politica al movimento nazionalista della nonviolenza del grande capo spirituale dell’India e seppe condurre felicemente in porto la battaglia per l’indipendenza ottenuta 15 agosto del 1947 grazie ad un lungo movimento di liberazione non violento.
[7] Linea McMahon: dal nome del plenipotenziario britannico sir Henry McMahon – il quale insieme al plenipotenziario tibetano Lochen Shatra firmò l’Accordo di Simla 1913-14 in cui si definiva (in maniera illecita, bilaterale e imprecisa) il confine sino-indiano. Il percorso della “linea rossa” seguiva la lunghezza del margine del vasto altipiano tibetano, fino al punto in cui cede bruscamente il passo alla zona accidentata, scoscesa e frastagliata che scende verso la valle del Brahmaputra. La linea divenne anche una frontiera etnica per i tibetani che non avevano occupato le inospitali valli umide di sotto il loro altipiano.
[8] McKay Alex, The History of Tibet, vol. III, London: Routledge Curzon, 2003.
[9] Per maggiore precisione, si parla di Amministrazione Centrale Tibetana (Central Tibet Administration – CTA). La sua formazione provvisoria avvenne presso il villaggio Lhuntse Dzong (nella parte orientale del Bhutan). Si trova sul lato orientale della Kuri Chhu ed è arroccato su uno sperone alla fine di una stretta valle), pochi giorni prima di oltrepassare il confine indiano, il Governo tibetano è stato dichiarato illegale da parte della Repubblica Popolare Cinese il 28 marzo 1959. Ciò non ha impedito al Governo tibetano in esilio, il 29 aprile dello stesso anno, a stabilirsi nella località indiana di Masūrī (o Mussoorie, situata nel distretto di Dehradun, nello stato federato dell’Uttarakhand). Il trasferimento definitivo a Dharamsala, la quale è ancora oggi la sede centrale, è avvenuto nel maggio del 1960, con le essenziali mansioni di sostenere gli esuli in arrivo dal Tibet, amministrare i campi profughi e gli insediamenti permanenti, preservare la cultura tibetana e promuovere l’istruzione dei profughi.
[10] Dalai Lama ཏ་ལའི་བླ་མ è il capo politico e religioso, considerato il Quarto Gioiello che si aggiunge al Buddha. L’attuale Dalai Lama è il quattordicesimo della dinastia e il suo nome è Tenzin Gyatso: al semplice figlio di agricoltori, a soli 2 anni, il destino si presenta con il riconoscimento di reincarnazione del tredicesimo Dalai Lama. Fu così che, all’età di 6 anni, inizia il percorso di studi monastici e politici che lo porteranno ad assumere il ruolo di più alta carica religiosa e politica del Tibet.
[11] Waheguru Pal Singh Sidhu, Jing-dong Yuan, China and India Cooperation or Conflict?, Lynne Rienner Publishers, 2003.
[12] Neville Maxwell, L’India e la Cina: storia di un conflitto, Mazzotta, Milano 1973.
[13] Il problema fondamentale sulla determinazione di un confine sino-indiano preciso era il principio dell’esistenza della nazione indiana, derivante dal nazionalismo indù. Ciò implicitamente afferma che i confini dell’India esistevano oggettivamente ed erano il risultato di un processo di cristallizzazione storica, verificatosi nel corso dei millenni. Vi era la necessità, però, di accertarne l’esistenza e rivendicarli su documentazione storica (vediamo, infatti, che una “occultazione delle prove” è avvenuta durante i negoziati degli Accordi di Simla del 1913-14, dai quali il delegato cinese si ritirò e le due controparti rimanenti provocarono un vero e proprio pasticcio diplomatico). La messa in opera di questa convinzione è stata la causa per cui i rapporti fra i due giganti asiatici passarono dall’amicizia allo scontro armato.
[14] Il Ladakh è un territorio tra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya.
[15] NEFA: Agenzia del Nord-Est Frontier (già Frontier Tracts del Nord-Est ) era una delle divisioni politiche in India britannica e in seguito la Repubblica dell’India fino 20 gennaio 1972, quando è diventato il territorio dell’Unione di Arunachal Pradesh. La NEFA corrisponde agli odierni stati nord-orientali ed ha ottenuto lo status di Stato il 20 febbraio 1987.
[16] Arunachal Pradesh (letteralmente “terra di montagne alba-lit”) è lo stato nord-orientale di dell’India. Tra i suoi vicini troviamo gli stati di Assam e Nagaland a sud, il Bhutan a ovest, il Myanmar a est, e la Cina a nord, con la quale il confine è la linea McMahon. Infine, la capitale dello stato è Itanagar.
[17] Timore fondato dall’accusa cinese agli Stati Uniti di essere sostenitrice della ribellione e, in particolar modo nel caso della CIA, fornitrice di assistenza e l’invio di armi.
[18] Nel dicembre del 1962 il primo ministro di Ceylon, Srimavo Bandaranaike, convocò a Colombo una conferenza delle nazioni afroasiatiche, per riportare Cina e India al tavolo dei negoziati e per elaborare una risoluzione della disputa.
[19] Fan Liangang 樊练刚, “论邓小 平对西藏工作的贡献” Il contributo di Deng Xiaoping ai lavori tibetani, New West, 2014.
[20] Line of Actual Control (LAC) si estende il confine tra la porzione di territorio detenuta dall’India e quella detenuta dalla Cina nella regione himalayana.
[21] Citazione di Johann Wolfgang Goethe.
[22] Tale circostanza fu occasione per l’instaurazione di un efficace programma di collegamenti diretti per le linee aeree commerciali e le telecomunicazioni, cooperazione in campo scientifico e tecnologico e scambi culturali bilaterali.[23]https://www.agi.it/estero/news/2020-06-17/pugni-sassate-20-morti-india-cina-8926478/
[24]https://iari.site/covid-19-difesa-europea-e-italiana-nuovi-scenari-2/?fbclid=IwAR0NRetmf-1iEfJob0z4CfbmbRWUc5L8-_Q8Ad2iB1cDvygMOSpd-hJwWQ
[25]https://www.agi.it/estero/proteste_hong_kong_spiegate-6119110/news/2019-09-01/
[26]https://www.ilpost.it/2021/03/05/hong-kong-elezioni-cina/
[27] David M. Crowe, The “Tibet question”: Tibetan, Chinese and Western perspectives, maggio 2013.
[28]https://www.repubblica.it/esteri/2020/02/28/news/cina_divieto_carne_animali_esotici_cane_gatto_lista_nera_coronavirus-249795111/


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