Le nuove guerre balcaniche

Le nuove guerre balcaniche

Un manipolo di soldati turchi ha invaso una porzione di territorio greco e non ha intenzione di ritirarsi. In Bulgaria emergono le prove di un piano neo-ottomano a detrimento dell’unità nazionale. La situazione non è migliore in Bosnia e Moldavia. Sono iniziate le guerre balcaniche 2.0.


Feres, sul fiume Evros (Grecia), 21 maggio 2020. Un manipolo di soldati turchi, composto da non più di 40 persone, attraversa il fiume, che delimita il confine terrestre greco-turco, ed occupa un piccolo lembo di terra di 1,6 ettari. L’avamposto è strategico, consente la costruzione di un accampamento ed è protetto da un grande albero, sulla cima del quale viene issata la mezzaluna e stella turca. Da quel giorno, quella piccola striscia di terra ha cessato di essere formalmente sotto sovranità greca e inutili sono stati i tentativi dell’esecutivo ateniese di tentare la strada del dialogo: nessuna ritirata, Ankara reclama ufficialmente quella porzione di territorio per sé e rifiuta aprioristicamente ogni dietrofront che non contempli un do ut des.[1]
L’obiettivo del presidente turco è chiaro: sfruttare l’invasione, perché di questo si tratta, per spingere il debole governo greco a riaprire la questione dei “territori contesi”, ossia tutte quelle aree terrestri nella Tracia orientale e marittime nel mar Egeo che il diritto internazionale riconosce come greche ma che la Turchia vorrebbe proprie. In gioco c’è una vera e propria riscrittura dei confini dall’alto potenziale, totalmente a detrimento di Atene, che prevederebbe la cessione parziale o completa di decine di isole e di chilometri.
Dall’Unione Europea nessun commento, tantomeno dall’Alleanza Atlantica, che a inizio maggio aveva invitato la Grecia ad annullare le proprie legittime esercitazioni militari nell’Egeo per non indispettire la Turchia. È stato quell’invito, probabilmente, a convincere Recep Tayyip Erdoğan a pianificare la piccola ma simbolica invasione. L’Alleanza Atlantica ha, infatti, gettato le basi per il ritiro della Grecia dai propri confini, palesando una debolezza fatale che Erdoğan ha immediatamente colto.

E se da Unione Europea e Nato non è giunto alcun commento sulla gravità dell’azione di Ankara, commessa ai danni di quel che è, sulla carta, un alleato, il motivo è semplice: c’è la piena consapevolezza che il Vecchio Continente è, ormai, sotto scacco della Turchia. I ruoli si sono invertiti: è la civiltà europea il malato, non più la Sublime Porta, la prima arretra, la seconda avanza, ma questa volta non ci sarà alcuna Lepanto, alcuna Vienna.

La Grecia è la prima vittima di un nuovo corso politico che si manifesterà pienamente soltanto a fine pandemia e travolgerà l’intera Europa, la cui fine è stata scritta nel momento in cui le classi dirigenti hanno abbandonato il realismo per immergersi in un coma profondo post-storico e liberale. Questo è il motivo per cui la politica dell’accomodamento di Atene non avrà successo, così come non ha avuto successo il tentativo di convincere Erdoğan a chiudere la rotta balcanica per mezzo del denaro: non può esserci dialogo costruttivo con chi intende soltanto la diplomazia delle cannoniere, la storia lo ha dimostrato più volte e come sostenevano Friedrich Nietzsche e Karl Marx, tende a ripetere se stessa, in un eterno ritorno.

La Grecia è la prima vittima per semplici ragioni di contiguità territoriale, ma questo non significa che gli altri paesi europei siano immuni dell’agenda espansionistica di Ankara. I casi più emblematici sono Bulgaria, Bosnia e Moldavia.

La Bulgaria

In Bulgaria, dove alla Turchia è stato garantito il monopolio unico ed esclusivo della gestione dei fedeli islamici sin dalla fine della dittatura comunista, è stata messa in moto una profonda riforma degli affari religiosi dopo la scoperta dell’esistenza di un serio problema di radicalizzazione nelle comunità rom guidate da imam al soldo di Ankara. Alcuni rom, a decine, sebbene il numero non sia noto, sono partiti nel Siraq negli ultimi anni, arruolandosi nell’esercito dell’autoproclamato Stato Islamico del defunto Abu Bakr Al Baghdadi[2].

Per un paese come la Bulgaria che, come abbiamo scritto proprio sulle nostre colonne, ottenendo visibilità fino a Bucarest, sta soffrendo la più tremenda crisi demografica del pianeta e nei prossimi decenni potrebbe diventare etnicamente a maggioranza turco-rom, si tratta chiaramente di una minaccia esistenziale che richiede soluzioni nel breve termine[3][4].

Così, il governo bulgaro ha deciso di porre fine al quasi trentennale programma di collaborazione religiosa con Ankara, introducendo leggi restrittive sul vestiario islamico, ampliando la sorveglianza sui possibili focolai di radicalizzazione, iniziando a sostituirsi ad essa nella gestione delle moschee e nella formazione degli imam, e cercando anche finanziatori ed istruttori alternativi.

Ma c’è di più: la Bulgaria è preoccupata dal dinamismo turco nella ristrutturazione di antichi luoghi risalenti all’epoca ottomana, nel presunto finanziamento del partito della minoranza turca, e dalle mire di Erdoğan su alcuni territori sotto sovranità di Sofia. Il riferimento di quest’ultimo punto è alla città di Khardzali, che il presidente turco ha dichiarato “spiritualmente turca” nel marzo 2019, dando vita ad un duro scontro diplomatico a distanza.

La Moldavia

La Moldavia è un piccolo paese incastonato fra la Romania e l’Ucraina, luogo in cui la cultura romana e quella slava si incontrano e mescolano, dando vita ad una realtà etno-linguistica molto particolare. La Moldavia è spesso dipinta come un bastione russo, per via della Transnistria e delle posizioni di una certa classe politica, ma queste analisi soffrono di anacronismo e parzialità.

Pochi mesi prima che la Transnistria dichiarasse la secessione da Chiinău ed iniziasse un breve conflitto armato, oggi congelato, un’altra regione aveva mostrato insofferenza e agitato lo spettro di una rivolta armata: la Gagauzia. Il governo centrale riuscì a far rientrare l’emergenza, ma semplicemente perché i gagauzi, contrariamente alle controparti transnistriane, non godevano di alcun promotore. Dal 1990 al 2020, però, molte cose sono cambiate ed il nazionalismo gagauzo è gradualmente risorto. Le strade e l’architettura di Comrat, il capoluogo, sono state riscritte dal protagonismo dell’Agenzia Turca per lo Sviluppo (Tika), che ha destinato al luogo la maggior parte dei 24 milioni di dollari spesi in Moldavia in ricostruzione, progetti umanitari e di cooperazione allo sviluppo.[5]
Il motivo per cui la Turchia è interessata a questa piccola striscia di terra è che essa è abitata dai gagauzi, che sono un popolo turcico, sebbene di religione ortodossa. Aiutare i gagauzi rientra, quindi, nella più ampia strategia di politica estera di Ankara che non è, come spesso e a torto si crede, incardinata solamente sul neo-ottomanesimo, ma è un miscuglio ricco e complesso che unisce anche elementi del panturchismo, del kemalismo, del turanismo e del nazionalismo islamico.
È così che, negli anni recenti, le bandiere turche hanno iniziato a sventolare a Comrat, insieme a moschee e centri culturali per la promozione dei legami bilaterali fra i due popoli, ed è anche apparso un busto di Mustafa Kemal, il padre della Turchia repubblicana. L’Unione Europea non ha bisogno di un nuovo conflitto nel Vecchio Continente, ma la Turchia potrebbe: è un modo per entrare in Moldavia, quindi infastidire simultaneamente Bruxelles e Mosca, per consolidare la propria posizione nei Balcani, per dimostrare la propria forza. Nell’ottobre 2018, la piccola Gagauzia è stata visitata da Erdoğan in persona, che è stato accolto con una cerimonia in grande stile da Iran Vlah, a capo della regione. Nel corso dell’evento, il presidente turco ha dichiarato che avrebbe fatto tutto il possibile per sostenere la “piena autonomia” dei gagauzi.
Due anni dopo, ossia quest’anno, in piena pandemia, mentre la Russia e la Cina hanno invaso di aiuti umanitari Chisinău, la Turchia ha focalizzato la propria attenzione su Comrat. L’aiuto è stato presto ricambiato: Irina Vlah ha annunciato che, ad emergenza sanitaria terminata, nel capoluogo sarà costruito un consolato turco. Questo accade mentre il dialogo fra la regione ed il governo centrale si fa sempre più teso, le bandiere moldave vengono sostituite da quelle gagauze e si segnalano anche le prime, piccole ondate di conversioni dall’ortodossia all’islam[6].

La Bosnia-Erzegovina

La Bosnia-Erzegovina è l’ultimo costrutto artificiale ancora in piedi dell’esperienza iugoslava. Gli attriti fra i bosgnacchi e i serbi stanno aumentando con il passare del tempo, e mentre fra i primi aumenta il problema della radicalizzazione religiosa, i secondi parlano sempre più spesso di uno scenario secessione.[7] [8]

Anche in questo caso, il protagonismo turco avrà un ruolo determinante nella scrittura del destino del paese. Come accaduto in Moldavia, nel corso della pandemia si è assistito ad una divisione dei ruoli fra Turchia e Russia su criteri etno-religiosi: mentre la prima ha focalizzato gli sforzi nell’invio di aiuti umanitari nella repubblica bosniaca, la seconda si è concentrata sulla repubblica serba.
A inizio maggio, però, Sarajevo ha deciso di porre fine alla diplomazia degli aiuti sanitari del Cremlino, fermando un carico russo al confine che era destinato alla repubblica serba. L’incidente ha provocato l’ira di Mosca, Belgrado e dei serbi di Bosnia, ed è difficile credere che Sarajevo abbia deciso una simile mossa in totale indipendenza, senza che nessuno le suggerisse all’orecchio.[9]
Nel dopo-pandemia si assisterà, con molta probabilità, ad un’ulteriore frattura fra bosgnacchi e serbi. I russi guadagneranno un altro avamposto nei Balcani, e lo stesso otterranno i turchi, con una differenza sostanziale: i primi sono in ritirata da anni, i secondi in avanzata costante. La Bosnia sarà l’ultima di una serie di conquiste, diplomatiche e “fisiche”, conseguite negli anni dell’era Erdoğan, che andrà ad aggiungersi al Kosovo, all’Albania, alla Macedonia del Nord, alla Gagauzia e a quell’ettaro di terra sul fiume Evros. L’Europa opta per il silenzio, ma non si salverà: le nuove guerre balcaniche sono iniziate.


Note

[1]  Pietrobon, E., Quell’invasione turca in Grecia che agita l’Europa, Inside Over, 25/05/2020

[2] Pietrobon, E., La Bulgaria alle prese con il neo-ottomanesimo turco, Inside Over, 05/11/2018

[3] Pietrobon, E., La Bulgaria: simbolo della morte demografica d’Europa, Opinio Juris, 16/03/2018

[4] Analiză: Colapsul demografic al Bulgariei – în anul 2034 va fi dominată de romi și minorități, G4 Media.ro, 28/03/2018

[5]    Pietrobon, E., Moldavia: il prossimo terreno di scontro fra Russia e Turchia, Inside Over, 31/08/2019

[6] Pietrobon, E., Il ruolo della Turchia nell’ordine mondiale post-pandemia, Inside Over, 02/05/2020

[7]    Giacalone, G., La Bosnia fra jihadismo di ritorno, enclavi wahabite e infiltrazione turca, Inside Over, 01/01/2020

[8]    Banja, L., Bosnian Serb Leader Repeats Demand for Secession Referendum, Balkan Insight, 15/02/2020

[9]    Pietrobon, E., Perché il Covid-19 rafforzerà l’asse fra Russia e Cina, Inside Over, 12/05/2020


Foto copertina:Bandierine di Gagauzia e Moldavia (foto di B. Venturi)


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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