I rapporti tra Italia e America Latina hanno una antichissima origine storica che affonda le sue radici sin nell’epoca dalla Conquista spagnola. Una relazione plurisecolare ma altalenante.


Dalla colonia alle grandi migrazioni

I rapporti tra Italia e America Latina hanno una antichissima origine storica che affonda le sue radici sin nell’epoca dalla Conquista spagnola. La presenza italiana è, infatti, rintracciabile già nel periodo coloniale. Fin dal primo viaggio ad opera di Cristoforo Colombo, furono 3 gli italiani a bordo, oltre Colombo: Giacomo Rimo (genovese),  Antonio Calabrese (calabrese) e Giovanni Vezzagno[1] (veneziano). Subito dopo Colombo, diversi furono gli avventurieri o gli ammiragli italiani desiderosi di mettere a disposizione della corona spagnola e portoghese le proprie capacità marinare. È questo il caso, ad esempio, di Angelo Manetti, esponente di una famiglia aristocratica di Aiello Calabro. Manetti, infatti, accompagnò Colombo nei successivi viaggi verso le Indie Occidentali partecipando, successivamente, anche alla spedizione guidata da Vasco da Gama in movimento alla “scoperta” delle Indie Orientali. Ma non solo, questo sarà il caso del genovese Benito Zaccaria, (ammiraglio del re Sancho IV di Castiglia); di Ambrogio Boccanegra (ammiraglio di Enrico II di Castiglia); del calabrese Roger di Lauria (grand’ammiraglio della flotta d’Aragona) e di Giambattista Pastene (ammiraglio e navigatore, che partecipò – assieme a Pedro de Valdivia – alla conquista del Cile dove fondò la città di Valparaíso)[2].  Nella fase successiva alle indipendenze latinoamericane la presenza di italianità si farà ancora più forte ed estesa grazie all’incremento delle navigazioni negli anni fra il 1830 e il ’40. In quegli anni l’intera area americana, di recente indipendenza, verrà vista come un punto di riferimento e gli stessi Paesi latinoamericani, come luoghi d’esilio. Fu questo, ad esempio, il celebre caso di Giuseppe Garibaldi. Fuggiasco dal Regno di Sardegna – poiché condannato a morte in contumacia per avere partecipato nel 1834 ai moti mazziniani – Garibaldi, si imbarcò nel settembre 1835 per il Sud America dove rimarrà per oltre dodici anni. Dopo aver passato alcuni anni nella neonata Repubblica indipendente dal Brasile, nel 1841 giunse a Montevideo, dove fu accolto con entusiasmo dalla comunità italiana. Qui partecipò come capitano ad una battaglia navale contro l’Argentina – il cui dittatore Juan Manuel Rosas, volendo annettersi l’Uruguay, pose la capitale sotto assedio – affiancando la Legione Italiana, costituita nel 1843 grazie al supporto di numerosi volontari, che per la prima volta indosseranno la poi celebre camicia rossa. Tuttavia, questi furono anche gli anni delle grandi migrazioni (1800 – 1920), epoca durante la quale la traccia già presente di italianità si fece sempre più consistente e marcata. Parliamo di anni in cui si registrò un massiccio flusso migratorio, quasi di dimensioni bibliche, proveniente da diversi paesi europei (Irlanda, Polonia, Balcani, Italia[3] e Spagna) e diretto verso i paesi dell’area rio platense (Sud del Brasile, Nord dell’Argentina, Cile e Uruguay). Tutto ciò fece sì che l’intero tessuto sociale mutasse e si evolvesse in virtù della circolazione, bidirezionale, di nuove idee e dell’evoluzione culturale. Ad alimentare tutto ciò contribuì – non casualmente – l’Unità d’Italia, momento che permetterà anche lo sviluppo di relazioni diplomatiche ufficiali. È, dunque, proprio a partire da questi anni che sarà possibile far partire una riflessione sul rilevante apporto creativo offerto dall’Italia, nell’organizzazione architettonica e urbanistica delle città latinoamericane. È questo il caso, ad esempio, di Giovan Battista Antonelli, che progettò diverse fortezze militari[4]; o dell’architetto Pietro Cantini, che visse 49 anni in Colombia dove fondò la Scuola di Architettura[5], più tardi integrata alla Scuola delle Belle Arti di Bogotà; ma anche dell’architetto e ingegnere Adamo Boari, autore del celebre Palazzo delle Belle Arti presente a Città del Messico.

Dal fascismo all’epoca delle dittature militari

Ulteriore momento di snodo durante il quale l’Italia mostrò, più che mai, una chiara e netta propensione strategica per l’America Latina, fu negli anni del regime fascista. Durante la dittatura l’ambiziosa e velleitaria politica estera italiana, pur essendo diretta specificatamente all’area euro-mediterranea, non mancò di coinvolgere anche l’America Latina. Facendo leva sulle comunità di italiani presenti sul territorio, il regime fascista cercò di creare e saldare le relazioni culturali e commerciali con i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, in modo da attuare una vera e propria opera di fascistizzazione. Strumenti privilegiati per questa massiccia opera di penetrazione ideologica, furono le scuole fondate da italo-latinoamericani, le associazioni e i centri culturali frequentati da residenti italiani, nonché la stampa in lingua. I Paesi interessati da questa massiccia campagna di fascinazione culturale, e soprattutto politico-ideologica, furono quelli in cui c’erano simpatie per il fascismo o comunque erano al potere governi con ambizioni autoritarie, in modo da promuovere l’esperienza mussoliniana come un modello per i paesi latinoamericani. Il riferimento è, in particolare, all’Argentina di Juan Dominigo Péron e al Brasile di Getulio Vargas, entrambi governi che si connotarono per il loro forte autoritarismo e per una certa “simpatia” per il regime fascista. A partire dagli anni ’40, il fascismo continuò a guardare alle comunità italiane con sempre maggiore insistenza, intendendole come una potente cassa di risonanza utile a promuovere i presunti successi della politica imperiale mussoliniana e per garantirsi il sostegno latino-americano anche a livello internazionale[6]. In particolare, il fascismo puntò innanzitutto su un aspetto: il riferimento, costante, alla comune radice latina. In quest’ottica, fu realizzato un progetto espansionista della latinità in America Latina che prevedeva: la creazione dell’Istituto Cristoforo Colombo[7]; la realizzazione del viaggio della Nave Italia nel 1924[8]; l’esecuzione delle trasvolate aeree in Brasile e nell’Atlantico ad opera di Italo Baldo e Francesco De Pinedo; il ricorso a forme di cooptazione di tipo corporativista, con l’obiettivo coinvolgere gli industriali italiani residenti in America Latina nella campagna di sponsorizzazione del fascismo. Tutto ciò fu realizzato, non solo per promuovere il fascismo ma anche per incoraggiare il saldo sviluppo a livello internazionale del “pan latinismo”, in aperto contrasto al “panamericanismo” promosso, invece, dagli Stati Uniti[9]. Di fatto, però, questo obiettivo fallirà con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, momento di reale cesura nelle relazioni fra le due parti che allontanò in maniera definitiva ogni tipo di ambizione del regime fascista nell’area latino-americana[10].

Per tutto il secondo dopoguerra e la fine degli anni ’50, i rapporti tra Italia e America Latina registrarono un sensibile rallentamento. L’area, infatti, non rappresentava più un interlocutore privilegiato e la diplomazia nazionale si interessò prevalentemente a ripristinare la credibilità internazionale dell’Italia e a ricostruire le relazioni con Washington. A partire dagli anni ’60, però, l’America Latina acquisì nuovamente una posizione di rilevanza nell’agenda di politica estera italiana. Ciò fu dovuto: all’intervento di alcune personalità italiane di spicco[11]; al dinamismo dei governi di centro – sinistra; e, soprattutto, all’attivismo dei due principali partiti italiani, la Democrazia Cristiana[12] e il Partito Comunista Italiano[13]. Ma gli anni ’60 furono anche gli anni in cui in Italia nacque, e si diffuse, il “mito” dell’America Latina. In quella fase, infatti, il Sudamerica acquisì in Italia una grande rilevanza dal punto di vista politico e culturale. La Rivoluzione Cubana, e i fermenti da essa suscitati in tutta l’area, l’ascesa della Teologia della liberazione e vittoria del marxista Salvador Allende in Cile, innescheranno un acceso dibattito nel mondo politico e sociale italiano e che iniziò a guardare all’ America Latina come ad un laboratorio politico da cui trarre ispirazione. La Rivoluzione Cubana divenne dunque, in questo contesto, un paradigma e un modello considerato rivendicabile ed esportabile anche in Italia. Alla nascita del “mito” contribuirono – ancora una volta – le relazioni culturali e, in particolare la strategia adottata da alcune case editrici italiane come, ad esempio, la Feltrinelli. In seguito alla traduzione di romanzi esotici e politicamente impegnati, la tradizione letteraria latino-americana, fino a quel momento di ristretto ambito locale, raggiunse un successo mondiale, un vero e proprio “Boom”. A partire dal 1968, infatti, la casa editrice Feltrinelli, guidata dall’illuminato Giangiacomo Feltrinelli pubblicò per la prima volta la traduzione italiana di Cien años de soledad del colombiano Gabriel García Márquez e il Diario del “Che” in Bolivia (con prefazione di Fidel Castro). Ma la casa editrice pubblicò anche i testi di autori latinoamericani come: Julio Cortázar, Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa, Miguel Ángel Asturias, Jorge Amado, Ernesto Sabato, Jorge Luis Borges e José Donoso.

Momento estremamente impattante per la politica italiana e per l’opinione pubblica nazionale, fu il golpe in Cile del 1973. Ciò fu il frutto degli intensi rapporti politici, da tempo instaurati tra le famiglie politiche dei due Stati ma, soprattutto, per i rapporti intrecciati dal PCI con i movimenti di sinistra cileni. Ma non solo, la reazione italiana non si fermò a mero piano politico e ideologico. Il governo italiano fu l’unico paese – insieme all’URSS – a non riconoscere la Giunta Militare e a mantenere le relazioni diplomatiche con il Cile congelate sino al 1988. L’ambasciata italiana a Santiago[14], inoltre, fino al 1975 costituì un fondamentale luogo di rifugio e soccorso per tutti gli oppositori al regime di Pinochet. La resistenza italiana all’operato della Giunta Militare non si limitò alla fase immediatamente successiva al colpo di stato, ma si estese anche agli anni successivi seguendo modalità differenti. Basti pensare che tra tutte le forze politiche italiane, il Cile dei militari poté contare solamente sul sostegno offerto dell’estrema destra, rappresentata dal Movimento Sociale Italiano (MSI), partito con il quale, però, l’Ambasciata cilena a Roma aveva evitato di intrecciare relazioni dato che riteneva gli svantaggi superiori ai vantaggi. L’MSI costituiva, infatti, una formazione minoritaria in Italia e non ben vista sul territorio nazionale, perché apertamente fascista; ideologia alla quale le Forze Armate non intendevano in alcun modo essere affiancate. Tutti gli altri partiti si dimostrarono indifferenti, cauti o apertamente ostili verso l’operato dei militari[15]. A ciò si sommò: l’operato, apertamente ostile, della maggioranza della stampa, della radio e della televisione italiana nei confronti dell’attività svolta dai Militari cileni[16]; e l’attacco aperto alla dittatura cilena portato avanti dai numerosi esuli cileni accolti in Italia e attivi attraverso associazioni – è questo, ad esempio, il caso del “Cile democratico” o del “Comitato Italia – Cile” – supportate dalla sinistra italiana, sia parlamentare che extraparlamentare[17]. Tuttavia, il medesimo impatto non si registrò nei casi di Argentina (1976) e Uruguay (1973). Ciò in virtù, innanzitutto, dei minori intrecci politici che innescarono un minore coinvolgimento dell’opinione pubblica; ma principalmente a causa dei forti interessi economici e commerciali degli immigrati italiani residenti in Argentina e Uruguay.

Gli anni ’80 e le Conferenze Italia – America Latina

Se gli anni ’80 si caratterizzarono per l’impegno su più fronti da parte di istituzioni, partiti, sindacati e ampie porzioni della società civile e intellettuale italiana, la stessa cosa non accadde a partire dagli anni ’90. Per tutti gli anni ’80, infatti, l’Italia occupò un ruolo di primo piano nel sostegno alla transizione democratica latino-americana; ciò è vero, in particolar modo nel caso del Cile guidato da Pinochet, i cui esuli dissidenti avevano da tempo trovato accoglienza in Italia. Ma non solo, il sostegno italiano arrivò anche al ruolo centrale dalla Democrazia Cristiana in occasione della guerra civile che aveva coinvolto diversi paesi dell’America Centrale. Tuttavia, tutto questo grande capitale politico accumulato nel corso degli anni finì per essere disperso a partire dagli anni ’90, quando i governi italiani scelsero la strada del disimpegno in America Latina. Ciò è imputabile in particolar modo a due macroregioni nazionali e internazionali. Dal lato della politica estera si registrò un generale riassetto degli equilibri politici e geopolitici internazionali, frutto della sommatoria di alcuni eventi – la fine dell’era bipolare, con il relativo dissolvimento dell’URSS; la guerra civile che coinvolse la Jugoslavia a partire dalla morte di Tito; l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1993 – che portarono l’Italia ad interessarsi maggiormente all’area europea. Parallelamente, anche dal lato della politica interna ebbe luogo un generale riorganizzazione, frutto della profonda crisi politico – istituzionale ed economica, innescata dall’inchiesta “Mani Pulite” e dalla fine della “Prima Repubblica”, che condizionò in maniera consistente l’azione in politica estera dell’Italia, causando un allontanamento da aree del mondo ritenute non più prioritarie. In questo contesto, a partire dai governi Berlusconi sino ad oggi, l’interesse per l’area latino-americana è stato sempre altalenante, soggetto alle prerogative e ai tiepidi interessi dei vari esecutivi. In questo senso, i temi ricorrenti nell’agenda di politica estera italiana hanno riguardato: l’assistenza ai connazionali in America Latina; la cooperazione allo sviluppo; la competitività delle aziende italiane sul mercato latino-americano; la cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al narcotraffico e contro il terrorismo; la cooperazione scientifica, tecnologica e culturale; il partenariato Euro – Mediterraneo, avente come punti di riferimento Unione Europea, da un lato, e Mercosur, dall’altro[18].

A partire dal 2003 l’Italia, nell’ambito delle relazioni con il Sudamerica, si è dotata di uno strumento di politica estera denominato Conferenze Italia – America Latina e Caraibi. In quell’anno, infatti, si tenne la prima conferenza Italia – ALC patrocinata dall’Istituto Italo Latino-americano[19], dalla Regione Lombardia e dalla Camera di commercio di Milano, con il supporto, e il consenso, del ministero degli Affari Esteri (MAE). L’incontro aveva l’obiettivo di creare un momento di confronto tra i partner istituzionali ed economici, in modo da rafforzare i rapporti bilaterali e favorire nuove forme di cooperazione. Da allora, tale sistema di Conferenze ha costituito uno dei maggiori strumenti utilizzati dall’Italia, registrando una sempre maggiore centralità del MAE (che ha sostituto la Regione Lombardia nella sovraintendenza degli incontri) e una crescente partecipazione dei maggiori gruppi imprenditoriali italiani (ad es. Telecom Italia, Enel, Fiat, Pirelli). Tuttavia, anche il sistema delle Conferenze Italia – ALC ha risentito sia dell’andamento altalenante della politica italiana e delle frequenti crisi di governo; che del peggioramento del quadro economico latino-americano, innescato dalla crisi economica del 2009. In questo senso, a partire dalla metà degli anni 2000 si è approfondito lo scollamento tra l’attivismo della diplomazia italiana, dell’IILA, degli enti locali, delle camere di commercio e dei centri studi; e le prerogative e i propositi dalla politica nazionale. Ciò ha causato l’inevitabile arretramento della relazione tra Italia e America Latina, e la dispersione dell’antico capitale di relazioni storiche e culturale intrecciate tra le due parti[20].

Relazioni Italia – America Latina: un bilancio

Guardando nel complesso le relazioni tra Italia e America Latina è impossibile non notare come si sia trattato di un rapporto estremamente intermittente. Se si mettono da parte alcuni momenti congiunturali – le grandi migrazioni, il fascismo, il sostegno durante l’epoca delle dittature militari – l’Italia si è mossa attraverso sporadici e incerti tentativi di rilancio dei rapporti, mai pienamente portati a termine. Ciò è imputabile sia alla difficile continuità degli esecutivi italiani e ai frequenti rimpasti di governo, che alla decisione di privilegiare in maniera esclusiva la via dell’europeismo e dell’atlantismo. Ad oggi, dunque, l’Italia si mostra ancora alla ricerca di una strategia idonea a valorizzare l’ampio patrimonio di relazioni – magari facendo leva sulle medie e grandi comunità di italiani presenti in America Latina – in modo da rinnovare e rilanciare la cooperazione sia fra Italia e America Latina, che fra Unione Europea e America Latina[21].


Note

[1] {Vezzagno fu uno dei membri dell’equipaggio di Colombo che con certezza rimase sul territorio assieme ad altri 38 uomini. Qui visse nell’insediamento di La Nativitad che successivamente fu distrutto dagli indios}.
[2] {F. Ciaramitaro, Italiani tra Spagna e Nuovo Mondo. Singoli, famiglie e coloni di emigranti (secoli XV-XVIII), Armando Siciliano, Mesina-Civitanova Marche, 2011}.
[3] {A partire dal 1850 possiamo collocare i primi flussi di emigranti italiani diretti oltreoceano verso il cosiddetto “nuovo mondo”, ma soprattutto verso un nuovo futuro. Purtroppo, non è possibile quantificare nel dettaglio il fenomeno, data la carenza di documenti certi, ciò che è noto però è che il pieno di queste ondate migratorie verrà raggiunto a cavallo tra il 1880 e il 1920; le mete privilegiate furono oltre all’Argentina con la città di Buenos Aires e le sue province, l’Uruguay, il Perù, il Brasile e il Cile. Per maggiori approfondimenti si veda: R. Nocera e A. Trento, America Latina, un secolo di storia. Dalla rivoluzione messicana a oggi, Carocci, Roma, 2013}.
[4] {Il castello del Morro e quello di San Salvador de la Punta a L’Avana; il castello di San Pedro de la Roca a Santiago de Cuba; i porti e le fortezze di San Felipe e di Santa Cruz a Cartagena de las Indias, in Colombia; la fortezza di San Juan di Portorico; a Panama, la città vecchia e la fortezza di Portobello}.
[5] {Ma non solo, Cantini a Bogotà progettò anche la realizzazione del Capitolio Nacional de Colombia, del Teatro di Cristóbal Colón, del Tempietto del Libertador e dell’Ospedale di San José}.
[6] {Ciò in particolare si verificò in occasione della guerra con l’Etiopia e poi con la partecipazione italiana alla guerra civile spagnola}.
[7] {Istituto presieduto da Vittorio Emanuele Orlando e nato per favorire una propaganda culturale italiana nelle Americhe e assistere gli emigrati italiani}.
[8] {La nave, guidata da Giovanni Giuriati, circumnavigò tutta l’America Latina con a bordo intellettuali vicini al fascismo e numerose innovazioni tecnologiche. La nave non costituiva altro che una massiccia campagna espositiva e pubblicitaria mobile, utile sia a propagandare l’efficienza del regime fascista, che per promuovere l’immagine dell’Italia nei territori latinoamericani}.
[9] {Per maggiori approfondimenti sulla rapporti tra Italia e America Latina durante il fascismo e sulla politica estera di Mussolini si veda: M. Mugnaini, L’America Latina e Mussolini, Brasile e Argentina nella politica estera dell’Italia, Milano, Franco Angeli, 2008}.
[10] {R. Nocera, “Un patrimonio di rapporti, una politica altalenante, Italia e America Latina dalla fine della Guerra fredda a oggi”, in R. Nocera e P. Wulzer (a cura di), L’America Latina nella politica internazionale, Roma, Caraocci, 2020, pp. 248-249}.
[11] {Il riferimento è: al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che si recò in Brasile nel settembre 1958 e in Perù, Argentina e Uruguay nell’aprile 1961; e al suo successore, Giuseppe Saragat, che nel settembre 1965 viaggiò in Brasile, Uruguay, Argentina, Cile, Venezuela e Perù, affiancato dal ministro degli Esteri Amintore Fanfani}.
[12] {Per maggiori approfondimenti sui rapporti tra l’Italia e la Democrazia Cristiana si veda: R. Nocera, Il sogno infranto. DC, l’Internazionale democristiana e l’America Latina (1960-1980), Roma, Carocci, 2017}.
[13] {Per maggiori approfondimenti sui rapporti tra l’Italia e il Partito Comunista Italiano si veda: O. Pappagallo, Verso il nuovo mondo. Il PCI e l’America Latina (1945-1973), Milano, Franco Angeli, 2017}.
[14] {Per maggiori approfondimenti sull’azione di salvataggio attuata ad opera e all’interno dell’Ambasciata italiana a Santiago si veda: T. de Vergottini, Cile: diario di un diplomatico (1973 – 1975), Koinè Nuove Edizioni, 2014}.
[15] {Fra i diversi partiti il Partito socialista italiano, in particolar modo, si rivelò sicuramente determinate. Sin dall’11 settembre 1973, il PSI minacciò ripetutamente l’apertura di una crisi di governo qualora gli esecutivi, a guida democristiana, avessero riconosciuto diplomaticamente la Giunta Militare}.
[16] {L’unica eccezione fu rappresentata dal quotidiano legato al Movimento Sociale Italiano, “Il Secolo”, e dalla rivista di destra “Il Borghese”}.
[17] {A. Guida, Il “nuovo” Cile dei militari, Dottrina della sicurezza nazionale, guerra psicologica e propaganda, 1973 – 1975, Verona, Ombre Corte, 2021, pp. 293-294}.
[18] {R. Nocera, op. cit., p. 251}.
[19] {L’ IILA è un organizzazione internazionale nata nel 1966 a Roma, dalla volontà e dalla spinta dell’allora ministro degli Esteri, Amintore Fanfani. Progettata come strumento propulsore per le relazioni tra Italia e America Latina, riunisce oltre all’Italia, 20 Repubbliche dell’America Latina (Argentina, Stato Plurinazionale di Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay e Repubblica Bolivariana del Venezuela). Per maggiori approfondimenti sull’organizzazione si veda: https://iila.org/it/ }.
[20] {R. Nocera, op. cit., pp. 256-262}.
[21] {L’idea è che l’Italia, assieme alla Spagna, possa costituire un importante punto di contatto e congiunzione fra le due parti}.


Foto copertina: Il Palazzo delle Belle Arti presente a Città del Messico opera dell’architetto e ingegnere Adamo Boari