ISSN 2531-6931

 

Medio Oriente 


Sono passati sessant’anni da quando, nel 1948, l’esodo palestinese in Libano ha acceso la miccia di un intricato conflitto politico-religioso che ancora oggi non si placa. Da allora il Libano ha smesso di essere il dolce paese dei cedri e degli ulivi, per diventare una terra di dannazione eterna, affogata nel sangue delle sue numerose comunità confessionali. Siria e Israele lo hanno invaso e ne hanno fatto il campo di una battaglia fratricida: profughi e civili trucidati senza pietà, città più volte assediate, bombardate e martoriate, esodi biblici mossi dal terrore.

Questo racconto nasce dall’esperienza di viaggio di una troupe televisiva, che per quindici giorni ha attraversato e visitato da nord a sud, da est a ovest tutta la Siria, alcuni anni prima degli eventi bellici che hanno avuto inizio nel marzo 2011. Sei viaggiatori – tre operatori televisivi: Alex, Paolo e Stefy; un regista- giornalista, Bob; un giornalista-archeologo, Aris; un esperto di religioni e di storia antica, Gian -, accompagnati da un’attenta guida locale, hanno potuto guardare da un punto di vista privilegiato e conoscere una nazione di grandi splendori artistici e di immense ricchezze ambientali e culturali, che tutto il mondo le invidiava.

Ha ancora senso oggi parlare di Palestina e Israele usando espressioni come “processo di pace”, “soluzione a due Stati”, “partizione”? Ha senso continuare con un vuoto dibattito politico, facendo il gioco dei sionisti e mantenendo lo status quo? Le tesi di Noam Chomsky e Ilan Pappé raccolte in questo volume ruotano attorno all’idea che i tempi siano maturi per un cambio di rotta.

C’erano una volta le Petromonarchie del Golfo, Stati che galleggiavano sul petrolio e seguivano fedelmente le indicazioni in politica estera degli Stati Uniti. Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman: sabbia e oro nero, facoltosi sceicchi e lusso fiabesco; scarsa popolazione, democrazia interna molto limitata, forte immigrazione dall’Africa e dal Sudest asiatico e lavoratori in condizioni di semischiavitù.

Triple Axis racconta la nuova convergenza tra Cina, Russia e Iran, le tre potenze che stanno lanciando risolutamente una sfida all’unipolarismo statunitense e alla sua egemonia sull’ordine globale. Le autrici di questo libro, tempestivo e intrigante, si immergono dapprima nei settori dove la cooperazione tra questi paesi è fiorente – energia, affari militari e commercio – per poi arrivare a evidenziare il grande nodo delle loro divergenze: la politica estera. Sullo sfondo, un messaggio chiaro: l’ascesa di questi attori, portatori di un modello alternativo all’ordine liberale occidentale, avrà un impatto decisivo sulle relazioni internazionali dei prossimi anni.

Se Atatürk volle una Turchia laica e occidentale, oggi Erdogan va nella direzione opposta. Il paese sta assistendo infatti a una rapidissima reislamizzazione, segno che ottant’anni di laicismo di stato non hanno mai scalfito davvero l’islamismo delle masse.

Il volume ha come oggetto le vicissitudini politiche, diplomatiche, finanziarie, economiche e belliche che, a partire dagli ultimi anni di esistenza dell’Impero ottomano fino alla conferenza di Losanna del 1923, portarono alla fine della “Questione d’Oriente” e alla nascita dell’attuale “questione mediorientale”.

Da Beirut fino a Teheran passando per Baghdad e Damasco. Quelli di Sebastiano Caputo sono appunti sparsi di un viaggio intrapreso nelle grandi patrie dello sciismo duodecimano: Libano, Iran, Iraq e Siria, alla scoperta di questa minoranza dell’islam che sta rivoluzionando la geopolitica mondiale.

Giunto alla sua sesta edizione, l’atlante geopolitico del Mediterraneo unisce alla profondità della ricerca storica l’analisi delle tendenze geopolitiche in atto. Undici schede, una per ogni paese esaminato, ricostruiscono la storia e le principali tendenze politiche, economiche, sociali e securitarie dei paesi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. 

L’orrore del “califfato” dell’Isis nel Levante tra 2014 e 2017 e il terrorismo su scala planetaria sono stati una paradossale conseguenza delle “primavere arabe” del 2011, che pure erano state celebrate in quanto “rivoluzione 2.0”. Come ha fatto a instaurarsi il caos e sarà possibile uscirne in seguito all’eliminazione militare dello “Stato islamico”? Questo libro inquadra gli eventi nel loro contesto, a partire dalla “guerra del Kippur” del 1973, a cui seguirono l’esplosione dei prezzi del petrolio e la proliferazione del jihad. 

Chiarendo i rapporti tra storia, lingua, religione e cultura dell’area medio-orientale, Bernard Lewis analizza in questo saggio il tema del nazionalismo arabo, del fondamentalismo islamico e il modo in cui il Medio Oriente ha reagito a secoli di influenza occidentale. Testo caratterizzato dall’equità e onestà intellettuale dell’autore, questo volume è stato fatto tradurre in ebraico dal ministero della Difesa d’Israele e in arabo dalla Fratellanza Musulmana.

Dal ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare iraniano all’uccisione di Qassem Soleimani, il generale dei Pasdaran massacrato nella notte da un raid Usa a Baghdad. In poco più di un anno e mezzo, dal maggio 2018 ai primi giorni del 2020, la politica di “massima pressione” contro l’Iran del successore di Obama è riuscita a innescare una serie di eventi andati oltre le peggiori previsioni formulate dagli iraniani al suo arrivo alla Casa Bianca, e ha rischiato di portare tutti sul baratro di una nuova guerra in Medio Oriente.

Partire dal concetto di stato per comprendere le trasformazioni, le dinamiche e gli equilibri di potere è fondamentale, quando si guarda al Medio Oriente. E lo è diventato ancor di più dopo le cosiddette “primavere arabe” del 2011. Sebbene negli ultimi anni l’attenzione si sia molto concentrata sull’emergere di attori non statuali – organizzazioni terroristiche e gruppi jihadisti trasversali, tribù e milizie locali – autoritarismo, settarismo, islam politico, rentier state e state building restano questioni chiave. Il volume le affronta attraverso una serie di interviste a studiosi ed esperti curate dai giovani redattori di Pandora Rivista.

Mentre abbiamo negli occhi le immagini dello sterminio dei cristiani assiri, o della distruzione dei templi di Palmira, Russell ci racconta di un altro Medio Oriente, una terra di straordinaria diversità religiosa e di scambi fecondi tra culture, e di un altro islam, una civiltà che in passato ha saputo esprimere grande tolleranza verso i culti religiosi pagani – assai più dell’Europa cristiana. Russell ci introduce infatti a fedi orgogliose e millenarie – progressivamente stritolate dai blocchi contrapposti delle “grandi religioni mondiali” -, a fedi esotiche e talvolta esoteriche le cui radici affondano nella remota antichità mesopotamica della regione e le cui storie si intrecciano con l’Egitto dei faraoni e con il tempio di Gerusalemme, con i magi persiani e con le falangi macedoni

Il musulmano errante racconta riti e credenze degli alauiti ripercorrendo una storia di oltre mille anni fino alla tragedia della guerra civile siriana e all’assedio di Aleppo. È una vicenda in gran parte sconosciuta e segreta perché i seguaci di questo ramo esoterico dell’islam sono stati a lungo considerati dei miscredenti dagli altri musulmani e hanno vissuto nascosti e ai margini del Medio Oriente fino all’ascesa al potere nel secolo scorso del clan degli al-Assad in Siria.

Il libro ripercorre le vicende politiche dell’area che va dal Marocco all’Iran, una regione strategica per la presenza del petrolio e lacerata da molteplici conflitti. Sono tracciati due secoli di storia: dalla spedizione napoleonica in Egitto e dalle riforme dell’impero ottomano fino alla caduta del califfato, dall’espansione coloniale ai processi di decolonizzazione, alle svolte della rivoluzione iraniana e alla crisi irachena; dal conflitto arabo-israeliano fino agli avvenimenti più recenti, segnati dalle primavere arabe, dall’emergere dell’ISIS e dal fallito golpe turco.

Quale impatto esercitano le visioni del mondo dei decisori dell’AK Parti sulla politica estera della Turchia? E qual è invece il peso dei fattori materiali, interni ed esterni? Quali sono gli elementi di continuità e di discontinuità rispetto all’epoca precedente dominata dai custodi dei valori repubblicani? Che direzione ha preso la politica estera della Turchia in un quindicennio di governo a guida dell’AK Parti? L’autore risponde a queste domande ricorrendo a un modello tratto dall’analisi della politica estera e applicato allo studio di casi specifici relativi ai rapporti della Turchia di Erdogan con quattro paesi: Iran, Iraq, Israele e Siria. 

Apparso per la prima volta in Inghilterra nel 1990, questo libro di Hopkirk è un saggio storico che somiglia molto a un romanzo d’avventura, ma soprattutto un affresco del “Grande Gioco” che per buona parte dell’Ottocento impegnò inglesi e russi in Afghanistan, in Iran e nelle steppe dell’Asia centrale. Le alleanze con i khan, le esplorazioni di terre misteriose, le trame, gli scontri, gli agguati, il doppio gioco: storie del passato che si ripetono ancora oggi, con nuovi protagonisti ma con tensioni e obiettivi molto, a volte troppo, simili.

L’Iran è spesso poco compreso dagli osservatori occidentali, che tendono a leggerne la realtà in base a stereotipi. Alberto Zanconato, forte di una lunga consuetudine con la società iraniana, ci fornisce gli strumenti per comprendere l’Iran di oggi, in un momento storico contrassegnato dal graduale reingresso del Paese nella comunità internazionale. A entrare in questa nuova stagione della storia iraniana è una società multiforme, la cui complessità non può essere ridotta alla cifra religiosa. Ne risulta una panoramica coinvolgente, basata su ricostruzioni storiche, interviste ed esperienze dirette.

Recep Tayyip Erdoğan, dodicesimo presidente della Repubblica di Turchia, è una figura che unisce e che divide: amato fino alla venerazione o contestato fino al disprezzo, nei quasi vent’anni della sua ascesa al potere il leader conservatore ha trasformato il suo Paese dando voce a settori della società che erano ai margini della vita politica fino al suo arrivo, e al tempo stesso imbavagliando i dissidenti.
Ma chi è veramente Erdoğan, e a cosa deve il suo successo? La sua affermazione è solamente frutto di coercizione, corruzione e metodi clientelari, come vogliono gli oppositori, o c’è invece sostanza nel suo modello politico?
Attraverso un viaggio che ripercorre le principali fasi della sua vita privata, dalle umili origini al potere assoluto, e del suo percorso politico, questo libro rivela i tratti meno conosciuti della personalità del leader turco, analizzando le peculiarità della cornice ideologica creata intorno alla sua figura, il sovranismo islamico, e restituendo un ritratto accurato di una delle figure più importanti e complesse del Medio Oriente contemporaneo.

Europa

Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.

Scelti e pubblicati da Mondadori nel 1947, a cura di Lavinia Mazzucchetti, i testi etici e politici raccolti in questo libro furono scritti da Thomas Mann tra il 1922 e il 1945. La silloge si apre con il grande discorso berlinese del 1922 Della repubblica tedesca che segna l’approdo di Mann al pensiero democratico, e comprende tra l’altro la lettera al preside dell’università di Bonn che gli aveva tolto la laurea honoris causa, e i cinquantacinque radiomessaggi violentemente antinazisti inviati dall’America al popolo tedesco durante la guerra.

In Rival Power Dimitar Bechev racconta l’eterna competizione geopolitica tra Russia e Occidente nell’Europa sud-orientale, specialmente nei Balcani. Mentre i nostri occhi sono puntati sull’influenza che il Cremlino prova a esercitare nel mondo attraverso una politica sempre più assertiva, l’autore riesce nell’intento di fornire al lettore una visione bilanciata e non convenzionale del ruolo di Mosca in una regione, quella balcanica, troppo spesso dimenticata.

Nel 1990 solo venti paesi al mondo avevano costruito muri lungo i loro confini. Trent’anni dopo, questo numero è salito a settanta. Allo stesso modo, anche le frontiere dell’Unione europea stanno diventando sempre più militarizzate. Quello di Daniel Trilling è uno studio illuminante e appassionato sulle conseguenze che il rafforzamento delle frontiere può avere su chi quelle frontiere vuole, o deve, attraversare.

La parabola evolutiva della destra tedesca non è mai stata sufficientemente analizzata. In questo agile saggio, che unisce la cronaca storica all’analisi politologica, vengono ricostruite le tappe cruciali di un percorso che inizia con la caduta del Muro di Berlino: dalle nostalgie nazionalsocialiste delle formazioni radicali agli effimeri successi dell’Npd, dalle evoluzioni interne alla Cdu al contributo culturale della Nuova Destra, dal fenomeno Pegida all’ascesa di Alternative für Deutschland.

Considerato sin dalla sua elezione alla presidenza russa nel 1999 come l’incarnazione del male, è un personaggio scomodo e imprescindibile sullo scacchiere mondiale, mai come ora ago della bilancia di delicati equilibri. Ma chi è davvero Vladimir Putin? Qual è la sua visione del mondo, quali ragioni lo animano? Hubert Seipel è uno dei pochissimi giornalisti occidentali ad avere costantemente accesso al leader russo da più di sette anni. Lo ha intervistato e incontrato a Mosca, a San Pietroburgo, a Soci e nel corso di svariati viaggi di Stato, conquistando la sua fiducia. Ha parlato con i suoi più stretti collaboratori. Il risultato è un ritratto da vicino del nuovo zar.

Il volume si propone di dare al lettore un inquadramento giuridico del recesso di uno Stato dall’Unione attraverso le categorie del diritto internazionale e dell’Unione europea. Un’analisi giuridica del lungo e complesso processo che dovrebbe portare all’uscita definitiva dall’Unione e che aiuti a cogliere tutte le implicazioni di un evento epocale che, se non mantenuto nell’alveo della dialettica giuridico-diplomatica, rischia di riportare le relazioni internazionali ad un puro esercizio di forza degli Stati, ciò a cui l’integrazione europea con le sue regole giuridiche si è sempre posta come alternativa.

Il rapporto tra la Germania e la Russia, le due vere potenze europee. Queste pagine ricostruiscono la storia e l’attualità di uno degli snodi politici più importanti del nostro tempo. L’analisi risale alle radici e alle ferite storiche della relazione tra Mosca e Berlino, per arrivare agli sviluppi degli ultimi anni, nel nuovo quadro emerso dalla crisi dell’equilibrio unipolare e dall’affermazione di due forti leadership politiche, quelle di Angela Merkel e di Vladimir Putin. Dalle immagini drammatiche degli stermini e delle macerie fumanti di Stalingrado e di Berlino fino agli odierni intrecci politici, economici e culturali tra russi e tedeschi, Gerussia disegna una scacchiera viva, fatta di calcoli, interessi e strategie, da cui dipenderà in larga misura il futuro dell’Europa.

Dalla sua ascesa al Cremlino come “capo di Stato temporaneo” nel 1999 al suo quarto mandato presidenziale, Vladimir Putin è non solo riuscito a trasferire dall’URSS alla Russia lo status di grande potenza, ma anche a porre il suo Paese come modello alternativo alla democrazia liberale in crisi di identità. Il sovranismo, un esecutivo con poteri forti e una magistratura non necessariamente indipendente, si fa largo oggi in Occidente, guidato da una Russia che corre verso la riconfigurazione dell’attuale equilibrio mondiale. Ma come ha fatto un oscuro funzionario dei servizi sovietici a essere oggi tra i candidati al ruolo di “uomo più potente del mondo”, come lo ha definito Forbes? Antonio Badini, forte della lunga esperienza diplomatica oltre che accademica, ricostruisce in questo libro le tappe della “marcia russa”, che avanza inesorabilmente tra lo stallo in cui è caduto il progetto di una “Casa comune europea” e le tendenze isolazioniste dell’America di Trump.

Come hanno potuto milioni di americani identificarsi nella narrazione deliberatamente aggressiva di Donald Trump? Com’è possibile che tanti europei girino lo sguardo di fronte a migliaia di persone che affogano nel Mediterraneo? Come è potuto tornare il richiamo del nazionalsocialismo nelle province orientali europee? Che cosa, infine, fa chiedere agli occidentali minore giustizia sociale, proprio quando aumentano le disuguaglianze? Viaggio al termine dell’Occidente percorre le strade lungo le quali ci stiamo perdendo: da Berlino a Washington, da Roma a San Francisco, cerca i segnali di uno smarrimento che sta modificando anche il carattere delle persone. 

“Uno spettro si aggira per l’Europa, scriveva il Vecchio Barbone, e tutti gli danno la caccia. L’immagine è ripresa da Christian Blasberg per raccontare questa storia di spettri, di fantasmi, che è diventata negli ultimi decenni la sinistra europea. Memorie mai concluse, eredità dissipate, come ogni storia di fantasmi anche questa è una storia maledetta. Lo spettro del comunismo e del socialismo condizionò l’intera storia del mondo e dell’Europa nel secolo successivo, ma ora, arrivati a giudicare i primi venti anni del nuovo secolo, è necessario chiedersi se quella parte politica che è stata chiamata sinistra sia destinata a svanire, come accadde all’inizio del Novecento in gran parte alle classi dirigenti liberali che avevano guidato l’innovazione politica e scientifica nell’Ottocento. 

Contestata, messa in discussione, attaccata dall’esterno da quanti desiderano dividerla e, dall’interno, da coloro che la vorrebbero più debole, mai prima di oggi l’Unione europea aveva affrontato una minaccia tanto grave alla sua stessa sopravvivenza. Se solo pochi anni fa entrare a far parte dell’UE era un’ambizione e un punto di arrivo per gli Stati che ne erano fuori, oggi le forze centrifughe – già vittoriose nel caso emblematico della Brexit – sembrano guadagnare sempre più credito popolare. Come si è arrivati a questa situazione? Come hanno fatto gli antieuropeisti a raggiungere un tale picco di consensi? In questo volume, che raccoglie e rielabora gli scritti pensati “in presa diretta”, Sergio Fabbrini ripercorre gli ultimi, convulsi anni alla ricerca delle cause, e spesso degli errori, che hanno portato alla situazione attuale, ma anche della possibile ricetta attuando la quale l’Unione europea può recuperare e irrobustire quegli anticorpi riformisti che ne possono garantire la sopravvivenza e lo sviluppo.

Americhe

Henry Kissinger fa luce sulla reale essenza della diplomazia. Passando da un’ampia visione d’insieme, basata su un’interpretazione personale della storia, al resoconto dei suoi negoziati con i capi di Stato più influenti, Kissinger descrive le modalità con cui l’arte della diplomazia e gli equilibri di potere hanno plasmato il mondo in cui viviamo; e mostra apertamente come gli americani – protetti dalle dimensioni e dal relativo isolamento del loro paese, nonché dal proprio idealismo e da un’inveterata diffidenza verso l’Europa – abbiano perseguito un’unica linea di politica estera, fondata più sulla loro rappresentazione dell’ordine mondiale che sulla realtà effettiva.

Il 2019 si è concluso in Cile con forti e prolungati scontri di piazza, manifestazioni e coprifuoco. Eppure negli ultimi trent’anni il Cile democratico, uscito dalla dittatura di Pinochet, ha percorso con dedizione la strada del neoliberalismo, crescendo e venendo riconosciuto come il Paese economicamente più stabile dell’America latina. I costi di un welfare del tutto privatizzato e di un immobilismo sociale sono però pesati per anni sulla grande maggioranza dei cittadini cileni.

La crisi dell’unipolarismo statunitense attraverso il filo conduttore dei conflitti mediorientali: dalla fine della Guerra Fredda al nuovo “disordine mondiale”, dall’interventismo di Bush al “disimpegno” di Obama. L’indecisione americana di fronte alle rivolte arabe, la problematica campagna contro il cosiddetto Stato Islamico e la crescente impotenza dinanzi all’attivismo militare degli alleati regionali sono segnali inequivocabili di una crisi di leadership da parte degli Usa.

Dall’aprile del 2017 le strade di Caracas e di altre città sono state il teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. La popolazione è esasperata, le scorte di cibo scarseggiano, così come i medicinali, con le farmacie e gli ospedali che non hanno più neanche i farmaci di base. Una situazione incandescente che si trascinava ormai da mesi, precipitata già quando la Corte Suprema di Giustizia aveva deciso di esautorare il parlamento dai propri poteri una prima volta, lasciando al presidente Nicolas Maduro il dominio politico assoluto, e peggiorata ulteriormente, anche sul piano internazionale, quando l’Assemblea Costituente da lui voluta ha votato per riprovarci.

Il mondo è cambiato molto più di quanto gli occidentali si rendano conto. Il tramonto del secolo americano e la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe. Ci siamo distratti mentre la Cina subiva una metamorfosi sconvolgente: ci ha sorpassati nelle tecnologie più avanzate, punta alla supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle innovazioni digitali. È all’avanguardia nella modernità ma rimane un regime autoritario, ancora più duro e nazionalista sotto Xi Jinping. Unendo Confucio e la meritocrazia, teorizza la superiorità del suo modello politico, e la crisi delle liberaldemocrazie sembra darle ragione. L’Italia è terreno di conquista per le Nuove Vie della Seta. In Africa è in corso un’invasione cinese di portata storica. Due imperi, uno declinante e l’altro in ascesa, scivolano verso lo scontro. L’America si è convinta che, «ora o mai più», la Cina va fermata. Chi sta in mezzo, come gli europei, rimarrà stritolato?

Nel 1996, a Parigi, due amici seduti davanti a un “mate” progettano un libro sul Sud del mondo. Sono uno scrittore e un fotografo, girano per il pianeta e lo ritraggono per quello che è: uno strano miscuglio di crudeltà e tenerezza, di verità e leggenda. Muovendosi nella steppa patagonica, “dove si sta tra la terra e il cielo”, armati di una Moleskine e di una Leica, i due amici vanno a caccia di storie da ultima frontiera. Forse le ultime storie di frontiera: le ultime notizie dal Sud. Laggiù, lungo strade spazzate dal vento, capita di incontrare un virtuoso liutaio che si aggira in cerca del legno più adatto per costruire un violino. In un bar di San Carlos de Bariloche si può far amicizia con un ubriaco che afferma di essere il discendente di Davy Crockett. 

Il volume, partendo dagli atti del processo italiano celebrato a Roma tra il 2014 e il 2017, racconta la storia dei desaparecidos di origine italiana in America Latina e la costruzione di una macchina di morte – l’Operazione Condor – che assassinò e fece sparire quasi centomila persone tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta del Novecento. Gli autori analizzano le categorie della desaparición come pratica criminale organizzata dai regimi e la modalità operativa del Pian Condor. L’analisi degli omicidi del generale Carlos Prats, lealista al governo di Salvador Allende, a Buenos Aires nel 1974, quello dell’ex ministro democratico cileno Orlando Letelier a Washington due anni dopo e il tentato omicidio del politico democristiano cileno Bernardo Leighton a Roma nel 1975 aprono la strada a una riflessione di ampio respiro su una guerra non dichiarata e su una politica della violenza che colpì molti italiani residenti in America Latina e che giunse anche sul nostro territorio.

Muovendosi tra dimensioni umane e sociali e lambendo versanti politici e geopolitici, questo libro offre un biglietto per un viaggio da vertigine sulle “montagne russe” dei paradossi messicani.
Un repentino, brusco rimbalzo tra estremi di bellezza ed eccessi di violenza: viaggiare in Messico significa questo. Viverci vuol dire tutto questo. Il Paese più a sud dell’America del Nord ammalia con il suo fascino, ma è difficile muoversi da cronista per andare in cerca delle persone e delle storie vere che entrano nelle drammatiche statistiche sulla criminalità e sul narcotraffico. Quando le trovi, l’impatto è scioccante. Il Messico ti sconvolge con la nitidezza dei suoi colori, ma quasi ti assuefà agli intrecci tra smerci di droga, armi ed esseri umani. Ti risveglia al sorriso con la piacevolezza della cucina, ma ti colpisce con un pugno allo stomaco per la familiarità con la corruzione. Ti fa sentire accolto dalla giovialità della sua gente, ma ti spiazza con l’omertà. Ti porta in alto con la sua radicata spiritualità, ma ti atterrisce con la banalizzazione del valore della vita umana.

La politica estera americana sta attraversando una profonda trasformazione, destinata ad avere un impatto permanente sugli equilibri mondiali. Gli apparati governativi incaricati dei rapporti diplomatici e dei progetti di sviluppo sono sottoposti a pesanti tagli e i funzionari, depotenziati e impossibilitati ad agire, li disertano…

Un reportage che attraversa cinque secoli di storia del continente latinoamericano per raccontare il saccheggio delle sue preziose risorse: l’oro e l’argento, il cacao e il cotone, il petrolio e la gomma, il rame e il ferro. Tesori depredati sistematicamente: fin dai tempi della conquista spagnola, le potenze coloniali hanno prosciugato le ricchezze di questa terra rigogliosa, lasciandola in condizioni di estrema povertà. Un testo illuminante che, intrecciando l’analisi storica ed economica con il racconto, suggestivo e incalzante, delle passioni di un popolo sfruttato e sofferente, è diventato un vero e proprio classico della letteratura latinoamericana.

Dicembre 1951. Due giovani studenti di medicina argentini, Ernesto Guevara de la Serna e Alberto Granado, partono in sella a una sgangherata motocicletta, pomposamente battezzata “Poderosa”, per attraversare l’America Latina. In quei sette mesi di avventure e incontri, destinati a forgiarli per sempre, toccheranno mille luoghi, dalle rovine di Machu Picchu al lebbrosario di San Pablo. Durante il viaggio Ernesto raccoglie appunti e, una volta rientrato, li riordina in un diario che è ormai un mito, l’opera più celebre del Che, un libro di culto letto e amato da almeno tre generazioni. 

Trump non è una deviazione da un percorso, un incidente della storia, ma il risultato di un processo che è iniziato immediatamente dopo la caduta del Muro di Berlino e proseguirà molto probabilmente anche dopo il suo passaggio alla Casa Bianca. L’America chiuderà le “guerre infinite” combattute in zone ormai ritenute periferiche e proseguirà la propria transizione dal controllo di prossimità del pianeta a quello “da remoto”. Comprendere questo passaggio aiuterà a ridurne i rischi e a cogliere le opportunità che si dischiuderanno anche per le medie potenze come l’Italia.

Dal colonialismo al moderno populismo, dai fallimenti del liberalismo ottocentesco ai limiti di quello contemporaneo, dal caudillismo all’autoritarismo, Loris Zanatta ricostruisce la storia complessa dell’America Latina, percorsa da grandi trasformazioni e forti continuità, da solidi elementi di unità e da forze centrifughe.

Grandezza e decadenza della città di Macondo e della famiglia Buendia, in una successione appassionante di avvenimenti favolosi e grotteschi tra cronistoria e leggenda. Un romanzo che portò un soffio nuovo nella letteratura mondiale, aprendo l’Europa alla narrativa sudamericana…

Costruttore, finanziatore di partiti, artista del negoziato, signore di casinò e concorsi di bellezza, intrattenitore, politico per esigenze di business più che per indole, pater familias di una genia mondana: Donald Trump è un personaggio dai mille volti, da quarant’anni alla ribalta. Il passaggio da celebrità d’avanspettacolo alla più ampia scena politica mondiale impone oggi di fermarsi per comprenderne la natura profonda.

Ci sono pochi posti nel mondo dove il divario tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo è tanto ampio quanto nel caso degli Stati Uniti. L’influenza statunitense nei nostri consumi è così longeva che pensiamo di conoscere bene l’America quando in realtà, nella gran parte dei casi, la nostra idea è un impasto di luoghi comuni e poche informazioni concrete.

Asia 

Il Partito Comunista Cinese non è solo un’istituzione politica, ma anche un movimento culturale. Secondo l’autore di China’s Dream, a fronte della crisi di valori innescata in Cina dallo storico passaggio dal collettivismo al capitalismo, il Partito si è trovato obbligato a cercare soluzioni a una serie di naturali tensioni e resistenze al cambiamento, spesso attraverso strategie contrastanti o controintuitive che però, almeno fino a oggi, hanno funzionato. Kerry Brown analizza la trasformazione economica cinese.

La dirompente potenza industriale di un paese che ospita un quinto della popolazione mondiale e alcune importanti riforme economiche hanno fatto sì che in pochissimi anni la Repubblica popolare cinese superasse quasi tutti i paesi occidentali nella classifica delle nazioni più ricche e che le sue merci invadessero il mercato globale, mettendo in gravi difficoltà molte piccole e grandi imprese, anche quelle tecnologicamente più avanzate.

Ci sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studiano più di noi. Hanno schiere di premi Nobel. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei nostri. Hanno arsenali nucleari ed eserciti di poveri. È “Cindia”: Cina e India, il dragone e l’elefante. Cindia non indica solo l’aggregato delle due nazioni più popolose del pianeta: è il nuovo centro del mondo, dove si decide il futuro dell’umanità.

Gli occidentali sono abituati a dividere il mondo politico tra “buoni” – i governi democratici – e “cattivi” – i regimi autoritari. Eppure, nella Cina degli ultimi trent’anni, è emerso con forza un modello diverso, difficile da inserire in una di queste categorie, per struttura, funzionamento e tradizione. È quello della meritocrazia politica, che con la sua straordinaria efficienza e i suoi sorprendenti risultati sembra mettere a dura prova le nostre convinzioni: crescita economica costante, sempre maggiore prestigio internazionale, una macchina amministrativa efficiente sembrerebbero dimostrare che il modello cinese funzioni molto meglio di quelli ai quali siamo abituati. In questo studio già diventato un classico, Daniel A.

Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, le cinque repubbliche dell’Asia centrale fino ad allora controllate da Mosca ottengono l’indipendenza. Nel corso di settant’anni di regime sovietico, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, i paesi che, dalle catene montuose più alte del mondo al deserto, segnavano un tempo la rotta della Via della Seta, sono in qualche modo passati direttamente dal Medioevo al ventesimo secolo. E dopo venticinque anni di autonomia, tutte e cinque le nazioni sono ancora alla ricerca della loro identità, strette fra est e ovest e fra vecchio e nuovo, al centro dell’Asia, circondate da grandi potenze come la Russia e la Cina, o da vicini irrequieti come l’Iran e l’Afghanistan. 

«Il mondo intorno a noi sta cambiando. Stiamo entrando in un’era in cui il dominio politico, militare ed economico dell’Occidente comincia a essere messo in discussione, provocando un senso d’incertezza inquietante.» Con queste parole, nel 2015, Peter Frankopan chiudevaLe Vie della Seta, nel quale invitava il lettore a riconsiderare il ruolo cruciale svolto in passato da popoli e aree geografiche che, nei secoli, il predominio occidentale aveva oscurato, ma che stavano prepotentemente tornando al centro della politica e della finanza globale. A pochi anni di distanza, il cambiamento che Frankopan annunciava come prossimo sembra essersi pienamente compiuto e i paesi occidentali si trovano a fronteggiare una sfida di portata storica, forse la più ardua che abbiano mai affrontato, in cui sono in gioco i loro valori fondanti e la loro stessa identità culturale. L’incertezza che circonda il futuro dell’Unione europea dopo il voto a favore della Brexit e la nuova politica intrapresa dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump testimoniano il progressivo indebolimento dell’Occidente e dimostrano che il centro di gravità economico si è ormai spostato a Oriente.

Nell’agosto del 1947, insieme alla proclamazione dell’indipendenza dell’India, veniva sancita anche l’istituzione di due stati differenti, distinti su base religiosa: l’India e il musulmano Pakistan. La “Partition” generò un’imponente migrazione in una direzione e nell’altra: sikh e indù lasciarono le regioni attribuite al Pakistan e i musulmani emigrarono da quelle indiane. Fu un evento gigantesco e tragico che coinvolse 15 milioni di persone e generò massacri e violenze: si parla di due milioni di morti. E fu l’origine di una tensione fra i due stati che si trascina ancor oggi.

Tre anni di combattimenti, centinaia di migliaia di perdite tra i militari dei Paesi belligeranti e almeno un milione e mezzo tra i civili; un Paese devastato, il mondo sospinto a un passo da un conflitto nucleare; una pace mai firmata e dunque una crisi irrisolta, che ancora oggi, a tratti, fa salire la tensione internazionale al livello di guardia: ciò nonostante la guerra di Corea è per eccellenza «la guerra dimenticata» del XX secolo.

Quando, nel luglio 1971, Henry Kissinger, all’epoca consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente americano Nixon, si recò in missione segreta a Pechino, le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti e Cina erano interrotte da più di vent’anni, cioè dall’ascesa al potere del Partito comunista e dalla fondazione della Repubblica popolare, che gli USA non riconoscevano come governo legittimo.  Dai cauti approcci iniziali ai riservati abboccamenti nella capitale cinese, dallo storico incontro ufficiale tra i due presidenti nel 1972 alle successive visite tra i ritrovati “amici” cinesi e americani, Kissinger colloca riflessioni ed eventi nella più ampia cornice della storia millenaria della cultura cinese, un patrimonio inestimabile in cui la più dinamica e popolosa potenza del mondo contemporaneo continua ancora oggi a riconoscersi, e con il quale, pertanto, tutte le altre nazioni non potranno più esimersi dal confrontarsi.

Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha scelto di parlare in questo libro del suo paese d’origine, l’India, partendo dalla lunga tradizione di eloquenza e argomentazione pubblica che contraddistingue il suo popolo. Una tradizione che ha influenzato la storia della letteratura, lo sviluppo delle scienze empiriche e della matematica, ma anche il pluralismo intellettuale e religioso che lo caratterizza. Comprendere questa peculiarità, sostiene Sen, è cruciale per l’India contemporanea, la più grande democrazia al mondo, un paese dalle fortissime disparità sociali che può diventare una delle nuove superpotenze del pianeta.

Nel 2018, la rivista «Forbes», che ogni anno stila la classifica dei settantacinque uomini più potenti del mondo, l’ha collocato al primo posto, davanti a Putin e Trump. Da quando una riforma costituzionale votata dall’Assemblea nazionale del popolo ha cancellato il limite massimo dei due mandati presidenziali, molti lo considerano il «nuovo Mao». Lui è Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare di Cina, segretario generale del Partito comunista cinese e, soprattutto, capo della Commissione militare centrale, il vero scettro del potere. Ma chi è l’uomo che regna come un monarca assoluto su oltre un miliardo e trecento milioni di individui? Cosa sappiamo dello stratega della «nuova via della seta», il colossale piano infrastrutturale e d’investimento che coinvolge Asia, Europa e Africa, ed è destinato a cambiare gli equilibri economici del commercio mondiale?

Il XIX è stato il secolo europeo. Il XX il secolo americano. Il XXI sarà il secolo asiatico? L’Asia si sta affermando come un sistema multipolare che va dall’Arabia Saudita al Giappone, dalla Russia all’Australia, estendendosi ben oltre il cosiddetto Estremo Oriente. In questo contesto, la Belt and Road Initiative, il grande progetto volto al rafforzamento delle infrastrutture e della cooperazione tra i paesi dell’Eurasia, è il primo passo mosso dalla Cina nella creazione di una nuova Via della Seta.

Africa

L’Africa è tornata a essere terra di conquista. Dopo i conflitti scatenati nel secolo scorso per accaparrarsi le risorse naturali del continente, ora è “guerra” commerciale, ma soprattutto militare, di tutti contro tutti. L’Occidente ha deciso che è giunto il momento di arginare l’influenza cinese che ormai ha le mani su tutto il continente, nessun Paese escluso.


 

 

 

 

 


Il Covid-19 non ha risparmiato l’Africa. La diffusione è minore, ma rischiano di morire tra le 300 mila e i 3,3 milioni di persone. La salute dell’Africa è connessa con la nostra e con quella delle generazioni future e, per contrastare le pandemie, dobbiamo ridurre la distruzione della natura e le diseguaglianze, cambiare il nostro rapporto con l’Africa e considerare la salute un bene globale.

Il 1993 è appena iniziato in Sierra Leone e a Mogbwemo, il piccolo villaggio in cui vive il dodicenne Ishmael, la guerra tra i ribelli e l’esercito regolare, che insanguina la zona del paese più ricca di miniere di diamante, sembra appartenere a una nazione lontana e sconosciuta. Di tanto in tanto nel villaggio giungono dei profughi che narrano di parenti uccisi e case bruciate. Ma per Ishmael, suo fratello Junior e gli amici Talloi e Mohamed, quei profughi esagerano sicuramente. L’immaginazione dei ragazzi è catturata da una cosa sola: la musica rap.

One of the most powerful Islamic militant groups in Africa, Al-Shabaab exerts Taliban-like rule over millions in Somalia and poses a growing threat to stability in the Horn of Africa. Somalis risk retaliation or death if they oppose or fail to comply with Al-Shabaab-imposed restrictions on aspects of everyday life such as clothing, media, sports, interpersonal relations, and prayer. Inside Al-Shabaab: The Secret History of Al-Qaeda’s Most Powerful Ally recounts the rise, fall, and resurgence of this overlooked terrorist organization and provides an intimate understanding of its connections with Al-Qaeda.

Pensare al continente africano è un compito arduo, visti i cliché testardi, i cliché e le pseudo-certezze. Dagli anni ’60, all’alba dell’indipendenza, il vulgate afro-pessimista ha definito l’Africa un continente “sulla strada sbagliata”, “alla deriva”. Al culmine della pandemia di AIDS, i presagi sostenevano persino la vera estinzione della vita nel continente. È un eufemismo dire la violenza simbolica con cui il destino di milioni di individui è stato visto sotto forma di fallimento, handicap, persino carenza e difetto congenito.



Non è certamente un caso, se oggi la Libia è, insieme alla Siria, il Paese più violento e caotico del Mediterraneo. Nella Quarta sponda, Sergio Romano ne ripercorre la storia e ce ne illustra i tanti volti. 

Dall’inizio dell’Ottocento le molteplici trasformazioni politiche, economiche e sociali dell’Africa hanno ridefinito il rapporto tra il continente e il resto del mondo. Il volume, aggiornato rispetto agli studi più recenti e arricchito da un accurato corredo cartografico, analizza le fasi principali della storia dell’Africa con attenzione particolare ai cambiamenti politici e istituzionali che si registrarono nel XIX secolo, all’imposizione della dominazione coloniale e alla nascita degli Stati indipendenti.

Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. E’ un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo.

Nell’immenso continente africano ogni giorno migliaia di persone subiscono attentati terroristici nell’assordante silenzio di tutto il mondo. Questo libro offre un’introduzione al fenomeno del terrorismo in Africa, che ospita alcuni dei gruppi jihadisti più letali, tra cui Boko Haram, al Shabaab, Isis e al Qaeda nel Maghreb Islamico. Gli autori passano in rassegna tutti i Paesi africani interessati da attività terroristiche, soffermandosi sugli attentati che hanno causato il maggior numero di vittime, le nuove leggi per contrastare il fenomeno e le alleanze militari per reprimerlo.

Africa: un nome che evoca immagini contrastanti e a volte contraddittorie, in cui spettacolari paesaggi si mescolano alle crude scene di carestie e genocidi. Una terra quasi ignota e dal fascino profondo, di cui John Reader, grande viaggiatore e profondo conoscitore del continente nero, propone una “biografia” scientificamente documentata: dai primordiali cataclismi che ne plasmarono il paesaggio fino alle guerre che ancora oggi tormentano il continente.

Dal 1996 la Repubblica Democratica del Congo è sprofondata in una guerra atroce e di difficile soluzione. Secondo alcune stime i morti supererebbero i cinque milioni. Attraverso un approccio storico-antropologico, l’autore si interroga sulle radici e sulle molteplici dimensioni del conflitto, gettando luce sulla sua estrema complessità. La predazione e il traffico delle risorse naturali – in particolare oro, coltan, diamanti e legname – alimentano un’economia di guerra dalle ramificazioni globali. Ma non basta: il collasso dello stato, insieme alla profonda crisi economica e sociale, colpisce in particolare le nuove generazioni, sempre più povere e ai margini della società.

Mentre il Paese e i suoi governi si vantano della riduzione drastica degli sbarchi di profughi, le corti d’assise italiane riconoscono le atrocità che accadono nei Lager in Libia come verità processuale. Donne seviziate e spesso gravide per gli stupri, uomini e bambini prigionieri di luoghi e pratiche atroci, sequestrati e rinchiusi, ricattati, torturati oltre il concepibile, fino alla morte. La sistematica tratta degli esseri umani è diventata in Libia attività imprenditoriale.

Un intero continente pressoché rimosso, di cui sappiamo pochissimo, che si impone alla nostra attenzione soltanto in occasione di avvenimenti “estremi”: questa è oggi l’Africa per il resto del mondo. Ripercorrendo i maggiori snodi politici che ne hanno segnato il percorso contemporaneo, Giovanni Carbone presenta i tratti principali e le dinamiche più comuni dei sistemi politici africani. Ne emerge una vicenda che si caratterizza per la pesante eredità del colonialismo, la forte concentrazione e personalizzazione del potere, una competizione politica segnata da aspre connotazioni etniche, una diffusa corruzione e reiterate violenze. Un quadro che tuttavia ha visto anche, in tempi recenti, una precaria riduzione dei conflitti armati e importanti seppure incerti tentativi di democratizzazione.

Si parte dal gigantesco estuario del fiume Congo, come i colonizzatori, i missionari, i bianchi hanno sempre fatto. Dai primi insediamenti preistorici agli orrori della dominazione coloniale belga, dall’indipendenza alle guerre civili, attraverso giungle e città, montagne di ghiacciai perenni e pianure rigogliose, miniere di ogni minerale prezioso e una natura ricchissima e incontaminata, un libro che davvero restituisce un mondo.

Nel 1975, dopo una guerra di liberazione, l’Angola cessa di essere una colonia portoghese e conquista formalmente l’indipendenza. Ryszard Kapuscinski, che nella sua carriera di reporter ha seguito ben ventisette rivoluzioni, era là anche questa volta. Sono ormai trascorsi molti anni, e a prima vista ci si potrebbe domandare che senso abbia riproporre avvenimenti così lontani. A parte il fatto che quella guerra, anche se pochi lo sanno, non è ancora finita, un libro di Kapuscinski, oltre che una cronaca delle battaglie e dei fatti politici, offre la descrizione di un mondo diverso dal nostro.

Con le sue enormi risorse, l’Africa è un partner importante del mondo sviluppato ed è sempre più presente nell’agenda della politica internazionale anche perché influisce sulla “sicurezza” dell’intero sistema. È così più che mai essenziale inquadrare i successi e le crisi nel contesto argomentato di una storia che è stata a lungo negletta o travisata. Il libro, in questa nuova edizione, fa il punto sull’evoluzione della storia e della storiografia dell’Africa e dà conto di come gli assetti istituzionali, la società e l’economia dei vari Stati africani – e di un’Africa che non ha rinunciato a perseguire una politica unitaria a livello regionale e continentale – hanno assunto un profilo più stabile e meglio definito.

Politologia & Attualità

Ultima tra i grandi paesi europei o forse prima tra i piccoli, nel Novecento l’Italia ha vissuto vicende altalenanti. Potenza vincitrice all’indomani della Grande Guerra. fu relegata al ruolo di ex nemico al termine del secondo conflitto mondiale. L’avvio dell’età repubblicana ha segnato la rinascita del paese, ma la fine del bipolarismo ha aperto una stagione d’incertezza tra attivismo e rischio dell’irrilevanza. In un mondo ricco di contrasti e contraddizioni, occorre saper cogliere l’evoluzione di lungo periodo dell’azione internazionale dell’Italia.

Credevamo che nella modernità saremmo riusciti a lasciarci alle spalle le paure che avevano pervaso la vita in passato; credevamo che saremmo stati in grado di prendere il controllo della nostra esistenza. “Noi, uomini e donne che abitiamo la parte “sviluppata” del mondo (la più ricca, la più modernizzata), siamo “oggettivamente le persone più al sicuro nella storia dell’umanità”.

Mafia Capitale ha dato vita a un nuovo sistema criminale, un modello ibrido in grado di muoversi tra la semplice delinquenza di strada e la Mafia dei colletti bianchi, tra l’intelligenza del disegno politico e il puro crimine organizzato, e di tessere le sue trame sulle ambiguità della realtà romana.

L’ascesa e il fondamentalismo islamico nel secondo dopoguerra rappresenta senza dubbio uno dei fenomeni più significativi del secolo appena concluso, nonché una delle incognite maggiori del secolo che è aperto. Questa sintesi originale a firma di uno dei maggiori esperti dell’argomento ne fornisce per la prima volta una ricostruzione complessiva, analizzandone le diverse dimensioni storiche, culturali e sociali e fornendo le chiavi per comprendere l’ampiezza di un movimento politico religioso che si è esteso dall’Algeria all’Afghanistan, dalla Turchia all’Indonesia.

Da una parte il collettivismo, la spiritualità, il potere silenzioso di una civiltà antichissima. Dall’altra l’individualismo, il materialismo, la democrazia con tutto il suo rumore. Un nomade globale, che vive tra Asia e America, sonda le radici culturali del binomio Oriente-Occidente. Accompagnandoci in un viaggio nella storia indispensabile per capire l’oggi con tutte le sue contraddizioni. E anche per interpretare le diverse risposte di fronte all’emergenza coronavirus.

Il consolidamento del potere del mercato specie nella finanza e nell’industria tecnologica ha portato a un’esplosione della disuguaglianza. La situazione è drammatica: poche corporations dominano interi settori dell’economia, facendo impennare la disuguaglianza e rallentando la crescita. La finanza ha scritto da sola le proprie regole; le compagnie high-tech hanno accumulato dati personali senza controllo e il governo americano ha negoziato accordi commerciali che non rappresentano gli interessi dei lavoratori. Troppe persone si sono arricchite sfruttando gli altri invece che creando ricchezza. Le vere fonti della ricchezza e della crescita, per Stiglitz, sono gli standard di vita, basati su apprendimento, progresso della scienza e tecnologia e le regole del diritto

Mezze verità, tremende falsità, allarmismi e omissioni. È la cassetta degli attrezzi del leader politico, che dosa sapientemente verità e bugie in base alla circostanza o all’interlocutore che ha di fronte. Ma quanto conta mentire nella politica internazionale? E perché appare quasi indispensabile saperlo fare? Crisi internazionali, guerre e rivolte sono state provocate mentendo deliberatamente o sventate grazie a una verità parziale ben orchestrata? 

Quali sono le ragioni nascoste dietro la strage di Portella della Gi­nestra? Quali gli intrecci tra mafia e poteri politici? Con prosa nitida e avvincente, Emanuele Macaluso indaga i retroscena di quella che può essere definita la prima strage di Stato italiana.

Da Pokemon Go alle smart homes, la nuova economia delle grandi industrie tecnologiche ruota attorno a un concetto di cui sentiremo parlare sempre più spesso: il capitalismo della sorveglianza. C’è di più: secondo l’autore di The Age of Surveillance Capitalism siamo di fronte a una rivoluzione epocale, prodotta da sistema che ambisce a fare dell’esperienza umana, della sua lettura e modellizzazione, la materia prima di pratiche commerciali, estrattive e previsionali che generano enormi profitti. Grazie a questo libro che attinge con cognizione da psicologia, sociologia e teoria della politica per spiegare il fenomeno, il lettore comprenderà come già oggi – e forse irrimediabilmente – il “capitalismo della sorveglianza” sta condizionando il modo in cui l’umanità comprende e si relaziona con il mondo.

Sono trascorsi quattro anni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il giovane italiano dottorando a Cambridge, sulla desert road verso le piramidi vicino al Cairo. Nonostante le promesse, arrivate dopo le prime e troppo numerose piste false, le autorità egiziane non hanno aiutato gli inquirenti italiani nelle indagini, ponendo anzi continui ostacoli e resistenze. Per questo la Procura di Roma ha deciso di procedere da sola contro gli ufficiali locali accusati dell’omicidio e del relativo depistaggio. Il rischio è un processo solo virtuale senza nessuno dietro le sbarre.

Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all’altro fare un salto di specie – uno “spillover” in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani … Il libro è unico nel suo genere: un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ “reportage”, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali Quammen ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi.

Scritto nel 1977 e tradotto ora per la prima volta in italiano, “La società anarchica” è un testo classico il cui valore oltrepassa i limiti del contesto storico nel quale è stato concepito. Esiste un ordine nella politica mondiale? Come è possibile far convivere la società e il principio anarchico? Nel cercare una risposta a tali determinanti interrogativi, Hedley Bull tocca i temi essenziali della realtà politica internazionale: il contrasto tra i principi dell’ordine e della giustizia, il significato controverso della guerra e il ruolo delle grandi potenze, l’origine e il funzionamento delle istituzioni che hanno segnato la storia della società internazionale europea.

Un libro scritto e pensato come un manuale per apprendere i segreti delle guerre non convenzionali, attraverso le quali da più di un secolo si dirigono colpi di stato, rivoluzioni e crisi economiche. Conoscere l’arte della guerra segreta è importante: capendo come funziona, si capisce come difendersi da essa e quando potrebbe esserne in corso una.

A partire dagli anni Ottanta, l’ordine globale neoliberale ha sostituito l’ordine liberale che governava il sistema internazionale dal secondo dopoguerra. Analogamente al Titanic, il mondo è stato portato su una rotta diversa e più pericolosa da quella segnata dall’incontro e reciproco bilanciamento di democrazia e mercato. Davanti ai nostri occhi si erge minaccioso un iceberg, le cui quattro facce si chiamano: declino della leadership americana ed emergere delle potenze autoritarie di Russia e Cina (sul cui sfondo si stagliano la crisi nordcoreana e quella mediorientale); polverizzazione della minaccia legata al terrorismo; deriva revisionista della presidenza Trump; affaticamento delle democrazie strette tra populismo e tecnocrazia. Nonostante le sue difficoltà, solo l’Europa può ancora contribuire a ristabilire la rotta originaria, ma a condizione di vincere la battaglia più difficile, quella interna: per riequilibrare la dimensione della crescita e quella della solidarietà.

Nel corso degli ultimi decenni, lo Stato vede profondamente mutate le proprie funzioni, i propri obiettivi, il proprio ambito di azione. Si vota all’efficienza, utilizza l’innovazione come leva del cambiamento, enfatizza la logica della competizione per giustificare scelte politiche ed economiche che ridefiniscono le coordinate della cittadinanza sociale, si fa promotore di un’idea di libertà saldamente ancorata alla dimensione economica. In breve, in un processo che lo vede al tempo stesso veicolo e oggetto della sua trasformazione, lo Stato si neoliberalizza. Enfatizzando il ruolo svolto dalla valutazione delle performance statali in questo processo, il volume analizza come gli indicatori globali, sfruttando un’apparente neutralità tecnica, contribuiscano a ridefinire politicamente lo spazio entro cui gli Stati si trovano a operare. Per essere in perfetto stato, occorre che essi adeguino politiche e programmi a quelli del perfetto Stato, costruito, legittimato e diffuso dagli indicatori: lo Stato neoliberale.

Può oggi un politico comunicare agli elettori senza conoscere i social network? Gli utenti sono consapevoli delle strategie con cui la politica cerca di interagire con loro? Grazie alla rete, la comunicazione politica è ormai in continuo aggiornamento. Non esistono più filtri o intermediazioni giornalistiche e il politico comunica direttamente ai propri elettori tramite i social. Ignorare questo mondo, per un esponente partitico, significa scomparire mediaticamente, per un elettore, vuol dire essere facile preda di un nuovo linguaggio che costituisce l’essenza della politica odierna.

“Chiediamo una verità processuale nei confronti di chi ha deciso sul destino della sua e delle nostre vite, di chi lo ha torturato, chi ha sviato le indagini, chi ha permesso e permette tutto ciò. Su Giulio sono stati violati tutti i diritti umani, compreso il diritto ad avere verità”. Alla tragedia di Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 al Cairo, il mondo della politica non ha ancora risposto. Non ha risposto l’Egitto di Al-Sisi. Cinque funzionari dei servizi segreti del Cairo sono sotto inchiesta con l’accusa di aver partecipato al sequestro di Giulio. Non ha risposto l’Europa, a parte qualche passaggio di circostanza. Non ha risposto l’Italia che, anzi, ha rimandato il suo ambasciatore al Cairo. A combattere per ottenere verità e giustizia per Giulio e per tutti i Giulio d’Egitto ci sono però i genitori, Paola e Claudio, insieme al loro avvocato Alessandra Ballerini. Ma non sono soli. Con loro c’è l’onda gialla che parla di Giulio, indossa i braccialetti, appende quello striscione giallo per chiedere verità e giustizia. Perché Giulio era un cittadino italiano, un cittadino europeo che aveva scelto la cultura come strumento di solidarietà e giustizia sociale. E che il 3 febbraio 2016, quando il suo corpo fu trovato ai bordi dell’autostrada che collega Alessandria al Cairo, aveva 28 anni. Erri De Luca ha scritto che “la verità non viene regalata né offerta, va scippata a pezzettini, brandello per brandello. Quello che siamo riusciti a ottenere lo dobbiamo alla mobilitazione civile dei genitori di Giulio, che si sono caricati questo bisogno di verità e ci hanno trascinato con loro”. Il rapimento, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni riguardano tutti. Perché la ragion di Stato sembra aver messo a tacere la giustizia. Questa è la battaglia per la verità dei suoi genitori. E di molti di noi in tutto il mondo.

“Bettino Craxi era antipatico perché incarnava la politica in un’epoca di crollo delle ideologie e di avversione ai partiti. Perché non temeva né di macchiarsi di una colpa né di affrontare l’odio. Perché era alto e grosso, ribelle e autoritario e anche se tendeva alla pace e sorrideva sembrava sempre in guerra. Perché diceva quel che pensava e faceva quel che diceva, anche le cose spiacevoli. Perché affascinava o irritava coi suoi proverbi popolari o mostrandoti l’altra faccia della luna; perché era sospettoso e coraggioso, razionale e realista fino al cinismo. Perché era sicuro, troppo sicuro di sé, e per dieci anni ha guidato la politica italiana e per quattro il governo coi migliori risultati. Perché sfidò gli USA di Reagan e l’URSS. Perché tenne in scacco la DC e il PCI alternando coerenza e spregiudicatezza. Perché affrontò il partito del potere e del denaro. Oggi, a distanza di vent’anni dalla sua morte, è possibile e anzi necessario ripensare Craxi e recuperare il suo lascito, per colmare il vuoto lasciato dal riformismo socialista e dal socialismo liberale. La sua figura suscita ancora tante domande e comprenderla può fornire tracce importanti per capire la crisi della sinistra, della democrazia liberale e l’irruzione del populismo e del nazionalismo in Italia e nel mondo. Questo libro non è perciò una biografia: è la storia di un manifesto, politico e intellettuale, è la storia di programmi di governo, di coalizioni, di compromessi, di scelte fatte in un’epoca sfrenata e demonizzata da parte di un uomo enigmatico.” (Claudio Martelli)

La storia degli IMI (internati militari italiani) è la storia dei circa 650mila soldati che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono catturati e deportati dai tedeschi. L’offerta di aderire alle SS o alla repubblica di Salò ed essere rimpatriati fu accettata solo da una piccola parte; la massa scelse di rimanere prigioniera nei lager, come autentico atto di resistenza. Grazie a una ricchissima mole di diari, lettere e testimonianze dirette, edite e ancor più inedite, il libro ne racconta la vicenda complessiva, dalla cattura alla liberazione e al ritorno, scoprendo anche aspetti poco noti della violenza nei lager, nei campi di lavoro coatto e di punizione, del loro bagaglio di ideali e di umanità, del rapporto con la popolazione civile e con le donne. Una pagina a lungo trascurata e sottovalutata recuperata qui, attraverso le voci dei protagonisti, in un quadro vivido e dettagliato.

La Repubblica italiana, sorta dalle macerie della guerra e inserita da subito nel tessuto politico della tradizione democratica europea, vive momenti di grande confusione. Guerre di visualizzazioni e like su Facebook, baruffe senza costrutto nei talk show, scenette tragicomiche nelle austere aule di Senato e Camera. A questo ircocervo tra reality show e vaudeville siamo talmente assuefatti che ci sembra l’unico orizzonte possibile. La ragione sta nell’ignoranza diffusa e persino compiaciuta che pare essersi impossessata del discorso corrente. Tra l’ansia da sondaggio e il termometro ossessivo dei social network, viviamo un assetto da campagna elettorale permanente dove i politici possono dire tutto e il contrario di tutto, fiduciosi nella labile memoria storica del loro elettorato e nell’inerzia intellettuale dell’opinione pubblica che dovrebbe sorvegliare e in caso criticare. Però, chi ancora crede nella democrazia sa che è imperativo reagire all’attuale temperie di approssimazione, fumisteria e populismo. Che è necessario impegnarsi per pulire il linguaggio, per fare uso corretto dei concetti fondamentali, per comunicare insegnando e imparando, giorno dopo giorno.

Il legame tra liberalismo e democrazia, spiega Yascha Mounk, non è più così indissolubile come credevamo. Siamo entrati in una nuova era politica, con la quale chi ancora crede nella sovranità del popolo in democrazia dovrà fare i conti. Come dimostra l’elezione di Donald Trump, la divaricazione della cultura dei diritti dal sistema della partecipazione democratica è possibile. Mentre le istituzioni si riempiono di milionari e tecnocrati, i cittadini conservano i propri diritti civili e le proprie libertà economiche, ma vengono esclusi dalla vita politica. D’altra parte, il successo di Orbán in Ungheria, di Erdo?an in Turchia e di Kurz in Austria è il segno di una democrazia che si priva sempre più della capacità di garantire diritti ai propri cittadini e si trasforma in una tirannia della maggioranza.

Siamo alla fine della Storia e all’ultimo uomo e alla fine quindi di tutta la società umana e planetaria? Questa domanda ha suscitato polemiche tra gli studiosi. Le due forze motrici della storia, “la logica della scienza moderna” e “la lotta per il riconoscimento”, portano al collasso di ogni totalitarismo. Ma nasce un’altra domanda: sono sufficienti la libertà e l’uguaglianza, sia politica sia economica a garantire una condizione sociale stabile e soddisfacente?

Tra il 1914 e il 1991 il mondo è stato scosso da conflitti, rivoluzioni e stravolgimenti sociali senza precedenti: il “secolo breve” delimitato dalla Prima guerra mondiale e dal crollo del regime comunista è stato un periodo di straordinario progresso scientifico e di guerre totali, di crisi economiche e di grandi periodi di rilancio e di benessere, di mutamenti nella società e nella cultura. Un “secolo breve” anche per l’accelerazione sempre più esasperata impressa agli eventi della storia e alle trasformazioni nella vita degli uomini. In questo volume Eric J. Hobsbawm ripercorre i grandi eventi del Novecento attraverso la doppia lente dello storico e dell'”osservatore partecipe”, delineando un panorama vivido ed esauriente di un periodo che non ha solo studiato come ricercatore ma anche vissuto come uomo.

Un viaggio intorno al globo molto documentato, appassionato e appassionante, per conoscere un problema che riguarda milioni di persone, soprattutto gli ultimi. La geopolitica e l’economia iniziano a fare i conti con l’acqua, anzi con la sua mancanza. Qui si comprendono il dove, il come e il perché di una questione che ci tocca tutti. Non solo quando abbiamo sete.

L’acqua è l’elemento naturale indispensabile per la vita sulla Terra: una risorsa preziosa da sempre oggetto di contese, conflitti e depauperamento. Si parla infatti di water grabbing, ovvero l’accaparramento di risorse idriche a danno delle popolazioni più deboli. In quattordici capitoli basati su narrazioni visive si intrecciano foto di reportage d’autore, infografiche e mappe geografiche per raccontare in chiave geopolitica la situazione dei Paesi in cui è maggiore la criticità legata ai sistemi idrici. Un’approfondita ricerca in prospettiva “blu”, che affronta dal punto di vista dei diritti umani e ambientali temi di geopolitica, sicurezza alimentare ed energia, per riscoprire il piacere della geografia dell’acqua in un pianeta che nessuno più sa riconoscere.

Quali sono le grandi civiltà che stanno entrando in conflitto nello scenario globale? Da un lato c’è naturalmente il modello americano. Ma quali sono gli altri protagonisti? Qual è il peso della potenza militare e quale quello della potenza economica in questa partita per la supremazia mondiale? Che ruolo può avere l’Europa? Quale sarà il peso dell’Asia e delle economie emergenti? Il libro rappresenta un saggio di ampio respiro sugli scenari della politica e della cultura mondiali.

Una colossale partita a scacchi, nella quale regole numerose e complicate possono cambiare durante il gioco; molti giocatori si affannano sulla stessa scacchiera; i pezzi, che tutti muovono simultaneamente senza aspettare il loro turno, hanno per ciascuno un valore diverso: è il disordine che caratterizza le relazioni internazionali. In questo caotico panorama, restituire ordine, razionalità e logica alla politica – impresa fuori dalla portata dei suoi stessi attori – è compito della geopolitica, grazie alla quale i diversi fattori possono venire interpretati. Il libro, con ricchezza di esempi e testimonianze, guida il lettore attraverso un’area di studi ancora poco conosciuta ma strategica per capire le complessità della scena globale.

In un paese democratico l’indipendenza e la libertà di espressione dovrebbero essere le qualità portanti dei giornali e di tutti i media. La realtà è però un’altra: sono le forza politiche ed economiche a decidere quali notizie dovranno raggiungere il pubblico, e in che modo. Noam Chomsky e Edward S. Herman svelano come, grazie alla manipolazione delle notizie, l’opinione pubblica viene spinta a sostenere determinati interessi e punti di vista. “La fabbrica del consenso” offre un’analisi precisa su quanto siano veramente strumentalizzati i media e fornisce la chiave per interpretarne i messaggi.

Una vera e propria “corsa alla terra”, considerata non più patrimonio da salvaguardare per assicurare la sopravvivenza alla presente e alle future generazioni, ma proprietà immobiliare su cui investire e speculare: questo è il processo cui stiamo assistendo da più di un decennio e del quale c’è ancora scarsa consapevolezza. L’accaparramento fondiario, nelle due forme di land grabbing e land concentration, non solo sta compromettendo i quadri ambientali, economici, sociali, politici e culturali dei Paesi preda, ma sta paradossalmente minando anche la produttività dei Paesi predatori per la concorrenza dei prodotti ottenuti sulle terre accaparrate a costi di esercizio irrisori.

Dalla fine del secondo conflitto mondiale al crollo dell’Urss. Un ordine mondiale imperfetto, una pluralità di soggetti e l’egemonia di due superpotenze nel contempo rivali e complementari.

La politica sta diventando sempre più comunicazione e marketing. Dagli Stati Uniti all’Italia si sta consolidando un nuovo modo di conquistare e gestire il consenso elettorale. E, dunque, di far politica. Nell’era del populismo e del sovranismo, nell’era del primato dei dati e dei social network, a contare è più la rappresentazione nella sfera pubblica mediata che la rappresentanza. Ibridazione di format, mediatizzazione e personalizzazione, sondaggi, responsività rispetto alle decisioni assunte, ma anche alle intenzioni annunciate dagli attori del sistema politico. 

Alla fine del 2019, i medici degli ospedali di Wuhan, nella Cina centrale, si trovano ad affrontare una strana sindrome respiratoria che pare legata al grande mercato ittico della città, dove oltre al pesce si vende ogni tipo di animale commestibile, vivo o morto. Mentre i malati si moltiplicano e alcuni soccombono a una polmonite virale particolarmente aggressiva, i laboratori riescono rapidamente a isolare il responsabile della malattia: è un nuovo coronavirus, simile a quello della SARS che tra il 2002 e il 2003 aveva spaventato il mondo.