L’Iran oltre l’Iran

L’Iran oltre l’Iran

Intervista ad Alberto Zanconato autore di “l’Iran oltre l’Iran”. Corrispondente dell’Ansa dall’Iran, l’autore porta a conoscenza del pubblico spaccati interessanti e, troppo spesso, nascosti della società iraniana.


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Alberto Zanconato, giornalista dell’Ansa e saggista. È stato per anni corrispondente per l’agenzia da Teheran. Ha scritto per Castelvecchi Editore il libro “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” e “L’Iran oltre l’Iran”.

Con “l’Iran oltre l’Iran”, Alberto Zanconato corrispondente dell’Ansa dall’Iran per circa tredici anni, porta a conoscenza del pubblico spaccati interessanti e, troppo spesso, nascosti della società iraniana.
Scorrendo le pagine del libro, l’autore ci porta dalle analisi della politica interna a quella estera, cercando di fornire punti di vista alternativi rispetto alla narrativa mainstream.
Il rapporto tra l’Islam e la politica, gli anni della rivoluzione tra “vincitori e vinti”, le esperienze di chi è passato nel carcere di Evin e nella “famosa” sezione 209 gestita direttamente dall’Intelligence e riservata ai detenuti politici. L’autore squarcia il velo di superficialità rispetto alle descrizioni della politica iraniana banalmente e frettolosamente suddivisa in moderati e conservatori dove non di rado chi appartiene ad una categoria va a finire nell’altra; Zanconato scende più in basso addentrandosi tra i Bazarì e i mullah, tra i Basiji e i Mojaheddin del popolo.Il suo è un racconto “sul campo” attraverso le esperienze dirette che ha vissuto nel corso degli anni.

Zanconato ci racconta del grande senso di ospitalità che pervade la società iraniana, ma allo stesso tempo del rischio di essere tratto in arresto, dal ruolo dei Pasdaran a come vengono affrontati quelli che sono i temi classici delle società occidentali: dal consumo di droga ai siqeh, i matrimoni a tempo, dall’omosessualità al cambio di sesso. E ancora dal tema dei diritti umani fino ai rapporti tra Teheran e Roma attraverso la storia di personaggi noti e meno noti.

La rappresentazione mainstream ci racconta quasi sempre di una società iraniana chiusa, arretrata, comandata da un gruppo di religiosi fanatici e pericolosi. Ma è davvero così? Da dove nasce questa narrazione?

“E’ chiaro che esiste anche questa realtà, ma si tratta soltanto di uno degli aspetti di una società complessa, caratterizzata da molte contraddizioni. Le idee più tradizionaliste di alcuni anziani esponenti religiosi hanno ancora un peso determinante sulla gestione del Paese, ma allo stesso tempo ci sono masse di cittadini, specialmente giovani istruiti e donne, aperte ai cambiamenti dei tempi e ai contatti con il mondo esterno. Un esempio per tutti sono le migliaia di iraniani che studiano e insegnano nelle università occidentali, comprese quelle americane. E’ un Paese in cui con un codice penale largamente ispirato a quelli occidentali convive e viene applicata ancora la shari’a, la legge islamica che prevede le fustigazioni, le amputazioni degli arti e l’accecamento in base al principio, letterale, dell’ “occhio per occhio, dente per dente”. E’ un Paese in cui alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto al fratello maschio, e dove la testimonianza in tribunale di una donna vale la metà di quella di un uomo. Ma anche un Paese in cui le studentesse femmine riescono ad accedere all’università in numero maggiore rispetto ai colleghi maschi. E dove la presenza femminile è diffusa in molte professioni. E’ un Paese abitato da una popolazione molto ospitale verso lo straniero ma che agli stranieri fa ancora paura. Tranne a quelli che magari poi se ne innamorano ciecamente dopo averlo visitato come turisti, con una reazione opposta anch’essa superficiale ed esagerata. La cattiva fama dell’Iran ha due spiegazioni, una di ordine politico, l’altra di ordine psicologico. Dal punto di vista politico la ragione che contribuisce maggiormente a determinare l’immagine negativa dell’Iran – anche in misura maggiore rispetto ad altri Paesi totalitari della regione – è l’opposizione quarantennale della Repubblica islamica agli interessi occidentali, e in particolare americani, in Medio Oriente. Una linea perseguita indefessamente anche nei momenti di maggiore difficoltà ed isolamento, come negli otto anni di guerra con l’Iraq, a partire dal 1980, durante i quali Saddam Hussein ebbe il sostegno degli Stati Uniti e altri Paesi occidentali. Dal punto di vista psicologico, alla cattiva fama dell’Iran contribuiscono le immagini della rivoluzione del 1979 e quelli seguenti, con alcuni episodi di cui anche gli iraniani portano la responsabilità. Basti ricordare le esecuzioni sommarie di massa degli oppositori, tra cui molti minorenni, e soprattutto l’occupazione e la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran, una ferita ancora aperta nei rapporti tra i due Paesi. E ancora, negli anni recenti, le incarcerazioni di iraniani con doppia cittadinanza, americani, britannici, francesi, tedeschi, da usare poi come pedine nello scambio di prigionieri o nella risoluzione di altri contenziosi con l’Occidente.”    

 

Strettamente collegata alla rappresentazione della società, anche quella politica viene descritta quasi sempre in termini negativi e con una superficiale distinzione tra moderati e conservatori. La realtà è molto più complessa di questo dualismo tra “cattivi” e “meno cattivi”?

“La distinzione tra ‘falchi’ e ‘colombe’ risponde in gran parte all’esigenza di noi stranieri di fare chiarezza nella complicata realtà politica iraniana. Ma si tratta di confini non sempre ben definibili, visto il mutare degli schieramenti e dei personaggi coinvolti. Nei primi anni della Repubblica islamica, dopo l’eliminazione di tutti quei gruppi e movimenti laici e marxisti che avevano partecipato alla rivoluzione, si vengono a creare due grandi schieramenti all’interno del nuovo regime. Quello della sinistra, decisa a realizzare, anche con espropriazioni ed esecuzioni, le promesse di uguaglianza economica del movimento rivoluzionario e ad opporsi alle interferenze occidentali nella regione; e sull’altro fronte quello della destra, più attenta alla difesa dei valori religiosi del nuovo sistema e alla salvaguardia della proprietà privata, considerata sacra per i valori islamici. Dalla sinistra sarebbe nato un paio di decenni più tardi il movimento riformista. Molti degli esponenti di questo movimento, dunque, erano stati tra i ‘falchi’ dei primi anni postrivoluzionari. Per esempio Mir Hossein Mousavi, diventato nel 2009 il leader del movimento di protesta dell’Onda Verde, era stato per otto anni primo ministro dal 1981 al 1988, quando tra l’altro erano stati incarcerati e passati per le armi migliaia di oppositori. Il Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri, diventato più tardi il leader spirituale dei movimenti di protesta, era stato in quei primi anni tra i più convinti fautori dell’esportazione della rivoluzione negli altri Paesi del Medio Oriente. Molti degli stessi studenti che nel 1979 avevano occupato l’ambasciata americana e fatto sfilare davanti alle telecamere i diplomatici presi in ostaggio, sono diventati in seguito esponenti riformisti, e alcuni di loro hanno propugnato una distensione con gli Stati Uniti. Mentre un altro studente dell’epoca, Mahmoud Ahmadinejad, si era opposto all’attacco all’ambasciata. Salvo diventare molti anni dopo presidente con un programma ultraconservatore dalle forti tinte anti-occidentali. Ma al netto delle semplificazioni degli osservatori stranieri, si può dire che nell’ultimo ventennio si è andata sempre più delineando una distinzione abbastanza chiara tra un campo ‘conservatore’, che mira a mantenere immutata l’attuale situazione politica, anche per salvaguardare gli interessi economici dei potentati che si sono sviluppati grazie ad essa, e dall’altro un movimento a grandi linee ‘riformista’  o ‘moderato’ che accetta l’esigenza di un graduale cambiamento, con un’apertura politica all’interno del Paese e una distensione con l’Occidente. L’attuale presidente Hassan Rouhani, che sempre utilizzando le etichette occidentali possiamo definire un ‘moderato’, ha cercato di realizzare tale programma, con il sostegno del fronte riformista, avviando per la prima volta alla luce del sole trattative con gli Usa, che nel 2015 hanno portato alla firma dell’accordo sul nucleare, con la partecipazione dei Paesi europei, della Russia e della Cina. La sua politica di distensione non si è potuta realizzare a causa dell’uscita dall’accordo da parte del presidente americano Donald Trump, che ha reintrodotto pesanti sanzioni contro l’Iran, in tal modo mettendo all’angolo il movimento riformista e moderato e rafforzando quello conservatore, che era sempre stato contrario all’intesa.”

 

Ci può brevemente descrivere la distribuzione del potere in Iran?

“La Repubblica islamica è un sistema complesso e per molti aspetti contraddittorio, come il composito movimento rivoluzionario in cui l’anelito alla libertà e le richieste di uguaglianza economica convivevano con i valori religiosi tradizionali contrari a quelli progressisti. Il nuovo sistema rappresenta un compromesso tra queste diverse istanze. Esso si regge sulla Repubblica, cioè la volontà popolare che si esprime attraverso il voto per l’elezione del Parlamento e del Presidente, ma è controllato dall’alto dalla Guida suprema – prima l’ayatollah Rouhollah Khomeini e dal 1989 Ali Khamenei – che ha l’ultima parola su ogni questione politica. E quindi può anche bloccare l’azione degli organi eletti. Questa autorità è esercitata dalla Guida nel nome del Velayat-e Faqih, letteralmente la ‘Tutela del Giurisperito’, cioè un esperto di legge, islamica ovviamente. Il concetto fu sviluppato da Khomeini nel suo esilio di Najaf, in Iraq, prima di rientrare nel 1979 in patria e fondare il nuovo regime. La Guida esercita questo potere supremo come rappresentante del Mahdi, il dodicesimo Imam in quella che per gli sciiti è la catena di successione legittima al profeta Maometto. Il Mahdi si ritiene occultato – ma non morto – nell’874 dopo Cristo e gli sciiti ne attendono la riapparizione perché porti sulla Terra la giustizia. La Guida esercita la tutela sulla comunità in attesa di quel giorno.”

 

Chi comanda realmente oggi in Iran?

“Il concetto di Velayat-e Faqih garantisce alla Guida il diritto di esercitare la un’autorità assoluta, non solo sul popolo ma anche sugli organi eletti, il Parlamento e il Presidente. I candidati a deputati e Presidente, del resto, vengono selezionati da un organo, il Consiglio dei Guardiani, che, attraverso un complesso sistema di selezione, è di fatto controllato dalla Guida e che passa al vaglio anche le leggi approvate dal Parlamento. La Guida controlla inoltre organi vitali per il mantenimento del potere: le forze armate, le Guardie della rivoluzione, la polizia, l’apparato giudiziario e la Televisione di Stato, che ha il vero e proprio ruolo di voce del regime. Ciò non toglie che il Presidente possa svolgere un’opera di persuasione sulla Guida, come è avvenuto quando Rouhani ha convinto Khamenei ad accettare l’accordo sul nucleare del 2015. Inoltre nei fatti la Guida ha bisogno di garantirsi una base di consenso che legittimi la sua autorità. Ali Khamenei non ha mai goduto del carisma e dell’autorità religiosa del suo predecessore, l’ayatollah Khomeini, e quindi ha dovuto costruire nel tempo tale consenso, in particolare tra le Guardie della rivoluzione, alle quali nel corso degli anni sono stati concessi spazi d’azione sempre più vasti anche in campo politico, economico e sociale. Società legate alle Guardie controllano una buona parte del settore produttivo. Questo blocco di potere politico-militare-industriale è deciso a preservare tale posizione di forza e quindi ci si può aspettare che giocherà un ruolo determinante nella scelta del successore dell’ormai ottantenne Khamenei.”

 

Tante parole ma troppa confusione Pasdaran, Bazarì, Mullah, Basiji e i Mojaheddin, Ayatollah. E’ possibile definire queste categorie?

 

“I Pasdaran (letteralmente ‘Guardie’) sono il termine abbreviato usato per Pasdaran-e Enqelab-e Eslami, cioè Guardie della rivoluzione islamica, il corpo militare d’élite, costituito pochi mesi dopo la rivoluzione, che si affianca alle normali forze armate. Hanno forze di terra, di mare e di aria e a loro è affidato il controllo dei confini e dei sistemi d’arma più sofisticati, come i missili. Possono essere anche impiegati nel controllo dell’ordine pubblico interno. I Basiji sono il corpo dei volontari islamici, inquadrati nei Pasdaran, inizialmente impiegati nella guerra contro l’Iraq e poi nelle operazioni di ordine pubblico, per l’applicazione delle norme della moralità islamica e nel controllo capillare della vita economica, sociale e culturale. Loro rappresentanti sono presenti nelle aziende, negli enti pubblici e nelle università. Mullah è un termine normalmente impiegato per definire un appartenente al clero sciita. Ayatollah (letteralmente ‘segno di Dio’) è un titolo usato per i membri più alti del clero. I Bazarì (da Bazar) sono i commercianti del sistema economico tradizionale iraniano, che nella rivolta contro lo Shah ebbero un ruolo fondamentale con il loro sostegno finanziario al clero rivoluzionario guidato da Khomeini.  I Mojaheddin (singolare Mojahed) sono coloro che praticano il Jihad, quindi genericamente combattenti islamici. E’ un appellativo adottato da molti movimenti guerriglieri nel mondo musulmano, fra cui i Mojaheddin afghani che combatterono contro gli invasori sovietici. In Iran i Mojaheddin-e Khalq, cioè i Mojaheddin del Popolo, sono stati una potente formazione bene armata e organizzata che ha partecipato alla rivoluzione, ma dopo l’abbattimento del regime monarchico si sono schierati contro il sistema di governo religioso voluto da Khomeini. Una sollevazione aperta dei Mojaheddin nel 1981 portò alla resa dei conti con il regime clericale, con migliaia di morti in scontri armati o fucilati sul fronte dei rivoltosi e centinaia di uccisi in attentati nelle fila del regime. Sconfitti, i Mojaheddin hanno lasciato l’Iran e hanno trovato rifugio nell’Iraq di Saddam Hussein, per poi trasferirsi in Albania.” 

 

La morsa delle sanzioni, la crisi economica e l’emergenza Covid-19: che aria tira a Teheran oggi? 

“Un’aria quasi di rassegnazione. Il malcontento popolare è forte, ma non sembrano esservi all’orizzonte soluzioni. Le proteste del novembre scorso, scoppiate con il pretesto dell’aumento dei prezzi della benzina e represse al prezzo di centinaia di morti, hanno confermato che al di là delle esplosioni di rabbia estemporanee non sembrano esistere organizzazioni dell’opposizione capaci di minacciare la tenuta del regime. L’uccisione in gennaio da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani, capo delle operazioni all’estero dei Pasdaran, ha provocato una reazione nazionalista di molti cittadini che hanno partecipato in massa ai suoi funerali. Ma poi la credibilità delle autorità è stata nuovamente minata dall’abbattimento per errore dell’aereo passeggeri ucraino con a bordo 147 iraniani. Questo ha aumentato la sfiducia nelle autorità da parte dei cittadini, con molti che mettono in dubbio le notizie fornite dal governo anche sulla crisi del Covid-19. Ero a Teheran per le elezioni parlamentari quando il governo ha ammesso le prime due vittime, il 19 febbraio. Ma molti iraniani rimangono convinti che il virus circolasse da tempo e sia stato tenuto nascosto per non creare allarme e per non ostacolare la partecipazione popolare alle manifestazioni per l’anniversario della rivoluzione, l’11 febbraio. Le sanzioni americane, ovviamente, pesano sulla popolazione. E a queste si aggiunge l’effetto del crollo dei prezzi di petrolio, che l’Iran riesce ad esportare aggirando l’embargo Usa, sebbene in misura molto ridotta rispetto agli oltre 2,5 milioni di barili di prima delle sanzioni.”

 

Proiettiamoci in avanti: Iran 2021. Storicamente la massima pressione internazionale e l’astensionismo danno quasi sempre via libera alla vittoria dei “conservatori”. Sarà così anche stavolta?

“Tutto lascia prevedere che nelle presidenziali del prossimo anno le cose andranno in questa direzione. Una prima avvisaglia molto chiara sono state le elezioni parlamentari del 21 febbraio scorso, che hanno visto il trionfo dei conservatori in coincidenza con un astensionismo record. A votare sono andati infatti solo il 42% degli aventi diritto in tutto il Paese, e non più del 25% a Teheran. E storicamente più è basso l’afflusso alle urne più si rafforzano i conservatori. A pesare sulla disaffezione dell’elettorato è stata la disillusione per l’operato del presidente Rouhani, eletto trionfalmente nel 2013 e rieletto nel 2017 grazie alle promesse di aperture politiche sul piano interno e di una distensione verso l’Occidente in politica estera. Nessuno di questi due obiettivi è stato realizzato. Sicuramente in gran parte a causa del ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare e la reintroduzione delle sanzioni. Ma una gran parte di questa sfiducia è diretta verso l’intero sistema politico nazionale. E a convincere molti cittadini a rimanere lontani dalle urne sono state anche le bocciature delle candidature di gran parte degli esponenti riformisti più popolari, compresi 75 deputati del Parlamento uscente. E’ ragionevole dunque prevedere che anche nelle presidenziali del 2021 l’affluenza sarà scarsa e a vincere sarà un conservatore. Molti pensano che il favorito sia l’ex generale dei Pasdaran ed ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, primo eletto nella capitale nelle parlamentari di febbraio.”

Ci può spiegare che ruolo ricoprono le Bonyad nella struttura economica iraniana? E da chi sono governate?

“Le Bonyad sono fondazioni religiose finanziate dalle donazioni dei fedeli e dai contributi dello Stato, alcune delle quali, come la Bonyad-e Mostazafan va Janbazan (la Fondazione degli Oppressi e dei Disabili), hanno incamerato molti dei beni confiscati dopo la rivoluzione all’ex casa regnante e alle famiglie vicine allo Shah. In teoria il loro compito è quello di redistribuire la ricchezza tra le classi più svantaggiate, rafforzando così anche il consenso politico alla Repubblica islamica. Ma sono arrivate a gestire una porzione enorme dell’economia nazionale, controllando industrie, alberghi di lusso, compagnie navali e altre attività nel settore dei servizi, al punto che si stima che il centinaio di Bonyad operanti nel Paese gestisca il 20% del prodotto interno lordo. La più ricca è ritenuta la Astan Qods Razavi di Mashhad, legata al mausoleo dell’ottavo Imam sciita, Reza. Le fondazioni non devono rendere pubblici i loro bilanci, non pagano tasse e rispondono esclusivamente alla Guida suprema. Ciò che le pone in una comprensibile condizione di vantaggio nei confronti del settore privato esercitando una competizione sleale. Una circostanza di cui si è lamentato velatamente anche il presidente Rouhani.”

In numerosi aneddoti raccontati nel suo libro, in relazione ai temi della società civile, ne viene fuori una società iraniana che si potrebbe riassumere con uno slogan “Vizi privati, pubbliche virtù”. E’ corretto?

 

“Dopo la rivoluzione e con la fondazione della Repubblica islamica la religione è diventata un’ideologia politica. Ma se uno Stato religioso è stato creato, non è stata creata una società religiosa. Almeno, non più di prima. Le famiglie in cui si beveva alcol prima della rivoluzione hanno continuato a farlo, sebbene comprando vino e liquori al mercato nero. In molte case si svolgono cene e feste in cui uomini e donne, specialmente giovani, socializzano, ballano e bevono come in un qualsiasi ritrovo in Occidente, sfidando le leggi sulla segregazione dei sessi. Con il tempo si sono diffusi mali che affliggono anche i Paesi occidentali, come droga e prostituzione. C’è un detto in Iran: prima della rivoluzione si faceva festa in pubblico e si pregava in privato, oggi si prega in pubblico e si fa festa in privato. Ciò non significa che la maggior parte degli iraniani non siano dei veri credenti. Ma essere un buon musulmano, anche praticante, non significa necessariamente essere un sostenitore del regime. Anzi, molti dissidenti sono religiosi.”

Durante la sua lunga permanenza in Iran si è mai dovuto scontrare con la censura di regime? Quali sono i rischi per un giornalista in Iran?

“In Iran c’è uno stretto controllo sui giornalisti stranieri, che sono spesso invitati a citare solo le fonti ufficiali e a non coprire le manifestazioni non autorizzate dell’opposizione. Ma tutto questo rimane spesso a livello teorico. In realtà è possibile avere contatti con esponenti dissidenti e riferire delle loro iniziative, anche se occorre sempre muoversi con prudenza. Anche perché in un sistema politico opaco come quello della Repubblica islamica, è difficile spesso stabilire i fatti reali e si rischia di cadere vittime o della propaganda del regime o di quella dell’opposizione, specie quella all’estero. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, posso dire di non avere mai avuto seri problemi di censura. Per esempio in occasione delle grandi manifestazioni dell’Onda Verde del 2009, tutti noi corrispondenti stranieri abbiamo potuto riferire di quanto accadeva. L’unica volta che ho rischiato l’arresto è stato in occasione di uno scontro giudiziario tra Italia e Iran, quando, nel 2010, un giornalista iraniano venne arrestato in Italia con le accuse di essere un agente della Repubblica islamica e di essere coinvolto, insieme a diversi imprenditori italiani, nell’esportazione in Iran di materiale proibito che poteva essere impiegato anche a scopi militari.
In quell’occasione dovetti lasciare l’Iran e potei farvi ritorno solo dopo tre mesi, quando la vicenda era stata risolta attraverso negoziati tra i due Paesi. Il giornalista iraniano venne in seguito assolto.”

La percezione della società iraniana del nostro paese?

“Gli iraniani vedono l’Italia come un Paese vicino al loro per carattere e sensibilità. Ci considerano come parte dell’Occidente, ma con una posizione diversa rispetto agli Usa, la Gran Bretagna e la Francia, che continuano ad essere percepite come potenze coloniali che interferiscono negli affari interni del loro Paese. A partire dagli anni ’30 del Novecento i rapporti politici ed economici tra Iran e Italia sono sempre stati eccellenti, e hanno resistito ai cambiamenti di regime da una parte e dall’altra. Ci sono inoltre vicinanze culturali, anche a livello popolare. Basti pensare all’enorme successo della musica e del cinema italiani presso gli iraniani, con attori comici molto amati in passato in Iran, come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, o Totò. Per non parlare di ‘mostri sacri’ come Sophia Loren e Marcello Mastroianni.”


Foto copertina: Fonte Corriere.it


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Domenico Nocerino

Domenico Nocerino

Conseguita la laurea specialistica in Relazioni Internazionali e Studi Diplomatici presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel marzo 2013, con discussione della tesi conclusiva del percorso accademico in Geopolitica Economica, è vice coordinatore nazionale del MSOI (Movimento Studentesco per l'Organizzazione Internazionale) ed è responsabile della sezione Opinio della presente rivista, della quale è altresì cofondatore.

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